Sections and Panels

Section 7. Amministrazione e politiche pubbliche (Administration and Public Policy)

Chairs: Andrea Lippi, Federico Toth

“Le politiche pubbliche ai tempi del governo Renzi” Nei policy studies di matrice sia nordamericana sia europea, grande enfasi è stata attribuita allo stile di policy adottato da alcune specifiche amministrazioni che si sono particolarmente contraddistinte per la loro intensa attività riformistica. La Great Society negli Stati Uniti o il governo Thatcher nel Regno Unito ne rappresentano un chiaro esempio: programmi di governo caratterizzati da una coerente impronta ideologica, che hanno saputo abbracciare molteplici settori di policy. Gli esempi appena menzionati suggeriscono l’ipotesi che l’operato di una determinata amministrazione possa caratterizzare lo stile nazionale per un certo intervallo di tempo, tale da renderlo identificabile come specifico. Questo è un fenomeno che merita di essere sviscerato e analizzato. Il governo Renzi – se non ancora nei fatti, certamente nelle intenzioni e nelle dichiarazioni – aspira senz'altro a lasciare una traccia in tal senso. Obiettivo dell’attuale esecutivo è di uscire dall’attuale congiuntura storica dando vita a una stagione di radicali riforme. Tutti questi elementi richiedono ovviamente una verifica empirica e una seria discussione analitica, che vada oltre la retorica giornalistica. I panel che intendono seguire questa traccia possono svilupparsi lungo le principali direttrici del policy making nazionale (da nord a sud, dal livello nazionale a quello locale, spaziando tra i diversi tipi di politiche pubbliche), nel tentativo di approfondire e discutere gli elementi di criticità e le evidenze empiriche riguardanti l’operato dell’attuale governo. In questo ambito, i singoli settori di policy – specialmente quelli più densi di criticità come le politiche di sviluppo economico, le politiche del lavoro, quelle comunitarie, le politiche sociali e dell'istruzione, così come alcune precise riforme (gli enti locali, il sistema elettorale, etc.) – possono costituire il banco di prova e l'oggetto di una specifica discussione. Tavole rotonde o panel che aggreghino contributi di ricerca su temi quali quelli appena menzionati aiuterebbero a dare risposta agli interrogativi sollevati.
 

Panel 7.1 Le politiche per lo sviluppo, Mezzogiorno e non solo


A che punto sono le politiche per lo sviluppo nel Mezzogiorno? Come sono cambiate negli ultimi anni in termini di obiettivi, strumenti ed effetti, e come è cambiato il dibattito su di esse? Quali sono i confini oggi di una politica di sviluppo? Quali indicazioni vengono dall’esperienza meridionale per la teoria e per il ridisegno di politiche economiche utili anche ad altri contesti colpiti dal perdurare della crisi economica? Il panel proposto intende affrontare almeno tre questioni centrali nell’analisi delle politiche pubbliche: - Lo stato dell’arte delle politiche per lo sviluppo del Mezzogiorno, crocevia di tensioni ed esperimenti tra government e governance, tra innovazione amministrativa e resistenza al cambiamento di policy, tra accentramento e decentramento politico e istituzionale. - La definizione stessa dei confini delle politiche di sviluppo, che chiamano in causa politica ambientale, politiche infrastrutturali, giustizia e tutela della legalità, riforma della costituzione nel riparto di competenze e finanze pubbliche, organizzazione amministrativa e ruolo dei partiti e della partecipazione politica; il tutto, in rapporto dinamico con la società civile e in continua interazione con la capacità di mobilitazione dei territori e di creazione di innovazioni socio-istituzionali. - Le prospettive per un policy learning e un allargamento dello sguardo al rapporto tra politiche per lo sviluppo del Mezzogiorno e politiche per lo sviluppo necessarie all’Italia colpita nel suo insieme dal perdurare della crisi economica, sia in funzione di policy transfer che di contributo del Mezzogiorno alla crescita del paese. Il panel accoglierà ricerche empiriche, e analisi teoriche di diretta rilevanza per la ricerca sul campo, che affrontino queste domande, o ne propongano di nuove attinenti all’interpretazione dei problemi aperti dalle politiche per lo sviluppo del Mezzogiorno. Sono ben accetti studi di caso, comparazioni, analisi quantitative, e paper di qualunque taglio metodologico empiricamente fondato che possano contribuire alla comprensione del problema.

Chairs: Giulio Citroni, Maria Mirabelli

Discussants: Antonio La Spina

Quali cambiamenti negli strumenti negoziali? Pit e Pisl a confronto.
Lucia Montesanti (lucia.montesanti@unical.it)
AbstractIn molti Paesi dell’Europa la negoziazione è divenuta oramai un elemento imprescindibile delle strategie e degli strumenti di policy. Relativamente all’Italia, essa si è affermata soprattutto nel campo delle politiche per lo sviluppo locale, che hanno abbandonato via via le tradizionali pratiche e logiche del modello gerarchico a favore di una maggiore integrazione fra gli apparati statali e soggetti non statuali nell’ambito di reti decisionali miste pubblico/private (Mayntz 1999). Si è trattato di un passaggio radicale prima ancora che innovativo, dal momento che ha determinato un vero e proprio cambiamento di paradigma: da un modo di governare razionalista ad uno di tipo concertativo (Bobbio 2006). Nelle regioni dell’Italia Meridionale, appartenenti alla cosiddetta area Obiettivo 1, le politiche di sviluppo locale, a partire dagli anni Novanta, hanno assunto di volta di volta delle forme differenti, andando ad ampliare così il paniere degli strumenti negoziali. Fra i più importanti possiamo certamente menzionare: i Patti Territoriali, che temporalmente si collocano all’origine del fenomeno qui considerato; i Progetti Integrati Territoriali (i Pit), nati in diversi contesti quale naturale filiazione dell’esperienza precedente; i Progetti di Sviluppo Locale (i Pisl), che rappresentano gli ultimi nati nell’ambito della grande famiglia della programmazione negoziale. Questi strumenti hanno allo stesso tempo innescato e accompagnato i processi che dal government hanno portato alla governance, cioè “al governare con e attraverso i networks” (Rhodes 2007, 1246), nonché alla graduale erosione dei confini fra il settore pubblico e quello privato (Stoker 1998). L’interrogativo di ricerca che guiderà la nostra analisi è se nel passaggio da una forma all'altra di strumento negoziale, si sia andati o meno verso una maggiore razionalizzazione e semplificazione dei meccanismi decisionali e delle strutture burocratiche a fondamento delle politiche concertative di sviluppo territoriale. In altre parole, si tratterà di capire se ci siano stati dei cambiamenti e se questi abbiano portato eventualmente ad una maggiore efficienza ed efficacia sul piano dei risultati e dei complessivi esiti, ad una crescita diffusa del capitale fiduciario e simbolico e ad una certa capacità di apprendimento da parte dei soggetti istituzionali, sociali ed economici nell’avvio e nella conduzione dei progetti negoziali. La nostra attenzione sarà concentrata in prevalenza sulla fase iniziale del processo di policy making, cioè quella della decisione, e dunque sugli attori che vi hanno partecipato, e sui modi e i tempi delle attività svoltesi attorno ai vari tavoli di concertazione. Nello specifico osserveremo più da vicino i Progetti Integrati Territoriali (Pit) e i Progetti di Sviluppo Locale (Pisl), che sono le modalità ordinarie di attuazione dei Programmi Operativi Regionali (Por) cofinanziati nelle regioni Obiettivo 1 rispettivamente dai Fondi Strutturali del 2000-2006 e del 2007-2013. La nostra base empirica sarà rappresentata dall’esperienza negoziale della Calabria, un contesto regionale per certi versi sui generis in cui non si sono affermati né i principi del mercato in seguito all’adozione delle politiche redistributive e né i meccanismi di regolazione sociale fondati sull’esistenza di un apparato industriale (Catanzaro 1989). Il nostro intento non sarà soltanto la ricostruzione morfologica e strutturale dei networks dei Pit e dei Pisl (numero e tipologia degli attori interessati) quanto soprattutto l’individuazione e la comprensione dei meccanismi che hanno caratterizzato le diverse arene di policy.

Strategie di impresa e politiche “possibili”.
Anna Maria Zaccaria (zaccaria@unina.it)
AbstractIl Sistema Locale del Lavoro di Nola comprende 31 comuni distribuiti tra le provincie di Napoli e Avellino. E’ un sistema senza specializzazione, non comprende Distretti produttivi. A caratterizzarne la vitalità economica sono il Distretto logistico CIS-Interporto-Vulcano Buono di Nola (NA) e il settore agroalimentare. Il Distretto logistico, nato dall’iniziativa di un imprenditore tessile napoletano, rappresenta oggi un nodo di rilievo nel network commerciale globale. La sua evoluzione si regge su due principali logiche: incrementare servizi e sviluppare funzioni. Il settore agroalimentare, naturale evoluzione della vocazione agricolo-commerciale dell’area, presenta un panorama diversificato di aziende che registrano fatturati che vanno da un minimo di 10 ad oltre 100 milioni l’anno e da un minimo di 15 a oltre 400 addetti. Innovazione tecnologica, qualità della materia prima e attenzione al consumatore rappresentano le principali strategie di sviluppo. Tra il Distretto logistico e il tessuto produttivo locale c’è un rapporto molto limitato, che pone limiti allo sviluppo di entrambi. Un elemento che invece lega le due realtà è il ricorso a finanziamenti pubblici. Questi segnano il primo salto di qualità delle imprese agroalimentari, soprattutto negli anni 80-90; anche la prima componente del Distretto Interporto, il CIS, nasce con contributi pubblici. Inoltre, non sono poche le imprese ammesse di recente a progetti regionali (PSR, POR, ecc.) che finanziano infrastrutturazioni o adeguamenti/innovazione degli impianti. Sul fronte delle politiche agricole emerge, in particolare, un assessorato regionale proattivo, che intercetta le risorse e si impegna a renderle operative nella prospettiva di evitare gli “sprechi” che il dato generale sulla Campania mette spesso in evidenza. La chiave di volta di queste buone prassi pare stia in una dirigenza qualificata e motivata, che costruisce rapporti di fiducia con gli operatori economici del territorio. Questo rapporto se da un lato può generare il rischio di accessi “privilegiati” alle risorse pubbliche, dall’altro produce comunque casi di successo di politiche pubbliche, veicolati sul territorio dalle imprese che ne sono espressione: un passo di non poco conto nel percorso di costruzione della fiducia (reciprocamente intesa) pubblico/privato.

Le istituzioni estrattive nel Mezzogiorno post-unitario
Antonio Russo (antonio.russo@unime.it)
AbstractLa Questione meridionale rappresenta non solo un problema sostanzialmente irrisolto, ma anche una vicenda sempre più trascurata dall’agenda politica nazionale. Obiettivo del paper è analizzare le performance delle politiche per lo sviluppo del Mezzogiorno evidenziando l’influenza, espletata sulle policy, dalle istituzioni estrattive (Acemoglu e Robinson 2013; North 2002). Queste, operando dall’interno dello stesso Mezzogiorno, hanno strutturato un inefficiente modello di capitalismo politico (Trigilia 2012), un assetto altamente estrattivo che ha drenato enormi risorse a vantaggio di ristrette élite e diffuso incentivi distorti che hanno inciso negativamente sulle performance economiche delle regioni meridionali. Le pervasive causazioni circolari e cumulative (Myrdal 1959), generate dall’intreccio tra istituzioni estrattive e capitalismo politico, hanno condizionato non solo i processi di mercato, ma anche le dinamiche di implementazione delle politiche per lo sviluppo del Mezzogiorno. Come conseguenza, negli ultimi decenni non solo i differenziali tra il Sud e le regioni del Nord Italia hanno ripreso a crescere (La Spina 2012), ma sono aumentati anche i divari tra il Mezzogiorno e le regioni più povere d’Europa (Prota e Viesti 2012). Tali trend segnalano un progressivo deterioramento delle condizioni economiche interne, il sostanziale fallimento delle strategie di policy fin qui attuate e, nel contempo, riflettono l’incidenza sempre più pervasiva dell’azione delle élite estrattive , con due conseguenze principali. In primo luogo, le rendite di posizione, assicurate dalle istituzioni estrattive, generano rendimenti crescenti e potenti path dependency (Pearson 2000), determinando un rafforzamento del potere di tali élite e la cristallizzazione delle diseguaglianze socio-economiche interne. In secondo luogo, la configurazione istituzionale sistematicamente depotenzia l’efficacia delle politiche per lo sviluppo del Mezzogiorno, specie delle policy i cui processi decisionali e implementativi vengono decentrati a livello locale. Il paper ricostruisce lo scenario storico entro cui le istituzioni estrattive meridionali sono emerse e si sono consolidate, mostrando gli effetti distorsivi da queste espletate sulle politiche per lo sviluppo, sulle dinamiche elettoralistiche e sui processi di mercato. Parallelamente, l’analisi dei dati socioeconomici ha consentito di evidenziare l’impatto che le alterne vicende delle istituzioni estrattive hanno indotto sulle performance economiche meridionali e sul rendimento delle politiche di sviluppo dall’unificazione in poi.

Cambiare il sud per cambiare l’Italia. Il nuovo rapporto tra potenzialità e problemi nel Mezzogiorno
Francesco Lo Giudice (francesco.logiudice@unical.it)
AbstractNonostante la forte crisi economica e sociale che investe da anni il nostro Paese e l’Europa, e il crearsi di quella che potremmo definire ‘’questione meridionale europea’’, l’Italia può paradossalmente avviare a soluzione il suo storico dualismo economico e sociale interno. Considerando infatti il mutamento degli scenari interni ed internazionali avvenuti negli ultimi decenni, il Mezzogiorno ha l’occasione di diventare un territorio autonomo da un punto di vista produttivo, ridurre così sensibilmente la maggior parte dei suoi problemi sociali e configurarsi pertanto come una possibile soluzione alla crisi nazionale. Rappresentando del resto un terzo del Paese, sia per estensione geografica che per numero di abitanti, esso presenta ampi margini di crescita dato che la maggior parte delle sue risorse, innanzitutto umane, e delle sue potenzialità produttive, legate soprattutto all’ambiente, ai beni culturali e al territorio, è ancora da valorizzare adeguatamente. Il suo progresso, in passato ritenuto spesso un rischioso quanto improduttivo investimento, è oggi favorito dal mutare di una serie di circostanze interne ed esterne di grande rilevanza, quali: l’affermazione delle fonti rinnovabili di approvvigionamento energetico; il ritorno di centralità geopolitica e commerciale del Mediterraneo; l’accresciuto livello di informazione e istruzione di massa; l’apporto culturale, economico e demografico garantito dall’immigrazione; il protagonismo civile delle donne; la consistenza dei fondi comunitari europei; la vitalità dell’associazionismo, dell’imprenditoria giovanile e del terzo settore; l’affermazione di un nuovo meridionalismo intellettuale e di una ritrovata fierezza di appartenenza; il processo di ridefinizione politica degli assetti territoriali; la globalizzazione dell’informazione e del commercio; la crisi del paradigma di sviluppo nazionale e di quello dello sviluppo capitalistico più in generale. Combinazione di circostanze favorevoli inimmaginabile fino a qualche decennio fa, la quale, sbilanciando il rapporto tra problemi e potenzialità del sud a favore di queste ultime, lascia presupporre una possibile metamorfosi della realtà meridionale simile a quella avvenuta nella Germania dell’Est successivamente alla caduta del Muro di Berlino. Se opportunamente valorizzata da politiche pubbliche a livello locale e nazionale, tale combinazione può favorire una maggiore coesione territoriale e sociale e contribuire al rilancio civile ed economico non solo del Mezzogiorno ma dell’intero Paese.

 

Round table

Panel 7.2 Esiste uno stile di policy del governo Renzi?


Tavola rotonda co-organizzata con la sezione di Sistema politico Italiano

Interventi:

Mauro Bonaretti, Segr. Gen. Presidenza Consiglio dei Ministri,

Maurizio Ferrera, Università degli Studi di Milano,

Antonio La Spina, LUISS Roma,

Simona Piattoni, Università di Trento

Chairs: Luca Verzichelli

 

Panel 7.3 La politica del lavoro al tempo del Governo Renzi


Appena insediato il Governo Renzi ha varato un primo aggiustamento della riforma delle legislazione sul lavoro varata dal Governo Monti neanche due anni prima (giugno 2012, Riforma Fornero) e il Presidente del Consiglio ha annunciato l'intenzione di avviare una riforma complessiva della materia presentandola col nome di Jobs Act. A questo scopo nel dicembre del 2014 il Governo ha ottenuto una delega legislativa da parte del Parlamento. L'iter di formulazione e di approvazione della legge delega è stato motivo di animate discussioni e divisioni tra le forze politiche e sociali e all'interno del partito di cui Matteo Renzi è segretario. L'attuazione della delega sta avanzando per capitoli ma già se ne vedono le caratteristiche principali. Sono benvenuti saggi che analizzino le caratteristiche del processo decisionale inerente all’approvazione della legge delega e le conseguenze politiche di questo processo sul sistema politico e di governo. Sono altrettanto graditi contributi riguardanti l'analisi dei fattori di continuità e di cambiamento nei contenuti del Jobs Act rispetto alle riforme precedenti in considerazione delle caratteristiche del mercato del lavoro in Italia, della sua resilienza e delle trasformazioni dovute alla lunga depressione economica iniziata nel 2009.

Chairs: Nicola Giannelli

Discussants: Ruggero Cefalo, Nicola Giannelli, Patrik Vesan, Paolo Graziano

Le politiche di Renzi per i giovani: nuovi contratti, nuovi strumenti di sostegno del reddito e garanzia giovani.
Nicola Giannelli (nicola.giannelli@uniurb.it)
AbstractIl presidente del consiglio Renzi si è insediato dichiarando subito che aveva intenzione di ridurre il dualismo del mercato del lavoro tra i lavoratori tradizionali con contratti a mtempo inderminato e protezioni giuridiche dal licenziamento, e i lavoratori giovani e meno giovani, intrappolati in impieghi precari, con poche o nessuna tutela, privi di ammortizzatori sociali e di diritti. Il percorso del gioverno dal decreto Poletti al Jobs Act ha liberalizzato ulteriormente alune forme di contratto (tempo determinato, apprendistato, lavoro a voucher), ha abrogato per i nuovi assunti il contratto a tempo determinato tradizionale avviando il nuovo contrratto a tutele crescenti, privo delle protezioni dell'art.18 (salvo per i licenziamenti discriminatori), anche per i licenziamenti collettivi, e ha inaugurato una riforma degli strumento di sostegno del reddito dei disoccupati. Nel contempo si è avviato un progetto europeo di formazione-inserimento che precede lo sviluppo di uno schema di apprendistato scuola-lavoro che è dichiarato tra gli obiettivi fondamentali della riforma della scuola. Il paper fa il punto della situazione di un paesaggio in continuo cambiamento cercando di capire a quali modelli di regolazione e di governo del mercato del lavoro e della disoccupazione giovanile si fa riferimento.

Le politiche del lavoro in Italia e nei paesi sud-europei: itinerari di riforma a confronto
Patrik Vesan (p.vesan@univda.it)
AbstractL’articolo analizza la traiettoria di policy dei “sistemi di tutela dalla disoccupazione” nei quattro paesi sud europei (Italia, Grecia, Spagna, Portogallo) sia in un’ottica di medio periodo - dai primi anni ’90 – sia con specifico riferimento alla fase della recente crisi economica e del debito sovrano. In particolare, l’articolo mira a cogliere se/fino a che punto oltre due decenni di riforme hanno modificato i regimi di tutela dalla disoccupazione incrementando, ovvero riducendo, le affinità istituzionali all’interno del gruppo mediterraneo (cd “coerenza interna”) e la “distintività” del modello sud Europeo rispetto ad altri paesi, in specie Francia e Germania. La tesi dell’articolo è che pur a fronte di cambiamenti significativi che hanno alterato alcuni tratti storici degli "unemployment welfare regimes" del sud Europa, il loro grado di coerenza interna è aumentato rispetto agli anni novanta. Questo vale per lo meno con riferimento ai policy outputs, ma non agli outcomes, dove al contrario le distanze fra paesi mediterranei sono cresciute. La principale novità nel panorama delle politiche del lavoro del sud Europa emerge comunque con riferimento alla seconda dimensione d'analisi: la "distintività". Se sul fronte delle politiche passive e attive del lavoro le distanze rispetto ai paesi dell'Europa continentale sembrano in parte mantenersi, per quel che riguarda la regolazione dei rapporti di lavoro, tali distanze si sono invece fortemente ridotte.

Il nuovo apprendistato italiano: regolazione, diffusione e distanza dal modello tedesco
Ruggero Cefalo (ruggero.cefalo@libero.it)
AbstractIl contratto di apprendistato in Italia è stato recentemente oggetto di importanti modifiche, culminate nell’adozione del Testo Unico dell’Apprendistato (2011) e nella successiva strategia di promozione del “nuovo apprendistato” come principale canale di ingresso per i giovani nel mercato del lavoro. Tuttavia, la diffusione di tale contratto nel contesto italiano risulta ancora limitata specialmente per le due forme di apprendistato che maggiormente insistono sull’alternanza scuola-lavoro. Nel presente articolo, saranno ripercorsi i principali mutamenti del quadro normativo che hanno portato alla definizione del nuovo apprendistato con l’approvazione del Testo Unico e i successivi sviluppi fino al decreto Poletti del 2014. Sarà inoltre analizzata la diffusione del contratto di apprendistato in Italia, sottolineandone le rilevanti criticità e le forti disomogeneità territoriali. Nella terza parte dell’articolo, il sistema di apprendistato italiano sarà posto a confronto con il modello di apprendistato vigente in Germania, all’interno del sistema duale di formazione professionale. Dalla comparazione si trarranno indicazioni riguardo alle particolarità di carattere contestuale e alle criticità del caso italiano.

Le politiche del lavoro in Spagna e in Italia: gli effetti della crisi economico-finanziaria.
Pablo Eduardo Neder (pabloneder@hotmail.com)
AbstractQuesto paper analizza le politiche del lavoro in Spagna ed in Italia in prospettiva comparata nel periodo compreso tra l'inizio della crisi finanziaria ed economica, scoppiata negli Stati Uniti nel 2007, ed il 2015. Si tratta di un lasso di tempo in cui appaiono i primi effetti negativi sulle economie dell'Unione Europea (UE), in cui "le conseguenze della globalizzazione contribuiscono chiaramente ad aumentare le restrizioni in materia di democrazia, un sistema che trova difficoltà per sviluppare a un livello sovranazionale" (Crouch, 2004). Il paper verte principalmente sulle riforme del mercato del lavoro intraprese dai governi di Zapatero in Spagna e Monti in Italia. La ricerca è stata realizzata attraverso interviste qualitative con gli attori politici e sociali coinvolti nel processo di negoziazione delle riforme del mercato del lavoro – membri del Governo e dei ministeri, imprenditori e sindacalisti., . Inoltre, una parte dello studio su cui si basa questo paper è consistito nell'analisi comparata dei testi di legge in materia di politiche del lavoro prodotti dalla Spagna, dall'Italia, dall'UE e dalle organizzazioni internazionali. L'articolo mostra in un primo tempo gli effetti della crisi finanziaria ed economica nel contesto della globalizzazione e l'ostilità delle élite finanziarie nei confronti dei lavoratori. In seguito, facciamo notare l'influenza macroeconomica sul processo di negoziazione delle politiche del lavoro a discapito degli interessi dei lavoratori, l'aumento del potere degli imprenditori ed il ruolo dominante dell'UE, a causa dei vincoli finanziari e di bilancio nel contesto della governance economica. Infine, lo studio mostra come la crisi economica sia stata accompagnata da una instabilità politica nel processo di dialogo tra il governo, i datori di lavoro e sindacati, che di conseguenza ha portato verso un orientamento più economico che sociale.

 

Panel 7.4 Città metropolitane, nuove province e comuni associati: la nuova geografia politica italiana dopo la legge Delrio -Panel congiunto con Studi regionali e politiche locali


Dopo oltre 20 anni di tentativi, micro aggiustamenti e attuazioni parzialmente fallimentari, la geografia politica italiana del governo locale si avvia verso un percorso di cambiamento attraverso l'emanazione della L.56/2014 (c.d. Legge Delrio). Nell'attesa di una modifica costituzionale del Titolo V che rimetterebbe in discussione l'assetto che il parlamento e il successivo referendum vararono 14 anni fa, questo disegno di cambiamento pone le premesse per una trasformazione radicale dei livelli di governo infra-regionali, aprendo interrogativi e sfide sia su fattibilità quanto sugli andamenti e sui tipi di driving factors che possono condurre al successo o all'insuccesso. Ci si trova dinanzi ad una serie di interrogativi. In particolare: - quanto effettiva sia la rimozione delle province dalla geografia politica e quanto le regioni ne siano le reali eredi (e possano dare vita quindi a forme di neo-centralismo) oppure se questo sia l'inizio per un loro ridimensionamento; - quale sia il ruolo dei grandi comuni, così come quanto effettivamente le forme di aggregazione sovracomunale, come le unioni di comuni, diventino finalmente il reale palcoscenico del policy making locale; - infine, se le fusioni di comuni, dopo uno stillicidio di tentativi, finiscano per decollare o rimangano al margine. I papers possono affrontare uno o più aspetti tra quelli sopra elencati proprio in considerazione dei numerosi interrogativi che scaturiscono dal peculiare percorso di riforma e dalla complessità di un processo di implementazione che potrà produrre nuovi assetti nel governo locale.

Chairs: Tullia Galanti, Stefania Profeti

Discussants: Carlo Baccetti

I processi decisionali delle regioni e i loro assetti infra-regionali dopo la Legge Delrio: nuove competenze e/o nuovi territori?
Silvia Bolgherini (silvia.bolgherini@unina.it), Andrea Lippi (lippi@unifi.it), Sergio Maset (sergio.maset@ideatolomeo.it)
AbstractImmaginata come normativa di svolta dopo anni di lunga attesa nel quadro delle riforme dei livelli territoriali, la Legge 56/2014 Delrio è costruita in realtà come una ‘terra di mezzo’ che chiude una partita (il ruolo intermedio delle province) e ne apre un’altra (cosa fare delle loro competenze). Per sua stessa ambizione la Legge infatti è un processo decisionale iniziale, che delega ad altri processi di livello regionale il compito di scegliere gli effettivi assetti di ciascuna regione implementando la legge medesima e definendo il framework legale, organizzativo e gestionale adottato. Ovviamente questo processo è immediato solo sulla carta, poiché l’allocazione di competenze, risorse e la definizione di nuovi confini o la rimodulazione delle vecchie province in nuovi enti di secondo livello non è un fatto che possa essere deciso solo per decreto e senza un complesso processo di elaborazione politica ed istituzionale. Il paper si propone di descrivere i processi connessi con quanto sopra esposto con particolare attenzione a tre processi di notevole rilevanza empirica: i) il processo nazionale di implementazione della Delrio e la sua velocità di attuazione, incluse le dinamiche che hanno favorito o rallentato tale processo; ii) i processi di definizione e adozione delle nuove leggi regionali che attuano la Delrio e allocano le competenze tra Regioni, Province e Comuni (quali Leggi regionali con quali disegni, strategie di policy e quali strumenti). iii) i processi decisionali connessi con i modelli, gli stili e le strategie di implementazione emergenti e le sottostanti scelte e disegni di policy adottati. Tutti questi aspetti ruotano intorno alla ricognizione dei nuovi assetti regionali che sono emersi o stanno emergendo dalle legislazioni regionali già adottate e dei possibili modelli centro-periferia che vengono profilati in ciascun disegno di policy regionale. Il paper si fonda su evidenze empiriche di una ricerca condotta su sette regioni a statuto ordinario (Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Toscana, Campania e Calabria) con dati rilevati sia attraverso l’analisi documentale sia attraverso interviste. Si tratta di un work in progress di un lavoro più ampio di cui questo paper costituisce un primo step.

Attori e poste in gioco nella ricollocazione del personale delle ex province.
Paolo Barbanti (p.barbanti@gmail.com ), Marco Di Giulio (marco.digiulio3@gmail.com), Giulia Falcone (giulia.falcone@ancitoscana.it)
AbstractNon c’è dubbio che la legge Del Rio (56/2014) abbia provocato notevoli cambiamenti nella struttura dei rapporti fra centro e periferia. In particolare, l’introduzione delle Città Metropolitana per nove capoluoghi di regione e l’abolizione delle province stanno ridisegnando la geografia politico amministrativa del paese. A tutt’oggi (maggio 2015) le regioni sono impegnate a recepire le competenze precedentemente esercitate dalle amministrazioni provinciali. Quest’opera di re-scaling è complicata da stringenti vincoli posti dal governo nazionale. In primo luogo le Regioni dovranno contare su minori trasferimenti dal centro; dall’altra, la legge di stabilità per il 2015 obbliga una riduzione della dotazione organica di Città metropolitane ed ex-province compresa fra il 30 ed il 50%. Questi vincoli hanno aperto un inedito scenario negoziale che vede coinvolti governo nazionale, regioni, comuni e parti sociali per la ricollocazione del personale, al momento ancora in fieri. Il paper ripercorre l’evoluzione della politica e cerca di delineare le principali opzioni strategiche a disposizione degli attori.

Amministrare o governare? L’implementazione delle nuove città metropolitane tra politica e politiche
Giulio Citroni (giulio.citroni@unical.it), Tullia Galanti (maria.galanti@unimi.it), Stefania Profeti (stefania.profeti@unibo.it)
AbstractTra le riforme delle amministrazioni locali in Italia, quella che istituiva la città metropolitana è rimasta a lungo sulla carta, nonostante sia stata promossa a più riprese come risposta ai cambiamenti economici e sociali legati alla globalizzazione (Tortorella e Allulli 2014). Carsico nelle sue manifestazioni, il tema della città metropolitana è riemerso nel dibattito dopo l’approvazione della legge Delrio sulla riforma delle province (l. 56, 2014) che, in discontinuità rispetto al recente passato, ha delineato un percorso con tempi precisi anche per l’istituzione delle città metropolitane. Un percorso serrato e vincolato, che ha portato in pochi mesi alla creazione di un nuovo livello amministrativo articolato su organismi (per ora) indirettamente elettivi e che potrebbe avere riflessi non solo sulla politics, ma anche sulle policies a livello locale, con particolare riferimento ai Servizi Pubblici Locali. Questo paper si propone come un primo passo per analizzare l’implementazione delle città metropolitane come fenomeno intrinsecamente politico, ricostruendo gli snodi fondamentali del percorso di attuazione delle nuove istituzioni nei contesti metropolitani che già le hanno introdotte o che le stanno avviando e fornendo, a partire dalla comparazione tra i diversi casi, una prima chiave interpretativa del processo e delle possibili conseguenze in termini di rapporti politici, di nuove relazioni tra centro e periferie (anche all’interno del perimetro delle stesse città metropolitane) e di disegno delle politiche pubbliche.

La Nuova “Geografia Ordinamentale” Nella Legislazione Emergenziale Della Crisi: Dal Neo-Centralismo Regionale Al Centralismo Metropolitano? Effetti E Paradossi Della “Semplificazione” Nei Sistemi Complessi.
Anna Margherita Russo (annamargherita.russo@gmail.com)
AbstractLa crisi economica ha indotto i diversi ordinamenti europei a ripensare l’assetto dei poteri pubblici, specialmente dei livelli di governo decentrati e autonomi. L’idea di fondo che ha guidato i legislatori sembra essere una “equazione efficientistica” che pone in rapporto di proporzionalità diretta la riduzione della spesa pubblica con la compressione dell’autonomia locale. In tale ottica, l’attuale assetto delle autonomie territoriali è tendenzialmente considerato soprattutto come una diseconomia da eliminare. Se è vero che i sistemi federali – e in generale i sistemi decentrati – non sono realtà statiche bensì “processi”, non ci sorprende che in momenti “emergenziali”, quali la crisi economica, il pendolo ‘oscilli’ maggiormente verso il centro. È necessario, pertanto, riflettere sui “contrappesi” di cui il sistema dispone per permettere a quello stesso pendolo di ritornare ad oscillare anche verso la direzione opposta, al fine di raggiungere un ‘equilibrio’. Oggetto dell’analisi è la nuova “geografia ordinamentale” della Repubblica delle autonomie in Italia – ovvero, del sistema autonomistico multilivello e relazionale emerso dalla riforma costituzionale del 2001 – quale effetto immediato della legislazione anticrisi, ispirata al criterio efficientistico della riduzione del deficit pubblico e di contenimento della spesa pubblica. In particolare, si intende analizzare quanto e come sia mutato il ruolo e il rapporto tra Regioni ed enti locali nella difficile ricerca di un equilibrio sostenibile tra l’esigenza di razionalizzazione della spesa pubblica, il riordino territoriale e la garanzia costituzionale dell’autonomia. A tal fine si prenderanno in considerazione quegli interventi legislativi che hanno contribuito, in maniera decisiva, a delineare la nuova fisionomia della “mappa territoriale” – da ultimo la L. n. 56/2014, cd. “Legge Delrio” – e le principali criticità emerse da una giurisprudenza costituzionale ispirata ad un “neo-centralismo repubblicano di impronta statalistica”, chiaramente connessa all’utilizzo di “argomentazioni efficientistiche” (così nella recente sentenza CC n. 50/2015). Utilizzando la dialettica “conflittualità-integrazione”, il paper analizza gli effetti del “dato” normativo e giurisprudenziale sullo spostamento del baricentro “autonomistico” nel sistema territoriale (neo-centralismo regionale vs. centralismo urbano?) prendendo in considerazione tre fattori: progressivo “svuotamento” dell’ente provinciale, centralità delle Città metropolitane e potenziale “provincializzazione” delle Regioni. L’obiettivo è verificare se esistano i presupposti per la realizzazione di un sistema di governo regionale integrato o, al contrario, se le riforme determinino un incremento del livello di conflittualità sistemica. Ciò anche alla luce degli effetti – e dei paradossi – che potrebbero derivare dall’entrata in vigore del progetto di riforma costituzionale, attualmente in discussione al Parlamento, che individua la “semplificazione del sistema” (territoriale e istituzionale) come uno degli obiettivi principali attraverso cui realizzare – tra l’altro – una nuova impostazione dei rapporti tra i diversi livelli di governo.

 

Panel 7.5 La valutazione degli effetti delle politiche pubbliche


Lo studio delle politiche pubbliche contempla, tra le varie prospettive di interesse, l'attenzione verso la valutazione degli effetti da esse prodotti. Valutare l’impatto degli interventi significa rendere il dibattito pubblico più informato e, inoltre, permette di appurare se il denaro pubblico sia stato speso in modo più o meno conveniente. Ma non solo. Il restringimento delle risorse economiche disponibili, avvenuto negli ultimi anni nei bilanci pubblici nazionali, potrebbe suggerire l’importanza di una razionalizzazione dell’intervento pubblico per cui le policy capaci di conseguire gli obiettivi prefissati dovrebbero essere protratte mentre, al contrario, quelle incapaci di realizzarli modificate e/o cancellate riallocando così in modo più efficiente le limitate risorse utilizzabili. Ciò rimanda, necessariamente, alla possibilità di verificare, dal punto di vista causale ed empiricamente rigoroso, l'impatto degli interventi pubblici. Ciò non è sempre possibile ne tanto meno agevole. Il panel intende discutere contributi empirici volti a stimare gli effetti prodotti da alcune politiche pubbliche. Sono quindi benvenuti contributi in grado di attestare, tramite metodi empirici rigorosi, l’impatto di policy implementate nei diversi ambiti dell’intervento pubblico (per esempio la valutazione di politiche per il mercato del lavoro, l’istruzione, lo sviluppo infrastrutturale, la sicurezza e il contrasto alla criminalità, etc.).

Chairs: Daniele Checchi, Samuele Poy

Discussants: Daniele Checchi, Samuele Poy

A crazy idea: placing Italian psychiatric patients into paying jobs during the Great Recession, And evaluating the results with random assignment. Are the findings too LATE to be credible?
Alberto Martini (amartini@prova.org)
AbstractThis paper shows the evaluation findings of a social intervention aimed at increasing gainful employment among severely mentally ill patients, by offering them to enroll in a structured job-search experience. The experiment involved four provinces of Lombardy, a total of 29 local mental health centers and 311 mentally ill patients, most with a diagnosis of schizophrenia. The whole programme operation as well as the random assignment evaluation were financed by the Cariplo Foundation, and it was named Lavoro&Psiche . The recruitment of patients started in late 2009 and continued throughout the whole 2010. Upon referral to the project by their medical team, patients go face-to-face baseline interview, they were asked to sign an informed consent and were then randomized into experimental and control groups. For the subsequent two years, while the control group had access to the job placement services normally available to all patients, while the experimental group members received help in their job by highly motivated job coaches, with a limited workload of 12-13 patients per coach. Employment related outcomes were obtained from the archive containing information on all job contracts every private sector employer has to a legal obligation to communicate (hence, COB) to the local PES office. So, using the COB microdata we were able con construct monthly continuous work histories from 2008 through the end of 2013. More than one interpretation of the data is possible. If the impact is obtained as the intent-to-treat estimate of being offered the services of the coaches, the results are indeed disappointing: during 2013 (the first post-demonstration year) 25% of control group patients had some paid job, versus 30% of the experimental, a non significant difference at conventional levels. This standard result ignores another factor that can suggest a different analytic approach that would in turn imply the need for more effective tools to place the mentally ill. One way is to consider the fact that the main tool used by the coaches to support the job search of their patients was to place them into unpaid internships. About 70% of experimental were in an internship, against 40% of controls. If we are willing to assume that the only way the coaches had to improve the job prospects in the long run was to find them an internship during the demonstration, it is plausible to look at the employment differential observed in 2013 as stemming only from the compliers, that is, those patients who went through the internship only because they were assigned to a coach, but they would not have done so if assigned to the control group. This implies that a more plausible estimate of the demonstration employment impact is given by a LATE estimator, which is our case is (0,30-0,25)/(0,71-0,43)=18,2%. Thus, the finding of this a bit unconventional interpretation of the evidence would imply a much larger employment effect than that suggested by the traditional intent-to-treat analysis.

Il modello italiano di sicurezza negli stadi. Impatto della normativa in tema di sicurezza sul fenomeno della violenza negli stadi. Confronto con Austria, Finlandia, Germania, Inghilterra, Polonia.
Nicola Ferrigni (n.ferrigni@unilink.it)
AbstractIl complesso fenomeno della violenza negli stadi, negli ultimi anni, ha richiesto un grande sforzo di aggiornamento della normativa di settore nonché un impegno costante delle Istituzioni, soprattutto quelle sportive, per soddisfare una domanda sempre più efficiente di sicurezza. Dopo anni di strategie di prevenzione e contrasto di natura principalmente emergenziale e repressiva, è stato intrapreso un percorso normativo che ha offerto interventi e soluzioni che si sono dimostrati in grado di contrastare efficacemente il fenomeno della violenza negli stadi. Il paper illustra i risultati di una ricerca che ha valutato l’impatto dell'evoluzione normativa in tema di sicurezza negli stadi, attraverso l’analisi dei seguenti dati: scontri, feriti (tra Forze di Polizia, civili e steward), luogo e modalità degli scontri, denunce, arresti, DASPO emessi. L’impatto della normativa è stato misurato e valutato anche attraverso un confronto internazionale con Austria, Finlandia, Germania, Inghilterra, Polonia. I dati presentati nella ricerca testimoniano un modello italiano di sicurezza efficace e che si è dimostrato in grado di rispondere adeguatamente all’emergenza, spostando il piano dell’azione da un approccio repressivo ad uno inclusivo. A testimoniarlo la drastica riduzione degli scontri negli stadi in poco meno di 10 anni. Il confronto internazionale ha rilevato una realtà molto simile a quella presente in Paesi come Austria, Finlandia e Polonia, dove però il calcio non ha mai esercitato un particolare fascino sulla popolazione. Di contro, l’accostamento con Paesi quali Inghilterra e Germania, che condividono con l’Italia lo stesso rapporto con lo sport del calcio e i cui dati evidenziano ancora una problematicità significativa sul fronte della sicurezza negli stadi, è indicativo di un percorso italiano che ad oggi ha permesso di portare a casa risultati decisamente importanti.

La valutazione come occasione mancata. Dubbi e criticità nei meccanismi di selezione degli strumenti per lo sviluppo locale
Mattia Casula (mcasula@luiss.it), Marta Regalia (mregalia@luiss.it)
AbstractSecondo un’interpretazione largamente condivisa nell’ambito della policy analysis, i decennali fallimenti delle politiche per il Mezzogiorno sarebbero da attribuire al perpetuarsi di logiche spartitorie e politiche distributive a costi diffusi e benefici concentrati, tali non solo da risultare inefficaci, ma anche da produrre l’effetto perverso di un consolidamento dell’arretratezza del Meridione italiano. Questa ipotesi verrà sottoposta a controllo empirico attraverso l’analisi delle modalità attraverso cui due strumenti per lo sviluppo (i patti territoriali e i progetti integrati territoriali) sono stati valutati, a partire dagli anni novanta, dai vari attori istituzionali preposti a certificarne la loro ammissibilità ai fini del finanziamento pubblico. Verranno presentate, discusse e comparate le singole metodologie utilizzate nella fase di valutazione ex ante dei progetti, in termini di obiettivi prefissati, strumenti utilizzati e risultati attesi. L’analisi intende mostrare come, sia a livello centrale che regionale, ci si sia limitati ad una valutazione di facciata nella selezione di tali strumenti, stimolando pertanto una loro deriva distributiva.

Quale spazio per i metodi qualitativi nella valutazione delle politiche? Il metodo del process tracing per la ricostruzione e il test di meccanismi causali.
Simone Busetti (s.busetti@yahoo.com)
AbstractStabilire nessi causali tra una politica pubblica e gli effetti osservati è forse il problema principale del processo valutativo. In tal senso, l’utilizzo di metodi sperimentali, approcci quantitativi e tecniche di valutazione basate sul controfattuale incrementa la fiducia del valutatore sulla bontà delle relazioni osservate. Tuttavia, queste opzioni sono spesso indisponibili per limiti materiali o etici e il valutatore si trova ad esprimere il proprio giudizio sulla base di pochi o anche un solo studio di caso. Il carattere ‘necessario’ di questi casi non risolve però il problema del rigore nell’attestazione degli effetti da attribuire alla politica. Il primo obiettivo del paper è mostrare l’utilità del process tracing quale metodo rigoroso per testare inferenze causali in un caso singolo. Il secondo problema dei metodi sopra citati è che – pur limitando il rischio di relazioni spurie – non ricostruiscono e testano direttamente il nesso causale tra programma ed effetti. Sulla scia di un dibattito recente nelle scienze sociali, gli approcci valutativi ispirati al realismo scientifico, la ricostruzione della teoria del programma e gli appelli alla diversificazione dei metodi valutativi (il rapporto Stern del 2012) hanno riportato l’attenzione sull’importanza dell’analisi dei meccanismi al fine di verificare l’esistenza di nessi causali tra programma ed effetti. Il process tracing è tra i metodi recentemente proposti per condurre tali studi di ‘theory-driven evaluation’. Il paper discute i vantaggi del metodo del process tracing con riferimento a casi di politiche sviluppo locale. L’utilizzo del metodo mostra in particolare l’importanza di ipotizzare i meccanismi causali alla base della produzione degli effetti, di definire preliminarmente test empirici per i diversi elementi del meccanismo, e – basandosi su una logica bayesiana – di valutare l’apporto probatorio delle evidenze raccolte.

 

Panel 7.6 La ricetta per l’organizzazione ottimale: Razionalizzazioni e accorpamenti nella pubblica amministrazione locale e nazionale -Panel congiunto con la sezione Studi regionali e politiche locali

Il tema della razionalizzazione organizzativa e territoriale degli enti e dei servizi pubblici è stato al centro del dibattito politico degli ultimi anni acquisendo sempre più cogenza con l’acuirsi della crisi economica. In Italia, al pari di altri paesi, l’obiettivo di un riordino organizzativo, ma anche dimensionale e territoriale, in settori di policy cruciali – tra cui enti locali, servizi pubblici, giustizia e sanità – è divenuto prioritario. Tra i più rilevanti fenomeni che si ricollegano ai suddetti processi di razionalizzazione vi sono, senza dubbio, quelli dell’associazionismo intercomunale e delle fusioni di Comuni, dell’accorpamento dei tribunali, della ridefinizione dei distretti sanitari, della riorganizzazione dei servizi pubblici Più in generale, della ridefinizione di molte delle strutture che operano a livello territoriale. Partendo da queste considerazioni, il panel proposto intende discutere, avvalendosi della presenza di esperti, e possibilmente anche di rappresentanti degli Enti locali, se e come la presenza di Comuni di dimensioni maggiori o di unità amministrative operanti in Comuni di dimensioni maggiori possa aver indirizzato il trasferimento di funzioni, possa condizionare la stabilità e l’evoluzione della forma associativa o la generale tendenza agli accorpamenti , alle ridefinizioni, alle razionalizzazioni territoriali o funzionali. In particolare, attraverso il confronto si vuole analizzare se e come il rapporto dimensionale possa influenzare gli sviluppi futuri della geografia amministrativa e, in generale, le stesse logiche retrostanti ai processi di razionalizzazione territoriale e dei servizi . Il valore aggiunto della presente proposta è che questi aspetti verranno considerati anche in prospettiva intersettoriale, in relazione a processi analoghi (fusioni e accorpamenti di unità territoriali e funzionali) in altri ambiti di policy. Ad esempio, il recente processo di accorpamento delle circoscrizioni giudiziarie (fusioni/soppressioni dei tribunali) o quello inerente al settore sanitario (la modifica e la razionalizzazione degli ambiti territoriali e dei distretti sanitari) ma anche la diffusa riorganizzazione dei servizi pubblici in generale. Il panel proposto ha l’obiettivo di suscitare un confronto e di stimolare un dibattito tra gli esperti che si sono occupati di queste tematiche da una prospettiva accademica e di ricerca e gli amministratori locali, i segretari e i dirigenti degli enti locali. In particolare, grazie alla prospettiva intersettoriale del panel, ci si propone di individuare le eventuali difficoltà e le migliori esperienze di gestione associata nei diversi settori di policy (gestione di servizi e funzioni, sanità, giustizia, servizi pubblici, ecc.) e nelle diverse zone del paese; inoltre sarà posta attenzione sia sulla presenza di eventuali problematiche comuni, che sulla possibilità di trasferire le best practices da settore a settore.

Chairs: Cristina Dallara, Mariano Marotta

Discussants: Stefania Profeti, Tullia Galanti

Dal “rivendicazionismo autonomista” al “recepimento dinamico”? La politica di riforma istituzionale dei governi intermedi in Sicilia
Giancarlo Minaldi (giancarlo.minaldi@unikore.it)
AbstractDopo aver anticipato la riforma nazionale del 2014 (legge 54) introducendo nel sistema di governo locale i Liberi consorzi di comuni (già previsti dall’art. 15 dello Statuto) e le Città metropolitane (legge regionale 8/2014) in luogo delle province regionali, il governo e l’assemblea regionale siciliana hanno avviato un lungo e controverso processo decisionale per portare a compimento una riforma rimasta incompleta in diversi ambiti di rilevanza cruciale (funzionale, territoriale, di assetto di government e di governance), dovendo al contempo dar seguito all’esplicita indicazione contenuta nella riforma nazionale di adeguare gli ordinamenti delle regioni a statuto speciale ai principi del nuovo assetto degli enti intermedi. Se entrambe le polity policies (nazionale e regionale) sono state condizionate in avvio da pressanti richieste di contenimento della spesa e miglioramento dell’efficienza amministrativa provenienti soprattutto dall’Unione Europea (basti pensare in proposito alla lettera della BCE indirizzata nell’agosto 2011 al governo italiano, esortato ad assumere iniziative per l’abolizione o la fusione delle province), la riforma nazionale è rimasta, almeno sotto il profilo declaratorio, nell’alveo dell’adeguamento ai principi costituzionali di sussidiarietà, differenziazione e adeguatezza (art. 1, comma 1), sia pur riducendo significativamente le funzioni delle province e introducendo la legittimazione elettorale di secondo grado. Al contrario, la riforma istituzionale regionale ha esplicitamente indicato in premessa la volontà di perseguire obiettivi di razionalizzazione e contenimento della spesa pubblica (art. 1, comma 1). Cionondimeno, ad oltre un anno dall’approvazione gli obiettivi del governo regionale siciliano e della maggioranza parlamentare appaiono profondamente mutati. Il disegno di legge approvato dalla Commissione Affari Istituzionali dell’ARS prevede, infatti, per i Liberi consorzi e le Città metropolitane (anch’esse Liberi consorzi) quella che è stata definita una “corposità funzionale” che non trova riscontro nella legge nazionale, sia pur compensando questo scostamento col recepimento dei principi di regolazione territoriale e di legittimazione elettorale di secondo grado. La mancata approvazione della legge da parte dell’assemblea, per ragioni che in larga parte esulano dai suoi contenuti, ha portato il policy making ad una fase di stallo, sebbene restino attualmente confermati i principali obiettivi della proposta. Data questa generale premessa, il paper si propone di ricostruire e analizzare la dinamica del policy making regionale, l’evoluzione della posta in gioco e dei sistemi di interazione tra gli attori politici e i portatori di interessi coinvolti nel policy sub-system, evidenziandone i nessi col controverso e parzialmente irrisolto processo di implementazione della riforma nazionale. L’evoluzione del decision making e delle dinamiche di processo della policy saranno ricostruite mediante l’analisi documentale dell’attività parlamentare (verbali di seduta della Commissione Affari Istituzionali, resoconti delle sedute d’assemblea, disegni di legge), la realizzazione di interviste in profondità e l’analisi dei dati concernenti le risorse umane e materiali delle province regionali siciliane in relazione alle funzioni che attualmente svolgono e che sarebbero chiamate a svolgere (o a non svolgere) nell’assetto delineato dalla proposta governativa. Le caratteristiche della politica di riforma istituzionale saranno per questa via messe in relazione con il complesso di vincoli, opportunità, disfunzioni e incongruenze che caratterizzano il contesto delle autonomie locali siciliane, fornendo alcune chiavi interpretative di una sequenza decisionale tanto contraddittoria, quanto sempre più distante dagli input che ne avevano condizionato l’avvio.

Fusioni di comuni e governo del territorio. Una lettura politologica
Mattia Casula (mcasula@luiss.it)
AbstractL'annosa questione dell'eccessiva parcellizzazione del sistema amministrativo italiano è rientrata nell'agenda politica nazionale negli ultimi anni. Le recenti riforme sembrano aver privilegiato la strada del compromesso tra la salvaguardia del profilo culturale e identitario del comune italiano, da un lato, e invece l'intervento sugli aspetti economico-gestionali, attraverso l'obbligatorietà per i piccoli comuni ad attivare reti intercomunali sul territorio per la gestione delle funzioni fondamentali (mediante unioni di comuni o convenzioni), dall'altro lato. Ciononostante, seppur ancora in misura minore rispetto ad altri contesti europei, anche nel nostro ordinamento si è cercato di realizzare e incentivare la fusione tra comuni, attraverso l'introduzione, da parte del legislatore nazionale e di quelli regionali, di una serie di misure agevolative, sia di ordine organizzativo che finanziario. Il paper fotografa lo stato dell'arte delle fusioni di comuni realizzate ad oggi in Italia, cercando di fornire una lettura politologica, e quindi delle variabili più prettamente politiche, di tale istituto, solitamente analizzato o da un punto di vista meramente descrittivo, o con un approccio squisitamente giuridico. Per ciascuno dei comuni soppressi dal 1995 ad oggi si cercherà quindi di comprendere, anzitutto, il peso assunto dai fattori ambientali nella scelta di dare avvio al processo di fusione, guardando sia alle loro caratteristiche geo-morfologiche che a quelle demografiche. A seguire, si guarderà ai fattori politico-partitici, interrogandosi su quanto l'omogeneità politica e il vincolo del terzo mandato possano aver rappresentato un fattore facilitante la fusione stessa. Infine, si cercherà di comprendere la cultura di governo dei singoli comuni recessi, guardando alla loro passata predisposizione a dare vita a forme più o meno stabili di cooperazione intercomunale con altri comuni. Quanto ai nuovi comuni unici, oltre che alle loro più generali caratteristiche dimensionali, si guarderà al grado di attivazione e di coinvolgimento dei cittadini nelle varie fasi dell'iter del processo di fusione. La lettura di questo dato verrà inoltre affiancata a quella della presenza di eventuali comitati per il sì e per il no al comune unico sorti durante il processo di fusione, e dei relativi soggetti proponenti. Infine, verranno proposti alcuni indici generali di valutazione, sia di natura economico-finanziaria che organizzativo-dimensionale, sull'intero andamento del processo. La raccolta di dati e informazioni è stata svolta mediante interviste in profondità in ciascuno dei comuni interessati e con l'ausilio di banche dati nazionali e regionali, oltre che di fonti e dati comunali.

La mancata riforma delle province in Sicilia: tutti contro
Marco La Bella (marcolabella@unict.it)
AbstractL’estrema delicatezza del tema del riordino/soppressione delle province e della istituzione delle città metropolitane ha finito per impattare con il disagio e la reticenza con la quale la politica siciliana, negli ultimi anni, ha affrontato il dibattito sulla riforma dell’assetto istituzionale locale. L’annuncio della soppressione delle Province sulle reti televisive del neo-eletto Governatore della Sicilia Rosario Crocetta del 2012 – ratificata dall’approvazione del Parlamento siciliano della LR n. 7 del 27 marzo 2013 – anziché produrre l’effetto (sperato) dell’accelerazione del processo di riforma ha determinato una situazione d’impasse politico-istituzionale senza precedenti e apparentemente incomprensibile. L’ultimo atto dell’annosa vicenda è di qualche settimana fa, aprile 2015, quando una maggioranza parlamentare a dir poco “eterogenea” ha bocciato il nuovo disegno di legge sul riordino delle province e l’istituzione delle città metropolitane che aveva come obiettivo un deciso mutamento di rotta – attraverso l’adeguamento della normativa siciliana alla legge nazionale – rispetto a quanto previsto dalla (altrettanto vivacemente criticata e contrastata) Lr 8/2014. L’obiettivo del paper è di fare luce proprio sul ritardo siciliano rispetto al resto dell’Italia dove già da tempo è in corso di implementazione della Legge Delrio. La convergenza, in particolare, di forze politiche contrapposte, di destra, di centro e di sinistra, nella bocciatura “senza appello” del disegno di legge uscito dalla Commissione Affari Istituzionali dell’Assemblea regionale siciliana, interroga infatti sul reale valore delle ragioni di natura strettamente tecnica e giuridica – prevalentemente derivante dalla non univoca interpretazione delle norme statutarie che attribuiscono alla Sicilia autonomia sull’ordinamento degli enti locali prevedendo (art. 15) i Liberi Consorzi di Comuni – avanzate in molte sedi a giustificazione di quel ritardo. La chiave interpretativa del processo trova invece spiegazione nella specificità del contesto siciliano, e in modo particolare nella pervasività della politica – o, meglio ancora, degli esponenti politici e delle loro “cordate” – nella vita sociale, economica ed istituzionale dell’isola. Una pervasività, questa, cui corrisponde l’estrema debolezza del tessuto sociale ed economico afflitti da scarso capitale sociale, e da corpi intermedi non sufficientemente attrezzati ed in grado di emanciparsi dal controllo politico delle principali risorse economiche. In questa chiave, l’apparente schizofrenia che ha caratterizzato il processo di mancata riforma va analizzato attraverso la ricostruzione storica dei comportamenti politici che hanno vanificato nel tempo quasi tutti gli altri tentativi di riordino dell’assetto istituzionale locale siciliano, riproponendosi anche in quest’ultima occasione, a conferma di uno stile proprio del sistema politico siciliano che non ha mai abbandonato l’idea di gestire i processi di riforma a partire dall’esercizio del controllo quasi ossessivo dei collegi elettorali che, vedi caso, coincidono con i confini amministrativi delle ex province regionali. Si vedrà allora, come dietro le motivazioni di natura giuridica – utilizzate da pochi in modo scientifico – si celino per lo più ben altre preoccupazioni strettamente connesse alla dimensione politica della riforma e al suo impatto sulla carriera dei politici di professione e sui modelli di aggregazione e riproduzione del consenso. È proprio questa dimensione strettamente politica del problema quella che il paper si propone di approfondire provando a rivelare le questioni che si agitano dietro il processo di riforma (e che preoccupano un ceto politico tanto eterogeneo quanto “compatto”): di “alta” – la legittimazione e l’accountability degli istituendi liberi consorzi di comuni e città metropolitane – e di "bassa" politica. Un esempio è costituito dai comitati spontanei che hanno promosso i referendum – previsti dalla legge n. 8 del 2014 per confermare l’adesione al libero consorzio o per la costituzione di nuovi liberi consorzi – espressione di un processo apparentemente partecipativo dal basso, ma che rimane saldamente guidato da quegli attori politici locali che intravedono nel riassetto istituzionale una opportunità di conquista di spazio politico rispetto agli equilibri tradizionali.

Quante Unioni, quali Unioni. Studio sulle Unioni di Comuni in Italia.
Mariano Marotta (mariano.marotta@unical.it)
AbstractGli ultimissimi anni hanno fatto registrare il (definitivo?) decollo in Italia dell’associazionismo intercomunale e, in particolare, della forma più stabile di questa cooperazione: l’Unione di Comuni. I dati a disposizione ci mostrano come, a partire dal 2011, ci sia stata una decisa impennata delle costituzioni di questo tipo enti. Tale rinnovato interesse per le forme associative e per le Unioni, si inserisce nel quadro dei tentativi di risposta da parte dei Comuni italiani alla carenza di risorse disponibili per far fronte all’espletamento delle funzioni loro demandate. Una carenza acuitasi in modo particolare a seguito della crisi economica globale che, condizionando le casse pubbliche, ha inciso pesantemente anche sugli enti locali. Pertanto, la costituzione delle Unioni potrebbe rappresentare una soluzione a garanzia dell’efficacia e dell’efficienza dell’azione amministrativa quotidiana dei Comuni. Partendo da queste considerazioni, lo studio proposto intende analizzare da un lato le caratteristiche delle Unioni presenti a oggi sul territorio italiano e, dall’altro, cercare di individuare l’insieme dei fattori facilitanti o ostacolanti sia il percorso di costituzione che lo stesso mantenimento in vita dell’Ente sovracomunale. Riguardo al primo aspetto si intende “fotografare” le Unioni di Comuni attualmente attive a livello nazionale, evidenziandone le principali caratteristiche strutturali complessive e l’incidenza del fenomeno in ogni singola regione. Inoltre, allo scopo di comprendere quanti degli enti costituiti sono “scatole vuote” o, al contrario, entità rispondenti all’esigenza di razionalizzazione, saranno individuati alcuni indicatori che possano restituire il grado di “vitalità” di ciascuna Unione di Comuni. Riguardo invece al secondo aspetto, ovvero quello dei fattori facilitanti o ostacolanti le Unioni, lo studio si ripropone di far emergere, quanto più possibile, le caratteristiche in presenza delle quali gli attori coinvolti sono facilitati nel percorso di costituzione del nuovo soggetto giuridico e, parimenti, quelle in presenza delle quali l’Unione già costituita avrà più probabilità di sopravvivenza. Esistono elementi facilitanti validi a prescindere dal contesto territoriale di riferimento? È possibile individuare le criticità che pregiudicheranno il percorso associativo? Ci sono delle caratteristiche, individuabili anche prima dell’avvio del processo di costituzione, che gli amministratori dovrebbero tenere in considerazione? A questi e ad altri interrogativi la ricerca condotta tenta di fornire una prima risposta.

 
© 2015 Società italiana Scienza Politica   Convegno 2015 - Arcavacata di Rende (Cosenza), 10-11-12 settembre 2015 - segreteria@sisp.it     powered by