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In ricordo di Franco Cazzola

Nell’albero genealogico della scienza politica italiana, Franco Cazzola rappresenta la coscienza critica, ed etica. Un intellettuale mainstream, con le sue pionieristiche ricerche empiriche, con una metodologia puntigliosa di quando ancora, al posto del computer, si usavano i ritagli di giornale e i numeri calcolati a mano. Ma, al tempo stesso, un outsider rispetto all’establishment accademico che già si andava costruendo le sue liturgie e i suoi recinti. Franco no. La sua ragione scientifica era quella di varcare i confini, contaminare continuamente i saperi. E, soprattutto, tenere vivi i fermenti che la società scaraventava sul tavolo dello studioso. Riuscendo a coniugare come pochi, forse nessuno nella nostra disciplina, l’analisi rigorosa e il dubbio corrosivo sullo statuto profondo del reale. Un ricercatore accanito di quella che un tempo ancora usavamo chiamare la verità.

È in questo spirito – un tarlo esistenziale – che Franco ha costruito la sua eretica biografia professionale. Marciando su due binari paralleli, che riusciva splendidamente a fondere grazie alla sua vitalità prorompente: il lavoro di scienziato e l’impegno nell’agone politico. Due binari che per l’accademia emergente andavano tenuti separati, ma che nel Dna repubblicano erano stati spesso fusi insieme. Ricordo le mie letture giovanili sul Partito cristiano al potere, un libro che ricostruiva l’intreccio costitutivo – e costituzionale – dei grandi pensatori cattolici con la ricostruzione del paese. Un intreccio che la sinistra non sarebbe riuscita a coltivare. E che per il milieu universitario sarebbe diventato un tabù. Franco, invece, ne aveva fatto la sua disciplina interiore, ed il suo stile di vita.

La sua instancabile produzione di saggi sui temi chiave della politica italiana, sempre di enorme impatto pubblico, è ancora un punto di riferimento per le nuove generazioni di studiosi. Ed è facile rintracciarla nei ricordi ufficiali di Franco Cazzola. A me preme che resti viva anche la traccia – la fiaccola, direbbe Franco: la miccia – di una tensione ideale verso il mondo e la necessità di cambiarlo. Guardandolo dal verso giusto, il verso della giustizia sociale. E a partire da quelli che oggi in musica siamo tornati evangelicamente a chiamare ultimi. Ma che nel linguaggio di Franco, senza fronzoli, erano i lavoratori oppressi, e il loro diritto alla politica.

Mauro Calise