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Sisp Conference 2019

Paper Room

Section 10 - Studi regionali e politiche locali (Regional studies and local policies)

Managers: Mattia Casula (mattia.casula@hotmail.it), Patrizia Messina (patrizia.messina@unipd.it)

Panel 10.1 Sfide allo stato-nazione? Fenomeni regionalisti e indipendentisti in Europa/Challenges to the nation-state? Regionalist and pro-independence phenomena (I)

Chairs: Carlo Pala, Adriano Cirulli

Discussants: Daniele Petrosino

A Theoretical Reflection on the Aporia of Post-National Identity Discourses
Michel Huysseune
Abstract Most recent articulations of ethno-regional identities carefully position themselves within a post-national framework, in opposition to confrontational and ethnocentric versions of national identity. Such post-national articulations are, for example, typical of the new generation of Sardinian independence activists, or of the predominant version of the Catalan independence discourse. Even more conservative and less post-national movements, like the N-VA in Flanders, avoid antagonistic discourses against the community’s Other (the francophone Belgians). This evolution could be interpreted as consequence of the Europeanization of national and regional identities, a process that has also impacted on ethno-regionalist movements. However, while the EU envisions regions mainly as entities representing and defending specific interests, and mainstream regional identity discourses tend to focus on this interest dimension, ethno-regional movements continue to include a substantial historical and cultural dimension in their identity discourses. Their discourses are hence characterized by a tension between the affirmation of post-national values, including in many cases an explicit endorsement of a multi-cultural society and a vision on the nation that accepts and affirms the rights of immigrants, with a discourse equally strongly focused on the historical and cultural specificity of a particular territory. My intention is not to investigate this aporia as a form of ‘false consciousness’, but to propose a theoretical reflection on the relevance of history and culture for identity articulations by contemporary ethno-regionalist movements in Europe, building further on the contributions of, e.g., Benedict Anderson and Anthony Smith. For this purpose, I will analyze a number of cases of contemporary ethno-regionalist discourses on history, contextualizing them within broader debates on their region and state’s history and identity. On the basis of this analysis, I purport to offer a reflection both on the relevance of historical arguments and on the normative questions such use of history imply.

Dalla protesta al governo. I mutamenti contemporanei del nazionalismo còrso
Christophe Roux
Abstract Il nazionalismo còrso è stato a lungo una fonte di mobilitazione mirata alla difesa degli interessi regionali specifici dell'isola di fronte allo stato francese, sia nella forma di una richiesta di autonomia regionale che in quella più radicale dell'indipendenza. Dopo decenni in cui le forze nazionaliste sembravano condannate all'opposizione un cambio significativo è occorso: ha visto la fine della mobilitazione violenta e una strategia di inserimento nel sistema politico regionale al livello istituzionale grazie a una conquista chiara dei consensi nelle urne. Questo fenomeno ha portato a una svolta con dei governi a guida nazionalista per la prima volta nella storia dell'isola a metà dell'attuale decennio. Il paper si propone di ricordare le tappe di questo mutamento, di analizzarne le logiche e di valutarne la portata sia per lo stato centrale che per gli stessi nazionalisti còrsi.

Nazioni senza stato: dalle rivendicazioni culturali e identitarie a quelle politiche (e viceversa). Sardegna, Occitania, Friuli ed Europa
Marco Stolfo
Abstract Il riferimento alle specificità culturali, linguistiche, territoriali e più in generale identitarie di ciascuna comunità costituisce il fondamento delle rivendicazioni di carattere politico (dall'autonomia all'indipendenza) presentate da diverse “nazioni senza stato” d'Europa, in particolare dopo la fine della Seconda guerra mondiale e successivamente, in maniera ancor più rilevante, a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso. Elaborazioni teoriche e mobilitazioni politiche e sociali di questo genere hanno avuto come protagonisti individui singoli e soprattutto entità collettive (movimenti e partiti), in cui gli stessi individui hanno operato, la cui attività è stata particolarmente significativa proprio nel corso degli anni Sessanta, Settanta ed Ottanta del Novecento. Nei casi di Sardegna, Occitania e Friuli, nel periodo successivo, a partire dagli anni Novanta, si è assistito alla scomparsa o al “congelamento” di alcuni di questi soggetti politici (da Su Populu Sardu al Movimento autonomista occitano sino al Moviment Friûl), che è stata altresì contestuale con l'impegno di diversi dei loro esponenti in campo culturale, linguistico ed identitario, tra rivendicazione, mobilitazione e attività di carattere “tecnico”, “promozionale” e “professionale” (per esempio nel campo dell'informazione, dell'editoria, della linguistica applicata e della politica linguistica). Ci si propone, in particolare nei casi sardo, friulano e occitano dello Stato italiano, di presentare ed analizzare questo percorso alla luce tanto di una serie di dati oggettivi quanto in base all'esperienza di una serie di protagonisti di entrambe queste “stagioni” (persone attive in movimenti e partiti politici tra gli anni Sessanta ed Ottanta e successivamente protagonisti di attività e azioni in campo culturale, linguistico e informativo), come emerge da una serie di interviste condotte con gli stessi. In questo contesto si intende individuare i rapporti in essere – nelle diverse e distinte “fasi” dell'impegno politico e/o culturale – tra rivendicazioni e mobilitazioni politiche e rivendicazioni e attività di carattere “tecnico”, “promozionale” e “professionale” (nel campo dell'informazione, dell'editoria, della linguistica applicata e della politica linguistica). Si proverà inoltre a capire quale sia l'entità del passaggio dalla mobilitazione e dal'impegno politico ad una attività di carattere “tecnico”, “promozionale” e “professionale”, condotta anche in posizione di contiguità con le istituzioni regionali o – più genericamente – territoriali o addirittura direttamente all'interno delle stesse, domandandosi come questo cambiamento possa essere considerato più come un elemento di continuità oppure “di ripiego”. In questo percorso si intende altresì raccogliere il punto di vista dei protagonisti in merito alla dimensione europea, al processo di integrazione continentale e alle istituzioni che dello stesso sono nel contempo risultato e strumento, con riferimento al rapporto con le istanze di autogoverno e di affermazione positiva delle specificità linguistiche, culturali e identitarie delle rispettive comunità di appartenenza.

Unità nazionale, regionalismo differenziato e pluralismo dei valori
Luca Buscema
Abstract I presupposti assiologici che sorreggono il particolare assetto politico/costituzionale delineato in seno alla Costituzione italiana postulano, innanzitutto, la necessità di “sacralizzare”, sin dall’art. 1 cost., mediante il riferimento all’Italia, in luogo della locuzione “Stato italiano”, “l’identità etnica e l’unità spirituale della nazione in nome delle quali ebbe ad effettuarsi il processo di unificazione” (Mortati, 1975). Si suol dire, in tal senso, che l’Italia già esisteva prima che pervenisse ad unità statale, così come taluni comuni, sebbene remote e in parte immaginarie, origini storiche e culturali delle comunità stanziate all’interno dell’intera penisola (Croce, 1967). Nella medesima direzione si innesta l’identificazione dell’Italia con la Repubblica, protesa a sottolineare il momento unitario che raccoglie in sé le eterogenee e plurali articolazioni di cui lo Stato/ordinamento si compone, in vista dell’affermazione della sua unità ed indivisibilità, sottratta, in via assoluta, al pari della forma repubblicana, al potere di revisione costituzionale. Così, è proprio all’interno della Carta Fondamentale che sono riassunte, in senso unitario/identitario, tutte le singolarità proprie delle molteplici collettività locali radicate in seno alle diverse autonomie territoriali; la varietà delle tradizioni storico/culturali non inficia, in tale direzione, la ricerca di una sintesi assiologica in cui si riconosce il popolo italiano nella sua interezza, bensì contribuisce a connotare il pluralismo dei valori che permea lo Stato/comunità. In una stagione in cui maturano, con sempre maggiore intensità, rivendicazioni di ambiti di autonomia e specialità, seppur lecite ed anzi costituzionalmente ammesse, non va dimenticato il dibattito costituente, che pure introdusse per la prima volta l’autonomia regionale nel nostro ordinamento dopo lunghi e vivaci confronti, fermo nell’escludere concezioni che potessero anche solo apparire latamente riconducibili a modelli di tipo federalistico o addirittura di natura confederale, nonostante i particolari contesti sociali, economici ed anche internazionali in quel tempo esistenti almeno in alcuni territori regionali. Da allora, il processo di costituzione e perfezionamento di uno Stato unitario su base regionale ha certamente vissuto determinanti occasioni di valorizzazione delle regioni, divenute titolari di potestà ed attribuzioni sempre più consistenti, senza che, però, siffatto percorso abbia potuto scalfire, anche solo minimamente, l’unità nazionale. È stata sempre mantenuta vitale, cioè, l’esigenza di impedire che il riconoscimento di particolari forme di specialità potesse (rectius: ancor oggi possa) incidere sull’idem sentire de re publica e sulla effettività, all’interno dell’intero territorio nazionale, dei diritti inviolabili dei cittadini, il cui status civitatis si lega, indissolubilmente, allo Stato italiano, rispetto al quale il sentimento di appartenenza, in uno con i doveri di solidarietà politica, economica e sociale, non può essere sfumato al cospetto di un ossimoro sintetizzabile in un novello modello ideale di “regionalismo sovrano”. Ad esso, in realtà, va contrapposto un assetto valoriale che favorisca il regionalismo differenziato nel quadro di uno spirito di condivisione delle politiche di promozione e sviluppo del territorio nazionale apprezzato nel suo complesso, di modo che dal riconoscimento di legittime aspettative locali non ne derivi un progressivo scollamento tra collettività stanziate in zone tra loro (non solo) geograficamente lontane, bensì un effetto di circolazione di metodi e metodologie (di legislazione ed amministrazione), oltre che di risorse, capace di contribuire a rafforzare, pur nella diversità, la coesione assiologica, economica e sociale dell’intera comunità nazionale.

Panel 10.1 Sfide allo stato-nazione? Fenomeni regionalisti e indipendentisti in Europa/Challenges to the nation-state? Regionalist and pro-independence phenomena (II)

Chairs: Carlo Pala, Adriano Cirulli

Discussants: Michel Huysseune

Secessione ed autodeterminazione tra etnonazionalismi e sovranismi.
Daniele Petrosino
Abstract Il tema della separazione tra entità politiche territorialmente definite è centrale nelle dinamiche politiche dell’Unione Europea. Da una parte vi sono le rinnovate spinte indipendentiste e separatiste in molte aree del continente, dall’altra quelle alla limitazione della cessione di sovranità all’interno di stati dell’Unione fino alla richiesta di separazione ancora irrisolta del Regno Unito. Ciò che lega questi fenomeni è da una parte l’indebolimento dell’unità storica su cui si fonda l’Unione Europea – lo stato nazione – dall’altra l’esigenza di trovare una modalità di risoluzione pacifica per tali spinte. In questo contesto una situazione paradossale è costituita dall’Italia, in cui vi è contemporaneamente da parte del medesimo attore politico una spinta ad un processo di forte decentramento interno, al punto di poter parlare di una secessione soft, e dall’altra una spinta alla riduzione delle prerogative dell’Unione Europea rispetto allo stato italiano. I quattro casi presenti nell’UE (Scozia, Catalogna, Regno Unito, Italia), pur presentando grandi differenze sotto il profilo giuridico e politico, pongono questioni comuni, tanto procedurali, tanto legate alla formazione della comunità politica. Per affrontare adeguatamente i problemi posti da tali processi è necessario superare il nazionalismo metodologico presente sia nei nazionalismi statali sia in quelli delle minoranze territorialmente concentrate e presente in molta letteratura che analizza tali fenomeni. Se lo Stato-Nazione non può costituire l’orizzonte dato della comunità politica, il diritto di autodeterminazione richiede una profonda rielaborazione che contempli un diverso orizzonte. Il paper discuterà i temi emergenti da tali situazioni nel quadro di una teoria delle secessioni e del diritto all’autodeterminazione. Arrighi, J.-T.. «‘The People, Year Zero’: Secessionism and Citizenship in Scotland and Catalonia». Ethnopolitics, marzo 2019, 1–20. Bauböck, R.r. «A Multilevel Theory of Democratic Secession». Ethnopolitics, marzo 2019, 1–20. Connolly, C. K. «Independence in Europe: Secession, Sovereignty, and the European Union». SSRN Electronic Journal, 2013. Guibernau, M.. «Self-Determination in the Twenty-First Century». Ethnopolitics 14, n. 5 (2015): 540–46. Hobolt, S. B. «The Brexit Vote: A Divided Nation, a Divided Continent». Journal of European Public Policy 23, n. 9: 1259–77. Weller, M.. Escaping the Self-Determination Trap. BRILL, 2008.

WHAT IS THE PATRIA? REGIONALISM AND NATIONALISM IN THE LEGA
Marianna Griffini
Abstract In the 2018 Italian elections, the Lega scored sizeable electoral gains, garnering significant votes not only in Northern Italy, but also in the South. The sweeping nation-wide electoral success of the Lega signals the transformation that the party underwent from a regionalist to a nationalist identity. The fact that Salvini, the current leader, dropped the term ‘Nord’ from the party name in late 2017 is symptomatic of the party’s divorce from regionalism and shift towards nationalism. Nevertheless, given the Lega’s origins as a regionalist party anchored in the belief in the socio-economic cleavage between North and South, nationalism within the party cannot be uncritically taken for granted and needs to be problematized. Indeed, this paper seeks to investigate to what extent nationalism is actually ingrained in the current Lega and to what extent, instead, the current Lega still shows vestiges of regionalism. Analysing through Critical Discourse Analysis, which is particular useful to examine political discourse, semi-structured interviews with Lega representatives conducted between 2016 and 2018, this paper offers a nuanced view of the party’s attitudes towards nationalism. On one hand, the Lega predominantly espouses nationalism, considering Italy as its own patria, and sometimes even deploring the feeble Italian nationalism. Interestingly, the Lega’s nationalism is deeply entwined with racism, as the party transferred the figure of the dangerous Other from the supposedly parasitic and corrupt South to the seemingly criminal and inferior immigrants. In doing so, the Lega embraces an ethno-cultural type of nationalism. Nevertheless, this prevailing trend that sees the Lega adopt nationalism may obscure the less frequent, but nonetheless present, Lega representatives’ views showing the persistence of the attachment to local identity as opposed to national identity, the bitter antagonism against the concept of the patria, and the hostility against the South.

Les espaces de sociabilité des communautés de langues régionales : entre production et évitement des mouvements sociaux en Bretagne et en Lusace.
Jeanne Toutous
Abstract Notre proposition de communication s'intéresse aux fonctions sociales et politiques des espaces de sociabilité investis par les militants des langues régionales et minoritaires en Bretagne (France) et en Lusace (Allemagne). Par espaces de sociabilité, nous entendrons les lieux spatiaux et temporels où se rencontrent les défenseurs des langues bretonnes, gallèses, hautes-sorabes et basses-sorabes1, que ces lieux soient formellement militants, semi-formels, ou informels, où « la séparation entre les temps quotidien et politique (…) n'est pas aussi brutale que cela » (Perrot, 1974 in Offerlé, 2008 : 197). Bien qu'il ne s'agisse pas de leur finalité explicite, ces espaces fluctuants, activateurs d'identités communautaires, peuvent ainsi servir de « sas d'entrée » (Renou, 2005 : 506) vers des formes plus ou moins politisées d'action collective. Si la sociologie des mobilisations s'est penchée sur les effets sociaux de ce type d'espaces, il nous semble que les regional studies se sont davantage focalisées sur les phénomènes régionalistes et nationalistes à l'échelle macrologique. En ouvrant la boîte noire des espaces de sociabilité en tant que communautés de pratique (Wenger, 2005) et de discours (Eliasoph, 2010), nous proposerons de travailler la tension entre l'antichambre de mouvements sociaux nationalitaires qu'ils peuvent constituer et leur caractère parfois isolé,« close to home », cultivant « l'évitement du politique » (Eliasoph, 2010 : 18). Nous considérerons les mouvements sociaux comme un type d'action collective concertée en faveur d'une cause impliquant l'identification d'un adversaire (Neveu, 2011), et l'évitement du politique comme une absence de montée en généralité ou de référence à « l'esprit public » (Eliasoph, 2010 : 20). En effet, une enquête de terrain commencée en 2016 au sein des communautés linguistiques minoritaires de Bretagne et de Lusace et dominée par la pratique de l'observation participante nous a incités à saisir le rôle majeur joué par des espaces tels que les fêtes traditionnelles, les réunions de parents d'élèves d'écoles en langue régionale, les cérémonies religieuses, les clubs de conversation ou centres d'apprentissage des langues, les représentations de contes et de théâtre, les rituels ruraux, les conversations au café, ou encore la préparation de manifestations culturelles dans la production d'identités nationalitaires activées ou non par le biais de mouvements sociaux dirigés vers l'État-Nation. L'analyse du matériau recueilli nous permettra ainsi de répondre à la question suivante : dans quelle mesure les espaces de sociabilité infusent-ils les modalités de l'engagement nationalitaire dans la vie quotidienne des militants du breton, du gallo, du haut-sorabe et du bas-sorabe?

Panel 10.2 TRA UNIVERSITÀ E CITTÀ. PERCORSI DI TRASFORMAZIONE URBANA, POLITICA E SOCIALE DA NORD A SUD.

Chairs: Patrizia Messina, Lorenza Perini

Discussants: Francesca Gelli

Il decentramento universitario in aree suburbane quale fattore catalizzatore di dinamiche cittadine. Il caso dell’area di Napoli est.
Stefano De Falco, Stefania Cerutti
Abstract Il rapporto tra università e città non è sempre stato un rapporto idilliaco, anche per università prestigiose quali ad esempio quella di Cambridge, dove vigeva una forte contrapposizione resa nota dalla celebre storica dizione "Town and Gown" (città e toga). Queste ricorrenti iperboli storiche sono rappresentative del più diffuso scenario caratterizzato dalla frattura, fisica e culturale, tra sedi universitarie e territorio. Tuttavia, tale rapporto si sta evolvendo in questa era di urbanizzazione globale: i processi di massificazione hanno alimentato l'espansione del numero e dimensioni delle università nella maggior parte dei paesi e, alla scala urbana, hanno capillarizzato le sedi accademiche (Addie et al., 2015). Le città, da parte loro, considerano sempre più le università come un prerequisito infrastrutturale essenziale per competere sia a livello locale che globale attraverso una convergenza di vita accademica e sociale, driver dello sviluppo creativo e input progettuale alla riqualificazione culturale del territorio e alla integrazione sociale, soprattutto nelle aree suburbane. Nel presente contributo, tali paradigmi sono analizzati e declinati al caso particolare della realtà suburbana, che registra negli ultimi anni diversi casi di nuovi insediamenti universitari. In particolare, viene proposto un focus sull’area orientale di Napoli divenuta di recente polo accademico e tecnologico di rilevanza internazionale grazie alla creazione di un campus universitario decentrato e all’insediamento, nell’area, delle Academy delle più importanti multinazionali del settore hi tech (Apple, Deloitte, Cisco, Tim, FS). Ultima, in ordine di tempo, conferma delle positive esternalità e riverberazioni sulle dinamiche urbane che sta giungendo dall’area di Napoli est è la recente notizia diffusasi su diversi quotidiani nazionali ed internazionali in merito al fatto che il Campus dell’Università degli Studi di Napoli Federico II a San Giovanni a Teduccio, periferia di Napoli, è risultato essere uno dei progetti migliori d’Europa realizzati con i fondi dell’Unione. La direzione generale Politiche Regionali della Commissione ha addirittura incluso il progetto in una ristretta lista di interventi a cui dedica uno speciale programma di comunicazione denominato #EUinmyRegion, che durerà un mese.

L'abitare nelle città universitarie nella dimensione regionale del diritto allo studio. L’università metropolitana nella dimensione internazionale. L’università elastica
Lorenza Perini, Francesco Carbone
Abstract La ricerca che proponiamo si concentra sulle relazioni che intercorrono, dal punto di vista della mobilità e dei trasporti, tra l’assetto territoriale e urbano della città di Padova e la sua università. Si tratta di due “entità” fortemente e storicamente interconnesse, tanto che non si parla per Padova di “città studi”, ma direttamente di “città universitaria” (Bender, 1988), due entità, tuttavia, fortemente sproporzionate: Padova città medio piccola (210.000 abitanti, in calo) e Università con un numero di iscritti pari a 60.000 unità, che la colloca secondo i parametri ministeriali tra i mega-atenei italiani. Tale situazione, con tutti i suoi vantaggi e svantaggi dal punto di vista economico territoriale, sta diventando sempre più non tanto un problema, quanto un “tema di discussione”, presente nell’agenda politica sia degli amministratori locali che della govenance universitaria. Che cosa è cambiato nell’ultimo decennio nel sistema di attrattiva degli studenti verso Padova e nel loro modo di fruire la città? UNIPD ha sempre svolto una funzione di fortemente attrattiva rispetto non solo all’area metropolitana del Veneto centrale, suo naturale bacino d’utenza studentesca, ma anche rispetto al resto del territorio nazionale e per molti versi anche rispetto al panorama internazionale. Che cos’è cambiato nell’ultimo decennio per cui l’equilibrio città-università, dal punto di vista dei servizi (casa, trasporti) sta diventando sempre più un problema? Si tratta anche in questo, come in molti altri casi, di “effetti” ritardati e subdoli della crisi economica mondiale? La ricerca individua due momenti chiave di lungo periodo relativamente la “cambiamento”: il 1977/2007, nella prospettiva dell’università di massa, e il periodo 2007-2017, il decennio della crisi, orientato verso un ripensamento variamente articolato dell’offerta. L’ipotesi è che, anche a causa della crescita delle università limitrofe e seguendo un’organizzazione non certamente federativa quanto piuttosto un’offerta formativa “fotocopia”, Padova abbia visto progressivamente assottigliarsi l’area di gravitazione studentesca (Bagnasco, 2004). La propria vocazione da universale e nazionale sarebbe via via divenuta sempre più locale, verso una dimensione metropolitana. L’ipotesi è che la crescita di altri atenei abbia creato sovrapposizione e mobilità contrapposta e conseguentemente erosione del bacino d’utenza privilegiato (Dotti, 2007). Nell’ultimo decennio questo fenomeno si sarebbe poi intensificato affermando la figura dello studente pendolare e a basso costo, utente di un’università diffusa nella città che scarica i costi dei servizi abitativi e di mobilità non erogati sulle famiglie degli studenti e sugli abitanti della città, in termini di consumo e congestione del territorio (Martinelli-Savino, 2015).

La casa degli studenti. Un’indagine sul processo di studentification nella città di Bologna
Alessandro Bozzetti, Nicola De Luigi, Marco Guerzoni
Abstract Il paper si propone di indagare il rapporto tra città e università focalizzando lo sguardo sul processo di studentification. Nato nel contesto britannico per connotare in forma spesso negativa la formazione di ghetti studenteschi nei contesti urbani sede di università, a partire dai primi anni duemila il concetto di studentification è stato concettualizzato come un processo di trasformazione socio-spaziale conseguente alla presenza crescente e significativa di studenti universitari provenienti da altre città e altri paesi nei centri urbani e alla loro concentrazione in alcuni quartieri della città (Rugg et al., 2000 e 2002; Smith, 2005 e 2008; Sage et al., 2012; Tallon, 2016). A partire dai risultati di una survey che ha interessato oltre 10.000 studenti dell’Università di Bologna, il processo di studentification è indagato rispetto alle scelte e alle condizioni abitative della popolazione studentesca. Nello specifico, la survey permette in primo luogo di ricavare un quadro dettagliato delle carriere abitative degli studenti, delle modalità e dei canali di ricerca, delle difficoltà incontrate, delle caratteristiche dell’abitazione e della loro distribuzione spaziale. In secondo luogo, consente di rintracciare i fattori di natura socio-economica e culturale che concorrono ad influenzare le carriere abitative. In terzo luogo, è utile – se associata ad altri dati ecologici relativi al contesto urbano di riferimento – per approfondire le interazioni più significative con altri processi di natura sociale, economica e culturale caratterizzanti la trasformazione del contesto urbano cittadino. Il mercato delle residenze per studenti universitari è letto, all’interno di questa indagine, come un mercato sui generis, non unicamente interpretabile secondo la logica dell’azione economica o della regolazione istituzionale, ma influenzato anche da meccanismi e processi di natura sociale e culturale. L’accesso alla casa degli studenti universitari e le condizioni dell’alloggio sono dunque ambiti privilegiati tramite cui osservare il più ampio rapporto dinamico tra città e università, due realtà entrambe in forte trasformazione. Indubbiamente in questi ultimi anni tanto la città di Bologna, quanto l’Università sono state interessate da intensi e accelerati processi di trasformazione. L’Alma Mater ha conosciuto un significativo rafforzamento e consolidamento della sua capacità di attrarre studenti da altre regioni e altri Paesi, confermandosi tra gli Atenei italiani che contano più di 40.000 iscritti (i cosiddetti mega Atenei statali), quello che totalizza la percentuale di studenti “fuori sede” più elevata. Al tempo stesso la città ha espresso una inedita capacità di attrazione dei flussi turistici che ha inevitabilmente impattato anche su un mercato immobiliare già sotto tensione, alimentando una crescita del segmento di mercato rivolto agli affitti a breve termine attraverso l’utilizzo di piattaforme di home-sharing come Airbnb, a scapito di quello rivolto agli studenti universitari. Il processo di studentification ha espresso dunque una domanda di alloggi che fatica a trovare risposte adeguate a livello cittadino, malgrado anche l’offerta elevata di posti letto allocati attraverso graduatoria, stilata in base a requisiti di merito e di reddito. Gli studenti universitari – una categoria che peraltro racchiude profili piuttosto eterogenei in termini di aspettative e progetti di vita e modalità di interpretare la figura dello studente – entrano così in competizione con altri gruppi sociali, rivelandosi ad esempio un tipo di domanda particolarmente conveniente per i proprietari di abitazioni in determinati quartieri rispetto ai nuclei familiari più tradizionali, ma tendenzialmente meno vantaggiosa rispetto ad altri (turisti e professionisti). Inoltre, queste difficoltà vanno a sommarsi ad altri elementi problematici che da tempo contraddistinguono il mercato degli affitti bolognese, quali costi già estremamente elevati, la presenza rilevante di affitti in nero e la non trascurabile diffusione di soluzioni abitative inadeguate in termini di rispetto degli standard minimi di abitabilità. In definitiva, indagare le caratteristiche della condizione abitativa degli studenti permette osservazione le forme di interazione tra città e università, fornendo elementi conoscitivi utili a prevenire e governare i possibili impatti che possono derivare sul piano cittadino dalla sovrapposizione di diversi processi di trasformazione urbana di cui certamente la studentification è parte. Riferimenti bibliografici (parziali) Rugg, J., Rhodes, D. & Jones, A. (2000) The Nature and Impact of Student Demand on Housing Markets (York: York Publishing Services for the Joseph Rowntree Foundation). Rugg, J., Rhodes, D., & Jones, A. (2002). Studying a niche market: UK students and the private rented sector. Housing studies, 17(2), 289-303. Sage, J., Smith, D. and Hubbard, P. (2012). The rapidity of studentification and population change: there goes the (student)hood. Population, space and place, 18, 597-613. Smith, D. (2005). ‘Studentification’: the gentrification factory?. In: Atkinson, R. and Bridge, G., eds. Gentrification in a global context: the new urban colonialism. Housing and Society Series. Routledge, UK, 72-89. Smith, D. (2008). The politics of studentification and ‘(un)balanced’ urban populations: lessons for gentrification and sustainable communities?. Urban Studies, 45(12), 2541-2564.

Università & Città. Distanze, legami, opportunità
Marina Arena
Abstract Territorio-Sapere-Società è il trinomio attorno al quale si sostanzia la missione dell’Università intesa come soggetto al servizio della collettività, fattore primario del sistema-comunità e motore di crescita territoriale in grado di innescare politiche e definire nuovi modelli di sviluppo urbano per la città, stimolando l’innovazione di un’economia più competitiva e dinamica fondata sulla conoscenza. Oggi l’Università – luogo di produzione del sapere per eccellenza – deve riuscire a conciliare le esigenze sociali e culturali con quelle di competenza e professionalità, in un continuo e forte legame con il luogo che le ospita, diventando parte integrante di esso e non, come spesso accade, impenetrabile torre d’avorio. L’osservazione delle dinamiche, evolutive e interagenti, tra il sistema urbano e quello universitario va condotta tenendo conto dei rapporti di forza tra i due, della reciproca compatibilità, degli effetti indotti dall’uno sull’altro. Da un esame delle scelte localzzative nasce una casistica pressoché infinita, dove i parametri dell’organizzazione didattica si intrecciano con quelli delle scelte urbanistiche, dando vita ad una gamma molto vasta di soluzioni e modelli: dall’università decentrata nel territorio a quella intesa come nucleo urbano satellite, dall’università integrata nel tessuto urbano a quella dispersa nella periferia urbana, dall’università come nucleo autonomo nella città a quella diffusa nel centro urbano, ecc. I casi studio affrontati rappresentano tre differenti realtà: Amburgo come esempio di università dentro la città; Udine come modello di università diffusa con sedi periferiche; e infine il caso di Cosenza con l’UniCal, Campus universitario di Arcavacata, per il quale la “diversità” rispetto alla città si concretizza in una vera e propria separazione fisica, quasi ad evitare il mescolarsi di idee e valori o pericolose intrusioni.

Panel 10.3 Populism and Sub-National Governance

Chairs: Eliska Drapalova, Fred Paxton, Davide Vampa

Populist parties and migration policies in Italy between multi-level governance into inter-level conflict: the case of Northern League
Angelo Scotto
Abstract This paper focuses on how the Northern League, the main populist party in Italy, has used local migration policymaking to enhance its popularity and electoral appeal. Even before the shift toward radical right-wing stances promoted by its current leadership, the League has been the most vocal party against immigration, and the promoter of strict policy on the issue, for what concerns both the management of migration flows and the social inclusion of immigrants. At the same time, unlike many other European populist parties, the League has an established government experience, both at the national level (2001-2006; 2008-2013) and, especially at local level, since its strong roots in the Northern regions of Italy allowed it to be and stay in charge of several local governments even when it was weaker at the national level. Thus, the League has already dealt on the matter of implementing its anti-immigration stances in actual policies. Here I will analyse the migration policies of local governments held or participated by the League in Northern Italy in the last decade (2009-2018). While there is not a single pattern, since the manoeuvre margin varies a lot depending on whether the party governs alone or in a centre-right coalition, it emerges that stricter local migration policies promoted by Leaguist administrators have been used as a tool for the party’s propaganda at the national level When the League is governing nationally, local policies are used to implement their program, but also for going beyond and promoting stricter measures than the ones consented by coalition allies. When the League is at opposition, its local and regional administrators often engage in confrontation with the national government (and with other local administration as well) on the management of immigration, sometimes promoting measures that challenge the governmental lines of intervention. Consequently, policies are not considered as means to solve the public problems raised by the presence of migrants and foreign residents, but as instruments to promote the party’s core message on immigration, and this approach influences the way Leaguist administrators deal with the other actors of policymaking. In this paper, I will focus on the relationship between the League’s stances on immigration at the national level and the repercussions on local policies, their evolution in the last ten years and the different frames used by Leaguist policymaker to promote stricter migration policies.

Techno-populism in European cities. The implementation and use of ICT technology by populist mayors.
Eliska Drapalova
Abstract Although scholarly interest in populist parties is at its highest, the interaction between populism and local government politics is still a marginalised topic. This paper aims at filling the ‘sub-national gap’ by exploring the intersection between populist discourse, technocratic management and technology in three European cities. Mainly, it analyses how these populist leaders deploy technocracy and technology as means to limit/transform the two mechanisms of accountability: administrative checks and balances and citizen participation. Technology can play an important role in guiding the link between the leader and citizens as well as increasing the control over the local bureaucracy. The value proposition of this approach is that data-driven and ICT-based public sector innovations can be effective means to counterbalance the shortcomings of electoral politics, especially its short-termism and clientelism, as well as those of the traditional rule-based bureaucracy (Shim and Eom 2008). This paper evaluates the populist strategies and the impact of ICT tools on local public administration. Concretely this paper will assess how technology contributes to the elements of administrative regression: i) centralisation of administrative structures, ii) disciplining the bureaucracy, iii) controlling societal participation and iv) reinterpretation of the norm of neutrality. This paper contributes to the discussion on populism by examining its symbiosis with technology in urban governance. While a select number of contributions have pointed to the intersection of populism and technocracy (Drapalova and Wegrich 2019, Caramani 2017; Bickerton and Accetti 2017), the interaction between populism and technology to control citizens and administration has not been addressed so far. This paper draws on a qualitative case study of three large cities in Europe governed by populist parties and leaders: Barcelona, Prague, and Rome. The paper analyses local and national newspapers and city government documents as well as secondary literature and academic publications.

Window Dressing? The Mainstreaming Strategy of the Rassemblement National in Power at the Local Level of Government
Fred Paxton, Timothy Peace
Abstract Existing research is conflicted over the extent to which populist radical right parties retain and implement their ideology when in government or are ‘tamed’ by the experience. This paper analyses the exercise of power of the Rassemblement (formerly Front) National (RN) at the local level of government and the extent and manner of mainstreaming there evident. A municipal level focus enables the novel inclusion of the RN into this debate, and an investigation of the mainstreaming process in this often neglected arena. We conduct a case study analysis of the RN leadership of local government in Hénin-Beaumont: the political base of Marine Le Pen since 2007 and an important symbolic location in the recent ‘de-demonisation’ strategy of the party. Since 2014, its local government has been led by the RN and described as a 'vitrine', or showcase, through which to observe the party in power. We analyse the policy and discourse of the RN administration through qualitative content analysis of mayoral statements and semi-structured interviews with senior elected officials from the party and opposition. A paired comparison is made with a similar nearby city, Lens, which is instead led by the centre-left. We find the distinctive features of the RN-led local government are a policy focus upon budgetary stability and cultural events, along with a discursive focus on their own competence and responsiveness to public opinion. They also devote a relatively high amount of attention to their political opponents from the previously governing centre-left and the local media. The results support the ‘pothole theory’ of democracy, according to which participation in government tames radical parties due to the prioritisation of mending mundane problems of daily life rather than radical ideological aims. In addition, our findings show the strategic function of populism, as the RN seeks to break the old consensus and form a new local hegemony.

Panel 10.4 "Road to nowhere? Politica e politiche dei comuni oltre la crisi"

Chairs: Cristina Dallara, Giulio Citroni

Discussants: Tommaso Vitale

Esternalizzazione di servizi sociali e dilemmi di regolazione nel welfare sussidiario. Una ricerca in tre città del Sud.
Emanuela Chiodo
Abstract La pluralizzazione del welfare (Paci 1982; 1989; Ranci 1999) in Italia è storicamente consolidata ed è alla base di un mix pubblico-privato che, negli interventi socio-assistenziali, si definisce ben prima di una sua disciplina formale, tramite lo sviluppo di «una società di servizi, in luogo di uno Stato di servizi» (Pastori 2003, 54). A partire dagli anni Novanta, però, il risparmio nel costo dei servizi sociali e una gestione più efficace/efficiente degli stessi diventano le convinzioni che più di altre improntano l’istituzionalizzazione della partnership pubblico-privato nel welfare locale e che, in linea con i principi ispiratori del NPM, incentivano un ricorso sempre più diffuso alle pratiche di esternalizzazione (Baines 2004) configurandosi, insieme al decentramento amministrativo di funzioni e competenze in materia di assistenza sociale, come dimensioni costitutive dei processi di rescaling delle politiche sociali (Pavolini 2003; Ferrera 2005; Kazepov 2010). Se il peso del mix pubblico - privato (sociale) nell’offerta di servizi e interventi nel welfare locale - ampiamente valorizzato dalla legge quadro di riforma dell’assistenza (l. 328/2000) e dalle leggi regionali di attuazione - è, quindi, un dato acquisito dell’impianto sussidiario nell’offerta di servizi socio-assistenziali, meno manifesti e meno scontati sono gli orientamenti, le modalità, le strategie, i conflitti che informano l’azione della pubblica amministrazione nella gestione indiretta di tali servizi in termini di responsvness, accountability, ma anche di qualità democratica (Raniolo 2009). Le considerazioni tratte dalla letteratura sugli strumenti di policy secondo cui la consapevolezza e la coerenza dimostrata dai decisori nella selezione e nell’utilizzo degli strumenti (il contracting out) non possono essere date per scontate, né la loro automatica traduzione in pratica può essere assunta come uniforme o priva di contraddizioni (Hood 2007; Capano e Lippi 2010), valgono per tutti i servizi di interesse generale e ancor più per quelli di utilità sociale a causa degli importanti fattori di contesto in cui le opportunità e i vincoli per la regolazione degli strumenti contrattuali si inscrivono. Nel caso dei servizi socio-assistenziali, la paradigmatica differenziazione dei sistemi locali di protezione sociale (Kazepov e Barberis 2013) obbliga, infatti, a interrogare la gestione delle esternalizzazioni negli enti locali secondo «un’ottica decentrata» (Bevir 2002), ovvero secondo un approccio necessariamente contestualizzato in grado di cogliere la regolazione del rapporto pubblico-privato nelle sue ambivalenze, nelle possibili sovrapposizioni e contraddizioni (Cazzola 1994; Cella 2006), sullo sfondo di un progressivo rafforzamento di importanti disuguaglianze territoriali nei diritti sociali tra Nord e Sud del paese. Nel paper si riportano i risultati di una ricerca Prin condotta tramite studi di caso in tre comuni di grandi dimensioni del Sud Italia (Napoli, Bari e Reggio Calabria). Lo scopo perseguito è stato quello di indagare empiricamente le condizioni entro le quali si svolge il contracting out in alcuni specifici campi di politica sociale, nelle aree della prima infanzia (asili nido) e della non autosufficienza (assistenza domiciliare ad anziani e disabili). In base all'approccio utilizzato, gli studi di caso, offrono adeguato risalto ai fattori di contesto e permettono di comprendere «quale ruolo giochino gli strumenti nelle reti in cui si inseriscono, di quali idee siano portatori, quale definizione dei problemi contribuiscano a consolidare, quali relazioni inducano gli attori a instaurare» (Cerruto, Citroni, Dallara 2017, p. 395). A soli fini espositivi, l’analisi presentata nel paper segue in maniera lineare le fasi di un ipotetico ciclo di contracting-out, partendo dalla definizione dei bisogni, passando per la decisione sulle modalità di gestione dei servizi, fino ad arrivare al controllo dell’esecuzione del contratto. Queste alcune delle domande di ricerca a cui nel testo si tenta di rispondere: quale competenza viene messa in campo dagli enti locali per definire i contenuti dei contratti, per deciderne l'attuazione e per monitorarne l’esecuzione? Quali cambiamenti organizzativi e strutturali si rendono necessari per gestire le attività derivanti dalla stipula dei contratti? Quale grado di responsabilità è esercitato nel monitorare l'esternalizzazione di servizi sociali ad alta intensità relazionale per la tutela e la promozione degli interessi e dei diritti dei beneficiari? Qual è il ruolo degli organi politici, e quanta la loro consapevolezza delle poste in gioco? Quali ripercussioni sul rapporto tra politica e amministrazione? Poiché il ruolo e il potere regolativo esercitati dalle autorità pubbliche nel governo dei contratti offre anche indicazioni sul welfare mix esistente, il paper prova a indagare anche: quali mutamenti/persistenze nelle relazioni/interazioni con gli enti e le organizzazioni del privato sociale affidatarie dei servizi? Quale logica di selezione si realizza tramite le procedure di autorizzazione e accreditamento? Quanta competizione (esternalizzazione) e/o quanta cooperazione (sussidiarietà) nell’offerta di servizi socio-assistenziali? Quale ruolo della fiducia, delle relazioni, e in genere di elementi “extra-contrattuali” nella definizione dei contratti e nell’esercizio del controllo? BIBLIOGRAFIA Baines D., (2004), Pro-market, non-market: The dual nature of organizational change in social services delivery, in «Critical Social Policy», 1, pp. 5-29. Balboni E. et al. (a cura di) (2003), Il sistema integrato di interventi e servizi sociali, FrancoAngeli, Milano. Bervir M. (2002), Una teoria decentrata della governance, in «Stato e mercato», 3, pp. 467-492. Capano G., Lippi A., (2010), Gli strumenti di governo stanno cambiando? Aspetti teorici e problemi empirici, in «Rivista Italiana di Politiche Pubbliche», 2, pp. 5-30. Cazzola F. (1994), Nodi e frammenti, Rubbettino, Soveria Mannelli (Cz). Cella G.P. (2006), Tracciare confini, il Mulino, Bologna. Cerruto, M.; Citroni, G.; Dallara, C., (2017), Il «contracting out» come problema di organizzazione, amministrazione e policy, in «Amministrare», 3, pp. 373-404. Ferrera M. (2005), The Boundaries of Welfare. European Integration and the New Spatial Politics of Social Solidarity, Oxford University Press, Oxford. Hood C., (2007), Intellectual Obsolescence and Intellectual Makeovers: Reflections on the Tools of Government after Two Decades, in «Governance», 1, pp. 127-144. Kazepov Y, Barberis E. (2013), Il welfare frammentato, Carocci, Roma. Kazepov Y, Barberis E. (2013), Il welfare frammentato, Carocci, Roma. Kazepov Y. (2010), (Ed.), Rescaling Social Policies: Towards Multilevel Governance in Europe, Ashgate, Farnham. Paci M. (1982), Onde lunghe nello sviluppo dei sistemi di welfare, in «Stato e mercato», 6, pp. 345-400. Paci M. (1989), Pubblico e privato nei moderni sistemi di welfare, Liguori, Napoli. Pastori G. (2003), Pubblico e privato nei servizi sociali, in Balboni E. et al. (a cura di). Pavolini E., 2003, Le nuove politiche sociali: i sistemi di welfare fra istituzioni e società civile, Il Mulino, Bologna. Ranci C. (1999), Oltre il Welfare State, il Mulino, Bologna. Raniolo F. (2009), Sui sovvertimenti della qualità democratica nel Mezzogiorno, in Costabile A. (a cura di), Legalità, manipolazione, democrazia, Carocci, Roma.

Le pratiche collaborative per la co-produzione di beni e servizi: quale ruolo per gli enti locali?
Stefania Profeti, Valeria Tarditi
Abstract Ormai da qualche anno, le pratiche collaborative per la produzione di beni e servizi a livello locale sono oggetto di un rinnovato interesse da parte di osservatori e studiosi, posizionandosi a cavallo di vari filoni di indagine (smart cities, sharing economy, coproduzione) e mobilitando tradizioni di ricerca differenti (studi sull'amministrazione, analisi delle politiche pubbliche, studi sulla governance urbana). Rispetto a questo punto, due questioni meritano particolare attenzione: la prima di carattere analitico, e la seconda di ordine pratico. In primo luogo, come spesso accade con i temi di ricerca "alla moda", il concetto di collaborazione ha progressivamente subìto un processo di dilatazione semantica, con una estensione dei referenti empirici che spazia oggi dalle pratiche di democrazia partecipativa, passando per varie forme di partenariato pubblico-privato, fino ad arrivare alle relazioni peer to peer legate all’economia di piattaforma. In secondo luogo, la crescita dell’interesse per questo tipo di pratiche da parte sia delle amministrazioni locali che dei practitioners può generare tendenze isomorfiche ed effetti bandwagon, conducendo verso l’importazione di modelli che non sempre si rivelano adeguati per i diversi contesti di riferimento. Infatti, se è vero che le pratiche collaborative possono apportare dei vantaggi nelle relazioni di interdipendenza e reciproca valorizzazione tra istituzioni/cittadini/attori privati, allo stesso tempo esse costituiscono una sfida per la capacità di governo o regolamentazione da parte delle istituzioni locali, che devono fare i conti con la scelta degli strumenti più idonei alle caratteristiche strutturali dei propri territori e delle proprie macchine amministrative. È partendo da queste premesse che questo saggio si propone un duplice scopo: a) passando in rassegna le pratiche di collaborazione per la produzione di beni e servizi di interesse pubblico, delimitarne i referenti empirici in modo da ricondurre il fenomeno entro un quadro concettuale più nitido; b) adottando un approccio di analisi delle politiche pubbliche, e facendo ricorso alla categoria analitica degli strumenti di policy, provare a mettere ordine nella scatola degli attrezzi a cui gli enti locali possono attingere per governare - laddove ne abbiano l’intenzione – questo tipo di pratiche. Oltre a ciò il paper, che ha carattere essenzialmente esplorativo, si propone di individuare eventuali regolarità o dissomiglianze nelle strategie adottate dagli enti locali per promuovere, supportare o addirittura guidare le pratiche di collaborazione, al fine di ragionare sul possibile ruolo che essi possono giocare nell'ambito di tale fenomeno, e sui limiti che possono caratterizzare la loro azione. A tal fine, oltre a poggiare su un’ampia rassegna della letteratura esistente e sulla documentazione reperibile sui portali delle singole amministrazioni locali, il paper fa leva sui risultati di un focus group con i rappresentanti politici e amministrativi di tre città italiane (Milano, Bologna, Torino) condotto nell’ambito del Progetto Jean Monnet “Eucities” sui comuni e l’economia collaborativa, oltre che su alcuni colloqui informali con amministratori ed esperti del tema.

Il ceto politico locale del cambiamento
Lucia Montesanti
Abstract Dagli anni ’90 in poi, il governo locale sta vivendo una rivoluzione permanente (Raniolo 2013), che ha prodotto significativi cambiamenti in tutte le dimensioni del sistema amministrativo (Capano, Gualmini 2011) e nelle modalità di scelta, elezione o nomina, del proprio personale politico (Montesanti 2010, Vandelli 2018). La dimensione locale della politica acquisisce dunque maggiore centralità (Magnier 2002) e il ceto politico locale un nuovo protagonismo. Gli studi si sono concentrati in prevalenza sulla figura del sindaco (Baccetti 1998; Lanza, Timpanaro 1997), lasciando quasi inesplorata la giunta ed i consigli comunali (Brancaccio 2012; Del Re 2004; Raniolo 2007). L’obiettivo di questo paper è quello di presentare una mappatura del ceto politico dei capoluoghi di provincia dell’Italia. L’attenzione sarà rivolta principalmente agli assessori delle politiche sociali ed ambientali, ma anche ai sindaci, legato ai primi da uno stretto rapporto fiduciario. A questo scopo verranno utilizzate le tradizionali categorie socio-anagrafiche (genere, età, titolo di studio e occupazione lavorativa) così da delineare un profilo identitario di queste figure istituzionali, evidenziando in quei comuni ove ci sia stato un cambio di colore politico se ciò ha comportato delle trasformazioni anche nelle caratteristiche dei suddetti membri della giunta. Ci sono differenze sostanziali fra i profili degli assessori presi in esami nei comuni amministrati dal Partito Democratico, la Lega e il Movimento 5 Stelle? Alcuni caratteri socio-anagrafici, quali ad esempio il genere, tendono a prevalere o meno in alcuni assessorati? Quanto conta uno specifico titolo di studio nel ricoprire determinate cariche pubbliche? Questi sono alcuni degli interrogativi a cui la nostra analisi empirica cercherà di rispondere, fornendo un primo quadro del fenomeno in oggetto. Bibliografia Baccetti C., (1998), I primi quattro anni dei sindaci eletti direttamente (1993-1997), in Amministrare, 2, pp. 173-192. Brancaccio L., (2012), Dall’assistenza fiscale al consenso elettorale, in Il Mulino, 2, pp. 262-271. Capano G., Gualmini E., (2011), Le pubbliche amministrazioni in Italia, Il Mulino, Bologna. Lanza O., Timpanaro D., (1997), Che cosa cambia con l’elezione diretta del sindaco? Alcune risposte dall’esperienza di Catania, in Quaderni di Sociologia, 14, pp.43-68. Magnier A. (a cura di), (2002), Élite e comunità. I poteri locali nella transizione italiana, Rubbettino, Soveria Mannelli. Montesanti L., (2010), La politica locale. Partecipazione e trasformazioni della rappresentanza a Cosenza, Luigi Pellegrini Editore, Cosenza. Raniolo F., (2007), Sindaci forti, consiglieri mobili, partiti omnibus, in Quaderni di Sociologia, 43, pp. 31-62. Raniolo F., (2013), I viandanti ciechi e l’elefante. Temi e problemi della governance locale, in AA.VV., Alla ricerca della governance, Franco Angeli, Milano. Vandelli L, (2018), Il sistema delle autonomie locali, Il Mulino, Bologna.

Pursuing Social Innovation in Welfare Local Services Through Co-Production: Needs and Challenges
Francesca Campomori, Mattia Casula
Abstract During the last decades, international scholars interested on social welfare and social policies are showing an avid interest in the concepts of social innovation (SI) and co-production (CP) of local public services. While either concepts continued to be considered as new ideal practices that welfare systems have to incorporate to effectively tackle emerging social problems, the theoretical nexus between SI and CP had been less deepened, with few studies that tried to explain if the two concepts are among them complementary or opposed. Moreover, in an attempt to introduce innovative practices characterized by the involvement of different types of actors and the elaboration of new governance systems to better tackle these social emerging problems, little focus was placed on which barriers and constraints inhibited the institutionalization of such practices. This article fits into this debate on two ways. From a theoretical point of view, it identifies the concepts of SI and CP as different government tools, among them complementary, and increasingly used within the administrative reform paradigm of the "New Public Governance" (NPG). The latter is consolidated over the last twenty years and it is first of all involving the supply of social and welfare policies. From an empirical point of view, instead, this article examines the different barriers that, in the field of social welfare, can hinder the provision of co-produced and innovative practices within this administrative reform paradigm. In the view of this article, the three waves of public administration reforms - namely the "traditional public administration (TPA)", the "new public management (NPM)", and the "new public governance (NPG)" model - provide several insights to better clarify the nexus between SI and CP. Each paradigm is in fact linked to a specific ideology and historical period, during which innovative practices in the field of welfare and social policies had been tried to introduced, contextually with a different role of the population as co-producer of local services. What differs the NPG model as concerned the previous two reform waves is that the inclusion within the governing processes of a plurality of non state actors is seen as necessary condition to better address increasingly complex emerging social problems, by directly involving citizens in innovation experiments above all at local levels. The latter involvement generates an incremental and collaborative innovation, by inevitable altering the traditional bottom-up and top-down logics in the citizen' participation for the delivery of local public services. As a consequence of that, new challenges are increasingly heightening for both citizens and policy-makers in order to institutionalize these practices. On the basis of the main features of the NPG model as described by the literature, they are related to different organization, communicative, cultural, and digital issues. After conceptualizing SI and CP as two new governance tools mostly used within the NPG paradigm, this article empirically examine the different challenges local actors are facing to institutionalize these practices at the urban/local level. To do so, this article examines the different barriers are being encountered in the field of work-life balance, by way of analysis of the child care experience in four European cities (Bologna, Budapest, Thessaloniki, and Kortijk). Child care is in fact a case in point. Reconciling work and life is in fact a new social risk that had been largely discussed during the last decade both at the EU level (e.g. through the Lisbon Strategy, and Europe 2020), and within the Member States. Within this context, child care is a work-life initiative that is more and more requiring the elaboration of innovative practices at the local level, by directly involving citizens for the delivery of this service . The empirical analysis of the different organizational, communicative, cultural, and digital barriers that citizens are facing in their collaborative childcare presented in this article provide useful insights to better understand how the concept of SI and co-production are institutionalizing within the NPG paradigm.

Round table

Panel 10.5 REGIONALISMO DIFFERENZIATO E NUOVO AUTONOMISMO IN ITALIA: A NORD E A SUD
  round table joint with Panel 4.8 - REGIONALISMO DIFFERENZIATO E NUOVO AUTONOMISMO IN ITALIA: A NORD E A SUD

Chairs: Patrizia Messina, Filippo Tronconi

 

Panel 10.5 Regionalism is dead. Long live to regionalism!

Chairs: Linda Basile

Discussants: Christophe Roux

Regionalist parties' territorial discourses after the financial crisis
Anwen Elias
Abstract This paper examines the discursive strategies of regionalist parties, in order to understand how and why they frame and justify their territorial goals. We focus specifically on whether, and if so how, the financial crisis has impacted on the way in which regionalist parties seek to build support for territorial re-structuring. Whilst centre-periphery tensions are often underpinned by economic grievances, we expect the financial crisis to have altered regionalist parties' perception of their 'own' economic fortunes relative to that of the central state. Our aim is to explore whether such a shift in territorial discourse can be identified and attributed to the financial crisis, and the different ways in these actors relate this crisis to their territorial projects. We do so through a systematic coding of regionalist party manifestos and policy statements, for regionalist parties in five European pluri-national states. The findings will contribute to a broader understanding of how and why regionalist parties frame their territorial goals, and the extent to which economic arguments feature in the strategic discursive repertoire available to these actors.

Analysing the framing of regionalist actors\' territorial demands: the case of Catalonia
Nuria Franco Guillen
Abstract Recent literature on territorial politics has suggested that regionalist actors do not frame their discourses exclusively around centre-periphery issues, but that often evolve around issues related to the general interest and common good. This panel aims at going beyond the ‘one issue’ thesis and consider the actual grounds for territorial claim making. Literature on territorial politics has traditionally taken for granted the assumption that identity is at the core of territorial demands. This assumption persists when we look at neighbouring fields, such as ethnic conflict and civil wars. However, this assumption – that identity is mobilised to advance territorial demands – can be challenged. Territorial demands are understood in the lines of group rights, therefore presupposing an, at least, loose sense of common identity. It thus makes sense to assume that the latter will be at the core of claims making. However, this might not be the sole case. Indeed, territorial claims such as decentralisation are often connected to justifications that are related to values other than identity, such as efficiency and the principle of subsidiarity. Thus, it might well be that autonomist actors do not conceive territorial demands as means for protecting some sort of national/group identity, but as means to ends that are related to other general values related to economic and social justice, administrative efficiency or transparency. This paper presents an analytical framework for the analysis of autonomist actors’ claims-making and framing. The proposed framework goes beyond the identity dimension and proposes principles of socioeconomic justice as a departing point. It then proceeds to its application on the case of Catalonia by analysing the main political documents issued by stateless nationalist parties and civil society organisations between 1990 and 2018.

Regional parties and immigration in Spain. Assessing the strength of the territorial cleavage in explaining issue politicisation
Matthias Scantamburlo, Verena Wisthaler
Abstract This article explores the politicisation of immigration at the sub-state level. The issue of immigration challenges traditional party classifications based on economic and cultural conflict dimensions. In a similar vein, party competition at the regional level does not easily fit into those classifications. The multi-level structure of the state and the fact that in many regions the traditional left-right conflict has evolved alongside a centre-periphery dimension, make regional party systems not only differ substantially from national ones but also between them. At the sub-state level the immigration issue has until now been analysed in relation to the centre-periphery dimension showing issue appropriation by regionalist parties developing of a form of ‘instrumental nationalism’. This line of scholarship, however, suffers from an exclusive focus on ‘peripheral’ regions lacking a broader comparative outlook with regions from the ‘centre’ and other parties acting at the sub-state level, such as regional branches of state-wide parties. This article fills this gap and asks whether party competition towards immigration differs between ‘peripheral’ regions and regions from the ‘centre’. To that end, we compare Spanish Autonomous Communities from 1999 to 2017 using data from the Regional Manifestos Project. The article shows that party behaviour towards immigration is mediated by the presence and the success of relevant regionalist parties, but also by the diversity of the regional context, which is characterized by particular structural, institutional and political differences.

So close, so far? An analysis of the territorial discourse of Lega and Partito sardo d’Azione before and after the 2018 alliance
Leonardo Puleo, Linda Basile
Abstract The 2018 Italian General Election has gotten attention for the results, which upended country’s political system and brought to government an unprecedented coalition between the Five Star Movement and the Lega. However, while most scholars and commentators focused their attention on the two main allies, as well as on the decline of the former governing party, the PD, other unprecedented alliances that took place in that election have been rather neglected. In particular, that one between the Lega and the Partito sardo d’Azione represents an interesting case of convergence between two (at least apparently) different actors. On the one hand, there is the Lega Nord, since 2018 named just as Lega, that under the leadership of Matteo Salvini underwent a profound transformation from a regionalist party appealing to Northern Italy, into a nation-based party, waving the motto “Italians first!” (Albertazzi, Giovannini & Seddone, 2018; Mazzoleni & Ruzza, 2018). Since the 2010s, the party had become “less a macro-regionalist party and more a national populist party, [...] shifting to the right and away from federalist issues” (McDonnell and Vampa 2016:121). On the other hand, the PSdAZ is one of the most relevant actors of Sardinian autonomism, which dates back to the early decades of the 19th century. While the LN almost entirely tied its ideology to rightist – and even radical right – orientations, The PSdAz was conceived as a moderate leftist party at its foundation, sensitive to social questions, built upon an antifascist nature under Emilio Lussu’s leadership in the 1940s; it nonetheless featured a certain ideological flexibility throughout its history, that allowed them to make alliances with both the DC until the 1980s and centre-left parties in the 1990s, while since 2009 it entered in coalition with the centre-right. As before argued, in 2018 the party made an electoral agreement with Salvini’s Lega – the same party that the PSdAz, as Hepburn (2009: 601) argues, denounced as “northern racist” in the 1980s. But what unites these two apparently different actors? What do have in common a formerly autonomist party built around the myth of an invented region called “Padania”, and now nationalist party, with a party holding a long tradition of autonomism and relying on a very a distinctive identity, cultural and historical traits? Starting from this research question, we will use the content analysis of party manifestos of the Lega and PSdAz from 1990s to 2018 in order to ascertain: first, whether this alliance relies upon territorial claims that still permeate the political discourse of the two parties or, on the contrary, the PSdAz joined the forces with a party that has lost any reference to territorial demands; second, whether the two actors have framed their territorial claims in similar ways over time, in order to explain some points of convergence among them. For this analysis, we will apply the IMAJINE coding procedure (Elias et al. 2019), an original coding tool developed for the systematic, comparative and qualitative coding of regionalist actors’ territorial demands and the ways in which these demands are justified.

Panel 10.6 Le Città metropolitane italiane in prospettiva comparata: ieri, oggi..domani?

Chairs: Dario Quattromani

Discussants: Dario Quattromani

L’area interna Mezzogiorno. Un'analisi sulla distribuzione territoriale dei comuni Aree Interne e sull'uso delle risorse per macro-regione
Tommaso Moscaritolo
Abstract La Strategia Nazionale per le Aree Interne sembra mettere l’accento su una nuova “questione” che ha radici profonde nella Questione Meridionale. Il mezzogiorno “dell’osso” di Manlio Rossi Doria si estende oggi alle coste quasi a comprendere intere regioni del Sud Italia. Le diseguaglianze tra aree interne e poli dei servizi nella qualità/quantità dell’offerta dei servizi essenziali (istruzione, sanità, mobilità, connettività) sono alla base della classe d’azione della Snai di concerto con i progetti di sviluppo locale con l’obiettivo principale di fermare l’emorragia demografica delle aree interne. Contemporaneamente assistiamo all’aumento delle diseguaglianze tra i cittadini delle diverse regioni sulla direttrice Nord-Sud, con un Meridione che, secondo la Svimez, ha perso negli ultimi quindici anni 393 mila abitanti al netto dell’emigrazione straniera. Ad oggi per le 72 aree individuate dalla Snai le leggi di Bilancio che l’hanno rifinanziata prevedono un’equa spartizione dei 281 milioni di euro destinati alla strategia per i servizi essenziali. In tale contesto diventa interessante soffermarsi sul dato percentuale della popolazione che risiede nelle aree interne, dove il 52% del totale risiede nelle regioni meridionali. E quindi andare ad investigare sui possibili effetti della politica pubblica nelle aree interne del Sud, dove si corre il pericolo di investire troppo poco per frenare il calo demografico a fronte dei problemi strutturali dell’area. Con la preoccupazione di vedere questo nuovo intervento straordinario vanificare gli sforzi nelle aree interne in alcune Regioni. L’obiettivo del lavoro è quello di andare ad investigare sulla destinazione dei fondi per i servizi essenziali nelle aree interne selezionate dalla Snai nel Mezzogiorno. E alla luce del periodo di diminuzione della spesa per il welfare degli ultimi dieci anni, diventa interessante individuare quali sono state le scelte dei territori per migliorare il deficit nei servizi erogati ai cittadini di queste aree. E se queste scelte vanno verso gli obiettivi metodologici della Snai per quanto riguarda l’innovatività e la sostenibilità delle proposte concentrandosi sulle aree interne della regione Campania e sulle strategie messe in atto per questo territorio. In linea più generale si vuole comparare quello che è stato l’intervento straordinario ad opera della Cassa per il Mezzogiorno con gli interventi della politica di Coesioni europea per gli obiettivi di sviluppo locale ad opera della Snai e dell’Agenzia per la coesione territoriale. M. Rossi Doria, curato da G.Acocella, Le terre dell’osso, Mephite editore, Atripalda (AV), 2003 Rapporto SVIMEZ 2017 sull’economia del Mezzogiorno, Camera dei Deputati, Roma, 2017. F. Barca, P. Casavola, S. Lucatatelli, Strategia nazionale per le Aree interne: definizione, obiettivi, strumenti e governance, Materiali UVAL, 31, 2014

ELEZIONI METROPOLITANE E FUNZIONAMENTO DELLE ISTITUZIONI: RISULTATI E PROBLEMATICHE A CONFRONTO. IL CASO ITALIANO
Dario Quattromani
Abstract Le Città metropolitane sono state definite come enti a “rappresentatività attenuata” (Tubertini 2014), nei quali si verificherebbe una sorta di trade-off tra democraticità ed efficienza. La riforma di cui alla l. n. 56/2014 sancirebbe una perdita di “legittimità in entrata” per gli enti intermedi, in termini di mancata rappresentanza diretta degli organi di governo, in cambio di una presunta maggiore “legittimazione di output” in chiave di efficienza e di maggiore coordinamento inter-istituzionale tra livelli amministrativi. Dal punto di vista della legittimazione, basti pensare che il Sindaco metropolitano, nel coincidere automaticamente con il Sindaco del Comune capoluogo, risulta essere investito della propria carica solamente grazie all’apporto dei cittadini di quest’ultimo Comune e non al voto dell’intera popolazione metropolitana. Dal punto di vista della responsabilità politica, invece, la popolazione metropolitana non potrà far valere alcuna responsabilità nei confronti né del Consiglio metropolitano, né del Sindaco; inoltre, neppure l’assemblea direttamente elettiva, ovvero la Conferenza metropolitana, possiede poteri di sfiducia nei confronti di questi due organi. Con questi presupposti, il caso della Città Metropolitana di Roma Capitale risulta peculiare ed esemplificativo, poiché tale ente si è trovato a svolgere due consultazioni elettorali, in seguito alla caduta della giunta Marino verso la fine del 2015. È quindi interessante analizzare come ciò sia avvenuto, utilizzando un metodo principalmente comparativo nei confronti delle altre istituzioni metropolitane italiane, utilizzando materiale documentale ed originale (ottenuto attraverso interviste con alcuni rappresentanti delle commissioni elettorali), insieme ad un riepilogo procedurale che permetta di analizzare il perché di tali esiti. I risultati di tale analisi verificheranno la funzionalità del metodo elettorale, e lo renderanno giudicabile/perfettibile, oltre ad offrire uno studio che, ad oggi, ancora non è stato realizzato in una modalità così sistematica e comprensiva.

L'organizzazione delle amministrazioni comunali nello spazio metropolitano italiano: il caso di Milano
Matteo Del Fabbro
Abstract L'articolo affronta l'ipotesi che lo sviluppo della governance metropolitana in Italia segua un percorso fortemente path-dependent, facendo uso della strumentazione concettuale messa a punto dalla scuola dello “istituzionalismo storico” (Thelen, Mahoney) che ha elaborato una teoria del cambiamento istituzionale graduale. Utilizzando il caso di Milano come campo empirico per mettere a prova tale ipotesi, l'articolo si concentra in particolare sugli aspetti di politica istituzionale insiti nei processi di governance metropolitana. Si presenta e analizza innanzitutto il primo episodio storico di riforma delle istituzioni locali nel regime repubblicano, con la L. 142/1990. Si riscontra che la mancata implementazione della riorganizzazione delle amministrazioni comunali prevista nella legge è da imputare alla nuova legge elettorale locale che fu introdotta pochi anni dopo le norme di riforma istituzionale metropolitana. In seguito si analizza l'altro cambiamento più importante nelle politiche istituzionali metropolitane nel regime repubblicano, ossia la L. 56/2014. Si illustrano i risultati di una ricerca empirica condotta sul campo tramite interviste qualitative semi-strutturate e tramite ricerca desk tramite analisi di documenti normativi e strategici. Si presentano quindi le principali modifiche implementate negli anni 2014-2017 all'organizzazione delle amministrazioni comunali comprese nella circoscrizione della Città metropolitana di Milano: da una parte, la costituzione dei Municipi in seno al Comune di Milano; dall'altra, la costituzione delle Zone omogenee come raggruppamenti sovracomunali nel resto della suddetta circoscrizione. Tuttavia si riscontra che la mancanza di una legge elettorale per l'elezione diretta a suffragio universale degli organi esecutivi e rappresentativi dell'istituzione metropolitana pone un blocco all'ulteriore affermazione di tali nuove unità amministrative come attori di politiche pubbliche. L'articolo sostiene quindi che, non malgrado, ma proprio per via della legge di riforma istituzionale metropolitana (art. 1, comma 22), l'organizzazione delle amministrazioni comunali in Italia segue uno sviluppo path-dependent, nella misura in cui nell'episodio più recente di cambiamento delle politiche istituzionali metropolitane (2014-2017) - così come nell'episodio iniziale (1990-1993) - il blocco a una riorganizzazione efficace è attribuibile al ruolo che i meccanismi elettorali locali giocano nei processi di governance metropolitana.

Panel 10.7 Changing dynamics of territorial politics: regional adaptation and competition in decentralised systems in an age of uncertainty

Chairs: Davide Vampa, Arianna Giovannini

Discussants: Arianna Giovannini

Adjusting to Austerity. The Public Spending Responses of Regional Governments to the Budget Constraint in Spain and Italy (2002-2015)
Davide Vampa, Simon Toubeau
Abstract What is the effect of increasing fiscal imbalance on regional-level spending? To answer this question, we examine an original dataset including yearly spending decisions of regional governments in Italy and Spain between 2002 and 2015. We find that the rise in regional deficits, accompanied by the introduction of austerity measures (in the form of constitutionalised fiscal stability pacts), has an important negative effect on regional governments’ future spending. Interestingly however, the strength of this effect is mitigated by the presence of a left-wing party in regional office. This suggests that while partisanship may be less influential for understanding the decisions of national governments, which are constrained by EU-wide rules on fiscal discipline, it may instead be decisive for appreciating the speed at which retrenchment is undertaken at the sub-state level. In addition, we uncover an important variation in the extent of cut-backs across policy sectors: regional governments tend to protect the health sector and instead focus their retrenchment efforts on social assistance, education and other more marginal sectors (including running of public institutions). However, partisanship matters here too, as left-wing parties will still tend to protect healthcare more than their right-wing rivals. These findings bear relevance for understanding the role of partisanship in the process of public retrenchment in decentralized states.

"Regions" still players in the European Union policy-making? Analysing the changing role of regions in the EU governance system
Sara De Martino
Abstract The role of regions, the representation of territorial interests and their interactions with the other levels of governance - national and supranational- in European Union have changed significantly in the last 30 years. What has been commonly shared, especially in the great early production of literature regarding the subnational mobilization and the analysis of the third level of governance inside the multi layered European system, is that regions, considering all the territorial entities presented below the nation state (local, interlocal and interregional collectives) have always been “core players” in the various policy-making arenas. The analysis of the phenomenon of the subnational mobilization, meant as the starting point of the mechanism of regional involvement and participation to the EU decision making, has been considered as a fundamental part of the study of the European Union Polity and of the European Union Integration process. In this sense the different interpretations of the EU polity, of the process of European integration and of the related relations among the three levels of governance, that are mainly state centric, supranational or multilevel, have led to diverse conceptions of the working mechanisms of the EU and of interests aggregation at regional level. This article fits into the debate regarding the relations of governance into the EU by analysing how and to what extent the widespread tendency of “re-centralization” in the European policy making and especially in managing Cohesion Policy impacted the role of regions and their current and concrete capacity of participation. The main idea behind the re-centralization thesis is that the economic recession- since 2008- started to change the action’s framework of European policy actors. Hence the 2008 global financial crisis represented in this sense a critical juncture that seems to have determined a shift in the system of European governance. The main argumentation of this article is in fact that the relations among the various levels of governance have been subjected, in the last ten years, to several external pressures, and especially to the economic recession and that this altered the balance of power among constellation of actors presented at different levels. Accordingly the article wants to provide new interpretatives keys in order to explain the changes that occurred in inter-governamental relations with a specific focus on the regional actors and their role played in the European decisional process. The rationale of this paper is to give a new awareness on the role of regions as EU policy actors and to add, to the academic debate, a refreshed theoretical perspective on the future of European governance system.

The territorial politics of democratic regeneration. The transformation of regional political spaces in the aftermath of the Great Recession
Matthias Scantamburlo
Abstract The political crisis in the shadow of the Great Recession has altered the political landscape of many Western European countries and favoured the rise of challenger parties campaigning for democratic renewal. While most studies on the emergence of a new politics agenda focus the analysis at the national level, recent research shows that establishment parties in European ‘peripheral’ regions have reacted to challengers by accommodating the agenda of democratic regeneration. Against the ‘second-orderness’ of regional dynamics, the degree of accommodation and the way it influences the traditional cleavage structure varies greatly across regions. Which factors explain these variations and if transformations take place also in regions of the European ‘centre’ is, however, still unknown. This paper contributes to this recent line of research by further exploring causal factors that explain cross-regional variation in the emergence of a new politics agenda and how it affects traditional cleavage structures. The main hypothesis is that the transformative potential of new politics over regional spaces of political competition is mediated by the diversity of regional contexts, thus reflecting regional and not national dynamics. The paper provides a first test of the hypotheses through an analysis of party competition before and after the European Great Recession using the case of Spain and the UK.

Trouble letting go: (de)centralisation and the re-scaling of the English state
Adrian Bua, Arianna Giovannini
Abstract Successive waves of reforms to the British state have been justified using rhetoric of decentralisation, often misleadingly presented as ‘devolution’. Although asymmetric devolution reforms to some of the UK nations in the 1990s did in fact de-centralise the British polity, England continues to be the ‘hole in the middle’ of this process and has, in practice, witnessed an extension of control by the centre. Indeed, the use of the language of ‘devolution’ in official rhetoric of successive administrations to refer to what in fact, were processes of state re-scaling that can include both centralising and de-centralising dynamics has introduced a constant element of ‘fuzziness’ and confusion as to what is the purpose and end point of such policies. The aim of this paper is to assess this conundrum, presenting a longitudinal analysis of ‘devolution’ initiatives since the New Labour administration in England to argue that re-scaling has been driven in a top-down, centripetal direction by successive administrations, due to path dependencies generated by the heavily centralised nature of the British political economy, and an unwavering tendency to retain power from the centre. There are grassroots demands for democratic and bottom up forms of political devolution in England – however these are shunned by the centre because they require fundamental reforms to the dominant political and growth model. Instead, reforms re-scale the British state in ways that perpetuate and seek to improve performance as defined by changing vogues in neoliberal ideologies and economic theory. Re-scaling is therefore led by, and carried out in pursuit of, ‘crisis-driven’ objectives defined by the centre – showing an entrenched reluctance to ‘let go’ of power. The paper ends by arguing that post-Brexit re-scaling is following a similar pattern, as policy remains primarily concerned with protecting London’s status as a world financial centre and will likely thus reinforce centripetal dynamics

Panel 10.8 Le elezioni locali e regionali nei sistemi di Multi-level Governance (II)
  panel joint with Panel 9.8 - Le elezioni locali e regionali nei sistemi di Multi-level Governance

Chairs: Selena Grimaldi, Aldo Paparo

Discussants: Alessandro Chiaramonte

L'impatto delle nuove regole elettorali sul voto regionale 2019 in Abruzzo e Basilicata
Malgorzata Lorencka
Abstract Lo scopo principale di questo paper e' la comparazione dei sistemi elettorali regionali in Abruzzo e Basilicata e il loro impatto sulle dinamiche del sistema di partito. Tutte i due regioni hanno approvato le nuove regole elettorali al livello regionale, Abuzzo con la legge regionale del 2 aprile 2013 e Basilicata co la legge regionale del 20 agosto 2018. In tutte i due regioni nelle elezioni regionali 2019 ha vinto il centrodestra con l'alternanza al potere. Il Movimento 5 Stelle e' diventato la terza forza politica in Basilicata e Abruzzi con circa il 20 % dei voti. In tutte due regioni si osserva il calo dell'affluenza alle urne. Al riguardo di questi dati la domanda fondamentale e' il processo dell'innovazione elettorale e partitica in queste due regioni in paragone con le elezioni regionali precedenti e con i risultati delle ultime elezioni politiche e europee.

Turnover rate in the Polish multilevel government system.
Jaroslaw Flis, Adam Gendzwill, Dariusz Stolicki
Abstract Turnover rate is among the most studied aspects of political careers, often serving as a proxy for other variables, such as professionalization or political value of the office. The paper analyzes the turnover rate at various levels of the Polish political system. For each level - starting from the municipality, through counties and regions, up to the national parliament – a two-step analysis has been carried out. In the first step, we model the probability of an incumbent running for reelection, concentrating on two hypotheses regarding the extent to which resignations result from age and from running in a higher-level election. We control for the influence of the type of the administrative unit and the political party. The second step of the analysis models the probability of success in case of those incumbents who run for reelection. Failure may be the result of rivalry between parties, but where OL-PR electoral system is used, it may also be the result of the intra-party competition. Here we also control for the significance of the type of the election and the political party. Both levels of analysis form a comprehensive picture of the turnover rate. Particularly interesting are the differences resulting from the different number of administrative levels depending on the size of the local community.

Assessing Voting Multi-Level Congruence in Italy and Spain
Silvia Bolgherini, Selena Grimaldi, Aldo Paparo
Abstract Italy and Spain are two countries where national party system reconfigured (both in dynamics and in format) after challenging/new parties, such as the Five Stars Movement and as Podemos and Ciudadanos, entered the political scene. As a consequence, in both countries, the party system moved away at the national level from bipolarism toward a multipolar one, in 2013 and 2015 respectively. Literature on party system congruence in multilevel countries states that spillover effects are not unlikely across territorial levels. This paper aims at exploring to what extent a multilevel congruence is detectable in both countries by including the municipal level which has remained thus far quite unexplored in terms of its congruence with other territorial levels. In particular, two different research questions are investigated. First, if there is a congruence among different territorial levels (national, regional, local) and to what extent. Second, which could be the explicative factors for such (in)congruence. In order to answer these questions, the paper develops two parts: in the first, an assessment of the multi-level congruence is attempted by refining the congruence index and by relying on congruence gaps (rather on single vote measurements) as dependent variable for all our units of analysis. A strategy that has been developed accordingly also for our independent variables. These latter - mined by the SOE theory - are examined in the second part of the paper in order to explain under which circumstances or factors, multilevel party system congruence is likely (or not) to emerge. Our evidence shows that the two countries present similar and high levels of congruence between different territorial level for the same election; while, when comparing elections of different type, Italy shows remarkably lower levels of congruence. Moreover, both in Spain and Italy, the national-regional comparison is the most congruent, while when municipalities are included congruence decreases significantly, particularly when national and local elections are compared. Our explanatory models reveal that subnational elections held closer in time to first-order elections enhance congruence. Furthermore, the amount of powers assigned to the different levels of government has a clear effect on electoral congruence: the more similar the powers, the more similar the electoral results and vice versa.

Effects of Amalgamations on Electoral Participation
Silvia Bolgherini, Mattia Casula, Mariano Marotta, Vincenzo Mollisi
Abstract This article aims at contributing to the literature on size and local democracy and in particular to the empirical studies of the relationship between size of subnational authorities and the turnout at elections to the local government in those authorities. Our main goal is to test what is the effect on turnout after a municipal merger. We did that by taking into account the Italian case, a highly under-investigated country thus far, and examining the effects of municipal amalgamation on turnout in municipal elections by relying on the Difference-in-Differences method. Three hypotheses have been tested, following the main assumptions in the literature: the general effect on turnout after a municipal merger, and then both the temporary effect hypothesis and the U-shape hypothesis applied to size. Our sample is represented by all municipalities amalgamated in Italy between 2014 and 2018. Empirical evidence on the Italian case did not support none of the three hypotheses. Our models showed in fact an overall absence of effect of amalgamation on turnout, contrarily to the expectations and, when a slight effect seems to be present, it runs in the opposite direction than expected. Despite the parallel trend estimations showed a slight negative effect on turnout for the merged municipalities (exactly as expected by the consolidated literature), at this early stage of the research, our study seems to count among those who did not find a significant correlation between size and participation, and in particular between amalgamation and electoral turnout at the local level.