Leonardo Morlino: un Maestro Artigiano della Scienza Politica
Tempo addietro, in occasione dell’edizione inglese del suo volume Introduzione alla ricerca comparata (Mulino, 2005; l’edizione inglese sarebbe uscita nel 2018 e una nuova versione italiana nel 2020, con il titolo La comparazione. Un’introduzione metodologica), Leonardo Morlino mi diceva del senso di attribuire a questo lavoro. In maniera esplicita, rispetto alle conversazioni che avevano accompagnato la prima edizione, mi disse che si trattava del lavoro di un “intellettuale artigiano”. In sostanza, rifletteva sull’ idea del lavoro di ricerca (e quindi delle scienze sociali) come attività di un paziente e virtuoso artigiano. L’ idea era contenuta nell’appendice al celebre libro di C. Wright Mills, L’ immaginazione sociologica (l’edizione originale era del 1959). Lo stesso Giovanni Sartori, ricordava Morlino, quando richiamava l’importanza di un “pensiero consapevole” (1970) si rifaceva direttamente a Mills. Tale riferimento sarebbe però scomparso nella traduzione italiana del Saggio sartoriano (1971). Da parte mia, gli facevo notare che nella stessa traduzione italiana del libro del celebre sociologo americano tale enfasi sarebbe stata distorta. In questa versione, arrivata qualche anno dopo (1962), l’artigiano diventava l’artista, con una alterazione di senso notevole. Forse perché il primo termine sembrava svilire troppo l’attività dello scienziato sociale.
Per Leonardo Morlino, invece, quei termini (il sostantivo come l’aggettivo), coglievano il senso pieno dell’attività di ricerca empirica delle scienze sociali. Questa consiste in un modo di fare (metodologia), che riflette e si connette ad un modo di pensare (teoria), ma anche e soprattutto a un modo di essere che informa l’attività dello studioso o studiosa.
Se corro con la mente a ricostruire i tratti essenziali dell’intellettuale artigiano Leonardo Morlino li vedo insistere su tre aspetti (alla fine di questo ricordo mi soffermerò su un evento curioso).
Il primo aspetto è dato dalla paziente cura con la quale Morlino tesse e ritesse continuamente i rapporti tra teoria e ricerca, in un continuo andare avanti e indietro. Qui entra in campo anche l’esperienza accumulata che, com’è noto, sta alla base della maestria dell’artigiano. Il riferimento nei suoi scritti metodologici al “positivismo moderato”, all’importanza di ricorre a strategie miste di ricerca (quali-quantitative), la stessa centralità della comparazione (sincronica e diacronica), l’attenzione alle motivazioni degli attori e dei cittadini: sono i passaggi cruciali di questa visione “modesta” della ricerca. Il che, però, non ha nulla a che fare con la trivializzazione del lavoro scientifico o gli eccessi quantitativo (per ritornare a Mills). Anzi, per Morlino le domande alla base di qualunque ricerca dovevano essere “larghe”, rilevanti per il tema selezionato e il suo impatto empirico. Non è un caso che la politica comparata di Morlino abbia a che fare con la “macro politica” e i suoi mutamenti. Come quando si trattava di studiare in diverse aree del globo il processo di democratizzazione, la varietà delle qualità della democrazia e, da ultimo, il rapporto tra democrazia e valori (libertà, uguaglianza, sostenibilità).
Nel corso di oltre quarant’anni di ricerca e studio e muovendosi con sicurezza a livello internazionale (Europa del Sud, America Latina, Europa dell’Est) il suo sforzo è stato teso a dare un contributo a quella che da un po’ cominciava a chiamare una “Teoria empirica della democrazia” e ai suoi paradossi. In contrapposizione alla Teoria normativa dei classici moderni (Schumpeter, Kelsen, Sartori, Bobbio).
Il secondo aspetto che contraddistingue il lavoro artigianale di Morlino è il tenere assieme il lavoro intellettuale con la costruzione e gestione delle istituzioni accademiche e delle infrastrutture della professione. Ciò lo ha portato, con senso di responsabilità istituzionale e talvolta con inevitabili tensioni, a ricoprire ruoli importanti a partire dalla Cesare Alfieri e poi alla Luiss, passando per l’esperienza dell’Istituto di Scienze Umane di Firenze (Sum). Cruciale è stato anche l’impegno profuso per il consolidamento della Società Italiana di Scienze Politiche (SISP), della quale è stato presidente dal 1998 al 2001, e della stessa Rivista Italiana di Scienza Politica. Ma va anche ricordato, da ultimo, che è stato il primo italiano a guidare l’IPSA (International Political Science Association) dal 2009 al 2012 e ad avviare un complesso processo di riforma statutaria.
Tutto ciò senza dimenticare l’importanza che Leonardo ha da sempre attribuito alla formazione dei giovani studiosi a partire dal ruolo strategico che assegnava al dottorato in Italia e in giro per il mondo. Qui il prendersi cura, accompagnato anche da una certa severità, raggiungeva il parossismo nell’attenzione che dedicava anche all’ultimo o ultima dei o delle dottorande o dottorandi. Una cura che lo portava a prendere sul serio le loro esigenze, dubbi, ansie. Non lesinando pareri e offendo sempre contatti e opportunità di sviluppo formativo e professionale in giro per il mondo.
Il terzo aspetto del paziente lavoro artigianale di Morlino era la riservatezza. il non prendersi molto sul serio, la tendenza a non enfatizzare la sua statura di gigante intellettuale “globale” (l’aggettivo è di Claudius Wagman). Basta vedere la nota che in questi giorni ha diffuso Manuel Anselmi sul suo ruolo, la presenza e i riconoscimenti che ha ricevuto un America Latina, per rendersi conto di quanto detto.
Infine, sono arrivato all’evento curioso cui accennavo. Quando all’inizio degli anni 2000 cominciai a collaborare in maniera più sistematica con Leonardo Morlino, non sono riuscito dal trattenermi dalla mia coazione a scherzare. Ci trovavamo in via Francesco Valori (la sede della Cesare Alfieri dopo la storica sede di via Laura e prima di approdare al nuovo complesso di Novoli) e nel corso di una amabile conversazione esordii: “sa professore che a trovarmi a collaborare con lei mi viene in mente la risposta che Roberto Benigni diede al giornalista Vincenzo Mollica, che lo intervistava sulla sua partecipazione all’ ultimo film di Federico Fellini (morto poco dopo l’uscita del film) “La voce della luna”. A Mollica che aveva chiesto: “cosa ha provato a lavorare con Fellini?” Benigni rispose: “mi sono sentito come un falegname che va a bottega da San Giuseppe”. Morlino si mise a ridere, ma subito affermò: “c’è però un problema”. Quale? Risposi io, “Che non sappiamo se San Giuseppe fosse un buon falegname”. A mia conoscenza, ciò resta un’incognita. Sappiamo però, e la quantità di testimonianze arrivate in questi giorni da tutto il mondo lo dimostrano senza ombra di dubbio, che Leonardo Morlino è stato un grande “falegname”, un artigiano impareggiabile e, perciò, un Maestro della Scienza politica mondiale.
Francesco Raniolo