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Ricordando Leonardo Morlino

Leonardo Morlino e l’America Latina, un ricordo

In una fase molto difficile della mia carriera, una di quelle in cui si arriva perfino a meditare di cambiare mestiere, ho avuto la fortuna di incontrare per puro caso Leonardo Morlino. È anche grazie a lui se sono riuscito a superare quel momento.
Come è noto, fu preside della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Firenze, presidente della SISP e dell’IPSA, interlocutore dei più autorevoli protagonisti della scienza politica del secondo dopoguerra, e ha ricoperto incarichi di altissimo prestigio.
Meno nota è invece la sua attività nel mondo latino-americano, ambito di cui ho avuto il privilegio di essere testimone diretto e che merita oggi di essere ricordato.
Molti anni fa, al rientro da un viaggio, gli scrissi un’e-mail nel cuore della notte per chiedergli informazioni su una sua ricerca sulla qualità della democrazia in America Latina. A dire il vero, pensavo non mi avrebbe risposto. E invece, dopo pochi minuti, sarà stata mezzanotte, mi arrivò una mail: “Lei è Anselmi, quello del Venezuela, vero?”. Mi invitò a prendere un caffè, e già a quel primo incontro mi propose di collaborare con lui. Quell’approccio diretto, spontaneo e completamente aperto nei confronti di un giovane sconosciuto mi colpì profondamente. Col tempo, capii che era solo la cifra del suo modo di essere.
Poco dopo, mi propose di tenere con lui l’insegnamento di Democrazia e sviluppo in America Latina nei corsi di Scienze Politiche alla Luiss. Fu un’esperienza entusiasmante. Invitammo numerose personalità del mondo diplomatico latino-americano ed esperti di fama internazionale, molti dei quali suoi amici, come Manuel Alcántara Sáez, Torquato Di Tella, Simón Pachano, Francesco Ayala e Marianne Kneuer.
Altrettanto stimolante fu l’organizzazione di dibattiti su temi spesso controversi, se non apertamente in controtendenza rispetto al pensiero mainstream. Ricordo, tra tutti, un seminario sulla vicenda Malvinas/Falkland, che all’epoca destò non poche preoccupazioni tra i colleghi più prudenti, e conservatori, di quell’ateneo. Ma lui, coerente con la sua vocazione liberale e pluralista, allora in veste di prorettore, non esitò a sostenerlo.
Con la complicità, è il caso di dirlo, di Michele Sorice, ospitò la prima riunione della rete di studi sul populismo, che per molti di noi giovani ricercatori precari fu l’inizio di un percorso significativo.
Grazie al sostegno dell’ambasciata argentina, in particolare del viceambasciatore Carlos Cherniak durante la presidenza Kirchner, promuovemmo una campagna di sensibilizzazione sui figli dei desaparecidos in Europa.
Con una liberalità rara nel nostro ambiente condivise con me i suoi contatti latinoamericani, molti dei quali oggi sono cari amici e validi colleghi. Insieme, e con il sostegno della Fondazione IDEA e della rete FLACSO, organizzammo numerosi convegni sullo stato della democrazia in America Latina: Salamanca, Santiago, Cancún, Quito, tanto per citarne alcuni. Ogni volta era impressionante vedere quanto i suoi studi sulla democrazia avessero formato intere generazioni di studiosi del subcontinente. Camminava tra loro come un classico vivente. Non è un caso che oggi in Messico esistono due cattedre Leonardo Morlino.
C’è un aspetto della sua biografia poco noto ma che ritengo doveroso ricordare. Durante la dittatura di Pinochet, e poi per tutta la transizione democratica, Morlino partecipò attivamente ai lavori del Centro de Estudios de la Realidad Contemporánea (CERC) di Santiago del Cile, diretto da Carlos Huneeus, e alle riunioni, inizialmente clandestine, della Vicaría de la Solidaridad, promosse dal cardinale Raúl Silva Henríquez. Due realtà che ebbero un ruolo decisivo nell’elaborazione della nuova democrazia cilena e nella formazione di decine dei suoi futuri protagonisti. Un impegno che proseguì fino a pochi anni fa con la sua collaborazione al think tank socialista Fundación Chile 21, tramite l’allora direttrice Gloria de la Fuente, sua allieva e oggi viceministro degli Esteri nel governo di Boric.
Leonardo Morlino era uno di quegli studiosi la cui frequentazione, anche sporadica, poteva cambiare profondamente il modo di pensare di un giovane ricercatore, orientandolo verso le questioni fondamentali. Amava lavorare in squadra, ragionare insieme, confrontarsi senza pregiudizi, sempre con pacatezza e con un garbo d’altri tempi. Nel suo stile analitico e nel linguaggio puntuale e chiaro si riconosceva la matrice illuminista e riformista del suo pensiero. A cui si associava una profonda sensibilità per le questioni sociali, che negli ultimi anni si era espressa negli studi sulla disuguaglianza e la democrazia, scritti con Francesco Raniolo.
Sulla sua generosità risuona il celebre verso di John Donne: “Chi dà, libertà prende”; per il suo impegno civile, soprattutto in tempi così bui, si deve riformulare così l’antico adagio latino: “Democratiae servivit, posteritati reliquit spem”.
 
Manuel Anselmi