Sections and Panels

Section 9. Elezioni e comportamento di voto (Elections and voting behaviour)

Chairs: Paolo Bellucci, Alessandro Chiaramonte

Le elezioni sono il cuore della democrazia. In esse si articola l'offerta dei partiti e dei candidati e si manifestano le preferenze dei cittadini. Massima espressione della sovranità popolare, le elezioni sono anche lo snodo fondamentale nel circuito della rappresentanza politica, ponendosi come strumento di raccordo tra i cittadini e lo stato. Data la centralità delle elezioni nei regimi democratici, gli studi elettorali risultano inevitabilmente intrecciati a quelli sulla democrazia in generale, e più in particolare a quelli sull'opinione pubblica, sulla partecipazione e comunicazione politica, sui partiti e sui sistemi partitici, sulle istituzioni rappresentative. Tra i tanti temi che, dunque, potrebbero essere oggetto di approfondimento e discussione nel convegno Sisp 2015 in un apposito panel nell'ambito di questa sezione, ne suggeriamo qui alcuni che rispondono al duplice intento di allinearsi agli sviluppi più recenti della letteratura di riferimento e di incontrare l'interesse del dibattito pubblico attuale non solo accademico. Si tratta di temi che, peraltro, sono suscettibili di essere affrontati secondo diversi approcci disciplinari e metodologici, nonché da prospettive comparate ovvero domestiche, nazionali ovvero locali. Sul versante del comportamento di voto e dello svolgimento delle campagne elettorali: – Issue e leader voting, ossia il ruolo dei fattori di breve periodo nella scelta di voto, in contrasto con fattori di lungo periodo quali i legami sociali e le predisposizioni politiche – Voto personale e voto di scambio, tema tanto antico quanto attuale, tanto più alla luce della crescente disponibilità degli elettori a considerare nelle proprie scelte di voto le qualità individuali dei candidati – I nuovi media, quale rilevanza abbiano assunto nelle campagne elettorali dei partiti e dei candidati e quali sia la loro influenza sugli elettori Sul versante della conduzione delle elezioni, delle campagne elettorali e delle regole che le governano: – Il management delle elezioni, inteso come insieme di azioni e pratiche relative all'organizzazione delle elezioni (dagli aspetti procedurali a quelli logistici) – Le riforme elettorali, sia come processo di policy sia come esito in grado di determinare nuove forme di coordinamento tra partiti ed elettori (dal Consultellum all'Italicum, ma anche – ad esempio – gli effetti della doppia preferenza di genere alle esperienze estere di nuovi sistemi elettorali) – Metodi di selezione dei candidati e dei leader, in particolare le primarie nelle varie forme in cui sono utilizzate Sul versante degli effetti sistemici delle elezioni e dei risultati elettorali: – Le elezioni regionali e amministrative, con riferimento alla tornata prevista per il 2015 e per quello che possono dirci circa la competizione tra candidati e coalizioni e la trasformazione in atto nell'insediamento territoriale dei partiti – Economia, popolarità dei governi e ciclo elettorale, soprattutto alla luce del perdurare della crisi economica e dell'alternarsi dei governi in carica tra elezioni di primo e secondo ordine – Verso una nuova teoria normativa delle elezioni? Che significato assumono le elezioni nelle democrazie contemporanee investite dalle trasformazioni connesse, ad esempio, ai processi di governance sovra-nazionale, alle nuove tecnologie, alle sempre più diffuse forme di populismo?
 

Panel 9.1 Le primarie per la selezione dei candidati alle elezioni regionali (I)


Le elezioni primarie sono ormai una caratteristica consolidata della democrazia italiana sia come modalità di selezione delle candidature, sia come strumento di partecipazione e mobilitazione, in grado di rilanciare le organizzazioni partitiche attraverso la democratizzazione della vita interna. Anche escludendo quelle sui generis, come le elezioni dirette dei segretari di partito, esiste un’ampia varietà di elezioni primarie che possono essere analizzate guardando ai soggetti promotori, alle regole e alla posta in gioco. Innanzitutto, una prima distinzione può essere fatta in relazione al soggetto organizzatore che nell’ultimo decennio ha interessato diversi partiti in formazione singola o coalizzata. Infatti, le primarie, dopo un forte sviluppo all’interno dei partiti del centrosinistra, hanno contagiato anche la selezione di alcuni partiti del centrodestra, e delle nuove formazioni politiche, come il M5S. Un ulteriore fattore di distinzione riguarda il regolamento della competizione. Cioè, in particolare, il suo livello di inclusività. Da questo punto di vista, le primarie italiano sono solitamente aperte all’intero elettorato. Un’eccezione è costituita dall’esperienza del M5S che, attraverso la propria piattaforma online, consente la partecipazione ai soli iscritti. Infine, il riferimento al livello di governo coinvolto che ha visto le elezione primarie strumento di selezione a livello nazionale, regionale e comunale. Rispetto a quest’ultimo aspetto, la letteratura scientifica ha concentrato la propria attenzione quasi esclusivamente sulle primarie nazionali, a forte notiziabilità, e su quelle comunali che, da un punto di vista quantitativo (oltre 1000 primarie), hanno caratterizzato nell’ultimo decennio le elezioni amministrative. Questo panel intende concentrarsi sull’analisi delle primarie per la selezione dei candidati a livello regionale. Infatti, l’uso delle primarie per la scelta del candidato governatore costituisce uno degli elementi più interessanti delle ultime competizioni. In particolare, basti pensare che a partire dal 2005 il centrosinistra ha organizzato 15 primarie – tre delle quali sono state organizzate dal solo Partito Democratico – per la selezione del candidato alla carica di Presidente della Regione. Tuttavia, anche il M5S, nelle ultime competizioni regionali, ha selezionato i propri candidati attraverso una votazione online riservata ai soli iscritti. L’obiettivo del panel è analizzare le primarie a livello regionale in relazione alle successive elezioni, con lo scopo di proporre una descrizione approfondita dei livelli di partecipazione registrati, del tasso di competitività e dei risultati. Particolare attenzione sarà riservata ai contributi che intendano studiare le elezioni primarie regionali in maniera empirica focalizzando l’attenzione sull’analisi di dati aggregati relativi alle primarie – partecipazione e risultati – e sul rendimento elettorale esaminato attraverso l’impatto delle primarie sulle successive elezioni.

Chairs: Marino De Luca, Stefano Rombi

Discussants: Antonio Floridia

Le primarie regionali in Calabria del 2014
Marino De Luca (deluca.marino@gmail.com), Roberto De Luca (roberto.deluca@unical.it)
AbstractDalle regionali del 2005 in poi – insieme alla Regione Puglia – il centrosinistra calabrese ha svolto regolarmente elezioni primarie per la scelta del candidato governatore. Il primo caso del 2005 presenta alcune particolarità rispetto agli altri due. Infatti nel 2004, Agazio Loiero, diventa il candidato del centrosinistra e successivamente governatore all’interno di una c.d. convention costituita da grandi elettori selezionati all’interno dei partiti e nel mondo dell’associazionismo e del volontariato. Le regionali del 2010, invece, vinte dal centrodestra di Scopelliti, sono caratterizzate da primarie interne al Partito democratico, vinte dall'incumbent Loiero grazie ad una partecipazione di 100 mila votanti. Il terzo caso, ossia le primarie per le regionali del 2014, vinte da Mario Oliverio, invece, presentano le caratteristiche delle primarie aperte di coalizione con due candidati del PD e un candidato di SEL. Un altro dato importante, relativo al rapporto tra la regione e lo strumento delle primarie, è costituito dal fatto che dal 2009 la Calabria, al pari della Toscana, ha introdotto anche una legge regionale che promuove la partecipazione dei cittadini all’interno di primarie istituzionali per la scelta del candidato alla Presidenza della Giunta regionale. Il paper analizza principalmente il caso del 2014 attraverso un’analisi delle principali caratteristiche politiche (e partitiche) del contesto regionale. Nello specifico, nella prima parte l’attenzione sarà rivolta alle regole delle primarie del centrosinistra, ai candidati e alle fasi della campagna elettorale. Nella seconda parte saranno invece analizzati i risultati delle primarie attraverso i dati comunali aggregati in base alle tre circoscrizioni e in relazione ai risultati delle regionali. Infine, nella terza parte l’attenzione sarà focalizzata sulla dimensione micro – differenze tra comuni – e, dove possibile, sulla comparazione con i casi precedenti al fine di individuare alcune peculiarità del comportamento elettorale.

Contestazioni primarie: il caso della Liguria.
Asia Fiorini (dafne2012@msn.com), Fabio Sozzi (fabio.sozzi@unige.it)
AbstractLe elezioni primarie in Liguria si sono svolte in un clima particolarmente conflittuale, sia durante la campagna elettorale, sia nel loro risultato finale. Lo scontro politico che ha visto come arena principale il PD, ha portato a importanti ripercussioni sul partito a livello locale, con l’uscita del candidato sconfitto – Sergio Cofferati – e un riassestamento interno dell’establishment. Come evidenziato in letteratura, le primarie non sono delle elezioni separate dal contesto politico in cui si svolgono ma producono degli effetti rilevanti, tra le altre cose, sull’esito delle elezioni vere e proprie. Obiettivo di questo paper è individuare se e in quale direzione le primarie liguri, data la loro natura conflittuale, abbiano esercitato una qualche influenza sui risultati delle regionali.

Campania: le Primarie del “rinvio”
Domenico Fruncillo (dfruncillo@unisa.it), Francesco Marchian� ()
AbstractLe elezioni primarie del centrosinistra in Campania sono state rinviate diverse volte: E ad un certo punto molti dubitavano che esse si sarebbero davvero celebrate. Eppure due candidati erano in pista da tempo ed altri personaggi sembravano sul punto di proporsi o scaldavano i motori a bordo pista. L’ipotesi attorno a cui si sviluppa il paper che viene proposto è che la vicenda delle primarie in Campania evidenzia come, accanto alle opportunità di partecipazione e alle potenzialità di questa procedura, siano stati espressi, più o meno esplicitamente, anche i timori che esse possano realmente contribuire a individuare i candidati migliori. La prima parte del contributo sarà dedicata alla ricostruzione del contesto entro cui sono state celebrate le primarie del centrosinistra nel tentativo di far emergere i termini del dibattito e del confronto che ha preceduto la pre-selezione dei candidati alla primarie stesse. Sarà anche tracciato un sintetico profilo biografico-politico dei candidati per delineare la tipologia di leader che compete più agevolmente in questo contesto: leader di partito, outsider, “d’apparato”, “boss” imprenditore politico (neo-notabiliare), ecc. Nella seconda parte saranno analizzati i risultati della consultazione i quali hanno inequivocabilmente indicato l’ex sindaco di Salerno, come candidato del centrosinistra alla Presidenza della Regione. In questo caso si proverà a ricostruire anche le alleanze dentro fuori il partito democratico a sostegno dei principali candidati. I dati saranno confrontati anche con la partecipazione alle primarie nazionali per evidenziare eventualmente il carattere peculiare della competizione a carattere locale. Nella terza parte saranno discussi gli esiti delle elezioni del Presidente e del Consiglio regionale provando a collegare lo svolgimento delle primarie e in particolare i livelli di partecipazione ai risultati delle elezioni ovvero al loro contributo alla mobilitazione o ri-motivazione dell’elettorato di centrosinistra.

Dalle “regionalie” alle regionali: un’analisi empirica del voto a Cinque Stelle
Maria Elisabetta Lanzone (lanzone.lisa@gmail.com), Mara Morini (mara.morini@unige.it)
AbstractOrmai da qualche anno le elezioni primarie non rappresentano più uno strumento ad uso esclusivo delle forze politiche di centro-­‐sinistra. A sperimentarle – a vario livello, con regole e mezzi talvolta molto differenti tra loro – sono anche altri partiti e/o liste. Tra questi casi rientra (non solo, ma soprattutto) il Movimento 5 Stelle, che a partire dal 2012 organizza, tramite il Web, consultazioni tra gli iscritti per selezionare i propri candidati nazionali e locali. Il paper intende esplorare proprio l’impatto del voto alle primarie chiuse – organizzate online dal M5s per la selezione delle candidature alla Presidenza della Regione e dei componenti dell’Assemblea legislativa – sul rendimento che il partito ha ottenuto in occasione delle tornate elettorali dell’autunno 2014 e della primavera 2015. Avvalendosi di dati aggregati, relativi alle nove regioni interessate dalle elezioni (Veneto, Emilia Romagna, Calabria, Liguria, Toscana, Puglia, Campania, Marche e Umbria) e tenendo conto delle regole esclusive adottate dal M5s, l’analisi intende fornire una descrizione della distribuzione del voto alle primarie rispetto alle successive consultazioni. Per comprendere il rapporto selettore/elettore e il grado di penetrazione territoriale del M5s, la ricerca comparata prenderà in considerazione elementi riguardanti il profilo dei candidati e il numero di preferenze ottenute rispetto alle diverse modalità di partecipazione (web ed urne), proponendo una valutazione della performance elettorale complessiva. Il paper sarà suddiviso in quattro sezioni: dopo aver analizzato il contesto nel quale è stata organizzata la selezione, verranno illustrate le regole e le caratteristiche delle primarie nelle varie regioni. Si passerà, poi, a esaminare il rapporto tra primarie ed elezioni regionali, considerando, infine, la relazione tra la partecipazione alle primarie e la competitività/rappresentatività dei candidati alle successive consultazioni.

 

Panel 9.1 Le primarie per la selezione dei candidati alle elezioni regionali (II)


Le elezioni primarie sono ormai una caratteristica consolidata della democrazia italiana sia come modalità di selezione delle candidature, sia come strumento di partecipazione e mobilitazione, in grado di rilanciare le organizzazioni partitiche attraverso la democratizzazione della vita interna. Anche escludendo quelle sui generis, come le elezioni dirette dei segretari di partito, esiste un’ampia varietà di elezioni primarie che possono essere analizzate guardando ai soggetti promotori, alle regole e alla posta in gioco. Innanzitutto, una prima distinzione può essere fatta in relazione al soggetto organizzatore che nell’ultimo decennio ha interessato diversi partiti in formazione singola o coalizzata. Infatti, le primarie, dopo un forte sviluppo all’interno dei partiti del centrosinistra, hanno contagiato anche la selezione di alcuni partiti del centrodestra, e delle nuove formazioni politiche, come il M5S. Un ulteriore fattore di distinzione riguarda il regolamento della competizione. Cioè, in particolare, il suo livello di inclusività. Da questo punto di vista, le primarie italiano sono solitamente aperte all’intero elettorato. Un’eccezione è costituita dall’esperienza del M5S che, attraverso la propria piattaforma online, consente la partecipazione ai soli iscritti. Infine, il riferimento al livello di governo coinvolto che ha visto le elezione primarie strumento di selezione a livello nazionale, regionale e comunale. Rispetto a quest’ultimo aspetto, la letteratura scientifica ha concentrato la propria attenzione quasi esclusivamente sulle primarie nazionali, a forte notiziabilità, e su quelle comunali che, da un punto di vista quantitativo (oltre 1000 primarie), hanno caratterizzato nell’ultimo decennio le elezioni amministrative. Questo panel intende concentrarsi sull’analisi delle primarie per la selezione dei candidati a livello regionale. Infatti, l’uso delle primarie per la scelta del candidato governatore costituisce uno degli elementi più interessanti delle ultime competizioni. In particolare, basti pensare che a partire dal 2005 il centrosinistra ha organizzato 15 primarie – tre delle quali sono state organizzate dal solo Partito Democratico – per la selezione del candidato alla carica di Presidente della Regione. Tuttavia, anche il M5S, nelle ultime competizioni regionali, ha selezionato i propri candidati attraverso una votazione online riservata ai soli iscritti. L’obiettivo del panel è analizzare le primarie a livello regionale in relazione alle successive elezioni, con lo scopo di proporre una descrizione approfondita dei livelli di partecipazione registrati, del tasso di competitività e dei risultati. Particolare attenzione sarà riservata ai contributi che intendano studiare le elezioni primarie regionali in maniera empirica focalizzando l’attenzione sull’analisi di dati aggregati relativi alle primarie – partecipazione e risultati – e sul rendimento elettorale esaminato attraverso l’impatto delle primarie sulle successive elezioni.

Chairs: Marino De Luca, Stefano Rombi

Discussants: Antonio Agosta

Le primarie per la Regione Marche: il Centrosinistra sfida il “suo” presidente uscente
Sara Mengucci (saramengucci@gmail.com), Alessandro Testa (alessandropress.roma@gmail.com )
AbstractLe elezioni regionali marchigiane presentano la peculiarità di un presidente uscente, il cattolico Gian Mario Spacca, che dopo aver governato per dieci anni come campione del centrosinistra, si ripresenta ora con la casacca della lista civica “Marche 2020” (in cui sono candidati esponenti di Area popolare in quota Ncd) appoggiata da Forza Italia, mentre Fratelli d’Italia propone Francesco Acquaroli: un candidato di disturbo condiviso anche dalla Lega. Nemmeno in campo progressista c’è stata convergenza su un unico nome: per la prima volta il centrosinistra marchigiano ha scelto il suo candidato attraverso le primarie, convocate per domenica 1° marzo, e che hanno visto una buona partecipazione al voto. La sfida è stata vinta dall’ex sindaco di Pesaro, il democratico Luca Ceriscioli, che ha battuto nettamente il collega di partito (e assessore al bilancio uscente) Pietro Marcolini e la candidata di bandiera dell’Italia dei Valori, Ninel Donini. La coalizione progressista è formata da Pd, “Uniti per le Marche” e “Popolari per le Marche-Udc”. E’ rimasta invece all’esterno la sinistra radicale, che candida l’outsider Edoardo Mentrasti (“Altre Marche-Sinistra unita”). Nel paper ricostruiremo brevemente come si è arrivati alla designazione dei due sfidanti principali – a cui si aggiunge il candidato grillino Giovanni Maggi: un neofita della politica scelto come di consueto attraverso una consultazione lampo online – e cercheremo di capire, attraverso confronti sincronici e diacronici, se ed eventualmente quale ruolo le primarie, utilizzate dal solo centrosinistra, potrebbero aver svolto sulle elezioni generali in termini di affluenza alle urne e, conseguentemente, di influenza sul risultato finale. In particolare, cercheremo di capire: 1) se le primarie sono ancora uno strumento attuale e “gradito” ai selettori mediante confronto della sola affluenza con gli unici dati almeno parzialmente omogenei, ovverosia – in mancanza di precedenti specifici – quelli delle primarie di coalizione che il Centrosinistra ha effettuato nel 2005 e nel 2012 per la scelta del candidato premier nazionale. 2) se aver mobilitato i selettori del Centrosinistra con due mesi di anticipo abbia portato o meno dei vantaggi al candidato Ceriscioli e se, più in generale, possa aver favorito una maggiore partecipazione dei marchigiani alla vita pubblica della loro regione, come l’alta affluenza ai gazebo del 1° marzo lascerebbe intendere.

Primarie e elezioni regionali 2014 in Emilia-Romagna
Eugenio Salvati (eugenio.salvati@unipv.it), Michelangelo Vercesi (vercesi@leuphana.de)
AbstractNell’ultimo decennio, in Italia le primarie sono divenute uno strumento sempre più diffuso per la selezione di candidati a varie cariche politiche, in particolare a cariche esecutive, come ad esempio l’ufficio di presidente di regione. Il presente paper intende analizzare, da un punto di vista empirico, il caso particolare delle primarie organizzate dal Partito Democratico in vista delle elezioni regionali del 2014 in Emilia-Romagna. Più precisamente, mira ad individuare possibili nessi tra il flop partecipativo alle primarie stesse e la scarsa affluenza alle urne alle successive elezioni regionali. Dopo aver introdotto il tema e tratteggiato un quadro generale del contesto politico/partitico della regione, il lavoro si concentra sulle caratteristiche salienti delle primarie in oggetto. Tra queste, le regole; l’ampiezza e il tipo di selettorato; i candidati; il livello di competitività e i risultati. In terzo luogo, il fuoco verrà spostato sulla competizione elettorale a livello regionale e sui suoi esiti. Infine, la relazione tra la partecipazione alle primarie da un lato e la partecipazione alle elezioni e i risultati finali dall’altro sarà analizzata. Una discussione dei dati chiude il paper.

Le primarie regionali pugliesi del 2014
Angelo Scotto (angelo.scotto01@universitadipavia.it)
AbstractLe primarie regionali pugliesi rivestono un particolare interesse per tre motivi: innanzitutto, la Puglia è una delle due regioni, insieme alla Calabria, in cui la coalizione di centro-sinistra ha sempre svolto, dal 2005 in poi, elezioni primarie per la scelta del candidato alla presidenza (benché quelle calabresi per le regionali 2005 furono primarie sui generis); in secondo luogo, sia nel 2005 che nel 2010 le primarie sono state vinte da un candidato, Nichi Vendola, che non era espressione del principale partito della coalizione e, nel 2005, non era il candidato front runner: caratteristiche, queste, che non si ritrovano in nessuna delle altre primarie regionali svoltesi sinora, a parte forse quelle siciliane del dicembre 2005. Infine, l’adozione di questo strumento coincide con il cambiamento degli orientamenti politici regionali, in quanto nelle elezioni regionali del 2005 la Puglia, dove sino a quel momento gli elettori avevano sempre espresso maggioranze di orientamento conservatore, ha eletto per la prima volta un presidente di regione di centro-sinistra, riconfermato poi nel 2010. In questo contesto, il risultato delle primarie del 30 novembre 2014, coerente con quelli delle altre regioni (il vincitore, Michele Emiliano, era il front runner nonché il candidato ufficiale del Partito democratico), rappresenta una novità per il centro-sinistra pugliese. In questo paper, le primarie del 2014 saranno analizzate partendo da una descrizione della loro organizzazione: le tempistiche con cui i soggetti organizzatori hanno stabilito date e regole, i contenuti di queste stesse regole riguardo l’inclusività del selettorato, il profilo dei candidati (esperienze politiche precedenti, soggetti che hanno appoggiato la candidatura). Sarà inoltre descritta la campagna elettorale delle primarie, usando come fonti sia la copertura giornalistica, sia le dichiarazioni di candidati e partiti attraverso siti web e social media, per stimare il grado di competitività e divisività delle primarie. Nella seconda parte saranno invece analizzati i risultati delle primarie, presi singolarmente per analizzare la performance dei candidati nelle diverse province, e in rapporto ai risultati delle elezioni regionali del 2015 per verificare se c’è o meno una correlazione tra i voti delle primarie e i risultati e del candidato presidente del centro-sinistra e delle liste che hanno appoggiato i competitori delle primarie (Partito democratico, liste civiche a sostegno di Emiliano, la lista “Noi a sinistra per la Puglia”, promossa dai due sfidanti di Emiliano). Anche qui, la campagna elettorale sarà analizzata per vedere se l’eventuale divisività delle primarie ha influenzato i rapporti tra i partiti della coalizione di centro-sinistra in questa fase. Là dove i dati a disposizione lo consentono, si tenterà un confronto con le primarie e regionali del 2005 e 2010.

 

Panel 9.2 Caratteristiche e peculiarità dei selettori e degli elettori nel comportamento politico e di voto italiano. Quali differenze?


La più recente letteratura politologica ha ampiamente esaminato l’evoluzione dello stato di salute dei partiti. Secondo alcuni studiosi siamo in un’epoca di crisi, secondo altri stiamo attraversando una fase di adattamento (Katz e Mair 1994; Lawson e Pogunthe 2004; Mack 2010; Revelli 2013; Bardi, Bartolini e Trechsel 2014; Ignazi 2014). Crisi e trasformazione dei partiti procedono di pari passo con il mutamento della democrazia rappresentativa, oltre che con la sua evoluzione verso una democrazia del pubblico in cui gli istituti della rappresentanza politica sono sempre più ridimensionati da un rapporto diretto fra leader politici e cittadini (Manin 1997). Tuttavia, il successo dei leader politici non può essere separato dal successo dei partiti che essi rappresentano (Aardal e Binder 2011), perché i partiti cambiano al cambiare della società. E la progressiva presidenzializzazione della politica è parte integrante di questi cambiamenti (Calise 2005; Poguntke e Webb 2005). In questo quadro di progressiva diffusione della “candidate-oriented politics” (Wattenberg 1991) e della “valence politics” (Stokes 1992), la personalizzazione della politica, la presidenzializzazione della politica e la democratizzazione interna dei partiti sono le risposte che i partiti hanno adottato e stanno adottando per far fronte alla cosiddetta “crisi della politica” e ai cambiamenti sopravvenuti negli ultimi decenni, tenendo presente che quella attuale è la fase dei “parties without partisans”, in cui le organizzazioni partitiche assomigliano sempre meno a “partiti di iscritti” (con elettori orientati da logiche di appartenenza) e sempre più a “partiti di simpatizzanti” nell’ambito di un contesto di crescente volatilità elettorale, di declino dell’identificazione partitica e della mobilitazione partitica, di declino delle “partisan loyalties” con tutto ciò che questo comporta in termini di effetti e conseguenze del tipo “partisan dealignment” (Bardi, Ignazi e Massari 2007, 2014; Dalton 2000, 2013; Dalton, McAllister e Wattenberg 2000; Dalton e Wattenberg 2000; Scarrow 2000; Wattenberg 2000; Fiorina 2002; Dalton, Farrell e McAllister 2011; Pasquino 2012). Entro questa evoluzione, la democratizzazione interna dei partiti (grazie all’adozione di “candidate selection” e di “party leader selection”) sta conoscendo negli ultimi anni una notevole diffusione nelle principali democrazie occidentali (Valbruzzi 2005). La letteratura (anche quella internazionale) tende spesso a enfatizzare le peculiarità e le specificità del selettorato sia su scala nazionale sia su scala locale. Secondo questa impostazione, il selettore sarebbe un animale politico speciale e diverso rispetto all'elettore “generale”: più partigiano, più mobilitato e mobilitabile, più sofisticato politicamente. Tuttavia, pochi sono i contributi della letteratura (specialmente di quella nazionale) che cercano di rintracciare i punti di contatto tra il selettore e l'elettore “generale”. Il selettore, infatti, si colloca nello stesso contesto politico e nello stesso mercato elettorale dell'elettore “generale”. E il selettorato è parte integrante dell'elettorato, risentendo perciò di dinamiche e tendenze che interessano l'elettorato “generale”. Il panel intende raccogliere contributi basati su analisi empiriche (possibilmente incrociando i dati raccolti dal C&LS con quelli raccolti da Itanes) con l’obiettivo di analizzare ed esaminare in chiave comparata e diacronica gli effetti e le conseguenze sul selettorato da parte del più che decennale aumento della volatilità elettorale, del declino della partecipazione elettorale, del declino della mobilitazione partitica che si traducono nel tempo in un incremento della defezione di voto post primarie (sebbene la lealtà rimanga l'atteggiamento di voto post primarie prevalente), in una diminuzione della partecipazione alle primarie, in un decremento del numero e del peso degli iscritti di partito nella competizione primarista (Cavataio e Fasano 2014). Il tema di questo panel può essere variamente articolato e approfondito sia dal punto di vista del comportamento politico e di voto sia dal punto di vista della competizione partitica. Particolare attenzione, infine, sarà riservata a quei contributi (non solo in chiave empirica, ma anche di taglio normativo) che intendano testare alcuni luoghi comuni sulle “party leader selection” e sulle “candidate selection”, cercando di individuare limiti, inconvenienti e conseguenze impreviste delle elezioni primarie italiane, approfondendo altresì i possibili rimedi. I paper possono essere anche in lingua inglese.

Chairs: Mariano Cavataio, Luciano M. Fasano

Discussants: Paolo Natale

From primary elections to general elections, from general elections to primary elections. Similarities and differences between Italian centre-left selectors and voters concerning the left-right political spectrum, 2007-2013
Mariano Cavataio (mariano.cavataio@gmail.com), Luciano M. Fasano (luciano.fasano@unimi.it)
AbstractPolitical dissatisfaction is a widespread peculiarity in several representative democracies (Inglehart 1977; Christensen 2014, 2015). The trend towards intra-party democracy and presidentialization of politics seems to have become – in Italy and Advanced Western democracies – an increasing response to the decline of party identification and party mobilization, with growing consequences of partisan dealignment between parties and voters. After all, we are in the era of candidate-oriented politics (Wattenberg 1991), valence politics (Stokes 1992) and parties without partisans (Dalton and Wattenberg 2000; Scarrow 2000), in which political leaders’ personal characteristics are crucial for vote choices. Furthermore, political parties appear to have become supporters’ parties instead of members’ parties, where candidate and leader selections are a growing political phenomenon of intra-party democracy in several Western democracies, including Italy. Despite the decline of partisan loyalties in all Western democracies, the left-right political spectrum continues to be important for voters at the level of political identification. Indeed, the incremental personalization of politics has not implied the end of political parties, given that they still are key institutions for political participation and engagement (Katz 2011). This is because the success of party leaders also depends on to the success of their parties. As a consequence, the assumption that political leaders have become more important for the voters than parties and policies seems not to be confirmed (Aardal and Binder 2011). Therefore, political parties still count in vote choices and party performances. They change with societal changes. And the growing leadership effects are totally part of these transformations. This paper is aimed at describing and explaining similarities and differences between Italian centre-left selectors and voters with reference to their political profile, considering the candidate/leader selections and general elections held in Italy between 2007 and 2013. As a result of these research objectives, we will use several election surveys by Candidate and Leader Selection (C&LS) and Italian National Election Studies (ITANES) in order to develop our analyses. On the whole, we will try to demonstrate that dynamics and trends regarding “general” voters entail effects and consequences on selectors (e.g., at the level of political identification). After all, the selector is influenced by his/her referential political context. For all these reasons, the selector is not as a tabula rasa. He/she is in the same “general” voter’s electoral market

What difference does it make? Explaining PD’s electorate and selectorate voting behaviour in the last years
Bruno Marino (bruno.marino@sns.it), Nicola Martocchia Diodati (nicola.martocchiadiodati@sns.it)
AbstractIn the last years the Partito Democratico (PD) has undergone deep transformations from several viewpoints (such as the leadership profile, the attitudes of ruling class and the base values of the organisation). Have such transformations also affected its selectorate and its electorate? This paper aims at analysing the evolution of voting motivations and behaviour of PD’s selectorate and electorate in the last few years, particularly focusing on changes that have affected, as the referred literature shows, the classical pattern of voting behaviour through years. Indeed in last decades many scholars have started considering in electoral behaviour modelling also non-policy issues – for instance, the relevancy of valence issues and the leadership-related advantages. Following the path taken by eminent scholars, we analyse differences between the selectorate and the electorate by considering all the three main aspects that are able to affect voters’ decisions: leadership, ideological-related and policy-related issues and, finally, the media. Specifically, we aim at observing how effectively communication and media have affected selectors’ and electors’ vote and if the use of different communication means can really affect the voting behaviour of both the selectorate and electorate of the PD. Specifically, we expect that the use of Internet may strongly affect voters’ choice of the specific tool to be used in voting decisions. Moreover, we believe that by taking into consideration new media, some classical assumptions of voting behaviour analysis can be challenged (like, for instance, the idea that older voters take decisions focusing more on policies). In the second instance, we also consider the role of leadership, the left-right ideological continuum and policy issues, in order to understand if there are differences in decisional processes between PD’s selectorate and electorate. Indeed, as the American literature on primary elections shows, in the case of primary elections ideological variables appear to be less relevant than in the general election arena. Thus, we should expect that the selectorate of PD’s party leader should adopt more valence-related strategies of voting. However, the literature on the Partito Democratico also shows how ideological and policy-related factors are relevant. Thus, we aim at understanding if selectors and electors take decisions in different ways according to the specific arena in which they participate or, conversely, if there are specific common traits in the decisional processes of the two groups. Thus, we analyse different patterns of vote in order to understand if voters mostly adopt rational or valence-related strategies of voting in different situation. To conclude, media and leadership’s influence can be proficiently used to understand how and to which extent future PD leaders could replicate the primary-related and electoral-related success of Matteo Renzi and which kind of strategies candidates should adopt in order to maximize their utility both in the general and in the primary-election arenas. In order to analyse in a diachronic perspective the evolution of patterns of voting behaviour for electors and selectors, we use Itanes’ and Candidate & Leader Selection’s survey data.

Candidate selection and responsiveness. The “Parlamentarie” and their consequences on Italian MPs
Stefano Rombi (rombistefano@gmail.com), Antonella Seddone (aseddone@unito.it)
AbstractPrimary elections have become part of the participatory repertoire of several Italian parties. At political level, the main incentive leading political parties to promote primaries relates to the need to promote a new public image. Primaries are a tool to react to antiparty feelings and disaffection with politics which is challenging the parties’ representative role. Hence, after 10 years, since their first entrance in Italian political system (2004-2014), several primary elections have been organized for the selection of elective offices at the local level (about 900 municipal primaries) as well as national level (for the selection of party leaders and candidates for the premiership) (Pasquino and Venturino, 2009, 2010, 2014; Gelli, Mannarini and Talà, 2013; Seddone and Valbruzzi, 2012; 2013; Seddone, 2011). Furthermore, the contagion effect (Cross and Blais, 2012) induced several parties – different in terms of organizational structure and political culture – to employ inclusive methods for the selection of their leaders or/and candidates. The rapid diffusion of these inclusive procedures makes Italy a stimulating case study. So far, research focused on the impact of primary elections at participative level, considering the political mobilization and the sociopolitical profile of selectors (Pasquino and Venturino, 2009; 2010; 2014; Gelli, Mannarini and Talò; Pala and Sandri, 2012). Another strand of research deals with the consequences of primaries at organizational level, namely their impact on the relationship between parties and their members and sympathizers (Sandri and Seddone 2014; Porcellato and Rombi, 2014; De Luca, Pala and Sozzi, 2014; Lanzone and Scotto, 2014). In 2013, some parties resort to primary elections for their MPs candidates selection. This choice offered the opportunity to deepen the impact of these selection methods on the representation level (Lanzone and Rombi, 2014; Porcellato and Valbruzzi, 2013), focusing on sociopolitical profiles of candidates selected through inclusive methods. Nevertheless, taking into account the framework of analysis proposed by Hazan and Rahat (2001; 2010) there is still the need to provide a more thoroughly analysis of the impact of this inclusive methods in terms of responsiveness. In other words, it is necessary to focus on the legislative behaviour of candidates selected through primaries. This paper will focus on this issue, starting from the following research question (RQ): How do different selectorates affect the responsiveness of members of parliament (MPs)? Literature on this regard present two main approaches, the first one suggests that “there is a negative relationship between a more inclusive selectorate and the ability to maintain party unity, resulting in a decline in party-centered responsiveness and an increase in individual or candidate-centered responsiveness” (Hazan and Rahat, 2010: 148). The second approach argues that “democracy within parties does not necessarily lead to a decline in party unity, nor to any decline in party-centered responsiveness. (Ibidem: 149). Resorting to a large dataset including data about all MPs elected in 2013 General Election (sociopolitical features, methods of selection, parliamentary activity) this paper will test the following hypotheses: H1: The more inclusive the candidate selection method is, the less cohesive the party will be. H1a: Candidates which obtain larger consensus in inclusive selection methods will be more incline to adopt a stand-alone legislative behavior, regardless party directives. We expect that candidates selected through inclusive methods will adopt a responsive attitude based on their relationship with their selectors rather than their own party.

 

Panel 9.3 Clientelismo, scambio e voto personale (I)


In Italia, nel corso degli ultimi decenni, il risultato delle elezioni ha assunto un crescente rilievo. Si può ragionevolmente supporre che il significato dell’esito delle consultazioni elettorali lieviterà ulteriormente a misura che quelle a livello nazionale diventeranno sempre più competitive e decisive. Inoltre, negli ultimi anni, non di rado, è stata rilevata, da una elezione all’altra, una non trascurabile variazione dei risultati a livello aggregato. La crescente importanza dei risultati elettorali e la loro tendenziale variabilità sollecitano un approfondimento dei meccanismi che generano la scelta elettorale. Numerose e pregevoli ricerche hanno segnalato l’indebolimento delle tradizionali appartenenze quali quelle di territorio, lavoro, religione, classe e hanno evidenziato la tendenza della «individualizzazione del voto». Esse hanno dedicato grande attenzione alle variabili «sociologiche» nel tentativo di rispondere alla domanda «chi vota chi» in una determinata e specifica tornata elettorale. Tuttavia, è probabilmente utile ampliare lo spettro dei fattori che influenzano il comportamento di voto, riesaminando il ruolo di alcuni fenomeni che per lungo tempo sono stati considerati come estremamente importanti soprattutto in alcune aree del nostro paese e valutando le conseguenze della trasformazione dei partiti politici nella competizione elettorale con particolare riferimento allo spostamento di enfasi verso i candidati. Più specificamente, sono sollecitati contributi che analizzano il clientelismo per valutare se esso sia tuttora fenomeno vitale e diffuso e se le scelte di voto dei cittadini che vi sono implicati siano strutturate da questo genere di relazioni sociali, in che misura e attraverso quali specifiche modalità. In secondo luogo, il panel si propone di ospitare paper che hanno ad oggetto il cosiddetto voto personale per valutare se esso sia un surrogato della vecchia relazione tra partiti e cittadini oppure se presenta caratteristiche proprie e peculiari. In altre parole sarebbero apprezzati contributi tesi a valutare se le relazioni personali tra candidati ed elettori, oscurano e sostituiscono il ruolo dei partiti nella competizione elettorale e/o se esse rappresentano una modalità di formazione del consenso basata sullo scambio - più o meno esplicito e diretto - del voto con favori e protezione. Tuttavia, in generale, possono essere proposti paper che cercano di connettere il comportamento di voto a dinamiche che valicano il tempo di una specifica tornata elettorale e che riguardano pratiche sociali e cambiamenti delle relazioni tra cittadini e politica, tra candidati ed elettori. I contributi possono essere il frutto di riflessioni di natura teorica o di ricerche empiriche condotte attraverso l’adozione di metodologie qualitative e quantitative in ambito locale o nazionale e in prospettiva storica o comparata.

Chairs: Roberto De Luca, Domenico Fruncillo

Microclientelismo. Circuiti territorializzati di aggregazione del consenso.
Luciano Brancaccio (luciano.brancaccio@fastwebnet.it )
AbstractLa crisi della rappresentanza politica in Italia produce effetti su molti piani. Uno di questi riguarda l’indeterminatezza e l’instabilità delle sue forme. Si tratta di un fenomeno che investe l’intero paese, ma che nel Mezzogiorno, dove più debole è il tessuto economico e sociale, assume maggiore evidenza. Per lungo tempo il clientelismo di partito ha svolto nelle regioni meridionali un’azione di integrazione sociale e aggregazione delle domande politiche provenienti dai territori all’interno di formazioni politiche di carattere nazionale. Seppur secondo forme di mediazione impropria, ciò ha consentito la costruzione di un orizzonte di regolazione unificante. La drastica riduzione di risorse pubbliche e il crollo di credibilità della classe politica hanno prodotto negli ultimi anni l’indebolimento, e in molti casi il collasso, delle catene clientelari di partito, e l’emersione di nuovi centri di aggregazione del consenso (ad esempio, i Centri di assistenza fiscale e altri tipi di sportelli-servizi) con base nei rioni e nei quartieri delle maggiori città. Nuove figure di capi-elettori locali, relativamente indipendenti rispetto alle formazioni politiche nazionali, tendono a imporsi, in rappresentanza di circuiti di scambio e reti di fiducia e reciprocità di corto raggio. Il paper propone un’analisi dei modelli di clientelismo e dei cambiamenti che investono i sistemi di formazione del consenso elettorale alla dimensione locale, presentando materiale empirico relativo alla città di Napoli. Fornirò una lettura del passaggio dalle forme clientelari di partito alle nuove forme pulviscolari, più instabili dal punto di vista della collocazione politica, con un giro di scambi di ridotto valore e una maggiore autonomia delle sedi decentrate. Ciò riflette l'arretramento delle strutture di partito centralizzate, il tramonto delle burocrazie, la drastica riduzione della spesa pubblica dal centro. Le nuove risorse di scambio consistono principalmente in prestazioni della PA esternalizzate al privato e al privato sociale. Si formano così reti clientelari a livello di vicinato e di quartiere che includono figure di diversa natura: politici comunali e infracomunali, tecnici dell'amministrazione e delle società partecipate, professionisti e operatori del privato sociale, a volte esponenti della criminalità organizzata.

Il voto di scambio, le euristiche a-politiche, la formazione degli orientamenti politici.
Domenico Fruncillo (dfruncillo@unisa.it)
AbstractLa tipologia sul comportamento di voto proposta da Parisi e Pasquino – appartenenza, opinione scambio – è risultata utile soprattutto a delineare la direzione del cambiamento nelle relazioni tra elettori e partiti politici. L’ipotesi più approfondita negli ultimi decenni è che il progressivo indebolimento del senso di appartenenza e delle lealtà partitiche abbia ampliato lo spazio per scelte di voto basate sulla valutazione contingente di elementi specifici dell’offerta politico-elettorale. Molte sono le ricerche dedicate sia all’erosione del senso di appartenenza verso i partiti sia alla individuazione e valutazione dei diversi aspetti della proposta politico-elettorale che contribuivano a definire il comportamento elettorale di un numero crescente di cittadini. Meno frequenti sono gli studi dedicati al voto di scambio e in generale alle scelte di voto basate su valutazioni particolaristiche in vista del conseguimento di interessi strettamente individuali. Il paper che viene proposto sviluppa un’analisi dedicata alla valutazione dell’offerta - o della richiesta - di scambio del voto con una controprestazione consistente in favori o promesse di benefici. L’ipotesi di fondo della ricerca ruota attorno alla possibilità che la proposta dello scambio rappresenti una efficace euristica cognitiva prima che decisionale. La prima parte del paper sarà dedicata alla illustrazione dei risultati di ricerche svolte nei decenni precedenti, basate su inchieste campionarie. Esse saranno utili per definire le caratteristiche essenziali di coloro che sembrano adusi a stabilire un rapporto personale e diretto con i candidati o altri esponenti politici. La seconda parte del paper, basata sui dati provenienti dalla simulazione di una campagna elettorale locale, oltre ad approfondire i tratti di coloro che accedono a questa particolare euristica, prova e valutare le conseguenze dell’esposizione a messaggi di scambio provenienti dai candidati sull’immagine dei candidati stessi. Infine si proverà a definire il profilo di coloro che, avendo utilizzato l’euristica dello scambio, abbiano poi espresso un voto a favore dei candidati che proponevano lo scambio del voto con favori e benefici. L’ipotesi specifica che orienta questa parte della ricerca è che l’euristica dello scambio trovi un uso più diffuso e intenso tra coloro che fanno uso di euristiche a-politiche e più sporadico tra coloro che hanno un profilo politico più chiaramente definito.

Il welfare tra scambio politico, scambio clientelare e voto di scambio.
Valentina De Luca (valentina.deluca@unical.it)
AbstractLa significatività delle politiche sociali in termini di consenso e finanche la manipolazione ai fini elettorali delle prestazioni sociali, è questione in qualche modo comune a tutti i Paesi che hanno sviluppato sistemi di welfare importanti. In Italia però, in specie negli anni della cosiddetta prima repubblica, questa raggiunse dimensioni particolarmente significative ed assunse connotati specifici. Nel mezzogiorno d’Italia, dove la clientela contribuì a caratterizzare i processi di modernizzazione politica, il welfare rappresentò, durante tutti gli anni ’50- ’60-’70 e oltre, risorsa privilegiata da utilizzare come merce di scambio all'interno di relazioni di natura politico-clientelare che si nutrivano della tollerata e legittimata capacità, di una pletora di intermediari politico-amministrativi, di distribuire a masse di clienti risorse di welfare. Fin dai primi anni ’90, i radicali mutamenti degli scenari economici e politici nazionali (ed internazionali) contribuirono ad indebolire l'idoneità delle reti clientelari a riprodursi distribuendo risorse statali facilmente disponibili. Conseguentemente, la capacità del clientelismo di organizzare stabilmente il consenso e di agire regolazione sociale, è andata gradualmente diminuendo. Certo che, la raccolta del consenso all’interno del mercato politico, continua a servirsi di meccanismi personalistico-clientelari e di risorse di welfare. Eppure, la relazione clientelare, perde molti dei suoi connotati tipici, per caratterizzarsi, sempre più spesso, come scambio estemporaneo e contrattuale, slegato da quegli elementi di fidelizzazione, categorialità e sintesi tipici del clientelismo politico della prima repubblica. Il paper si propone di dare forza a queste valutazioni di tipo teorico offrendo un’analisi delle modalità, attraverso le quali, nel Mezzogiorno, le risorse di previdenza sociale a tutela del lavoratore agricolo a tempo determinato vennero (e vengono) utilizzate come merce di scambio politico clientelare. Le indennità di disoccupazione, malattia e maternità agricola furono, per lungo tempo e in varie aree del sud d’Italia, al centro di un sistema politico clientelare, ampliamente tollerato e utile ad ottenere stabile consenso elettorale. Oggi, in particolare in alcuni territori del Mezzogiorno, le prestazioni previdenziali agricole, sono, varie volte, al centro di sistemi di truffa organizzati al fine di carpirle del tutto illegalmente. Il consenso politico, ottenuto tramite la distribuzione impropria di queste risorse di welfare, è, non solo svincolato da logiche politiche strutturate ma pure frutto di una individuale capacità di “micro-imprenditorialità politica” (Brancaccio, 2012) che spesso è radicata in uno spregiudicato aggiramento delle norme.

 

Panel 9.3 Clientelismo, scambio e voto personale (II)


In Italia, nel corso degli ultimi decenni, il risultato delle elezioni ha assunto un crescente rilievo. Si può ragionevolmente supporre che il significato dell’esito delle consultazioni elettorali lieviterà ulteriormente a misura che quelle a livello nazionale diventeranno sempre più competitive e decisive. Inoltre, negli ultimi anni, non di rado, è stata rilevata, da una elezione all’altra, una non trascurabile variazione dei risultati a livello aggregato. La crescente importanza dei risultati elettorali e la loro tendenziale variabilità sollecitano un approfondimento dei meccanismi che generano la scelta elettorale. Numerose e pregevoli ricerche hanno segnalato l’indebolimento delle tradizionali appartenenze quali quelle di territorio, lavoro, religione, classe e hanno evidenziato la tendenza della «individualizzazione del voto». Esse hanno dedicato grande attenzione alle variabili «sociologiche» nel tentativo di rispondere alla domanda «chi vota chi» in una determinata e specifica tornata elettorale. Tuttavia, è probabilmente utile ampliare lo spettro dei fattori che influenzano il comportamento di voto, riesaminando il ruolo di alcuni fenomeni che per lungo tempo sono stati considerati come estremamente importanti soprattutto in alcune aree del nostro paese e valutando le conseguenze della trasformazione dei partiti politici nella competizione elettorale con particolare riferimento allo spostamento di enfasi verso i candidati. Più specificamente, sono sollecitati contributi che analizzano il clientelismo per valutare se esso sia tuttora fenomeno vitale e diffuso e se le scelte di voto dei cittadini che vi sono implicati siano strutturate da questo genere di relazioni sociali, in che misura e attraverso quali specifiche modalità. In secondo luogo, il panel si propone di ospitare paper che hanno ad oggetto il cosiddetto voto personale per valutare se esso sia un surrogato della vecchia relazione tra partiti e cittadini oppure se presenta caratteristiche proprie e peculiari. In altre parole sarebbero apprezzati contributi tesi a valutare se le relazioni personali tra candidati ed elettori, oscurano e sostituiscono il ruolo dei partiti nella competizione elettorale e/o se esse rappresentano una modalità di formazione del consenso basata sullo scambio - più o meno esplicito e diretto - del voto con favori e protezione. Tuttavia, in generale, possono essere proposti paper che cercano di connettere il comportamento di voto a dinamiche che valicano il tempo di una specifica tornata elettorale e che riguardano pratiche sociali e cambiamenti delle relazioni tra cittadini e politica, tra candidati ed elettori. I contributi possono essere il frutto di riflessioni di natura teorica o di ricerche empiriche condotte attraverso l’adozione di metodologie qualitative e quantitative in ambito locale o nazionale e in prospettiva storica o comparata.

Chairs: Roberto De Luca, Domenico Fruncillo

Voto di preferenza e voto di scambio nelle elezioni italiane
Roberto De Luca (roberto.deluca@unical.it)
AbstractNella fortunata classificazione del comportamento elettorale elaborata da Parisi e Pasquino (1977), il “voto di scambio” viene definito come il rapporto diretto fra elettore e candidato e consiste in una prestazione dell’elettore (il voto) e una corrispondente controprestazione del candidato votato (e/o del suo partito) che per questo utilizza, solitamente, risorse pubbliche. Il “voto di scambio” è stato identificato spesso tout court con il voto di preferenza per quei sistemi elettorali che prevedono una siffatta possibilità di scelta per gli elettori. Negli ultimi tempi la definizione di “voto di scambio”, alla luce di episodi degenerativi che ne hanno compromesso il suo aspetto comunque legittimo, ha assunto una connotazione del tutto negativa, comparendo come reato fra le norme del codice penale. La legge 356 del 1992, infatti, modifica l’art.416 del codice penale introducendo il reato di “scambio elettorale politico-mafioso”. Nello specifico la legge fa riferimento sia al rapporto fra candidati e criminalità organizzata che interviene nelle campagne elettorali, sia alla vera e propria compravendita di voti attraverso un corrispettivo in denaro. Con la descrizione di alcuni casi, rilevati dall’analisi elettorale e dalle cronache giudiziarie, sarà presentata una rassegna della varietà del “voto di scambio” nelle elezioni italiane, partendo dalle forme legittime di tale comportamento elettorale per arrivare a definire quelle al limite della legalità e di scambio illegale. I diversi casi saranno esaminati alla luce del contesto normativo in cui sono accaduti, cioè tenendo conto della parte del meccanismo elettorale che può favorire, o meno, l’affermarsi di tali pratiche. In ultimo, analizzando la riforma elettorale, nota come “italicum”, si tenterà una disamina dei possibili effetti che le nuove norme sulla doppia preferenza di genere potranno produrre sul comportamento elettorale e, nello specifico, sul voto di scambio.

From a party system to a ‘candidate system’? Patterns of preferential voting in Southern Italy
Vincenzo Emanuele (vincenzoemanuele@hotmail.it ), Bruno Marino (bruno.marino@sns.it)
AbstractIn the last decades many scholars have underlined the growing importance of leaders and candidates in party organizations and party competition and also in voting behavior. A relevant number of contributions has focused on candidate-oriented voting and even on the everlasting role of clientelism and patronage in shaping electoral politics, especially in Southern Italy. However, there is a lack in the literature as regards the extent to which candidate-based politics challenges the basic features of party competition, putting the predictability of interactions among actors of a given party system at serious risk. We argue that, in certain contexts, the combined effect of the growing unpredictability in the interaction among parties and voters (volatile electoral environment, emergence of new parties, weak ties between voters and parties) and the pervasive stability of candidate-oriented voting is changing the nature of the competition from a party-based system to a candidate-based system. In such contexts, electoral competition is driven by the personal support held back by candidates and by the system of endorsements with which such candidates maintain or transfer their support election after election. On the other side, parties are nothing but ‘empty vessels’ where the ‘lords of preferences’ enter from time to time in order to secure their (re-)election. In this paper we explore the dynamics of preferential voting and list voting in the 97 municipalities of the Reggio Calabria province in the regional elections of 2010 and 2014. Our expectation is that the electoral outcome of 2014 is better predicted by the patterns of preferential voting among the ‘lords of preferences’ rather than by the patterns of list voting between 2010 and 2014.

I voti di preferenza nelle elezioni di primo ordine, 1968-2015. Un’analisi dello studio del caso su quattro comunità politiche locali tra Nord e Sud del paese
Mariano Cavataio (mariano.cavataio@gmail.com), Luciano M. Fasano (luciano.fasano@unimi.it)
AbstractLo studio dei voti di preferenza in Italia da sempre rappresenta un tema delicato, in quanto interessa il precipuo rapporto tra elettori e candidati, con effetti e conseguenze sulla rappresentanza politica, sul sistema politico e sulla qualità della democrazia. Proprio per queste ragioni, rischiano di risultare insufficienti quegli approcci che intendono descrivere e spiegare il voto ad personam solo attraverso le categorizzazioni della rational choice theory, considerato che i voti di preferenza tradizionalmente esercitano effetti differenti rispetto alla cultura politica di riferimento a livello territoriale, accentuando così antiche e nuove fratture tra Nord e Sud del paese. Storicamente, la letteratura internazionale ha dedicato una rilevante attenzione allo studio del cosiddetto “preferential voting”. Numerose sono, infatti, le argomentazioni teoriche e le evidenze empiriche sul tema in questione, già a partire dai primi decenni del Novecento. Nel dibattito teorico internazionale diversi sono gli studiosi che hanno sottolineato gli aspetti deteriori (clientelismo, political patronage, pork barrel) relativi agli effetti esercitati dai sistemi elettorali proporzionali in cui gli eletti vengono scelti tramite le preferenze (“open list proportional representation”). Non è un caso che tutte le principali democrazie occidentali non adottino i voti di preferenza per scegliere gli eletti a livello nazionale. Inoltre, importanti accademici italiani hanno spesso associato il voto di scambio e il voto clientelare all’impiego dei voti di preferenza. A prescindere dalle peculiarità del dibattito in letteratura, il tema da sempre suscita in Italia vivaci contrapposizioni nell’opinione pubblica, all’interno dei partiti e tra i partiti. Per i detrattori, i voti di preferenza esaspererebbero la competizione intra-partitica, incrementando altresì la conflittualità tra i candidati della medesima lista. Per i sostenitori, le preferenze (che risentono di una logica di tipo proporzionale) e le elezioni primarie (che risentono di una logica di tipo maggioritario) rappresenterebbero, al contrario, le più efficaci soluzioni per rafforzare la capacità di scelta degli elettori, coinvolgendoli maggiormente nei processi decisionali dei partiti e nelle dinamiche elettorali, tenendo presente che siamo nell’epoca della candidate-oriented politics e della valence politics. L’obiettivo di questo lavoro è quello di esaminare l’evoluzione dei voti di preferenza attraverso l’adozione di una prospettiva di lungo periodo (1968-2015), prendendo spunto da quattro comunità politiche locali tra Nord e Sud del paese: Canicattì (AG), Carini (PA), Parabiago (MI) e Saronno (VA). Si analizzeranno i voti di preferenza di tutte le elezioni di primo ordine susseguitesi negli ultimi 50 anni (elezioni politiche 1968-1992 ed elezioni comunali 1970-2015). Si badi bene che molti di questi dati elettorali (disaggregati a livello di sezione elettorale), soprattutto quelli riferiti ai due comuni siciliani, sono in esclusivo possesso del dott. Mariano Cavataio. Siamo in presenza, pertanto, di un lavoro prevalentemente empirico di taglio diacronico, senza dimenticare però gli eventuali aspetti normativi che il tema solleva rispetto al contesto e al dibattito contingente (basti pensare all’Italicum 2.0). Dal punto di vista analitico-concettuale, si propone la distinzione terminologica tra “voto personale” e “voto personalizzato” in un quadro nazionale e internazionale non sempre così rigoroso nell’indicare questa differenziazione, tanto da considerare i due tipi di voto come indifferenziati in numerose circostanze. Altro punto di forza di questo paper è quello di definire meglio il tasso di voto di preferenza, tenendo conto di quelle regole elettorali (soprattutto della Prima Repubblica) che prevedono le preferenze multiple

Doppia preferenza di genere: un aiuto alle donne o un ritorno alla “Prima Repubblica”?
Alessandro Testa (alessandropress.roma@gmail.com )
AbstractRispetto ai paesi anglosassoni e a quelli dell’Europa centrosettentrionale in genere, l’Italia ha da sempre un cospicuo gap in materia di inclusione sociale femminile, a cominciare dal mondo del lavoro. In ambito politico tale disparità si è tradotta storicamente in un minor numero di elette a tutti i livelli e con la mancata attribuzione alle donne di ruoli di vertice. Detto che stiamo ancora aspettando di vedere la prima presidente insediarsi al Quirinale o a Palazzo Chigi, al 20 maggio 2015 sono donna soltanto quattro dei tredici ministri con portafoglio (più due senza portafoglio) del governo Renzi; sono donne soltanto due presidenti di Regione su venti e addirittura non c’è nemmeno un sindaco donna nei venti Comuni capoluogo. A livello assembleare il gap permane, ma occorre distinguere fra il Parlamento in carica, eletto con l’ormai incostituzionale Porcellum dalle lunghe liste bloccate, e tutte le altre consultazioni: europee, regionali, comunali e circoscrizionali, dove si vota con sistemi elettorali diversi ma che prevedono in ogni caso il tradizionale voto di lista con preferenza/e. Storicamente il numero di parlamentari e consigliere elette è sempre stato piuttosto contenuto – in particolare al Sud – per questo recenti modifiche normative hanno cercato di introdurre correttivi. Come spartiacque possiamo considerare la legge 215/2012, che ha introdotto la doppia preferenza purché di genere opposto nelle elezioni per i Comuni con almeno 5.000 abitanti (ma di fatto è realmente tassativa solo per quelli sopra i 15.000, mancando sanzioni per quelli intermedi). In nome della ricerca di un maggiore equilibrio fra eletti ed elette è stato quindi scardinato il principio della preferenza unica per prevenire scambi di “pacchetti di voti” tra candidati amici, introdotto dal referendum abrogativo del 9-10 giugno 1991, al tramonto della c.d. “Prima Repubblica”, che aveva basato la sua intera esistenza proprio sul sistema proporzionale puro con preferenze multiple, utilizzato in tutti i livelli principali (con la sola parziale eccezione di Senato e Consigli provinciali, eletti con un sistema ugualmente proporzionale ma basato su collegi uninominali e successivo riporto). Si tratta di un sistema poco usato nel mondo, e che troppo spesso ha offerto il fianco alla corruzione politica, come drammaticamente evidenziato in molte occasioni. La ricerca intende pertanto verificare in primo luogo se la rinuncia alla preferenza unica – un principio giuridico utile a prevenire fenomeni di inquinamento del voto, specie nelle aree dove è più forte la presenza della criminalità organizzata – abbia almeno prodotto in cambio un significativo incremento del numero delle consigliere elette o se invece l’argomento dell’uguaglianza di genere non abbia costituito piuttosto una sorta di passepartout per cercare di riportare in auge vecchi comportamenti. La sfiducia è suffragata dall’analisi della seconda riforma elettorale “pro-parità di genere”, approvata nel 2014 e relativa all’elezione dei rappresentanti italiani al Parlamento europeo. Qui il meccanismo introdotto è stato meno favorevole alle donne: le preferenze ammesse sono diventate infatti addirittura tre, di cui solo l’eventuale terza “riservata” ad un genere diverso da quelli dei primi due candidati scelti. In attesa della futura verifica sul campo delle (interessanti) novità recentemente introdotte dall’Italicum per l’elezione della Camera dei deputati, il presente paper si ripromette pertanto di valutare gli effetti delle riforme già attuate a favore della parità di genere nelle elezioni comunali, regionali ed europee svoltesi dopo l’approvazione della legge 215/2012: Amministrative (grandi comuni) 2013, 2014 e 2015; Regionali 2013, 2014 e 2015 (nelle sole Regioni che hanno in qualche forma adottato il principio della parità di genere nelle proprie leggi elettorali); Europee 2014. Un tale corpus di dati, da analizzare anche con tecniche statistiche, dovrebbe poter rispondere all’interrogativo che ci siamo posti. In un secondo tempo, è però intenzione di chi scrive riprendere l’argomento ed analizzare, possibilmente in chiave comparativa, altri possibili meccanismi politico-elettorali che potrebbero favorire una maggiore partecipazione delle donne alla vita politica producendo un maggior numero di elette, ma senza gli svantaggi del (doppio) voto di preferenza.

 

Panel 9.3 Clientelismo, scambio e voto personale (III)


In Italia, nel corso degli ultimi decenni, il risultato delle elezioni ha assunto un crescente rilievo. Si può ragionevolmente supporre che il significato dell’esito delle consultazioni elettorali lieviterà ulteriormente a misura che quelle a livello nazionale diventeranno sempre più competitive e decisive. Inoltre, negli ultimi anni, non di rado, è stata rilevata, da una elezione all’altra, una non trascurabile variazione dei risultati a livello aggregato. La crescente importanza dei risultati elettorali e la loro tendenziale variabilità sollecitano un approfondimento dei meccanismi che generano la scelta elettorale. Numerose e pregevoli ricerche hanno segnalato l’indebolimento delle tradizionali appartenenze quali quelle di territorio, lavoro, religione, classe e hanno evidenziato la tendenza della «individualizzazione del voto». Esse hanno dedicato grande attenzione alle variabili «sociologiche» nel tentativo di rispondere alla domanda «chi vota chi» in una determinata e specifica tornata elettorale. Tuttavia, è probabilmente utile ampliare lo spettro dei fattori che influenzano il comportamento di voto, riesaminando il ruolo di alcuni fenomeni che per lungo tempo sono stati considerati come estremamente importanti soprattutto in alcune aree del nostro paese e valutando le conseguenze della trasformazione dei partiti politici nella competizione elettorale con particolare riferimento allo spostamento di enfasi verso i candidati. Più specificamente, sono sollecitati contributi che analizzano il clientelismo per valutare se esso sia tuttora fenomeno vitale e diffuso e se le scelte di voto dei cittadini che vi sono implicati siano strutturate da questo genere di relazioni sociali, in che misura e attraverso quali specifiche modalità. In secondo luogo, il panel si propone di ospitare paper che hanno ad oggetto il cosiddetto voto personale per valutare se esso sia un surrogato della vecchia relazione tra partiti e cittadini oppure se presenta caratteristiche proprie e peculiari. In altre parole sarebbero apprezzati contributi tesi a valutare se le relazioni personali tra candidati ed elettori, oscurano e sostituiscono il ruolo dei partiti nella competizione elettorale e/o se esse rappresentano una modalità di formazione del consenso basata sullo scambio - più o meno esplicito e diretto - del voto con favori e protezione. Tuttavia, in generale, possono essere proposti paper che cercano di connettere il comportamento di voto a dinamiche che valicano il tempo di una specifica tornata elettorale e che riguardano pratiche sociali e cambiamenti delle relazioni tra cittadini e politica, tra candidati ed elettori. I contributi possono essere il frutto di riflessioni di natura teorica o di ricerche empiriche condotte attraverso l’adozione di metodologie qualitative e quantitative in ambito locale o nazionale e in prospettiva storica o comparata.

Chairs: Roberto De Luca, Domenico Fruncillo

La competizione elettorale intrapartitica nelle comunali a Roma. Voto di preferenza e micropersonalizzazione
Francesco Marchianò (fra.marchiano@gmail.com )
AbstractL’introduzione dell’elezione diretta dei sindaci nel 1993 ha mutato in maniera rilevante le competizioni politiche-elettorali locali, concentrando l’attenzione sui candidati e diminuendo quella sui partiti. Il voto alla persona, cioè, ha cominciato a prevalere su quello al partito, non solo nel caso del candidato sindaco, ma anche in quello dei candidati delle liste. La diminuzione di potere dei partiti ha comportato anche un indebolimento della loro capacità di influenza e filtro sulla selezione dei candidati. Prima essa avveniva secondo uno schema tradizionale nel quale i criteri principali erano la fedeltà al partito e il cursus honorum del candidato al suo interno; l’ultima parola restava sempre e comunque al partito. Dal 1993, invece, questa dinamica è tramontata e, al suo posto, è venuto accentuandosi come fattore decisivo per la selezione la propria capacità personale di raccolta del consenso. Seguendo l’evoluzione del voto di preferenza e il ruolo delle liste personali, l’intento che si propone questo paper è quello di indagare i cambiamenti sopra descritti in un contesto molto importante quale quello di Roma. Nello specifico, questo contributo si concentrerà sul voto amministrato a partire dalla prima elezione diretta del sindaco del 1993 per arrivare all’ultima del 2013.

Clientelismo e nuove leadership nei partiti reticolari: il caso di Napoli
Antonella Avolio (antonella.avolio2@unina.it)
AbstractIl dibattito sul tema delle trasformazioni dei partiti politici converge sulla centralità di aspetti quali la professionalizzazione, la riduzione della capacità di autofinanziamento, la statalizzazione e la personalizzazione politica. Per comprendere le conseguenze di questi cambiamenti sulla politica locale è utile richiamare la dimensione stratarchica dell’organizzazione partitica al centro dell’analisi di Katz e Mair (1992), in cui ciascun livello territoriale mantiene propri spazi di autonomia, definendo rapporti di non interferenza tra élites locali e nazionali (Raniolo, 2000). In questa cornice è possibile cogliere la natura sempre più reticolare dei partiti, declinata nella forma del network party (Heidar, Saglie, 2003) e del partito in franchising (Paolucci, 1999; Carty, 2006). L’organizzazione partitica, infatti, sembra disarticolarsi in un sistema di relazioni tra attori, il cui successo elettorale è dato dalla capacità di accontentare e rispondere alle domande di una localizzata cerchia personale (Raniolo, 2011), secondo una concezione del potere sempre più diffuso, frammentato e territorialmente radicato (Brancaccio, Martone, 2012). A livello locale questo può favorire leadership politiche sempre più autonome dai partiti di riferimento e il consolidarsi di forme di notabilato e di pratiche clientelari a carattere micro-personale (Viviani, 2015), ben inquadrate nella figura del politico rionale (Brancaccio, 2012). Il paper presenta i risultati di una ricerca empirica sul ceto politico a Napoli, condotta attraverso un approccio metodologico che combina ricerca etnografica e analisi standard su fonti secondarie. Il contributo analizza le dinamiche che descrivono la politica locale, con una prospettiva centrata sul ruolo, sulle strategie e sulle pratiche degli attori politici. Più precisamente, all’interno dello scenario di mutamento dei partiti, si intende riflettere sulle modalità di aggregazione della domanda politica e sulle strategie clientelari di raccolta del consenso, con un focus a) sulle trasformazioni politico-istituzionali e sulle forme di interazione che sono andate definendosi tra gli eletti nei diversi livelli di governo locale; b) sul processo di autonomizzazione della politica locale e sul rapporto tra i politici di base e gli altri livelli dell’organizzazione partitica; c) sul ridimensionamento e mutamento del welfare state e sulle “opportunità” che ne derivano in termini di scambio politico a vantaggio del ceto politico locale.

La politica campana negli anni Ottanta. Strumenti, metodi e mutamenti di un sistema politico-clientelare egemonico.
Andrea Marino (marino_andrea@yahoo.it )
AbstractGli anni Ottanta si sarebbero caratterizzati per una forte caduta delle tensioni ideologiche e una profonda trasformazione dei meccanismi di creazione del consenso. Nella realtà campana il reticolo delle relazioni personali, familiari, amicali e professionali, sempre molto forte, in quel frangente storico si sarebbe rinsaldato come uno dei principali canali nella costruzione di relazioni politiche e clientelari. Tali reti si sarebbero estese, facilitando alleanze tra istituzioni, amministratori, politici e ceti produttivi. I partiti locali si ritrovarono divisi in fazioni, correnti, componenti e gruppi che avrebbero acquisito una loro autonomia finanziaria creando canali autonomi con clienti, imprenditori, elettori e pure raggruppamenti in altri partiti. In conseguenza di queste ragioni si sarebbe affermata una nuova generazione di politici, che avrebbe utilizzato strumenti e metodi di creazione del consenso differenti rispetto al passato. Si sarebbe imposto un comportamento molto più autonomo e slegato dalla direzione delle segreterie, alla continua ricerca di canali per controllare le risorse provenienti dallo Stato al fine di fidelizzare e ampliare le rispettive reti clientelari. La capacità, dunque, di costruire reti di relazioni personali, anche trasversali, non ideologiche, cementate attraverso la forza dei blocchi di potere che si costituivano intorno alle risorse pubbliche, sarebbe diventato lo strumento fondamentale di mobilitazione del “nuovo politico” locale. Questi elementi sarebbero diventati determinanti per consolidare un sistema di potere egemonico-clientelare in Campania. Infatti, il pentapartito, sarebbe emerso come forza predominante del territorio negli anni Ottanta e i suoi gruppi dirigenti avrebbero avuto una proiezione senza precedenti in ruoli istituzionali apicali sulla scena politica nazionale, in una dinamica in cui potere locale e nazionale si rafforzavano reciprocamente. Alla base della ricerca che c’è uno studio attento degli atti giudiziari connessi ai principali processi di Mani pulite in Campania. Una fonte per ora poco utilizzata, anche a causa della cattiva organizzazione degli archivi, ma ricca di informazioni indispensabili per una ricostruzione accurata e critica degli eventi. Gli interrogatori e le richieste di autorizzazione, ad esempio, sono documenti fondamentali per comprendere la struttura del sistema politico e i meccanismi di creazione consenso utilizzati dai partiti. Altra fonte indispensabile è rappresentata dagli Atti parlamentari, in particolare le commissioni d’inchiesta sul fenomeno della criminalità organizzata mafiosa o similare e quella sull’attuazione degli interventi per la ricostruzione e lo sviluppo dei territori colpiti dai terremoti del novembre 1980 e del febbraio 1981. La finalità delle commissioni sia da parte di Scalfaro che di Violante, i presidenti delle due commissioni, fu una ricerca delle responsabilità politiche e proprio per questo aspetto gli Atti divengono la descrizione di un’epoca, un’utile documentazione per ricostruire un’intera fase storica. Inoltre è stata creata una banca dati di testimonianze dei principali protagonisti dell’epoca: una fonte evidentemente non priva di problematiche interpretative, ma che appare utile anche per bilanciare il peso delle fonti di carattere giudiziario.

 

Panel 9.4 Partisanship in comparative perspective (I)


Partisanship - the relationship which links citizens to parties and that pushes voters to repeatedly cast a ballot for the same parties - is a matter of debate in comparative research. The main questions are: 1) whether such a relationship exists at all; 2) the sources and nature of partisan attachments. The rising trend of electoral volatility observed in the last decade in both established and recent democracies has been matched by a parallel reduction of partisan voters, although sizable shares of the electorates still exhibit a degree of continuity in their electoral choices. This panel aims at addressing this apparent paradox by research on the nature and transformation of partisan attitudes in contemporary democratic polities. The erosion of cleavage parties, brought about by socio-economic modernisation which undermined the very social bases of class, religion and territory as sources of political identities, is singled out as the main culprit of the progressive decoupling of parties and voters. Further, rising electoral volatility has been matched by the emergence of new parties (specially in Europe) disrupting traditional party system environments and providing voters with novel – although often unstable -­ political actors. The political supply side has shown then an overall weakening of the parties and a blurring of their images, thus affecting one end in the continuum of party-voters relationship. Which likely impacts of the willingness/capacity of voters to develop stable party allegiances. On the demand side, however, this does not mean that voters are necessarily impervious to developing partisan attachments or attitudes to changing/new parties. Although some evidence claims that party identification outside the US is nothing more than the current voting intention/preference, partisanship can usefully be conceptualised differently, as party evaluations, party attitudes or predispositions. This call invite papers to analyse – theoretically and empirically - two analytical dimensions of partisanship - the nature and the sources of partisanship – and the systemic, party and individual level features that condition them. Alternative readings of partisanship have in fact emerged among researchers: one based on social identity theory and one based on attitudes theory, each with distinct features regarding nature of partisanship (identitarian versus attitudinal), sources (social versus political), behavioural consequences (stability versus variability of party choice). The main aim of the panel will be then to identify the individual, party, and contextual factors which research has brought to bear on the development of different types of partisanship.

Chairs: Paolo Bellucci

Discussants: Roberto Biorcio

More than a feeling? How different partisanship concepts influence voters’ decisions
Nicola Martocchia Diodati (nicola.martocchiadiodati@sns.it)
AbstractThis paper aims at comprehending how the concept of partisanship is able to affect voters’ electoral choices. Indeed, even if the literature on voting behaviour presents many models to understand how people decide during elections, scholars have rarely investigated how classical rational models may be affected by social identity concepts like partisanship. Moreover, without considering partisanship and other non-policy-related factors, it would be impossible to challenge the classical concept of utility in order to move toward a unified and encompassing conceptualisation of utility. Moreover, such a unified perspective would also be able to understand which factors really influence voters’ decision to remain loyal to the party voted in the previous election In order to investigate the real relevance of partisanship in voting behaviour and its ability in understanding phenomena like the variability of vote, I take into consideration different conceptions of partisanship in two different aspects of voters’ decision. Firstly, I propose a new model of voting behaviour that considers traditional rational factors but that gives a crucial role to partisanship, in order to effectively understand voters’ choices and behaviour. Indeed, according to the model I propose, the distance between a voter and a party (thus, the utility she gains) is evaluated and perceived also taking into consideration partisanship. Thus, the model challenges the general assumption of utility by considering as critical factor the biased utility, that is, the utility a voter perceive according to her social identity. In the second instance, following the literature on partisanship, I investigate which concept of partisanship, between the social identity conception of partisanship and the attitudinal one, seems to be more relevant in voters’ electoral decisions. Indeed, I compare the ability of the three models (the classical rational model and the two partisanship-biased ones) to predict the correct voting behaviour. Thirdly, I investigate if partisanship is really a factor able to account for voters’ variability in party choice and, more specifically, which concept of partisanship, between the social identity and the attitudinal ones, better explains individuals’ propensity to be loyal to the previous choice. In order to get a high degree of control and generalizability (both cross-country and diachronically), I use data taken from ITANES and BES surveys for 2006, 2008 and 2013 Italian general elections and for 2005 and 2010 British general elections

PTV-gap as a possible comparative measure of partisanship: evidence from turbulent Italy
Lorenzo De Sio (ldesio@luiss.it), Aldo Paparo (aldopaparo@libero.it)
AbstractThe comparative study of partisanship has long struggled from the lack of a comparative transatlantic measure. While American literature has traditionally employed the party identification concept and measure, European scholars have typically used a party closeness measure. In a recent study we have proposed PTV-gap as a potential solution to this issue, showing that this measure has desirable properties in specific reference to the American case. In particular we showed its ability to classify respondents on a partisan scale yielding monotonic partisan attitudes. This paper reports the findings applying the same PTV-based partisanship measurement strategy to Italian data, and compares results to the traditional party closeness measure. We use both longitudinal data from the CISE (Italian Center for Electoral Studies) Electoral Panel and a more recent cross-section in order to validate such measure. The panel, which started in early 2012, covering about 12 months before the 2013 general elections, a period characterized by extreme turbulence and the emergence of relevant new parties, allows us to assess the stability over time of partisan attitudes, during a particularly unstable period. The cross-sectional 2015 data are used to test the ability of the two compared partisanship measures to predict vote stability/switching across recent national elections, in particular when facing the challenge of new parties.

THE ECONOMY AND ELECTORAL CHOICE: PARTISAN BIAS VERSUS STATISTICAL BIAS
Michael S. Lewis-Beck (michael-lewis-beck@uiowa.edu)
AbstractThe research literature has established the proposition that the economy matters for elections. But, an ongoing debate exists about the strength of that economic effect. Some scholars argue that the impact natonal economic perceptions are weak, largely a product of partisan bias. Unfortunately, this partisan bias argument rests on two misunderstandings. The first claims that, because partisanship colors economic evaluation, no real economic evaluation exists. This claim mostly rests on a failure to interpret correctly standard statistical controls, in the fact of observational, as well as experimental, data. The second claims that, once proper statistical controls are imposed in a multi-equation context, the economic evaluations are shown to have little effect. This claims mostly rests on a failure to understand the statistical procedures necessary to properly exogenize attitudinal variables. The limitations of these bias claims will be explicated in this paper.

 

Panel 9.4 Partisanship in comparative perspective (II)


Partisanship - the relationship which links citizens to parties and that pushes voters to repeatedly cast a ballot for the same parties - is a matter of debate in comparative research. The main questions are: 1) whether such a relationship exists at all; 2) the sources and nature of partisan attachments. The rising trend of electoral volatility observed in the last decade in both established and recent democracies has been matched by a parallel reduction of partisan voters, although sizable shares of the electorates still exhibit a degree of continuity in their electoral choices. This panel aims at addressing this apparent paradox by research on the nature and transformation of partisan attitudes in contemporary democratic polities. The erosion of cleavage parties, brought about by socio-economic modernisation which undermined the very social bases of class, religion and territory as sources of political identities, is singled out as the main culprit of the progressive decoupling of parties and voters. Further, rising electoral volatility has been matched by the emergence of new parties (specially in Europe) disrupting traditional party system environments and providing voters with novel – although often unstable -­ political actors. The political supply side has shown then an overall weakening of the parties and a blurring of their images, thus affecting one end in the continuum of party-voters relationship. Which likely impacts of the willingness/capacity of voters to develop stable party allegiances. On the demand side, however, this does not mean that voters are necessarily impervious to developing partisan attachments or attitudes to changing/new parties. Although some evidence claims that party identification outside the US is nothing more than the current voting intention/preference, partisanship can usefully be conceptualised differently, as party evaluations, party attitudes or predispositions. This call invite papers to analyse – theoretically and empirically - two analytical dimensions of partisanship - the nature and the sources of partisanship – and the systemic, party and individual level features that condition them. Alternative readings of partisanship have in fact emerged among researchers: one based on social identity theory and one based on attitudes theory, each with distinct features regarding nature of partisanship (identitarian versus attitudinal), sources (social versus political), behavioural consequences (stability versus variability of party choice). The main aim of the panel will be then to identify the individual, party, and contextual factors which research has brought to bear on the development of different types of partisanship.

Chairs: Paolo Bellucci

Partisanship in Italy: A 25-Years Assessment
Diego Garzia (diegogarzia82@gmail.com)
AbstractPrevious studies have portrayed the personalization of politics as a consequence of the changes in the electoral market and the resulting transformations at the party level. However, empirical research has not reached a consensus on the extent to which this process has actually exerted its impact on citizens’ voting calculus. In this paper, I concentrate on the role played by leader evaluations in shaping voters’ feelings of identification with parties. Using Italy as a case study, I show the progressively more central role of party leader evaluations as drivers of partisanship at the individual level. The first part of the analysis updates a previous longitudinal study of Italian National Election Study (ITANES) data by Garzia and Viotti (2011) and puts the personalization trend to test against the thick series of key political events occurred between 2008 and 2014. The second part of the analysis takes advantage of a unique panel dataset collected in November/December 2013. The time frame of the survey allows for an unprecedented causal assessment of the effect exerted by leadership change (from Bersani to Renzi in PD) as well as party denomination change (from PdL to Forza Italia, both led by Berlusconi) on patterns of closeness to parties at the individual level. The results shed new light on the changing relationship between voters and political parties in Italy, ever more centered around the persona of the party leader.

Partisanship, primarie e consensi elettorali: il caso del Pd
Luciano M. Fasano (luciano.fasano@unimi.it), Paolo Natale (paolo.natale@unimi.it)
AbstractL'analisi dei consensi per il Partito Democratico non può prescindere dallo studio delle primarie, sia la consultazione “Italia bene comune” sia quelle per l'elezione diretta del segretario, che forniscono una misura della capacità di mobilitazione dei selettori (gli elettori che partecipano alle primarie), così come degli iscritti ai circoli - attivi soprattutto nella prima fase di elezione del segretario, quella che porta alla selezione delle candidature. Un'analisi di questo tipo di consultazioni viene qui integrata con un esame del voto nelle principali tornate elettorali, oltreché (tramite le rilevazioni demoscopiche dal 2007 ad oggi) dei consensi virtuali, dei livelli di vicinanza/adesione, del giudizio sul partito e della Ptv (propension to vote): è possibile in questo modo ottenere una più adeguata valutazione del sostegno di cui può godere il Pd in diverse fasi politiche e da parte di diverse cerchie di appartenenza al partito stesso (iscritti, selettori ed elettori). Sullo sfondo di tale analisi, una indagine specifica mira a ricercare possibili correlazioni, all’interno di queste diverse manifestazioni, tra comportamento ed intenzioni di voto, da una parte, e comportamento di iscritti e simpatizzanti del partito, dall’altra.

Partisanhip: social identity or individual attitude? Italy and UK
Paolo Bellucci (paolo.bellucci@unisi.it)
AbstractThe Italian 2013 legislative elections show the largest volatility in the history of the Italian Republic: 39% of voters changed their previous vote. The UK 2015 general elections likewise showed an unprecedented level of swing-vote. Although many reasons can explain such results, this calls into question the extent and nature of partisanship among voters. Relying on an Itanes 5 wave panel (2011-13) and a BES 4 wave panel (2014-15), and employing a battery of indicators of partisanship based on the Index of Identification with a Psychological Group, the paper assesses whether contemporary partisanship in Italy and UK is best seen as an attitude or as a form of social identity.

 
© 2015 Società italiana Scienza Politica   Convegno 2015 - Arcavacata di Rende (Cosenza), 10-11-12 settembre 2015 - segreteria@sisp.it     powered by