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Convegno Sisp 2017

Sections and Panels

Section 5. Comunicazione politica (Political Communication)

Coordinators: Francesco Amoretti (amoretti@unisa.it), Franca Roncarolo (franca.roncarolo@unito.it)

Originariamente utilizzato negli studi di economia e di management aziendale, il concetto di digital disruption è stato rapidamente recepito da molte altre aree di ricerca, tra cui quella della comunicazione politica nelle sue diverse articolazioni sub-disciplinari. Anche se nel confronto attuale echeggia la contrapposizione tra cyber-entusiasti e cyber-scettici, in realtà l’analisi – e la valutazione – dei rischi, come delle opportunità dell’innovazione digitale, fa comunque riferimento alla radicale rottura rispetto ai paradigmi, agli approcci e alle metodologie dominanti della comunicazione politica. Mostrandosi sempre meno adeguati a comprendere le trasformazioni in atto – dalla Brexit alla vittoria di Donald Trump negli Stati Uniti, dall'utilizzo dei Big Data nelle campagne elettorali alle interferenze degli hacker nelle relazioni internazionali, sino alla Tweet diplomacy e alla diffusione planetaria di fake news – essi sono chiamati a una rivisitazione/riformulazione degli statuti epistemologici e delle stesse domande di conoscenza poste alla base dei programmi di ricerca scientifica.
La sezione invita pertanto a proporre panel che, considerando il carattere dirompente dell’innovazione digitale, producano riflessioni su come la digital disruption stia trasformando la comunicazione politica, sia nei suoi ambiti più tradizionali che in quelli più recentemente emersi: i rapporti fra sistemi dei media e sistema politico, i rapporti fra politica e sistema dell’informazione, gli effetti dei media sull’opinione pubblica, i media la partecipazione politica, la comunicazione istituzionale, la comunicazione ed il marketing elettorale. Più specificamente, la sezione sollecita proposte che si focalizzino sulle seguenti aree tematiche:

- analisi dei pattern emergenti della comunicazione politica indotti dalla innovazione digitale
- libertà di informazione e nuovi media
- social media e comunicazione politica
- innovazione digitale e comunicazione istituzionale
- internet governance e nuovi intermediari
- movimenti sociali e social networks
- fake news, filter bubbles and black boxes
- tweet diplomacy
- emozioni e comunicazione digitale
- genere e innovazione tecnologica

La sezione prenderà in considerazione anche eventuali proposte su altri argomenti che contribuiscano a far luce sui processi di cambiamento in atto nelle relazioni fra politica, società e comunicazione. I panel possono comprendere contributi sia di taglio teorico sia di analisi empirica. Sono particolarmente ben accolte le proposte di panel che presentano una prospettiva comparata.
 

Panel 5.1 Il giornalismo ai tempi del digitale


In un tempo nel quale sono venuti meno i tradizionali confini tra produttori e consumatori, tanto da dare vita alla figura del produser, anche l’ambito informativo ha subito significative trasformazioni. Al di là dei problemi connessi alla crescente visibilità della misinformation o disinformation che dir si voglia, non vi è dubbio che siano cambiate (e stiano ancora cambiando) tanto le caratteristiche del prodotto giornalistico che quelle degli stessi giornalisti. Oltre a mettere alla prova tradizionali norme e pratiche professionali, l’affermazione del web determina una profonda trasformazione del contesto ambientale: interazioni e scambi tra élite un tempo invisibili ai più occupano oggi il centro della scena, invadendo le bacheche di Facebook o le timeline su Twitter. Secondo alcuni studiosi, tutto ciò ha creato le condizioni per l’affermazione di un mènage à trois - che coinvolge giornalisti, soggetti politici e cittadini – tale da modificare i precedenti equilibri di potere.
Sul significato e sulle conseguenze di questo nuovo assetto si vuole riflettere all’interno del panel. Al riguardo, si sollecitano paper attenti alle conseguenze teoriche del nuovo assetto nonché paper in grado di operazionalizzare in termini empirici la natura e la consistenza del nuovo rapporto.

Chairs: Sara Bentivegna, Guido Legnante

Discussants: Guido Legnante, Sara Bentivegna

Social Media News: una analisi comparata degli usi giornalistici di Twitter
rossella rega (rossella.rega@gmail.com), roberta bracciale (roberta.bracciale@unipi.it)
AbstractL’ingresso di Twitter nell’ecosistema mediale ha modificato i processi di produzione e distribuzione delle news, mettendo in discussione il ruolo dei giornalisti come principali intermediari del discorso pubblico. In particolare, la sfida per i media outlet riguarda la capacità di utilizzare i social media come risorsa di cui avvantaggiarsi per la diffusione degli articoli e rafforzare il proprio brand (Messner et al. 2012). In merito a questo specifico processo di riadattamento, in letteratura si registrano due strategie prevalenti. Da un lato, una modalità d’uso più tradizionale, finalizzata alla disseminazione delle notizie (Singer 2001; Hermida, 2013) secondo un modello di comunicazione one-way e autoreferenziale (Ferguson, Greer, 2011). Dall’altro, l’adozione di un modello di giornalismo proiettato a un ripensamento del rapporto con il pubblico, che utilizza Twitter come community building tool per il coinvolgimento e la fidelizzazione dei lettori (Hermida 2013; Purcell 2010). Rispetto a queste due strategie, si ipotizza che la visibilità dei contenuti della testata sia associata al livello di competenza che questa ha nel gestire la sintassi della piattaforma, più che alla strategia in sé. Sulla base di questa ipotesi, il contributo propone una ricerca comparativa sulle strategie adottate dalle testate di 30 paesi (Australia, Stati Uniti, Europa) per gestire la propria presenza su Twitter, analizzando due principali dimensioni delle loro abitudini d’uso della piattaforma: il modello di comunicazione adottato e il loro livello di competenza Research Question RQ.1 Quali differenze emergono tra i media outlet dei vari paesi rispetto alle strategie comunicative adottate su Twitter (modelli comunicativi e livelli di competenza)? RQ.2 L’adozione di uno specifico modello comunicativo, associato a un diverso livello di competenza, è in grado di favorire centralità nella piattaforma e nei processi di diffusione delle news? Metodologia La ricerca si concentra sulle timeline delle principali testate di trenta diversi paesi, selezionate in base alla loro diffusione (Databse WAN-IFRA, World Association of Newspapers and News Publishers). I tweet verranno analizzati attraverso un set di indicatori (tweet, RT, mention, etc.), utile a operazionalizzare le strategie di comunicazione dei media outlet e saranno successivamente sintetizzati attraverso un’analisi multidimensionale.

Tra Love e Angry mood: le reazioni degli utenti Facebook alle news giornalistiche
Rita Marchetti (rita.marchetti@unipg.it), Sara Bentivegna (sara.bentivegna@gmail.com)
AbstractLa condivisione e il commento delle news da parte degli utenti sono senza dubbio alcuni degli aspetti più significativi per comprendere come le notizie prodotte dai professionisti della comunicazione (giornalisti e testate giornalistiche) sono recepite e da quali utenti ottengono una qualche forma di interazione. Cercare risposte alle domande relative al tipo di audience, al modo in cui le news vengono condivise, quali contenti sono maggiormente apprezzati e perché alcuni items sono condivisi e commentati e altri no sono di fondamentale importanza per chi è interessato a comprendere i flussi comunicativi che si sviluppano in rete. Se è vero, come diverse ricerche mostrano, che solo pochi utenti producono contenuti ex novo impegnandosi nella scrittura di commenti, è interessante cercare di capire le modalità attraverso cui si realizza il nuovo rapporto fra fonti giornalistiche e gli utenti della rete, i cosiddetti nuovi produser. Il paper che si intende presentare analizzerà l’influenza delle Facebook Reactions (“Love”, “Haha”, “Wow”, “Sad”, “Angry” e “Thankful” insieme al più tradizionale “Like”) sul tasso di condivisioni e commenti ricevuti dai post pubblicati da quattro testate giornalistiche di quattro diversi paesi europei (la Repubblica, The Guardian, Le Monde, El País), accomunati da una linea editoriale e una readership simili e da un successo in termini di popolarità in rete maggiore rispetto alle altre testate presenti nei rispettivi paesi. Il periodo preso in esame è compreso fra il 1 novembre 2016 e il 30 aprile 2017, durante il quale sono stati raccolti 44.636 post. I dati sono stati scaricati tramite l’applicazione Netvizz. Il paper confronterà i dati raccolti nei 6 mesi presi in considerazione con quanto emerso da una consolidata letteratura internazionale, nella quale si evidenzia che le forme più positive di Reactions hanno una scarsa capacità di generare condivisioni, al contrario delle Reactions più negative.

Comunicare e informare a 140 caratteri : cosa e come twittano i direttori di giornale
Mirella Marchese (mmarchese@osservatorio.it), Vittorio Cobianchi (vcobianchi@osservatorio.it)
AbstractIl paper dell'Osservatorio di Pavia verterà sull'analisi delle timeline di Twitter dei 20 direttori delle principali testate giornalistiche su carta stampata, televisive e on-line del 2017, per individuare le principali modalità comunicative dei principali attori dell'informazione mainstream italiana nel rivolgersi direttamente alla rete sociale: oltre al contenuto tematico dei tweet, verranno considerate le fonti citate, gli interlocutori principali e le modalità di interlocuzione, il framing delle tematiche affrontate e il lessico utilizzato. Per l'analisi del corpus verranno utilizzate le principali tecniche che l'Osservatorio di Pavia ha sviluppato per l'analisi di banche dati e per lo web mining: l'analisi del contenuto (svolta su un campione rappresentativo di tweet e focalizzata sull'individuazione delle principali strutture tematiche, simboliche e argomentative) e l'analisi delle corrispondenze lessicali (per individuare le specificità lessicali di ciascun operatore dell'informazione, e per individuare le macro-aree tematiche più importanti, sulla base dei principali cluster lessicali). Verranno presentati, innanzi tutto, dati quantitativi relativi all'impegno su twitter dei giornalisti analizzati, e ai "picchi" di produzione, mettendoli in correlazione con i temi e gli eventi, reali o mediatici, che li avranno provocati. Verranno prodotte, quindi, mappe fattoriali dello spazio tematico, simbolico e argomentativo, all'interno del quale verranno evidenziate le principali dimensioni della varianza nel campione, le somiglianze e le principali differenze tra i giornalisti, e i loro legami con particolari categorie tematiche o argomentative; quanto all'analisi testuale, le mappe metteranno in relazione i giornalisti con i cluster lessicali più importanti, evidenziandone analogie e differenze dal punto di vista puramente lessicale e terminologico. Infine, verranno prodotte mappe neurali relative alla componente relazionale e interattiva, evidenziando l’appartenenza dei direttori a particolari aree della "tweet-sfera", delle quali verranno individuati i principali protagonisti. Nell'intervento, infine, l'Osservatorio proporrà, attraverso una mappa di sintesi, un confronto — costruito utilizzando le tecniche di analisi delle corrispondenze lessicali — tra il panel di giornalisti e un analogo panel, costituito però da soggetti politici, mettendo in evidenza analogie e differenze tematiche, e possibili modalità di influenza reciproca.

Come cambia la notiziabilità con la moltiplicazione degli ambienti comunicativi
Carlo Sorrentino (sorrentino@unifi.it)
AbstractOrmai da anni il compito dei giornalisti è profondamente ridefinito da una doppia evoluzione nelle forme assunte dalla negoziazione con le fonti e con il pubblico: 1) da una parte, questi altri due vertici della triangolazione informativa hanno accresciuto progressivamente le loro competenze comunicative; 2) dall’altra parte, ogni testata deve moltiplicare gli ambienti comunicativi attraverso cui produce e distribuisce la propria notiziabilità. Questa doppia evoluzione fa perdere al giornalismo la logica sequenziale su cui a lungo è stata costruita l’ideologia professionale: raccolta delle informazioni dalle fonti, selezione, verifica, gerarchizzazione e presentazione al pubblico. Bisogna orientarsi verso una diversa logica a rete, in cui non scompare la mediazione giornalistica, come pure a lungo si è detto, piuttosto si ridefinisce profondamente. L’informazione professionistica diventa un crocevia che deve regolare flussi molto più densi e intensi provenienti da un numero di fonti enormemente moltiplicatosi nel tempo. Sulla base di una serie di dati di ricerca riguardanti le trasformazioni delle organizzazioni giornalistiche e del lavoro giornalistico, si cercherà di ipotizzare alcune possibili direzioni verso cui il giornalismo sembra dirigersi, che impongono un ripensamento anche e soprattutto delle sue forme di legittimazione.

 

Panel 5.2 Open Democracy? Open government e comunicazione politica nella social network society (I)


Le logiche della comunicazione politica - e della politica più in generale - sono state trasformate nel corso degli ultimi anni dallo sviluppo dei social media e dalla profonda ridefinizione della sfera pubblica digitale, soprattutto nelle sue relazioni con la partecipazione politica. L'affermazione dei social media e di nuove forme (apparenti? presunte? potenziali? possibili?) di disintermediazione hanno messo in risalto l'emergenza di nuovi stili di comunicazione, sia da parte delle istituzioni sia da parte degli attori politici. A queste nuove emergenze sociali si è accompagnata la crisi di legittimazione della rappresentanza politica a cui le istanze partecipative (on-line e off-line) hanno provato a dare una risposta. Da una parte, la dimensione “verticale” dell’open government come luogo dell’accesso, della trasparenza e dell'accountability, dall'altra lo sviluppo di spazi di rappresentazione e deliberazione in rete, sia attraverso piattaforme di partecipazione democratica sia attraverso gli stessi social media (usati, a seconda delle circostanze, come strumenti di supporto o come spazi pubblici). In questa prospettiva, anche la networked intimacy è divenuta strumento di connessione nella sfera pubblica digitale.
A dispetto delle logiche partecipative che, almeno in teoria, l'open government e la "social network society" presuppongono, sembrano però emergere inedite forme di intermediazione che si muovono - senza vincoli apparenti - fra culture partecipative e nuove modalità di istituzionalizzazione della partecipazione. La "nuova" politica sembra bloccata fra l’insostenibilità del modello iperliberista del “capitalismo digitale” (come lo definisce Morozov) e la perdita di credibilità del sistema dell'informazione.
Il panel intende ospitare contributi che indaghino (anche in una dimensione comparata) come cambiano la comunicazione politica e quella istituzionale nella social network society e quale ruolo esse giochino nello sviluppo di culture partecipative, sia "dal basso" sia "istituzionalizzate" (come nel caso dell'open government). Sono ovviamente benvenuti anche studi sul valore della variabile comunicativa per i partiti, costretti a ripensare se stessi e le loro forme organizzative. E, infine, sulle relazioni fra big data, deep data e trasformazione dei regimi di visibilità e partecipazione.

Chairs: Giovanni Boccia Artieri, Emiliana De Blasio

Discussants: Giovanni Boccia Artieri, Emiliana De Blasio

Perché il concetto di “disintermedizione” non basta: il nuovo potere delle multinazionali digitali e il futuro della democrazia
Gabriele Giacomini (gabrielegiacomini@hotmail.it)
AbstractIl concetto di “disintermediazione” fa ormai parte degli strumenti con cui vengono analizzati i recenti sviluppi della politica e della comunicazione, soprattutto in rapporto ai media digitali. Tuttavia, l'intermediazione è intrinseca al concetto stesso di media: già etimologicamente, la parola media proviene dal latino e significa “in mezzo”. Ovunque c'è un media, anche se il media è digitale, è presente un'intermediazione di un qualche tipo, qualcosa che si pone fra gli individui e gli avvenimenti. La nostra tesi è che il concetto di “disintermediazione” può essere considerato da due differenti prospettive. Da un lato la “disintermediazione” può essere intesa in senso stretto, rispetto a quanto siamo soliti conoscere, studiare e frequentare, in maniera quindi storicamente situata. Sotto questa prospettiva, si può sostenere che la rete contribuisca a “disintermediare” gli intermediari tradizionali, superando in parte una figura particolare e storica di intermediari (i giornalisti, ad esempio). Dall'altro lato, la “disintermediazione” può essere intesa in senso largo, etimologico e teorico, assoluto e non relativo. In questo senso il concetto di “disintermediazione” non sembra più adeguato ed è certamente più consono quello di “reintermediazione”. I media digitali, infatti, superano la figura dell'intermediario per come è stata intesa finora, ma non la superano in assoluto, tout court. Attraverso un'analisi teorica, intendiamo interrogarci sul rapporto fra i concetti di “disintermediazione” e “reintermediazione”, riflettendo sui cambiamenti che caratterizzano la comunicazione nel passaggio dai media di massa ai media digitali e facendo emergere al tempo stesso gli elementi di continuità e di integrazione fra i due sistemi. Per quanto riguarda in particolare gli elementi di continuità, ci focalizzeremo sul potere dei nuovi intermediari digitali nel “filtrare” le informazioni prodotte e consultate dai cittadini, quindi nel praticare l'attività dell'agenda-setting che, sebbene in forme diverse, è alla base del “quarto potere” dei media sia tradizionali sia digitali. Un'analisi così condotta può suggerire nuove linee di ricerca in merito alla responsabilità politica delle grandi aziende digitali nei confronti della pubblica opinione e delle democrazia (intesa come un sistema politico il più possibile aperto, plurale e contendibile).

Partecipazione democratica e immagini iconiche
maria francesca murru (mfrancesca.murru@gmail.com)
AbstractIl contributo qui proposto intende offrire una riflessione sui pubblici generati dalla diffusione di immagini iconiche attraverso i social media. Tale riflessione scaturisce dall’analisi condotta all’interno di un progetto di ricerca collettivo tuttora in corso sull’impatto politico della fotografia nell’era del digitale e sulla sua capacità di modellare le narrazioni delle realtà. Sono numerosi gli eventi recenti, di rilevanza sia globale che nazionale, la cui discorsivizzazione è stata fortemente influenzata dalla diffusione di immagini fotografiche. L'ondata migratoria, il terrorismo globale, le leadership internazionali sono alcuni degli esempi più eclatanti. La diffusione di icone capaci di condensare gran parte delle contraddizioni politiche di un'epoca non ha nulla di inedito. La novità cui assistiamo riguarda piuttosto le dinamiche di circolazione e consolidamento simbolico di tali immagini nel panorama mediale contemporaneo, contraddistinto da una commistione profonda tra comunicazione di massa e comunicazione interpersonale. Oggetto di riflessione sarà in particolare l’emersione dei cosiddetti “impromptu publics” (Mortensen, 2016), pubblici improvvisati e spontanei, che sono generati da e insieme contribuiscono a generare delle icone a partire dalle immagini diffuse in occasione di eventi rilevanti dell’attualità. Questa definizione sottolinea la rapidità con cui i pubblici dei social media prendono forma in risposta alle immagini iconiche ma anche il loro carattere effimero, apparentemente riconducibile a reazioni emotive di grande intensità ma di breve durata. A partire da una breve revisione della letteratura, il contributo qui proposto offrirà una disamina delle principali caratteristiche di tali pubblici e l’individuazione di alcuni casi empirici in cui tale fenomeno si è concretizzato in maniera particolarmente significativa. Più nello specifico, si tenterà di comprendere a quali condizioni il tipo di partecipazione espressa in tali dinamiche di aggregazione e discussione prende avvio da un coinvolgimento puramente affettivo per tramutarsi in riflessione critica, quando non in azione politica diretta.

Web content e sentiment analysis applicate alla politica. I Big Data raccontano le elezioni amministrative di Roma 2016
Francesco Tarasconi (tarasconi@celi.it), Fabrizio Panero (checcopanero@gmail.com)
AbstractQuesto studio riguarda l’analisi delle conversazioni online generate dalle elezioni amministrative romane di giugno 2016, un evento scelto per la rilevanza web-mediatica attesa e per il grado di complessità delle vicende che lo definivano. L’obiettivo è stato verificare se, in un contesto in grado di generare una mole così eterogenea di dati, fosse possibile trarre informazione, nuova e strutturata, che accrescesse la conoscenza complessiva dell’evento. La metodologia adottata è stata quella dell’analisi del contenuto, declinata in tecniche e in procedure che integrano approcci quantitativi con approcci qualitativi. Sophia Analytics è stato il software scelto per il text mining: combina risorse specifiche di Natural Language Processing multilingua e di dati web, con algoritmi di machine learning su grandi basi dati. Per monitorare le conversazioni sono state selezionate le piattaforme di Facebook e Twitter, e al loro interno le fonti dei flussi comunicativi più rilevanti. Da queste sono state poi scaricate le conversazioni del mese (e poco più) antecedente alle elezioni. Il corpus che ne è derivato, ripulito e strutturato, conteneva 344,779 documenti, divisi tra 198,669 contenuti di Facebook e 146,110 tweet. Attraverso il ricorso a tecniche di analisi (semantica quantitativa e analisi lessicometrica in primis) e alle funzioni del software, sono state definite e studiate le categorie attoriali (5) e quelle tematiche (20) più rilevanti dell’evento. In seguito sono state esaminate le modalità con cui queste categorie si sono intrecciate, sia intrinsecamente sia reciprocamente nell’ambiente comunicativo considerato. Infine, è stato eseguito uno studio specifico di sentiment analysis. Nelle differenti fasi si è fatto ricorso a metriche quantitative (frequenze assolute e relative, misure di specificità, trend, covariazioni) che sono state costantemente integrate da procedure qualitative (letture intensive dei testi) al fine di migliorare la qualità e la precisione dei risultati. Questo approccio, unito all’incisività delle tecniche e all’efficacia del software, ha permesso di ricostruire l’evento in maniera approfondita, secondo il paradigma delle 5W (chi ha comunicato, che cosa, come, ecc.), e di cogliere dinamiche rilevanti e spesso latenti in merito (relazioni tra i candidati, tra candidati e temi, percezioni dell’elettorato). In questo modo, è stato possibile esplorare specifiche situazioni, senza mai perdere di vista l’orizzonte complessivo degli eventi.

 

Panel 5.2 Open Democracy? Open government e comunicazione politica nella social network society (II)


Le logiche della comunicazione politica - e della politica più in generale - sono state trasformate nel corso degli ultimi anni dallo sviluppo dei social media e dalla profonda ridefinizione della sfera pubblica digitale, soprattutto nelle sue relazioni con la partecipazione politica. L'affermazione dei social media e di nuove forme (apparenti? presunte? potenziali? possibili?) di disintermediazione hanno messo in risalto l'emergenza di nuovi stili di comunicazione, sia da parte delle istituzioni sia da parte degli attori politici. A queste nuove emergenze sociali si è accompagnata la crisi di legittimazione della rappresentanza politica a cui le istanze partecipative (on-line e off-line) hanno provato a dare una risposta. Da una parte, la dimensione “verticale” dell’open government come luogo dell’accesso, della trasparenza e dell'accountability, dall'altra lo sviluppo di spazi di rappresentazione e deliberazione in rete, sia attraverso piattaforme di partecipazione democratica sia attraverso gli stessi social media (usati, a seconda delle circostanze, come strumenti di supporto o come spazi pubblici). In questa prospettiva, anche la networked intimacy è divenuta strumento di connessione nella sfera pubblica digitale.
A dispetto delle logiche partecipative che, almeno in teoria, l'open government e la "social network society" presuppongono, sembrano però emergere inedite forme di intermediazione che si muovono - senza vincoli apparenti - fra culture partecipative e nuove modalità di istituzionalizzazione della partecipazione. La "nuova" politica sembra bloccata fra l’insostenibilità del modello iperliberista del “capitalismo digitale” (come lo definisce Morozov) e la perdita di credibilità del sistema dell'informazione.
Il panel intende ospitare contributi che indaghino (anche in una dimensione comparata) come cambiano la comunicazione politica e quella istituzionale nella social network society e quale ruolo esse giochino nello sviluppo di culture partecipative, sia "dal basso" sia "istituzionalizzate" (come nel caso dell'open government). Sono ovviamente benvenuti anche studi sul valore della variabile comunicativa per i partiti, costretti a ripensare se stessi e le loro forme organizzative. E, infine, sulle relazioni fra big data, deep data e trasformazione dei regimi di visibilità e partecipazione.

Chairs: Giovanni Boccia Artieri, Emiliana De Blasio

Discussants: Giovanni Boccia Artieri, Emiliana De Blasio

Open (Smart) City: la città sperimenta l’open government
Simone Pettirossi (simone.pettirossi@studenti.unipg.it)
AbstractLa città negli ultimi anni è diventata sempre di più un soggetto globale, digitale, “smart”. Il concetto di Open Government, nato nel contesto statunitense, oggi caratterizza fortemente anche l’Italia, tanto che il 23 giugno 2016 il nostro paese si è dotato di un “FOIA” (Freedom of Information Act). L’idea di “governo aperto” include al suo interno il tema della trasparenza, del riuso dei dati posseduti dalla pubblica amministrazione (Open Data), dell’uso di software non proprietari (Software Libero e Open Source), ma anche di politiche pubbliche in cui vengano attivate forme di partecipazione e di condivisione delle scelte. La città “open” è anche ovviamente una “media city”, che comunica con i cittadini in modo sempre più orizzontale e “social”. Le nuove tecnologie hanno permesso anche di sviluppare servizi innovativi nell’ambito di una complessiva trasformazione digitale della p.a. (e-government) e sperimentare strumenti di accountability innovativi sempre più personalizzati, grazie anche alla diffusione delle reti “mobile” e degli smart-phone (m-government), oltre che forme di co-progettazione, di co-decisione o di vera e propria democrazia deliberativa on line (e-democracy). Il paper che presentiamo si divide in due parti. Nella prima c’è un inquadramento generale del concetto di open government, che viene declinato in chiave urbana (open smart city), evidenziando cioè il ruolo crescente delle città come luogo privilegiato di sperimentazione e di applicazione del “governo aperto”, tenendo conto della più recente bibliografia internazionale. Nella seconda parte si effettua invece un’analisi comparativa delle azioni che le città italiane stanno attuando in questa direzione, prendendo in esame i progetti presentati dai comuni finalisti del “Premio OpenGov Champion”, promosso per la prima volta in Italia quest’anno dal Dipartimento della Funzione pubblica.

Le diverse forme della partecipazione on line: uno studio comparativo sulle piattaforme di open government
Donatella Selva (dselva@luiss.it), Emiliana De Blasio (edeblasio@luiss.it)
AbstractL’open government riguarda molteplici aspetti delle modalità con cui viene gestita la cosa pubblica: secondo una definizione largamente condivisa dalla comunità scientifica e istituzionale, il governo aperto fa riferimento a processi di trasparenza, partecipazione e collaborazione che danno vita a forme innovative di governance, innestandosi su pratiche preesistenti. Un ruolo di primo piano in questo quadro è svolto dalle politiche e dalle piattaforme di e-government: il collegamento concettuale tra governo aperto e governo elettronico è ben visibile nelle policies internazionali e diventa ancora più stretto quando si guarda alla loro implementazione pratica. Non si tratta dunque di una sostituzione radicale di un modello con un altro, ma piuttosto di un compromesso costantemente in fieri tra pratiche consolidate in istituzioni e processi di “apertura”. In particolare, le piattaforme digitali rappresentano gli artefatti più rilevanti dell’open government, essendo ambienti partecipativi dotati di una legittimità istituzionale (invited spaces) in cui possono convivere anche dinamiche orizzontali o bottom-up. Per studiare questi fenomeni abbiamo condotto una survey delle piattaforme di e-government, di trasparenza e di partecipazione presenti in Italia, Francia, Spagna e Regno Unito. Dopo aver censito tutte le piattaforme attive nei quattro Paesi, abbiamo elaborato una scheda di analisi ad hoc, allo scopo di rilevare le diverse prospettive sull’open government e di valutarne la traduzione empirica in ottica comparativa. Da un punto di vista descrittivo, abbiamo rintracciato diversi tipi di piattaforme, distinguibili in base alla loro funzione e ad una combinazione stabile di caratteristiche. Inoltre, abbiamo osservato come le dimensioni chiave dell’open government (trasparenza, partecipazione, collaborazione) siano trasversali ai diversi tipi di piattaforme: in particolare, spazi e pratiche di partecipazione e collaborazione si confermano centrali in tutte le piattaforme prese in considerazione, anche se si traducono in processi con gradi di complessità e di coinvolgimento molto diversi. L’analisi svolta finora ci porta a riflettere su come la partecipazione sia una variabile indipendente, perché fa riferimento a una dinamica fondamentale (e forse irrinunciabile) delle piattaforme digitali; allo stesso tempo, anche nell’ambito digitale, la partecipazione e la collaborazione mantengono la loro polisemia, assumendo diverse forme al variare del contesto.

Public data and value creation in Italy. The findings from the research Open Data 200 Italy
Francesca De Chiara (dechiara@fbk.eu)
AbstractThe debate developed around the value creation based on the reuse of open data has raised exponentially over the years. However, as Boswarva reported in an article on The Guardian (2013), “the commercial value of much core reference data was recognized well before the open data agenda took hold”. He refers to the UK, but this is still critical in a country like Italy, where data-sets of high commercial value are still the main source of revenue for public bodies. This is the case of cadastral data and company register in Italy. The adoption of alternative business models for these data-rich organizations faces barriers and limitations. That’s one of the reason in support of more impact studies and investigations on the reuse of public sector information in order to rethink how the public and private sectors can cooperate to achieve greater access, to improve value creation and make well informed decisions based on evidence. According to the definition provided by George, Haas and Pentland (2014), "public data are data typically held by governments, governmental organizations, and local communities that can potentially be harnessed for wide-ranging business and management applications. Gurin (2013) also explains the relationship between big data, open data, and open government by describing "open data as accessible public data that people, companies and organizations can use to launch new ventures, make decisions and solve complex problems". In this paper we take into account the perspective of public data as a resource for value creation. We show and discuss the findings of the study Open Data 200 Italy, an ongoing systematic investigation into the reuse of open data for commercial purposes. Launched in collaboration with the Governance Lab, New York University, its main goal is to reach a better understanding of the benefits derived from the release of public data. Benefits and impact are still hard to measure, the methodological challenges are another aspect we explore in this work. Insights are based on empirical evidence collected from a relatively large sample of Italian companies. In the first section we detail the context and review the actions undertaken by the Italian government, i.e. the participation of Italy Open Government Partnership with the third action plan, the new version of the national data catalog dati.gov.it, the inception of the Digital Team, etc. In the second section we show the results of the research and discuss the main findings. In the conclusions we explore the opportunity to extend the study to non-governmental organizations and professionals.

Comunicazione Istituzionale 2.0:
 analisi empirica sull’uso di Twitter da parte dei capoluoghi di regione
Daniele Del Gaudio (daniele.delgaudio@uniroma1.it)
AbstractI social media, dotati di grammatiche e codici peculiari, si sono affermati nella società condizionando fortemente la nostra quotidianità. In generale, la dimensione comunicativa delineatasi rappresenta per le istituzioni una nuova sfida, le cui parole chiave sono partecipazione e trasparenza, sempre più richieste dai cittadini. Uno degli strumenti attraverso cui l’ente pubblico può in parte tentare di rispondere a questa domanda sono proprio i social media. La Pubblica Amministrazione ha infatti, seppur con notevole ritardo, compreso di non potersi privare di questi strumenti ed è per questo che ha deciso di scendere su questo territorio, ad essa estraneo, già popolato dai cittadini. Affinché ciò possa realizzarsi, con effetti positivi, le difficoltà sono molteplici; alcune sono direttamente connesse alla qualità del servizio offerto sui nuovi portali.
Il presente lavoro mira a indagare, attraverso due fasi distinte nel tempo, la configurazione che è venuta a delinearsi su uno di questi social media: Twitter. Nello specifico, l’indagine punta ad approfondire lo stile editoriale su questo social da parte dei profili istituzionali ufficiali dei capoluoghi di regione italiani, al fine di rilevare se i suddetti profili perseguono logiche partecipative e in quale misura.
L’analisi verte su oltre 10.000 tweet, alcuni risalenti al 2012 e altri all’anno 2017, emessi dai capoluoghi di regione. I tweet sono stati archiviati e catalogati uno per uno sulla base del contenuto editoriale, in un’apposita matrice dati costruita attraverso una opportuna fase di pre-test. Non solo il contenuto ma anche la produzione complessiva è stata monitorata, così come l’andamento di follower e following.
Dall’indagine è quindi possibile esaminare quale sia stato l’eventuale cambiamento dello stile editoriale rispetto al 2012 da parte dei profili oggetto d’esame.

 

Panel 5.3 Le strategie comunicative dei partiti della sinistra radicale europea fra spin doctoring e populismo democratico


Quali sono gli spazi e le prospettive per i partiti e i movimenti della sinistra radicale in Europa? Che relazione stabiliscono con i riformismi (sempre più apparentemente assorbiti da una logica neo-liberale) e i populismi, da cui la sinistra radicale sembra volersi distanziare nettamente (Damiani 2017). E, ancora, che ruolo gioca la comunicazione nella delineazione del difficile equilibrio fra tensione anti-sistema di tipo rivoluzionario e supporto alle istituzioni della democrazia rappresentativa? Come si coniuga l’uso dei social media (e l’adozione di tecniche di spin) con la prospettiva strategica del populismo democratico che sembra costituire una risorsa contro i neo-populismi anti-sistema?
Secondo diversi studiosi, il populismo – nelle sue varie e difficilmente definibili forme – rappresenta un passo indietro della sovranità popolare; al tempo stesso, però, esso sembra costituire una forma avanzata di rappresentanza, una sorta di nuovo “claim for representation”. Quale ruolo interpreta la comunicazione politica – e in particolare quella digitale – fra queste tendenze contrastanti? Come si collocano le strategie della sinistra radicale europea nel quadro della digital disruption? E, ancora, esiste una relazione fra il populismo democratico (e altre forme di populismo) e le trasformazioni attivate dalla digital disruption in Europa?
Il panel richiede interventi su questi temi (in italiano o in inglese), privilegiando una prospettiva comparativa.

Chairs: Giovanni Boccia Artieri, Michele Sorice

Discussants: Michele Sorice, Giovanni Boccia Artieri

Due partiti, due populismi: una comparazione tra Podemos e Movimento 5 Stelle.
Lorenzo Viviani (lorenzo.viviani@unipi.it), Marco Damiani (marco.damiani@unipg.it)
AbstractA partire dagli anni Novanta la crisi delle famiglie politiche tradizionali si fa particolarmente intensa nelle democrazie del Sud Europa, con un aumento della volatilità elettorale, il contrarsi della membership e con crisi di consenso elettorale e di fiducia. Una crisi che contraddistingue in particolar modo Spagna e Italia, che pur con processi di democratizzazione diversi mostrano entrambe segni evidenti di “collasso” del sistema politico tradizionale. In queste realtà accanto ai partiti tradizionali di origine novecentesca è nata una generazione di new parties politics, che rifiutano la divisione destra/sinistra, proponendo una frattura nuova tra il basso e l’alto della società, o – meglio – tra il popolo e l’élite. In Spagna e Italia l’offerta politica anti-establishment è segnata dalla nascita di Podemos e del Movimento Cinque Stelle. L’articolo si incentra sulla comparazione fra questi due nuovi soggetti politici, evidenziandone differenze e analogie, in termini politico-identitari e organizzativi. L’ipotesi di ricerca sviluppata in questo contributo fa riferimento alla diversa forma e identità in cui si declina il populismo nei due casi nazionali. L’intento è quindi di avanzare una critica all’uso indistinto della categoria populista, verificando quali aspetti del concetto e dello stile di politicizzazione populista vengono messi in atto dai due partiti esaminati. Dal lato metodologico, la comparazione fra i due partiti sarà condotta attraverso l’analisi del testo dei programmi elettorali delle due diverse forze politiche. Per avere una definizione completa dei temi nazionali e sovranazionali che caratterizzano le due formazioni politiche prenderemo in esame i programmi elettorali ufficiali presentati nelle elezioni politiche nazionali e nelle elezioni europee nel periodo compreso dal 2014 (anno di fondazione di Podemos) al 2017.

Processi di adattamento (realizzato o mancato) della cultura politica di alcune formazioni della sinistra radicale europea alla “condizione postmoderna”. Il “caso italiano”, Podemos e Insoumis
Massimiliano Panarari (m.panarari@gmail.com)
AbstractIl paper vuole concentrarsi sulle problematiche dell’arcipelago della sinistra radicale italiana, che non riesce a portare a compimento la metamorfosi indotta dalla postmodernità, mettendola in chiave comparata con i processi sperimentati, invece, da altre formazioni della medesima area politica in Europa. La congiuntura storica postmoderna vede una trasformazione profonda dei cleavages, e introduce nel paesaggio socioculturale e nel discorso pubblico una serie di visioni e concezioni – dall’orizzontalizzazione alla disintermediazione, dalla crisi delle nozioni-cardine di rappresentanza e delega al primato “teoretico” oltre che pratico delle tecnologie digitali – con le quali la costellazione della sinistra “at large” ha spesso avuto un rapporto conflittuale, quando non sic et simpliciter di rifiuto e rigetto. I movimenti e i partiti populisti definiscono le loro issues essenziali secondo le dimensioni dell’anti-elitismo, della lotta anti-sistema, e dell’esclusione sociale, già terreni fondamentali della sinistra, all’insegna di declinazioni, argomentazioni e di format narrativi ipersemplificati e brutalmente “manichei”. L’esito, dal punto di vista comunicativo, è quello di un’operazione di “egemonia culturale” e di occupazione linguistica e di frame concettuali dello spazio del disagio sociale da parte di populismi verticalizzati e personalizzati. Di fronte a cui, anche in relazione a uno spostamento-scivolamento di campo dell’offerta politica, i partiti e le organizzazioni della sinistra radicale sembrano portatori di una prospettiva pro-sistemica, seppure in termini di conflitto sociale. Il paper intende analizzare i due case-study di Podemos in Spagna e degli Insoumis in Francia quali risposte che, seppure all’insegna di problematiche e criticità (endogene ed esogene), hanno afferrato il punctum della svolta postmoderna (sotto i profili centrali della personalizzazione della leadership politica, della comunicazione a fini di consensus building e della reinvenzione delle narrazioni simboliche e, parzialmente, delle stesse culture politiche di provenienza). E metterli a confronto con le formazioni della “nuova sinistra” italiana che paiono non riuscire davvero a elaborare il lutto del tramonto del partito di integrazione sociale, del paradigma della funzione-missione pedagogica e delle formule organizzative di massa, e sperimentano “brutalmente” gli effetti della fine del coinvolgimento popolare e della democrazia dei partiti.

Sulle strategie retoriche dei populismi di sinistra
Erasmo Silvio Storace (erasmosilviostorace@gmail.com)
AbstractIl “populismo democratico”, sviluppato ad esempio dalla sinistra radicale europea, cerca di recuperare quel rapporto, ormai incrinato, tra la classe politica e le classi popolari, sempre più disilluse e attratte dai populismi di destra, che fanno leva sulle paure degli stranieri, della criminalità, del multiculturalismo, etc., e che propongono, in Europa, per un recupero della logica degli Stati Nazionali rispetto a quella confederativa. A queste posizioni si contrappongono, in parte, quelle dei populismi di sinistra, che invece vantano un radicamento presso le classi popolari, presso le quali rivendicano valori di uguaglianza, di apertura (anche dei confini, con intenti umanitari), di diritti sociali (dei disoccupati, dei precari, dei migranti, etc.) all'interno di una collettività da ripensarsi. Populismo di destra e populismo di sinistra hanno però anche in comune diversi tratti, dal distacco dalle élites alla capacita di instillare paure nell'elettorato al fine di ottenerne il compenso. Attraverso un metodo filosofico-politico, si cercherà di mettere in luce analogie e differenze tra queste due facce della medesima medaglia (cfr. Merker 2009 e Laclau 2005), analizzando il nesso tra retorica e politica che, dall'antichità ai giorni nostri, ha segnato due modi diversi di intendere la politica. Ci si soffermerà sulle diverse strategie retoriche messe in atto da un populismo di sinistra e uno di destra e sulle diverse modalità in cui vengono gestite le campagne elettorali, anche a opera della figura dello spin doctor (cfr. Sorice 2011, p. 72 e ss.), così da comprendere il motivo per cui le tradizionali distinzioni ideologico-partitiche vanno sempre più appiattendosi e livellandosi. La modalità retorica e comunicativa, semplice e immediata, messa in atto dai leader dei movimenti populisti europei, attecchisce infatti molto bene presso quella fascia di elettorato storicamente legata alla sinistra radicale (ad es., la Francia del Nord con Marine Le Pen): ciò risulta connesso con il tardivo adeguamento della sinistra radicale ai nuovi modelli di comunicazione, intimamente connessi con la globalizzazione, la società di massa e la digitalizzazione. Sarà utile concludere riflettendo sul ruolo svolto dalla comunicazione politica, interrogandosi soprattutto sui nuovi strumenti messi in campo dal digitale, che spesso contribuiscono a costruire quelle post-verità su cui si fondano e si corroborano queste nuove forme post-democratiche di governo.

 

Panel 5.4 Pratiche di comunicazione/partecipazione non convenzionale nel sistema mediale ibrido


La rapida e capillare diffusione dei linguaggi e delle tecnologie digitali ha impresso una cesura, anche epistemologica, al campo di studi della comunicazione e della partecipazione politica (Della Porta 2011). L’idea di uno scambio sempre più “alla pari” tra candidati ed elettori anticipata da Coleman (2001), sembra prendere progressivamente forma, pur con le inevitabili contraddizioni che un processo di così vasta portata comporta. Tra i possibili ambiti in cui osservare le trasformazioni in atto, la dimensione conflittuale tipica dell’e-politics si presenta come un terreno privilegiato di indagine: qui, accanto agli attori istituzionali, si esprime infatti la variegata galassia della società civile, dei movimenti e dei gruppi di opinione. L’ampliamento delle possibilità di accesso ai meccanismi di produzione e diffusione di contenuti, e la conseguente presa di parola pubblica di questi soggetti non prelude necessariamente a concrete o durature forme di impegno politico, ma inevitabilmente le accompagna (Norris, 2000; Mosca, Quaranta 2015). Il ruolo della comunicazione, delle pratiche culturali e mediali legate all’utilizzo dei canali e delle tecnologie digitali, contribuisce infatti in maniera sostanziale a dare forma all’organizzazione e all’azione degli stessi soggetti (Bennett, Segerberg 2012). Pur declinandosi spesso nella dimensione dei social network sites (Cepernich 2015), tali pratiche hanno origine in un ambiente mediale ibrido, entro i cui confini l’interdipendenza asimmetrica tra le logiche dei vecchi e dei nuovi media (Chadwick 2013) si riflette nelle interazioni e nei conflitti, politici e culturali, tra attori e logiche comunicative istituzionali da un lato e non convenzionali dall’altro.

Lo scenario qui tratteggiato apre alla proposta di contributi teorici ed empirici che intercettino, ma non necessariamente si limitino, agli items di seguito riportati:
- ambienti di rete e piattaforme di social newtorking come luoghi in cui esercitano forze conflittuali;
- attualità dei formati e discorsi dei media di massa in un contesto comunicativo crossmediale;
- forme di appropriazione e bricolage di contenuti mediali ad opera di attori informali, rimediazione e reinvenzione “non convenzionale” in rete e nelle piattaforme social;
- controcampagne, iniziative ibride tv-web (es. il caso “Gazebo”), pagine di satira;
- pratiche collaborative di verifica del'informazione (es. Politifact, Pagella politica).

Chairs: Stefania Parisi, Christian Ruggiero

Alla ricerca dei fatti: Il successo del fact-checking nell’epoca della post-verità
Giovanni Zagni (giov.zagni@gmail.com)
AbstractLa crescita dei progetti di fact-checking è stata costante negli ultimi anni (Duke Reporters’ Lab, Graves 2016, Graves-Cherubini 2016), parallelamente alla diffusione di nuovi concetti nel mondo dell’informazione e del lessico politico come quello di post-truth (Ball 2017). Oggi sono attive, a livello locale o nazionale, oltre cento iniziative diverse in 47 paesi, mentre anche l’Italia ha mostrato un precoce interesse nel fenomeno (Maistrello 2013). Tra i maggiori elementi di novità del fact-checking c’è l’uscita del processo di verifica delle informazioni dalla tradizionale dialettica tra istituzioni politiche e mondo dei media, con l’apertura a pratiche collaborative declinate in un’estrema varietà di esperienze e impostazioni. Facendo riferimento anche alle caratteristiche quantitative del fenomeno più aggiornate, che saranno esposte nel corso del convegno internazionale dei progetti di fact-checking “Global Fact 4” (Madrid, 5-7 luglio 2017), l’intervento si propone di fornire una categorizzazione delle diverse esperienze internazionali in relazione al pubblico e alle istituzioni politiche, sia dal punto di vista interno – come le organizzazioni si definiscono e definiscono la propria missione – che da quello esterno – qual è la relazione che hanno, o cercano di avere, con gli enti esterni. Le diverse modalità verranno illustrate attraverso alcuni case studies italiani e internazionali. Al fine di una prima valutazione dell’impatto del fact-checking nelle scelte informative ed elettorali, e nel comportamento dei rappresentanti politici, verranno passati brevemente in rassegna gli studi più rilevanti condotti in materia (da ultimo Swire-Berinsky 2017).

PARTECIPAZIONE POLITICA E SOCIETÀ CIVILE: FRA DISINTERMEDIAZIONE E NUOVI CORPI INTERMEDI. IL CASO ROMA.
melissa mongiardo (melissamongiardo@gmail.com), Ernesto Dario Calò (ernestocalo1@gmail.com)
AbstractLa diffusione delle tecnologie digitali accomunate dal mezzo Internet, nonché i linguaggi specifici che ne sono scaturiti mediante un progressivo processo di domesticazione (Silverstone, 2009), hanno incluso la rete nel novero dei luoghi attraverso i quali la società civile organizza il proprio consenso in gruppi di opinione, partecipando a pieno titolo al dibattito pubblico, promuovendo nuove modalità ibride di impegno politico (Castells, 2012, Diamanti, 2014) e costituendo, di fatto, nuove forme di autocomunicazione di massa (Castells, 2009). Tale fenomeno è indubbiamente riconducibile al contesto sociale odierno, liquido (Bauman, 2002) e in profonda crisi identitaria, in cui il modello di democrazia rappresentativa è sempre più caratterizzato da una forte disaffezione nei confronti dei corpi intermedi tradizionali della politica istituzionalizzata. Il paper indaga il contributo e le ricadute generati da questi nuovi soggetti attivi, circoscrivendo il campo di studi al panorama politico della città di Roma e considerando, nello specifico, tre casi studio ritenuti rappresentativi, emersi a seguito di un’attenta ricognizione sulla rete con lo scopo di includere le realtà più significative. Si tratta di soggetti apartitici, che, con modalità costitutive e partecipative differenti, slegati dall’attività dei corpi intermedi tradizionali, organizzano e canalizzano l’interesse per la res pubblica: • Diario Romano “cronache e idee per una Roma migliore” (blog apartitico costituito attorno ad una delibera di Roma Capitale, luogo virtuale di confronto, dibattito e proposta politica); • Carte in Regola (Laboratorio che riunisce reti di cittadini, associazioni e comitati di Roma Metropolitana); • Roma Pulita (gruppo Facebook di libero confronto ed elaborazione politica, luogo di discussione virtuale in cui oltre 5000 cittadini dibattono sulle issues del governo del territorio). Si ritiene opportuno, quindi, indagare sui meccanismi di partecipazione, consenso e ricaduta del fenomeno, nonché sull’eventuale traduzione in impegno politico/elettorale concreto; avvalendosi dell’adozione di più strumenti di ricerca (somministrazione di interviste in profondità a testimoni privilegiati e, ad un secondo livello più inclusivo, di un questionario semi-strutturato, per fornire informazioni sull’entità del fenomeno osservato in maniera statisticamente significativa).

Informazione online, nicchie e dimensione dialogica: le conversazioni di “Valigia blu”
Daniele Del Gaudio (daniele.delgaudio@uniroma1.it)
AbstractIl rapido progresso tecnologico che ha caratterizzato gli ultimi anni ha determinato una proliferazione di flussi dialogici. Se “il medium è il messaggio”, l’avanzare dei social media porta nuove logiche e forme di dialogo, date dal diverso tipo di effetto che una comunicazione esercitata attraverso questi canali suscita nei partecipanti. Uno dei principali pericoli che pare sia insito in questi nuovi portali, come segnalato da più autori, è il rischio di condurre a una progressiva diminuzione dei cosiddetti “incontri all’angolo della strada” con punti di vista diversi dai propri. Gli utenti dei social media tenderebbero difatti a personalizzare la propria esperienza entrando prevalentemente in contatto con nicchie caratterizzate da gusti omogenei e da valori consonanti ai propri, con il risultato di diminuire un accrescimento culturale dovuto al contatto con punti di vista differenti. Questa dinamica è influenzata in una certa misura dagli stessi algoritmi dei social che, per l’appunto, tenderebbero a selezionare per noi informazioni più inclini ai nostri interessi, essendo queste piattaforme realtà private con l’obiettivo principale di garantire all’utente una esperienza positiva e piacevole. Queste nicchie che vengono a crearsi toccano tutti gli ambiti, compreso quello politico, e abbondano di interazioni, commenti, seppur in forma anonima e mediata. Ma qual è il tenore delle conversazioni al loro interno? L’omogeneità che si crea quanto sfavorisce dissenso e forme di confronto dialogico? Nel presente lavoro verranno analizzati i flussi comunicativi interni alla pagina Facebook del blog collettivo “Valigia blu”, caratterizzata da contenuti editoriali prettamente politici, con un elevato livello di aggiornamento e di interazioni. L’obiettivo è quello di elaborare un’analisi propedeutica a ricerche di più largo respiro relativamente alla bontà dei flussi comunicativi nelle nicchie social, approfondendo un singolo caso di studio, per evidenziare tracce di forme di confronto dialogico. A livello operativo, verranno selezionati i post prodotti dalla pagina negli ultimi mesi caratterizzati da una più marcata presa di posizione editoriale, osservando la qualità dei commenti ad essi collegati. Verranno infine analizzati questi ultimi, al fine di individuare e quantificare l’eventuale presenza di esplicito dissenso da parte degli utenti rispetto alla linea editoriale espressa dalla pagina, alla ricerca di possibili forme di confronto all’interno di nicchie.

News sharing: la credibilità della stampa nel confronto elettorale tra Raggi e Giachetti
Marzia Antenore (marzia.antenore@uniroma1.it), Elisabetta Trinca (elisabetta.trinca@uniroma1.it), Roberta Toce (robertatoce@gmail.com)
AbstractQuesto lavoro ha come oggetto di analisi le elezioni amministrative di giugno 2016, con particolare attenzione al territorio comunale romano e al dibattito sviluppatosi attorno ai due candidati al ballottaggio, Virginia Raggi (M5S) e Roberto Giachetti (PD), durante la campagna elettorale e a ridosso del voto. Rispetto al contesto elettorale preso in esame, le domande di ricerca cui abbiamo cercato di rispondere sono sostanzialmente due e riguardano entrambe il rapporto tra fonti di informazione e cittadini-elettori. Anzitutto, ci siamo chiesti se le fonti di informazione tradizionali (carta stampata, testate giornalistiche, ecc.) abbiano ancora un ruolo strategico per quei cittadini che dibattono di politica, al punto da essere citate a sostegno delle proprie posizioni politiche; ovvero se tali fonti siano invece più marginali nei commenti politici rispetto a quelle informali e personali (blog, post di influencers, ecc.). Contestualmente, a partire dalla constatazione di una molteplicità di fonti rese disponibili dal digitale, ci siamo interrogati se a tale sovrabbondanza nell’offerta corrisponda un analogo pluralismo nella circolazione dell’informazione e, eventualmente, con quali differenze tra i sostenitori dei due principali schieramenti. Per rispondere a queste domande di ricerca il lavoro si è incentrato su una analisi dei post degli utenti Twitter legati ad alcuni hashtag di riferimento, politicamente schierati e neutri, che sono stati usati anche come chiave di scaricamento. Per capire il ruolo delle fonti abbiamo analizzato gli Url inseriti all’interno dei tweet dagli utenti. Durante il monitoraggio – svolto dal 31 maggio al 20 giugno 2016 - sono stati scaricati 160.491 tweet sulle elezioni amministrative attraverso sette hashtag diversi, di cui il 27,1% (43.463 tweet) conteneva un link.

 

Panel 5.5 CONTRO LA RETORICA DELLA RIVOLUZIONE DIGITALE: FRATTURE E TRANSAZIONI NEGLI AMBIENTI COMUNICATIVI DELLA POLITICA E DELLA SOCIETÀ CIVILE


Negli studi sulla comunicazione politica ha da tempo acquistato centralità il ruolo dei mezzi di comunicazione, al punto da erigerlo a fattore primario della gran parte delle trasformazioni osservabili nello spazio pubblico. Tale impostazione si è addirittura accentuata con l'avvento dei media digitali, ai quali si attribuisce la capacità di generare un passaggio dalle caratteristiche epocali.
Non si è però abbastanza riflettuto sul fatto che tali approcci di stampo mediacentrico siano il prodotto di un sotteso determinismo tecnologico, che si è rafforzato nell'epoca dei mezzi digitali, affermando, come fosse un ricorso storico, la loro capacità di determinare le costruzioni simboliche, i frame e i significati, se non addirittura di modellare nuovi attori della scena pubblica.
Mentre il concetto di mediatizzazione viene sottoposto a ripensamento critico (si pensi al numero a ciò dedicato da Communication Theory nel 2013), l'attenzione alla digitalizzazione della comunicazione politica sembra occupare sempre più spazio e la ridefinizione digitale delle relazioni sociali rilevanti in politica sembra riempire l'orizzonte di questa nuova epistemologia scientifica. Come spesso è capitato negli studi sul rapporto tra tecnologia e società e tra media e politica, tale prospettiva è anche divenuta una forma retorica, attraverso cui gli scienziati sociali narrano la “rivoluzione digitale” e le sue conseguenze. Ne possono essere esempio l'idea del networked individualism di Wellman; oppure le iperboliche connessioni stabilite tra Internet e democrazia (de Kerckhove e a contrario Lovink).
È peraltro tipico di letture simili accentuare, appunto, gli aspetti di frattura e non disporsi a comprendere i processi di transazione tra vecchio e nuovo.
L'interessante modello del sistema mediale ibrido (Chadwick) sembra prevalentemente ispirato dalla crossmedialità e dalla rimediazione, piuttosto che dall'intento di leggere l'intersecarsi complesso di tutte le dinamiche comunicative nello spazio pubblico allargato.
Il panel intende accogliere contributi teorici ed empirici sui seguenti temi:
- approcci critici al determinismo tecnologico in comunicazione politica;
- culture/subculture politico-civiche e reti di relazione offline e online;
- attivismo della società civile e intersezioni tra ambienti comunicativi plurali;
- lifestyle politics, media e reti relazionali;
- spazio pubblico: l''interazione tra arene.

Chairs: Rolando Marini

Discussants: Anna Carola Freschi, Cristopher Cepernich

La narrazione di un dramma nel sistema mediale ibrido: il terremoto del Centro Italia
Susanna Pagiotti (susanna.pagiotti@gmail.com), Paola De Salvo (paola.desalvo@unipg.it), Rita Marchetti (rita.marchetti@unipg.it), Marco Mazzoni (marco.mazzoni@unipg.it)
AbstractObiettivo del nostro studio è indagare come è stato raccontato dai diversi media il terremoto che negli scorsi mesi ha gravemente colpito alcune zone del centro Italia, anche alla luce delle numerose polemiche circa la diffusa responsabilità dei canali di informazione sui cosiddetti “danni indiretti” del sisma. Cercheremo di mostrare quanto la rappresentazione di un evento così drammatico sia stata determinata dalle routine e dalle logiche prevalenti delle redazioni e quanto, invece, tale racconto sia riconducibile all’azione svolta dal basso da associazioni, gruppi, semplici cittadini che, attraverso i social media, sono riusciti a far emergere il loro dramma sui media tradizionali. Indagheremo uno dei punti salienti del panel, ossia l’interazione tra diverse arene nello spazio pubblico dove processi di ibridazione mediale (secondo la definizione restituita da Chadwick) rendono possibile la narrazione dell’evento drammatico non solo da parte dei media mainstream, ma anche attraverso i canali grassroots che nel racconto del terremoto hanno giocato un ruolo fondamentale (si prendano ad esempio le pagine e i gruppi Facebook nati dal basso e creati da gruppi di cittadini sia prima del terremoto, sia ad hoc post evento sismico). Si cercherà pertanto di scoprire chi ha parlato più di terremoto e in che modo e quanto dei contenuti pubblicati sui social network sono passati sulle testate cartacee e televisive. Indagheremo inoltre eventuali differenze nel coverage della stampa a livello locale e nazionale. Questo studio prende spunto dalla nascita presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Perugia di un “Osservatorio sul terremoto”. Saranno analizzati tutti gli articoli (16.524) pubblicati dalla stampa nazionale (Il Corriere della Sera, la Repubblica, il Giornale, Il Sole 24 Ore, La Stampa) e locale (Corriere dell’Umbria, La Nazione Umbria, Il Messaggero Umbria), che presentano nel titolo e/o nel testo le parole-chiave terremoto o sisma, e i servizi andati in onda nei principali tg nazionali del prime time, Rai, Mediaset e La7 (Fonte: CARES - Osservatorio di Pavia), incentrati sul terremoto del centro Italia. Il periodo di riferimento è compreso fra il 25 agosto 2016 e il 10 aprile 2017. Il corpus raccolto sarà sottoposto ad un’analisi computerizzata del contenuto attraverso l’ausilio del software T-Lab.

Le campagne elettorali ai tempi del Porcellum. Parlamentari e comunicazione politica
Rossana Sampugnaro (sampugnaro@unict.it), Francesca Montemagno (francesca.montemagno@gmail.com)
AbstractLe campagne elettorali sono state profondamente influenzate da una parte dalla crisi dei valori e dal processo di individualizzazione, dall’altra dalla presenza della piattaforma digitale e dalla possibilità di utilizzare i big data per fini elettorali. I tratti comuni appaiono una forte personalizzazione delle strategie di comunicazione e un’accentuata tendenza alla digitalizzazione che si esprime in nuovi tools e in una ridefinizione dei profili della consulenza politica. Il Digital Strategist e il Data Analyst assumono un preso crescente nelle “war room” del candidato tanto da apparire indispensabili nella narrazione delle nuove campagne elettorali. La digitalizzazione assumerebbe le forme di una disruption (Newman, 2016), una linea di cesura tra un prima (dominato dalla tv) e un dopo (piattaforma digitale) nell’approccio alla mobilitazione dell’elettorato. L’obiettivo di questo studio è cercare di interpretare il cambiamento in corso attraverso l’analisi della comunicazione di 150 parlamentari italiani (Legislatura XVII) nel corso delle campagne elettorali e del mandato. Cosa succede in Italia? E’ sufficiente leggere il cambiamento solo nei termini del determinismo tecnologico o della convergenza/ibridazione? A partire da interrogativi sull’utilizzo di strumenti in campagna elettorale e sulla professionalizzazione della comunicazione politica, è possibile evidenziare diversi profili di parlamentari ma soprattutto sottolineare una logica di impiego degli strumenti più vicina alla semplice sovrapposizione che ad una matura convergenza/concertazione tra i mezzi di mobilitazione.

L’uso dei big data nella comunicazione politico-elettorale. Il caso delle presidenziali francesi di R. De Rosa
Rosanna de Rosa (rderosa@unina.it)
AbstractQuando nel corso della campagna presidenziale di Barack Obama nel 2012 si sentì parlare per la prima volta del progetto Narwhal e di come e perché l’integrazione di banche dati diverse avesse contribuito alla vittoria di Obama furono in molti a pensare che la comunicazione politico-elettorale stesse muovendo i suoi primi passi verso un nuovo El Dorado (Issenberg 2012). La creazione di un unico contenitore di dati provenienti da fonti digitali e finanziarie rendeva finalmente possibile la messa a punto di una strategia di campagna che fosse cost-effective che, cioè, a parità di costo consentisse di raggiungere e coinvolgere nella campagna un numero nettamente maggiore di supporter e donatori e, allo stesso tempo, fosse time-efficient che, cioè, contribuisse a comprendere - quasi in real time - l’umore dell’elettorato e la sua risposta ai messaggi politici riducendo, di conseguenza, i tempi di reazione della cosiddetta war room. Con la metafora “big data is the new oil”, i big data sono stati paragonati ad una ghiotta opportunità per fare soldi estraendo valore da uno smisurato giacimento informativo (Thorp 2012). Tuttavia né la metafora dell’El Dorado né quella del new oil sembrano riuscire a rendere ragione di un processo che ha più a che fare con la coltivazione - sperimentale, complessa e ricorsiva - del ragionamento probabilistico e scientifico che con il mero sfruttamento di una inesauribile vena d’oro (Nickerson and Rogers 2017). Questo paper intende contribuire al dibattito sugli usi e sulle prospettive dei Big Data nella comunicazione politico-elettorale a partire da una analisi critica del loro utilizzo – con risultati piuttosto interlocutori - nelle presidenziali francesi 2017.

 

Panel 5.6 Come la connettività muta la rappresentazione della politica e del potere


Alcuni osservatori sostengono che la connettività abbia sostituito la divisione come nuovo paradigma di organizzazione globale e che un’infrastruttura ci dica molto di più dei confini politici su come il mondo funziona. Secondo Parag Khanna, una mappa del mondo dovrebbe includere megalopoli, autostrade, ferrovie, oleodotti, ma soprattutto cavi internet e altri simboli dell’emergente civiltà digitale. La stessa natura della competizione geopolitica sta evolvendo dalla guerra sul territorio in una guerra di connettività, mentre le relazioni internazionali sono comunemente discusse come se fossero ostaggio delle campagne elettorali degli Stati Uniti, dell’emergere di qualche nuovo movimento populista in Europa, o della salute dell’economia cinese. Queste dinamiche impongono l’assorbimento da parte della teoria di quote crescenti di contingenza e sollecitano un’attenta analisi che, ponendosi oltre una definizione ristretta di digital disruption, riesca a dare spiegazione di come l’improvviso afflusso di tecnologie di connessione minacci la stabilità del sistema globale.
Questo lavoro di ricerca non può essere portato avanti senza recuperare la tradizione di studi di comunicazione politica internazionale che si è soffermata sull’evoluzione delle tecnologie e sul loro ruolo nella definizione di posizioni dominanti.
Considerato il carattere dirompente dell’innovazione digitale, il panel si propone di sviluppare una riflessione sugli effetti che questi processi hanno sulla rappresentazione della politica e del potere nello spazio globale. In particolare, su un piano teorico saranno prese in considerazione proposte su come si riconfiguri un’immagine tecnica del mondo che vada oltre la spazializzazione cartografica tradizionale restituendo nuove rappresentazioni della globalità. Altrettanto gradite saranno le proposte che rendano osservabili processi materiali su una scala più circoscritta, in particolare nelle dinamiche di conflittualità oppure nella riorganizzazione territoriale di enti politicamente rilevanti. Posti nel quadro generale del panel, sono infine ricompresi contributi che considerino in chiave critica la internet governance, il ruolo delle fake news nei rapporti internazionali, il fenomeno della tweet diplomacy.

Chairs: Gianluca Bonaiuti, Emidio Diodato

Chi sono i nostri. Immagini del mondo e geografie dell'appartenenza
Mirko Alagna (mirko.alagna@gmail.com)
AbstractIl taglio del contributo sarà di tipo teorico-storico: il mio obiettivo è cioè analizzare in che modo e attraverso quali processi si definiscano le geografie dell'appartenenza soggettivamente percepita; una cartografia che, a mio avviso, coincide solo in maniera contingente e storicamente situata con la geografia politica statale. Il dispositivo concettuale che intendo adottare per questa analisi è la nozione di Weltbild, immagine del mondo, così come emerge sottotraccia dalla riflessione di Max Weber.

Il doppio informazionale della metropoli: flussi, confini e conflitti nei territori urbani contemporanei
Federico Tomasello (federico.tomasello@unifi.it)
AbstractL’intervento mira a indicare alcuni spunti per un’analisi dei significati politici della nozione di ‘connettività’ sulla scala delle città contemporanee e delle loro rappresentazioni. O meglio, delle ‘metropoli’ in quanto spazialità direttamente esposte ai flussi economici e informazionali globali, e proprio per questo in parte sottratte alle ‘mappe’ classiche del potere politico e del governo dei territori. La prima parte della relazione considera perciò il modo in cui le spazializzazioni cartografiche tradizionali vengono messe in questione da un paradigma emergente in cui l’articolazione dei flussi di informazioni, persone e merci consentono di osservare processi di urbanizzazione, di ‘produzione di territorio urbano’ che insistono su scale differenti e più ampie rispetto alla classica unità-città. La seconda parte propone poi una riflessione su come la centralità dei flussi nella configurazione degli spazi urbani contemporanei abbia fra i suoi effetti un’inedita proliferazione di intra-urban borders, di nuovi confini e frontiere che solcano dall’interno i territori metropolitani consegnandoli a una condizione fondamentalmente ‘post-cittadina’.

Connettività ed etero-polarità nel sistema internazionale. Il caso WikiLeaks
Emidio Diodato (emidio.diodato@unistrapg.it)
AbstractAbstract: La distribuzione internazionale del potere è un tema centrale nello studio delle IR e della comunicazione internazionale. Perfino in presenza di caos politico, il dibattito ruota intorno ai concetti di polarità o a-polarità quale esito dell’anarchia internazionale o dell’interazione tra preferenze nazionali. I tentatiti di rinnovare la riflessione sul tema hanno messo a fuoco le dinamiche di concentrazione piuttosto che di distribuzione del potere, introducendo il tema dell’egemonia internazionale. Solo marginalmente sono state avanzate proposte alternative, volte a concepire un altro tipo di polarità. Tra queste il paper si sofferma su quella avanzata da James Der Derian che ha introdotto il concetto di global heteropolarity per intendere una situazione nella quale diversi attori sono in grado di produrre profondi effetti sul sistema internazionale attraverso la loro interconnessione. Quindi il paper approfondisce il caso-studio di WikiLeaks. La tesi di fondo è che si tratta di un attore in grado di produrre effetti sul sistema internazionale grazie alle tecnologie dell’informazione, piuttosto che mediante il controllo di territori. In tal senso, WikiLeaks agisce di pari passo con la tendenza all’appalto esterno di prerogative sovrane, a cominciare dalla sicurezza. Non rappresenta un sfida alla sovranità, ma ne accompagna il riposizionamento oltre lo stato.

 

Panel 5.7 Costituzionalismi digitali: tutela dei diritti e limitazione del potere in rete


Il tema della tutela dei diritti e della limitazione dei poteri, pubblici e privati, negli ecosistemi digitali è emerso con forza, soprattutto in ambito internazionale, sin dalla fine degli anni '90. Numerose iniziative volte alla formalizzazione di diritti e principi relativi alla comunicazione digitale sono state promosse da un insieme eterogeneo di organizzazioni della società civile globale e di organizzazioni intergovernative. Più di recente, iniziative simili sono emerse anche da contesti parlamentari in diversi paesi: dal Brasile alle Filippine, dall'Italia alla Nuova Zelanda, dalla Nigeria all'Unione Europea. Questi casi, pur presentando procedure ed esiti differenti, stanno introducendo significativi elementi di innovazione nel dibattito sulla costituzionalizzazione delle reti digitali. Ulteriori elementi di riflessione sul tema dei diritti digitali emergono inoltre a fronte di importanti trasformazioni socio-tecniche che stanno investendo la rete: la diffusione dell'Internet delle Cose, la costruzione delle Smart Cities, l'applicazione massiva dei processi di elaborazione dei Big Data nella produzione della conoscenza, l'utilizzo dei robot in attività quali il controllo del lavoro, il pattugliamento urbano e il conflitto armato, lo sviluppo delle Intelligenze Artificiali e della Realtà Aumentata nel campo della sicurezza nazionale e del controllo territoriale.

Questo panel intende esplorare il tema dei diritti digitali tramite contributi che analizzino i processi politici e le strategie degli attori coinvolti nella costituzionalizzazione della comunicazione digitale. In particolare, il panel invita all'elaborazione di analisi empiriche o di nuovi approcci teorici in grado di connettere lo studio dei costituzionalismi digitali a temi quali democrazia, potere, diritti umani, comunicazione politica e sistemi di governance globale.

Chairs: Claudia Padovani, Mauro Santaniello

Discussants: Francesco Amoretti

The politics of digital constitutionalism and the discourse of Internet exceptionalism in the Italian Declaration of Internet Rights
Elisabetta Ferrari (elisabetta.ferrari@asc.upenn.edu)
AbstractIn 2015 a special Committee of the Italian Parliament drafted and published a Declaration of Internet Rights, a document intended to chart the rights and duties of citizens in the digital age. Rather than focusing on the content of this Declaration, I explore the symbolic and discursive dimension from which the document emerges, focusing in particular on its early stages of development. This is a fascinating case through which we can investigate how Internet policy, and digital constitutionalism specifically, are deeply embedded in domestic political processes; in other words: how the politics of Internet policy has become increasingly relevant. This paper is thus concerned with understanding the way in which different political actors construct and employ certain types of discourses about the Internet and about Internet policy for their political and strategic goals. Using publicly available transcripts of the meetings of the Committee that drafted the Declaration and citizens’ public comments, I map the discourses surrounding the development and approval of the Declaration. In particular, I identify a specific discourse employed by the Committee: “Internet exceptionalism”, the idea that the Internet is so exceptional that it requires us to think differently about it and create specific policies for it. I also reconstruct alternative discourses employed by the public, underlying how the frames used to think about Internet policy can vary greatly even within the same polity. I argue that the discourse of Internet exceptionalism operates as a legitimizing tool for the actors involved in the creation of the Declaration: it justifies their taking action, but it also casts a positive light on them, in virtue of their association with digital technologies. Greatly under-explored, this connection between Internet policy and the symbolic dimension of digital technologies is a topic that has become particularly interesting, given the recent, post-Snowden wave of national and international attempts to develop legislation for the digital. This paper suggests that issues of political legitimacy, both domestic and international, can play a crucial role in the development of legislation about technology.

Empirical Evidence and Conceptual Issues of Digital Constitutionalism
Dennis Redeker (dennisredeker@gmail.com), Lex Gill (dennisredeker@gmail.com), Urs Gasser (dennisredeker@gmail.com)
AbstractThe idea of an “Internet Bill of Rights” is by no means a new one: in fact, serious efforts to draft such a document can be traced at least as far back as the mid-1990s. Though the form, function and scope of such initiatives has evolved, the concept has had remarkable staying power, and now — two full decades later — principles which were once radically aspirational have begun to crystallize into law. In this paper, we propose a unified term to describe these efforts using the umbrella of “digital constitutionalism” and conduct an analysis of thirty initiatives spanning from 1999 to 2015. These initiatives are extremely diverse, and range from advocacy statements to official positions of intergovernmental organizations to proposed legislation. In their own way however, they are each engaged in the same conversation, seeking to advance a relatively comprehensive set of rights, principles, and governance norms for the Internet, and may be usefully understood as part of a broader proto-constitutional discourse. While this paper does not attempt to capture every facet of this complex political behavior, we hope to offer a preliminary map of the landscape, provide a comparative examination of these diverse efforts toward digital constitutionalism, and — most importantly — provoke new questions for further research and study. The paper proceeds in four parts, beginning with a preliminary definition for the concept of digital constitutionalism and a summary of our research methodology. Second, we present our core observations related to the full range of substantive rights, principles and themes proposed by these initiatives. Third, we build on that analysis to explore their perceived targets, the key actors and deliberative processes which have informed their character, and the changes in their substantive content over time. Finally, we look forward, identifying future directions for research in this rapidly changing policy arena and for the broader Internet governance community.

Towards a Universal Declaration on Internet Rights and Freedoms?
Andrea Pettrachin (apettrachin1@sheffield.ac.uk)
AbstractMy contribution will focus on evolving discourses concerning the so called “rights of the digital age” and will present and discuss the results of an articulated research work completed in 2015, entailing a comparative analyses of more than ninety charters and declarations on the rights of the Internet. I will focus on discourses developed by different actors operating in different settings and at different levels, engaging in transnational dynamics and attempt to critically assess the emergence of Internet rights related norms in the transnational context and to provide some insights on the very preconditions for such norms to become recognized, respected and therefore meaningful on the global scene. More specifically, I will argue that a new normative discourse on the rights of the Internet, autonomous and independent from the broader discourse on the “principles of the Internet Governance”, has been developed in the last two decades. I will provide specific support for this claim, presenting the result of an articulated software-based lexicon-content analysis which has allowed me to produce a number of insights on the content, structure and relevance of the declaration mentioned above – drafted both in the international forums and organizations that deal with the Internet governance and in the international human rights machinery – through which this discourse has been developed in the las two decades. Finally, moving from the result of this lexicon-content analysis, I will investigate a number of legal and political issues related to the legal value of the documents, the potential developments that may originate from them and some criticisms of the recent uncontrolled proliferation of initiatives that often contain conflicting standards and do not pay enough attention to the implementation phase. Once taken into consideration all these factors, I will propose some key recommendations which may contribute to better orienting and developing the lively debate on digital constitutionalism.

The Scope of Application of Digital Constitutionalism: Output from an Empirical Research
Edoardo Celeste (edoardo.celeste@ucdconnect.ie)
AbstractIn the framework of a legal research focusing on digital constitutionalism, an area of particular interest is the scope of application of this phenomenon. This paper represents the first output of such a research. It focuses on the material scope of application of digital constitutionalism, i.e. on the subject matter of the texts produced by the variety of initiatives belonging to the conversation of digital constitutionalism. This research has identified an extensive definition of Internet Bill of Rights representing the lowest common denominator of the positions of the existing scholarship. This paper has then selected 187 texts satisfying the conditions of this definition, and conducted an empirical research on the material scope of application of these documents. At first insight, a similar enquiry could seem to be trivial. One would expect that these initiatives adopt the same material scope of application, or that they at least define it in a consistent manner. However, a textual analysis of the collected initiatives shows that these documents adopt a vast array of different terms to designate their material scope of application. An analysis of the occurrence of the material scopes over time also illustrates that some temporal trends are observable. These findings open up the question of whether this terminological inconsistency is in fact unintentional, or is rather the result of a deliberate normative choice. To answer this question, this paper seeks to understand if the disparate employed terminology can indeed refer to the same concept. The collected texts generally tend to overlook the definition of the terms used to designate their scope of application. Consequently, this paper proposes a method to complement this fragmented definitional picture, and creates a diagram showing the relationship between the different adopted scopes. The paper demonstrates that the phenomenon of digital constitutionalism is not homogenous in terms of material scope of application. It provides evidences to explain why this inhomogeneity is partially deliberate, partially unintentional. On the basis of these findings, this paper stresses the risks of terminological inconsistency from a normative point of view. It eventually advances some suggestions for the law- and policy-maker in order to increase the effectiveness of the initiatives belonging to the conversation of digital constitutionalism in terms of legal certainty and future-proof quality.

The role of Parliaments in Digital Constitutionalism: an explorative analysis on discourses and vocabularies.
nicola palladino (npalladino@unisa.it)
AbstractAttempts to establish standards for the protection of digital fundamental rights have been promoted since the late 1990s, mainly by the global civil society and intergovernmental organisations. More recently, a new wave of digital constitutionalism has emerged from the nation-state level, and particularly from national parliaments. This process of parliamentarisation of digital constitutionalism seems to highlight the necessity to complement global societal constitutional processes with the positivisation of fundamental rights in ordinary binding laws. In order to better understand this process this article seeks to investigate, from both a theoretical and an empirical perspectives, whether and to what extent parliamentary initiatives exhibit specific political features compared to other constitutional attempts emerging from different institutional settings. After introducing the concept of “hybrid constitutionalism”, which refer to a broad process of formalisation of rules and principles capable to fulfil classical constitutionalism functions by both political and societal actors, this study explore the hypothesis by which the hybridisation of the discourse on digital constitutionalism has led to a sort of “functional differentiation”, where each actor tends to develop a particular focus on the constitutional function that best reflects its concerns and points of view. In particular, we argue, parliaments are mostly suitable to develop rules in order to limit power abuse in the Internet ecosystem. Then, we presents an empirical investigation, through Lexical Correspondence Analysis (LCA), on 59 documents selected according to three criteria: i) they seek to establish rights or principles for the Internet; ii) they are drafted by collective entities; iii) they are not issue-specific, i.e. they address more than one Internet-related issue. Findings seem to confirm the proposed theoretical approach and offer several elements to further explore digital constitutionalism and its different classes. In particular, results seem suggest that different kind of actors have been coding rules and principles for the Internet focusing on different constitutional functions, where parliaments figure as the most specialised actor in the production of “power limitation” rules.