Sections and Panels

Section 11. Metodologia della ricerca (Research Methodology)

Chairs: Vincenzo Memoli, Michele Sapignoli

L’obiettivo di questa sezione di studio è favorire la discussione metodologica sulla ricerca e sugli usi creativi degli approcci esistenti, sia nella Scienza Politica sia in altre discipline. Pertanto vi invitiamo a presentare proposte di panel che affrontino i diversi aspetti relativi alla metodologia e le diverse fasi del processo di ricerca. Poiché lo scopo di questa sezione è migliorare la riflessione delle scelte di metodo attraverso uno scambio di idee che parta dalle singole esperienze di ricerca, ci proponiamo di coniugare panel e paper che condividano prospettive ed approcci diversificati. A tal fine, intendiamo promuovere anche la partecipazione di candidati al dottorato e la discussione di ricerche in corso allo scopo di fornire elementi di discussione e riflessione ai lavori in itinere. In linea generale tre focus caratterizzano questa specifica sezione. Un primo fa riferimento alla dimensione ontologica ed epistemologica della ricerca, al rapporto fra concetti e indicatori e al disegno della ricerca. Un secondo focus è dedicato ai problemi di metodo degli studi comparati nonché agli approcci non standard. I panel dedicati a questi temi accoglieranno lavori volti a riflettere su temi quali la qualitative comparative analysis (QCA), le interviste non strutturate, gli studi etnografici, l’analisi testuale e così via. Un terzo focus è incentrato sugli studi che utilizzano le tecniche di analisi statistica dei dati, quali, ad esempio, le inchieste campionarie, l’analisi di ampie basi dati (social media, big data, ecc.), l’analisi secondaria.
 

Panel 11.2 L'analisi filosofica dei concetti politici: metodi e metodologie




Chairs: Fabrizio Sciacca

Discussants: Matteo Negro

Il concetto di crisi come spazio semantico di interazione per le scienze sociali
Carlo Colloca (carlo.colloca@unict.it)
AbstractS’intende proporre una riflessione sul “concetto-processo” di crisi la cui polisemia permette una problematizzazione dei diversi approcci teorici e metodologici che le scienze sociali – in particolare la filosofia, la scienza politica e la sociologia – hanno maturato su questa categoria analitica. La crisi è un momento di perturbazione, uno scarto che altera i processi esistenti all’interno e all’esterno del sistema sociale colpito, una transizione in cui regole e norme del funzionamento ordinario appaiono inutili a risolvere quanto di problematico è emerso. Caratterizzata da ripercussioni tali da arrivare a pregiudicare l’esistenza duratura ed autonoma di un’organizzazione sociale, costringe ad agire sotto un vincolo temporale stringente, richiede scelte e decisioni. Data la complessità ed eterogeneità del fenomeno non esiste una definizione unica dell’evento critico ed è abbastanza complesso delineare un quadro di peculiarità che possa riproporsi al verificarsi di ogni manifestazione critica. Si può dire che la crisi innesca mutamenti sociali che avvengono in maniera repentina o graduale, seguono un percorso lineare, discontinuo o ciclico, assumono una direzione precisa o proseguono in maniera casuale, riguardano l’intera società o singoli sistemi, possono avere origini endogene o esogene, obbediscono a dinamiche che lasciano un certo margine all’iniziativa personale o collettiva oppure avvengono in maniera spontanea, non prevedibile. Nell’articolato assortimento di significati che la nozione di crisi può assumere è possibile cogliere, però, una comune struttura logico-argomentativa: la descrizione di una processualità nella quale si individua una ‘soglia’ al di là della quale si ‘scopre’ un cambio qualitativo nella stessa processualità. Un processo lungo il quale si rivela la compresenza di situazioni fra loro incompatibili anche per effetto di un’accentuazione delle innovazioni delle quali solitamente le crisi sociali sono portatrici. Nel concetto di crisi si amalgamano, quindi, l’intenzionalità di innovare con il rischio che tali innovazioni incrementino le incompatibilità – rispetto a valori, azioni, regole – il che potrebbe preconizzare anche un crollo del sistema sociale. Si tratta di una categoria analitica sulla definizione del quale hanno inciso nel tempo la speculazione intellettuale e il susseguirsi di eventi nazionali e internazionali di matrice culturale, economica, politica e sociale, pertanto si presta particolarmente come spazio di confronto fra i saperi delle scienze sociali.

Ontologia e categorie della politica
Vincenzo Maimone (vmaimone@unict.it)
AbstractIl paper si propone di analizzare la natura e le caratteristiche fondamentali della dimensione politica. Lo scopo è quello di fornire una ragionevole descrizione di tale dimensione sulla base di un duplice approccio: epistemologico e metodologico. L’adozione di una doppia focale consentirà di definire sia l’essenza, e il senso, della politica intesa, seguendo la definizione suggeritaci da Hannah Arendt, come “agire di concerto”; sia entro una prospettiva eminentemente metodologica, di promuovere l’individuazione di strumenti e strategie analitiche propedeutiche alla comprensione e alla definizione di prassi, in grado di rendere le istituzioni politiche stabili nella durata e di rispondere con soluzioni adeguate alle sfide politico-istituzionali sollecitate dagli scenari contemporanei. Entro una prospettiva eminentemente epistemologica l’obiettivo è di individuare attori, azioni e finalità dell’agire politico. A tale scopo saranno prese in esame differenti interpretazioni del politico e delle sue categorie. Sotto questo profilo, l’approccio metodologico svolgerà una doppia funzione, ovvero, da un lato, consentirà di individuare, alla luce della capacità argomentativa e della forza delle ragioni e delle giustificazioni interne alle differenti descrizioni, quello scenario in grado di fornire soddisfacenti e ragionevoli risposte ad alcuni interrogativi fondamentali: “Chi sono gli attori politici?”, “Quale fine ha la politica?”, e “Cosa vuol dire agire politicamente?”. Una volta operata questa preliminare selezione sarà possibile concentrare l’attenzione sulle modalità e sulle strategie di attuazione del modello e sulla sua traduzione in una prassi politica sostanzialmente fruibile e funzionante.

Il paradigma delle teorie della giustizia
Paola Russo (paolarusso83@libero.it)
AbstractLe teorie della giustizia costituiscono un paradigma all’interno della filosofia politica. Si tratta di offerte filosofiche declinate al plurale che si pongono la seguente domanda: qual è la giusta società? Le risposte si distinguono per la diversa attribuzione di importanza politica e sociale ai diritti, alle risorse e alle opportunità. In questa relazione mi propongo di analizzare i principali concetti alla base delle teorie della giustizia. In primo luogo, mi occupo del significato da assegnare ai termini ‘giustizia’ e ‘giustificazione’. In secondo luogo, sottolineo le differenti concezioni relative alla giustizia e il rapporto con le concezioni del bene. Infine, mi concentro sulla doppia dimensione assunta dalle teorie della giustizia – locale e globale – e le nuove sfide che le teorie sono costrette ad affrontare

 

Panel 11.3 Questioni di metodo. Tra scienza politica e filosofia politica


Scienza politica e filosofia politica perseguono finalità differenti, ma hanno entrambe per oggetto la politica. Proprio per questa ragione, entrambe le discipline devono confrontarsi con peculiari questioni di carattere ontologico ed epistemologico nella definizione di metodi affidabili per elaborare modelli esplicativi o criteri di valutazione. Per un verso, sono possibili concezioni alternative della politica che hanno implicazioni diverse rispetto ai metodi appropriati per sviluppare spiegazioni attendibili o rivendicare la sensatezza dei criteri valutativi proposti. D’altra parte, quanto accade sulla scena politica, sebbene sia influenzato da fattori che sfuggono al diretto controllo degli attori coinvolti, non può essere spiegato in termini puramente deterministici. Questo richiede di interrogarsi sulla natura delle spiegazioni appropriate per rendere conto di fenomeni politici e, da una prospettiva normativa, di riflettere sul ruolo che considerazioni fattuali dovrebbero avere nell’elaborazione di modelli valutativi o prescrittivi. Sembra anche il caso di ragionare su quali criteri dovrebbero orientare la selezione dei fatti rilevanti, che variano nel corso del tempo, e sulle possibilità di applicare modelli – esplicativi o normativi – al di fuori dei contesti per i quali sono stati formulati. Inoltre, l’elaborazione di concetti è un passaggio metodologico cruciale sia per approcci empirici, sia per approcci normativi. Nel primo caso, i concetti sono un punto di riferimento per fare ordine tra i fenomeni osservati e per raccogliere i dati necessari ad accertare la tenuta di ipotesi esplicative e, nel secondo, servono a definire i criteri da adoperare nell’orientare il giudizio in merito a quanto si osserva. Tuttavia, tra concetti e fenomeni c’è uno scarto inevitabile, che solleva questioni controverse sia per la scienza politica – quando si tratta di definire gli indicatori o i metodi di misurazione più congeniali – sia per la filosofia politica, quando si tratta di selezionare le caratteristiche da considerare per valutare, ad esempio, quanto un certo assetto istituzionale sia conforme alla definizione di giustizia adottata. Sembra dunque che, sebbene da prospettive differenti, scienza politica e filosofia politica si muovano sullo sfondo di problemi metodologici analoghi. Questo panel si propone di offrire un’occasione di confronto interdisciplinare tra le due prospettive, un confronto che sembra essere particolarmente proficuo per affrontare questioni di metodo che risultano controverse sia la scienza politica, sia per la filosofia politica. Call for papers: Sono benvenute proposte di paper che si concentrino su tematiche quali quelle richiamate e che offrano spunti di riflessione su: - criteri epistemologici rilevanti per rivendicare l’affidabilità di modelli esplicativi o normativi - condizioni di validità di modelli esplicativi o normativi - ruolo dell’analisi concettuale in approcci empirici o normativi - criteri di selezione per i fatti salienti - ruolo di considerazioni fattuali all’interno di teorie politiche normative - relazione tra descrizioni e spiegazioni - problemi legati alla definizione di indicatori e alla scelta di metodi di misurazione - problemi legati all’individuazione di caratteristiche salienti degli stati di cose da sottoporre ad analisi normativa.

Chairs: Francesca Pasquali

Discussants: Giulia Bistagnino

Il metodo del possibile. Realtà e immaginazione politica
Paola Russo (paolarusso83@libero.it)
AbstractQuesto paper esplora lo spazio delle possibilità che è il luogo ma anche il metodo della filosofia politica. Secondo la definizione di N. Bobbio, la scienza politica è l’applicazione della “metodologia delle scienze empiriche” all’analisi del fenomeno politico “nei limiti del possibile, cioè nella misura in cui la materia lo permette”. Bobbio distingue così la scienza politica come “scienza empirica della politica” dalla filosofia politica come “studio orientato deontologicamente”, comprendente le “costruzioni razionali che hanno dato vita al filone delle ‘utopie’” e le “idealizzazioni o razionalizzazioni di un tipo di regime possibile”. La filosofia politica, infatti, indaga come potrebbero o dovrebbero essere la giusta politica, le istituzioni e la società (S. Veca). Nel panorama accademico la relazione tra descrizione e normatività è a volte conflittuale e rigida; altre, meno marcata e flessibile: si pensi ad esempio al concetto di “normative power Europe” elaborato nel 2002 dallo scienziato politico I. Manners, che rappresenta l’oscillazione (o il superamento?) tra essere e dover essere. Il legame tra scienza politica e filosofia politica è dato, pertanto, dal possibile. Quest’ultimo muove dall’elemento imprescindibile della realtà e diviene uno spazio per la concettualizzazione di alternative e scelte politiche per il futuro che ha bisogno della contemplazione: l’attività filosofica per eccellenza. Così, la filosofia politica utilizza la logica immaginazione per disegnare i tratti di un’utopia realistica e ragionevole (J. Rawls). Il discorso utopico mette a fuoco la questione dei fini entro la cornice dello spazio pubblico che richiede di misurarsi con il senso della realtà (Veca).

Sull’uso dei modelli in teoria politica normativa
Greta Favara (greta.favara@unimi.it)
AbstractLe teorie politiche normative – ovvero le teorie volte a definire come la politica dovrebbe essere e, di conseguenza, come dovremmo agire in essa – sono state recentemente oggetto di interesse metodologico. Nelle sue diverse forme, il dibattito si è sviluppato attorno a una domanda centrale e, inevitabilmente, ancora irrisolta: i principi normativi pensati per regolare la vita politica dovrebbero, in qualche modo, essere pensati alla luce della realtà politica? O, piuttosto, le due dimensioni vanno tenute accuratamente distinte, poiché ciò che deve essere non può essere compromesso da ciò che semplicemente è? Secondo alcuni autori (James [2005], Sangiovanni [2008], Banai, Ronzoni e Schemmel [2011]), una teoria della giustizia deve essere formulata alla luce di un'interpretazione dello scopo e del valore della pratica a cui deve applicarsi. Secondo questa interpretazione metodologica – chiamata, appunto, practice-dependent – il contesto di applicazione di un principio gioca un ruolo essenziale nella formulazione del contenuto dei principi stessi: non si dà il caso che esistano principi di giustizia universali che possono essere adattati a diverse circostanze; bensì, i principi di giustizia devono essere pensati come strettamente contestuali. Per questo motivo, la metodologia practice-dependent viene spesso accusata di soffrire di “status quo bias”, ovvero di non poter offrire un punto di vista sufficientemente critico sul reale: requisito, questo, essenziale per ogni teoria che voglia definirsi normativa. L'obiettivo di questo paper è chiarire la portata e l'efficacia di questa critica, offrendo uno studio più approfondito del metodo practice-dependent. In particolare, al fine di comprendere in che misura il metodo practice-dependent risulta affetto da status quo bias, il mio obiettivo sarà quello di offrire una risposta sistematica alla domanda: A*) “In teoria politica normativa, come si configurano i limiti dell'immaginazione politica secondo il metodo di ricerca practice-dependent?” Dove, con “immaginazione politica” intendo i confini, l'estensione massima, dell'insieme dei mondi che potremmo ritenere doveroso perseguire utilizzando questo approccio metodologico. Il mio scopo, dunque, è capire in che modo i fatti vincolano i principi che dovremmo seguire – ovvero l'insieme dei mondi che potremmo prescrivere – qualora decidessimo di seguire il metodo practice-dependent. Per farlo, quindi per rispondere a A*), adotterò una prospettiva particolare. Riformulerò il problema avvalendomi della nozione di “modello”; ovvero riformulerò la domanda in questi termini: A) “In teoria politica normativa, quali modelli il metodo practice-dependent può, e deve, utilizzare per definire i principi di giustizia che dovremmo seguire?” Dove con “modello” intendo, seguendo Thomas Schelling, “A precise and economical statement of a set of relationships that are sufficient to produce the phenomenon in question.” Questo riferimento ai modelli può sembrare singolare nell'ambito della teoria politica. Tuttavia, se notiamo una particolarità di questa definizione, l'accostamento cessa di sembrare inopportuno: phenomenon, nella definizione di Schelling, può riferirsi a qualunque tipo di fenomeno: un modello può essere una struttura che connette un set di fatti, adeguatamente specificati, con un fenomeno normativo – quale, appunto, la specificazione di un insieme di principi di giustizia. Il motivo per cui scelgo di analizzare la domanda iniziale attraverso la nozione di modello è, come spero di mostrare, che il riferimento ai modelli ci aiuta a sistematizzare molto chiaramente quali tecniche argomentative il metodo practice-dependent ha a disposizione per definire l'insieme dei mondi politici cui dovremmo tendere. Grazie all'analisi che è resa possibile avvalendosi della nozione di modello, sosterrò che l'accusa classica di status quo bias usualmente mossa contro il metodo practice-dependent deve essere in parte ridimensionata. Infatti, mostrerò che i confini dell'immaginazione politica tracciati dal metodo practice-dependent non sono facilmente definibili, il limite è dettato – sì – dallo scopo delle pratiche esistenti, ma questo stesso scopo è frutto di una rielaborazione teorica profonda. Nell'approccio practice-dependent lo “scopo” di una data pratica non è meramente un dato esterno che viene appreso e assunto come fondamento di una teoria della giustizia: il teorico della practice-dependence dispone (e deve avvalersi) delle risorse teoriche per criticare, modificare e valutare attivamente lo scopo e il valore che attribuiamo alle pratiche esistenti.

Filosofia politica ed epistemologia
Ingrid Salvatore (isalvatore@unisa.it)
AbstractScopo del mio intervento è quello di provare a esaminare il rapporto che la filosofia politica, intesa nel senso più ampio possibile, intrattiene con la teoria della conoscenza e con questioni come la verità, il ruolo e lo statuto della scienza, l’oggettività. “Intrattiene” ho detto, ma meglio sarebbe dire non intrattiene. È, infatti, una raccomandazione assai diffusa fra i filosofi politici quella di seguire una dieta filosoficamente parca: moderazione o completa astinenza epistemica sono i consigli per una lunga vita da filosofi politici. Questa posizione è stata, per esempio, sostenuta dal Rawls più recente che, in Liberalismo politico, difende una concezione freestanding, separata cioè dalla teoria della conoscenza, della filosofia politica, consigliando ai filosofi politici una “strategia di evitamento” delle questioni epistemologiche e metafisiche. Ma è la posizione espressa dalla tradizione giuspositivistica, trova la sua espressione filosofica nel contrattualismo e non è una forzatura dire che costituisce il nucleo stesso delle varie concezioni liberali. “Disapprovo quel che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di dirlo” è, in fondo, la felice sintesi dell’idea secondo cui le basi per la convivenza, le regole per il reciproco trattamento, il rispetto reciproco, condizioni della pace e dell’ordine sociale, non passano attraverso la condivisione delle nostre convinzioni, teorie, visioni del mondo o valori, ma poggiano su una base diversa. L’idea che la verità non possa fornire la base per identificare le regole della convivenza, tuttavia, non deve essere confusa con una posizione scettica. Al contrario. Che la verità non possa fornire la fondatezza delle nostre motivazioni e ragioni per agire, infatti, dipende da una concezione della ragion pratica, alternativa ed irriducibile ad una psicologia empirica, che reclama alla ragione il ruolo di selezionare i nostri fini e scopi determinando i nostri comportamenti. Naturalmente, stabilire quali siano i fini o gli scopi che la ragione, in quanto ragione, è in grado di dettarci, indipendentemente dagli esseri che siamo qui e ora, è complicato. Costituisce, infatti, un modo tipico di obiettare a questo tipo di concezioni politiche denunciare, a fronte di un reclamato disimpegno epistemico, il loro non esserlo abbastanza o l’esserlo solo apparentemente. È interessante, tuttavia, che questo tipo di obiezioni non mira, come pure ci si potrebbe aspettare, a una “naturalizzazione” della filosofia politica. Quello che si reclama non è l’esplicita fondazione degli assunti teorici da cui si traggono le conclusioni, una volta rigettatone il fondamento pratico indipendente. In realtà, anche chi critica il disimpegno guarda a una filosofia politica epistemicamente assai parca. E questo sia quando conserva alla filosofia politica compiti normativi, sia quando assume una posizione essenzialmente critica e antinormativa. È vero che il naturalismo in filosofia politica è comprensibilmente sospetto e da molto tempo. Sull’appello alla natura, come è noto, sono state fondate dottrine che ambivano a giustificare la schiavitù o a dimostrare la superiorità di una razza su un’altra. Il comprensibile rigetto di concezioni e teorie di questo genere, tuttavia, non ha chiamato in causa soltanto la loro falsità, ma lo statuto della scienza e la sua pretesa oggettività, la sua pretesa di essere solo una descrizione neutrale di come stanno le cose nel mondo, facendo propria un’epistemologia antirealista. La scienza, questo sostiene un’epistemologia antirealista, non si limita a descrivere il mondo: lo ordina. Le teorie non sono dei replicati (o degli specchi) di una realtà bell’e fatta che si trova “là fuori”. Sono costruzioni, sono modi di ordinare e in fin dei conti di normare il mondo in cui viviamo. Questo ha reso disponibile una sorta di “politicizzazione” dell’epistemologia che ben si prestava a contrastare tanto l’astrattezza della ragione, quanto il naturalismo. La tesi che avanzo, tuttavia, è che la sottoscrizione dell’antirealismo, in filosofia politica, sostenuta in una chiave fondamentalmente antinaturalistica, si riduce a una replica della distinzione fra teoretico e pratico, condividendo con questa l’obiettivo di espungere la psicologia dalla filosofia politica. Il mio scopo è avversare l’antinaturalismo della filosofia politica. La mia convinzione è che se la filosofia politica ha ottime ragioni per sposare l’antirealismo non ne ha alcuna per essere antinaturalista. L’antinaturalismo, infatti, è costoso, produce uno svuotamento empirico della filosofia politica che la rende la più esangue delle discipline, impedendo una concezione sostantiva di come dovrebbero essere organizzate le società. La mia idea è che un’epistemologia antirealista senza una psicologia non è un’epistemologia. E’, come ho accennato, una ragion pratica. La ragione teoretica liberalizzata anziché una psicologia è diventata una ragion pratica.

 
© 2015 Società italiana Scienza Politica   Convegno 2015 - Arcavacata di Rende (Cosenza), 10-11-12 settembre 2015 - segreteria@sisp.it     powered by