Paper Room

Section 10. Studi regionali e politiche locali (Regional studies and local policies)

Chairs: Silvia Bolgherini, Patrizia Messina

Panel 10.1 Città metropolitane, nuove province e comuni associati: la nuova geografia politica italiana dopo la legge Delrio -Panel Congiunto con Sezione Amm.ne e Pol. pubbliche-

Chairs: Tullia Galanti, Stefania Profeti

Discussants: Carlo Baccetti

I processi decisionali delle regioni e i loro assetti infra-regionali dopo la Legge Delrio: nuove competenze e/o nuovi territori?
Silvia Bolgherini (silvia.bolgherini@unina.it), Andrea Lippi (lippi@unifi.it), Sergio Maset (sergio.maset@ideatolomeo.it)
Abstract Immaginata come normativa di svolta dopo anni di lunga attesa nel quadro delle riforme dei livelli territoriali, la Legge 56/2014 Delrio è costruita in realtà come una ‘terra di mezzo’ che chiude una partita (il ruolo intermedio delle province) e ne apre un’altra (cosa fare delle loro competenze). Per sua stessa ambizione la Legge infatti è un processo decisionale iniziale, che delega ad altri processi di livello regionale il compito di scegliere gli effettivi assetti di ciascuna regione implementando la legge medesima e definendo il framework legale, organizzativo e gestionale adottato. Ovviamente questo processo è immediato solo sulla carta, poiché l’allocazione di competenze, risorse e la definizione di nuovi confini o la rimodulazione delle vecchie province in nuovi enti di secondo livello non è un fatto che possa essere deciso solo per decreto e senza un complesso processo di elaborazione politica ed istituzionale. Il paper si propone di descrivere i processi connessi con quanto sopra esposto con particolare attenzione a tre processi di notevole rilevanza empirica: i) il processo nazionale di implementazione della Delrio e la sua velocità di attuazione, incluse le dinamiche che hanno favorito o rallentato tale processo; ii) i processi di definizione e adozione delle nuove leggi regionali che attuano la Delrio e allocano le competenze tra Regioni, Province e Comuni (quali Leggi regionali con quali disegni, strategie di policy e quali strumenti). iii) i processi decisionali connessi con i modelli, gli stili e le strategie di implementazione emergenti e le sottostanti scelte e disegni di policy adottati. Tutti questi aspetti ruotano intorno alla ricognizione dei nuovi assetti regionali che sono emersi o stanno emergendo dalle legislazioni regionali già adottate e dei possibili modelli centro-periferia che vengono profilati in ciascun disegno di policy regionale. Il paper si fonda su evidenze empiriche di una ricerca condotta su sette regioni a statuto ordinario (Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Toscana, Campania e Calabria) con dati rilevati sia attraverso l’analisi documentale sia attraverso interviste. Si tratta di un work in progress di un lavoro più ampio di cui questo paper costituisce un primo step.

Attori e poste in gioco nella ricollocazione del personale delle ex province.
Paolo Barbanti (p.barbanti@gmail.com ), Marco Di Giulio (marco.digiulio3@gmail.com), Giulia Falcone (giulia.falcone@ancitoscana.it)
Abstract Non c’è dubbio che la legge Del Rio (56/2014) abbia provocato notevoli cambiamenti nella struttura dei rapporti fra centro e periferia. In particolare, l’introduzione delle Città Metropolitana per nove capoluoghi di regione e l’abolizione delle province stanno ridisegnando la geografia politico amministrativa del paese. A tutt’oggi (maggio 2015) le regioni sono impegnate a recepire le competenze precedentemente esercitate dalle amministrazioni provinciali. Quest’opera di re-scaling è complicata da stringenti vincoli posti dal governo nazionale. In primo luogo le Regioni dovranno contare su minori trasferimenti dal centro; dall’altra, la legge di stabilità per il 2015 obbliga una riduzione della dotazione organica di Città metropolitane ed ex-province compresa fra il 30 ed il 50%. Questi vincoli hanno aperto un inedito scenario negoziale che vede coinvolti governo nazionale, regioni, comuni e parti sociali per la ricollocazione del personale, al momento ancora in fieri. Il paper ripercorre l’evoluzione della politica e cerca di delineare le principali opzioni strategiche a disposizione degli attori.

Amministrare o governare? L’implementazione delle nuove città metropolitane tra politica e politiche
Giulio Citroni (giulio.citroni@unical.it), Tullia Galanti (maria.galanti@unimi.it), Stefania Profeti (stefania.profeti@unibo.it)
Abstract Tra le riforme delle amministrazioni locali in Italia, quella che istituiva la città metropolitana è rimasta a lungo sulla carta, nonostante sia stata promossa a più riprese come risposta ai cambiamenti economici e sociali legati alla globalizzazione (Tortorella e Allulli 2014). Carsico nelle sue manifestazioni, il tema della città metropolitana è riemerso nel dibattito dopo l’approvazione della legge Delrio sulla riforma delle province (l. 56, 2014) che, in discontinuità rispetto al recente passato, ha delineato un percorso con tempi precisi anche per l’istituzione delle città metropolitane. Un percorso serrato e vincolato, che ha portato in pochi mesi alla creazione di un nuovo livello amministrativo articolato su organismi (per ora) indirettamente elettivi e che potrebbe avere riflessi non solo sulla politics, ma anche sulle policies a livello locale, con particolare riferimento ai Servizi Pubblici Locali. Questo paper si propone come un primo passo per analizzare l’implementazione delle città metropolitane come fenomeno intrinsecamente politico, ricostruendo gli snodi fondamentali del percorso di attuazione delle nuove istituzioni nei contesti metropolitani che già le hanno introdotte o che le stanno avviando e fornendo, a partire dalla comparazione tra i diversi casi, una prima chiave interpretativa del processo e delle possibili conseguenze in termini di rapporti politici, di nuove relazioni tra centro e periferie (anche all’interno del perimetro delle stesse città metropolitane) e di disegno delle politiche pubbliche.

La Nuova “Geografia Ordinamentale” Nella Legislazione Emergenziale Della Crisi: Dal Neo-Centralismo Regionale Al Centralismo Metropolitano? Effetti E Paradossi Della “Semplificazione” Nei Sistemi Complessi.
Anna Margherita Russo (annamargherita.russo@gmail.com)
Abstract La crisi economica ha indotto i diversi ordinamenti europei a ripensare l’assetto dei poteri pubblici, specialmente dei livelli di governo decentrati e autonomi. L’idea di fondo che ha guidato i legislatori sembra essere una “equazione efficientistica” che pone in rapporto di proporzionalità diretta la riduzione della spesa pubblica con la compressione dell’autonomia locale. In tale ottica, l’attuale assetto delle autonomie territoriali è tendenzialmente considerato soprattutto come una diseconomia da eliminare. Se è vero che i sistemi federali – e in generale i sistemi decentrati – non sono realtà statiche bensì “processi”, non ci sorprende che in momenti “emergenziali”, quali la crisi economica, il pendolo ‘oscilli’ maggiormente verso il centro. È necessario, pertanto, riflettere sui “contrappesi” di cui il sistema dispone per permettere a quello stesso pendolo di ritornare ad oscillare anche verso la direzione opposta, al fine di raggiungere un ‘equilibrio’. Oggetto dell’analisi è la nuova “geografia ordinamentale” della Repubblica delle autonomie in Italia – ovvero, del sistema autonomistico multilivello e relazionale emerso dalla riforma costituzionale del 2001 – quale effetto immediato della legislazione anticrisi, ispirata al criterio efficientistico della riduzione del deficit pubblico e di contenimento della spesa pubblica. In particolare, si intende analizzare quanto e come sia mutato il ruolo e il rapporto tra Regioni ed enti locali nella difficile ricerca di un equilibrio sostenibile tra l’esigenza di razionalizzazione della spesa pubblica, il riordino territoriale e la garanzia costituzionale dell’autonomia. A tal fine si prenderanno in considerazione quegli interventi legislativi che hanno contribuito, in maniera decisiva, a delineare la nuova fisionomia della “mappa territoriale” – da ultimo la L. n. 56/2014, cd. “Legge Delrio” – e le principali criticità emerse da una giurisprudenza costituzionale ispirata ad un “neo-centralismo repubblicano di impronta statalistica”, chiaramente connessa all’utilizzo di “argomentazioni efficientistiche” (così nella recente sentenza CC n. 50/2015). Utilizzando la dialettica “conflittualità-integrazione”, il paper analizza gli effetti del “dato” normativo e giurisprudenziale sullo spostamento del baricentro “autonomistico” nel sistema territoriale (neo-centralismo regionale vs. centralismo urbano?) prendendo in considerazione tre fattori: progressivo “svuotamento” dell’ente provinciale, centralità delle Città metropolitane e potenziale “provincializzazione” delle Regioni. L’obiettivo è verificare se esistano i presupposti per la realizzazione di un sistema di governo regionale integrato o, al contrario, se le riforme determinino un incremento del livello di conflittualità sistemica. Ciò anche alla luce degli effetti – e dei paradossi – che potrebbero derivare dall’entrata in vigore del progetto di riforma costituzionale, attualmente in discussione al Parlamento, che individua la “semplificazione del sistema” (territoriale e istituzionale) come uno degli obiettivi principali attraverso cui realizzare – tra l’altro – una nuova impostazione dei rapporti tra i diversi livelli di governo.

 

Panel 10.2 Dalle elezioni alle istituzioni regionali: come cambia la classe politica regionale? -Panel congiunto con la sezione Sistema Politico Italiano- (I)

Chairs: Maurizio Cerruto, Selena Grimaldi

Discussants: Luca Verzichelli

Trasformismo in Italian regional assemblies: a systemic interpretation
Davide Gianluca Bianchi (davide.gianluca.bianchi@eupolislombardia.it)
Abstract At the beginning of the 1990s, the system which had governed Italy since the rise – or even the return – of democracy at the end of the Second World War, entered into an irreversible crisis. To rebuild the relationship of trust between citizens and the political class, instead of the system of (partitocratic) proportionalism used in the “first phase” of the Italian Republic (up to 1992), the legislators took the option of shifting to majoritarian systems of election at every level of government in the political system. Regarding the municipalities, provinces and regions the combination of majoritarian electoral laws and devices aimed at encouraging institutional stability thus became generalized ; this was not the case for the national government, where the majority system used for the election of parliament – the first-past-the-post for 75% of seats and the (proportional) additional members system for the remaining seats, then the proportional system with majority premium – was not reflected in constitutional reforms aimed at strengthening the executive. As mentioned above, the institutional profile of regions was rather different: the decidedly majoritarian “Tatarella” electoral law was first approved in 1995, followed by the introduction of the direct election of presidents and, in 2001, the approval of the new Title V of the Constitution (which can also be read as the balance of "presidentialisation" of regional government). In terms of the institutionalization of majoritarian democracy, therefore, the national government and regional levels are placed at the opposite ends of the same continuum, in which institutionalization is medium-low in the former, while in the latter – the regions – it is high . If we refer to the views expressed by neo-institutionalist Robert D. Putnam in his classic Making Democracy Work: Civic Traditions in Modern Italy (1993), i.e. "institutions shape politics", and by doing so affect the behavior of actors, it is particularly interesting to analyse the two institutional contexts of political representation, and its peculiarities, in order to empirically verify the possible behavior asymmetries of political actors on the scene. Within this topic, "transformismo", in the sense of it being a unique feature of Italian political representation, is especially prominent. Moving on from how much may be known about trasformismo at parliamentary level, the paper would extend the study of the phenomenon to the regions, in an attempt to answer the following research questions: is there a different incidence of trasformismo in parliamentary and regional assemblies (as far as we know regarding the latter)? How can the possible variability of the phenomenon be interpreted, in relation to the most widely accredited interpretations which seek to explain trasformismo? Is there – or may there be – a different meaning in the transformistic action when this is located in different political and institutional contexts? i.e. the halls of Parliament on the one hand and the regional councils on the other, and in particular whether these institutional bodies are organized according to non-equivalent systemic models. The research would attempt to fill a gap in studies on the Italian political class and its characteristic behavior in institutional contexts where its role is carried out. The first reason which might explain this singular lack of scientific contributions regards the shortage of reliable information about the regional level of government; or rather, the data are available but most are lost in the archives of regional councils, since they have not been collected in a systematic way. Only three regions, through their associations of regional councilors, have created publications which systematically gather together the composition of the assemblies and the political life of the groups from 1970 to 2010. These regions are Emilia Romagna, Tuscany and Puglia. Specially researched data about Lombardy has been added to this limited sample regarding the same period. By so doing, information about four regions, whose combined populations exceed 20 million, has been gathered together. This sample would enable us to make sense of the main specificities of trasformismo at the regional level.

La selezione del personale politico. Le scelte del Pd per le elezioni regionali toscane 2015
Graziana Corica (graziana.corica@unifi.it)
Abstract Dalle elezioni amministrative toscane del 2014 emerge un quadro politico caratterizzato dalla conferma del Pd al governo del territorio, grazie anche al successo dell’offerta elettorale proposta da Renzi, dalla progressiva disgregazione delle formazioni politiche di centrodestra e dai primi successi del Movimento 5 Stelle. Se questo è, in generale, il panorama politico locale, come si struttura l’offerta politica del Pd in vista delle elezioni regionali? Attraverso quali meccanismi è implementata la selezione del personale politico? E come si articolano i rapporti tra partito e candidati in un frame normativo mutato, con il ritorno delle preferenze? Il paper si confronta con questi interrogativi attraverso la disamina delle fonti di partito e la rassegna stampa dei principali quotidiani locali. I percorsi che conducono alla designazione di Enrico Rossi per la carica di presidente e alla formazione della lista degli aspiranti consiglieri sono esaminati considerando le regole formali, previste dai regolamenti e dallo statuto del Pd, e quelle informali, così come si delineano dalle ricostruzioni giornalistiche. In particolare, la composizione della lista Pd è analizzata alla luce dei rapporti inter-candidati e tra questi e i diversi livelli di partito impegnati nella selezione.

The political class of the Veneto region. Access, circulation and career from 1970 to 2015
Selena Grimaldi (selena.grimaldi@unipd.it)
Abstract The Veneto has been depicted as an economic giant as well as a political dwarf, as the economic model of the Veneto emerged and flourished without any political planning or perhaps because of its absence. Starting from these considerations, this paper deals with the characteristics of the regional political class, pointing out three crucial moments in the process of consolidation of the political elite: the entrance to the pool of regional politicians, the circulation in the regional Assembly and regional government recruitment on the basis of an original dataset. The paper analyzes nine legislatures which are here divided into two phases (1970-1990 and 1995-2015) to make the impact that the political earthquake of the Nineties had on the regional political class clear. Did the collapse of the party system and the changes to the electoral rules produce a real change or just an adaptation in the nature of the political class?

La classe politica regionale in Calabria (1970-2014): come (non) cambia la classe politica regionale
Maurizio Cerruto (maurizio.cerruto@unical.it), Roberto De Luca (roberto.deluca@unical.it)
Abstract La Regione Calabria si è trovata a dover anticipare di qualche mese, rispetto alla scadenza naturale della primavera 2015, l’elezione per il rinnovo del consiglio e della giunta. Come già successo in altre regioni, era stato l’intervento della magistratura a provocare il voto anticipato: il presidente della giunta regionale in carica, Giuseppe Scopelliti, era stato costretto alle dimissioni da una sentenza, in primo grado, di condanna a 6 anni e interdizione perpetua dai pubblici uffici per abuso d’ufficio nell’esercizio della carica di sindaco della città di Reggio Calabria. Per effetto della Legge Severino, Scopelliti sospeso per 18 mesi dal consiglio regionale, decide presentando le sue dimissioni da presidente di far decadere giunta e consiglio. Lo scioglimento anticipato ha preso in contropiede i consiglieri che avevano l’obbligo di adeguare lo statuto – e, conseguentemente, la legge elettorale – alle norme statali in materia di riduzione del numero dei membri del consiglio medesimo. La riduzione alquanto drastica del numero dei consiglieri da 50 a 31 lasciava presagire una lotta all’ultimo voto fra i candidati, in particolare, tra i consiglieri uscenti ricandidatisi in conseguenza della maggiore visibilità ottenuta sul territorio della circoscrizione per la loro attività istituzionale. In questo paper vengono proposti alcuni elementi di analisi dell’esito della consultazione elettorale e, soprattutto, della fisionomia della classe politica regionale calabrese prendendo in considerazione indicatori relativi ai processi di selezione (a partire dalle primarie del centro-sinistra e del M5s), ai tassi di ricambio, alle caratteristiche socio-demografiche, alle precedenti attività professionali e politiche dei consiglieri regionali eletti, confrontandoli con le precedenti legislature regionali. L’elezione del novembre 2014 ha rappresentato una occasione di rinnovamento e discontinuità per il ceto politico calabrese o l’ennesima occasione perduta? A fronte del mutamento della legge elettorale e nel quadro di una competizione che si presentava quadripolare mutano o no le caratteristiche degli eletti /e?

 

Panel 10.2 Dalle elezioni alle istituzioni regionali: come cambia la classe politica regionale? -Panel congiunto con la sezione Sistema Politico Italiano- (II)

Chairs: Maurizio Cerruto, Selena Grimaldi

Discussants: Francesco Raniolo

Elezioni regionali e Movimento Cinque Stelle: consenso, ceto politico e meccanismi di selezione delle candidature
Lucia Montesanti (lucia.montesanti@unical.it), Francesca Veltri (francesca.veltri@unical.it)
Abstract Il sistema politico ed istituzionale italiano ha conosciuto negli ultimi anni delle profonde trasformazioni, che hanno interessato tutti i livelli, compreso quello regionale, coinvolgendone i diversi aspetti: norme elettorali, criteri di selezione delle candidature, attori e partiti politici in gioco, dinamiche di consenso (Chiaramonte, Tarli Barbieri 2007; Diamanti 2013). In questo contesto ha avuto particolare rilievo la comparsa sulla scena del Movimento Cinque Stelle (M5s), una nuova formazione politica nata nel 2009, che ha come co-fondatori l’attore-comico Beppe Grillo e l’imprenditore Gianroberto Casaleggio. Le sue caratteristiche lo differenziano fin da subito dalle altre forze partitiche, sia da un punto di vista strutturale-organizzativo che comunicativo (Corbetta Gualmini 2013; Dal Lago 2013), presentando dei contenuti che rimandano ad aspetti classici del populismo (Tarchi 2014) declinati in chiave digitale (Santoro 2012) e incentrati intorno al ruolo del “capo politico” (Bordignon 2014). La presenza del M5s ha modificato nel giro di pochi anni le dinamiche e gli esiti delle competizioni elettorali sia nazionali che locali (Biorcio 2013). L’intento del paper è di capire come questa forza politica abbia inciso sulla riconfigurazione dell’offerta politica in ambito regionale, dove essa si è messa in gioco per la prima volta nella primavera del 2010, anche se solo in un numero ridotto di regioni (Campania, Emilia Romagna, Lombardia, Piemonte e Veneto). A questo proposito prenderemo dapprima in esame il consenso ottenuto dal Movimento Cinque Stelle alle consultazioni elettorali regionali, avvenute fra il 2010 ed il 2015, confrontandolo con i risultati delle elezioni politiche ed europee. Inoltre, cercheremo di capire quanto su di esso abbia influito la volontà dei co-fondatori di de-territorializzare la propria organizzazione, evitando la formazione di qualsiasi tipo di coordinamento regionale. Successivamente, analizzeremo i meccanismi di selezione delle candidature e le principali caratteristiche socio-anagrafiche del ceto politico regionale del M5s. Quest’ultime verranno comparate con quelle degli eletti degli altri partiti nel corso della medesima tornata elettorale, per evidenziarne eventuali comunanze e divergenze.

Candidati, eletti e temi del M5S in Toscana: una nuova offerta politica regionale
Luca Pighini (luca.pighini@unifi.it)
Abstract Le elezioni amministrative del 2014 rafforzano significativamente la presenza del M5S nei comuni toscani con l’ingresso di più di 150 consiglieri comunali e la conquista dell’amministrazione di Livorno. A livello nazionale, nell’autunno 2014 scoppiano dissidi interni che portano all’uscita di numerosi amministratori e attivisti toscani. Nonostante le defezioni, il M5S riesce a gestire la conflittualità interna ed elabora la sua proposta per la campagna elettorale regionale. Il paper si propone di ricostruire l’offerta politica del M5S nelle elezioni regionali del 2015 in Toscana. In particolare, cerca di approfondire il processo di selezione, le caratteristiche dei candidati regionali, i principali temi della campagna elettorale e l’esito elettorale. Quali sono i territori dove il M5S si è radicato maggiormente? Quale profilo hanno gli eletti? Quali istanze politiche esprimono? Il contributo si basa sul materiale raccolto sulla rete, la rassegna stampa, l’osservazione di iniziative pubbliche ed interviste in profondità a candidati ed eletti del M5S.

Il Voto Sotto Esame. Analisi delle elezioni regionali del Veneto
Marco Almagisti (marco.almagisti@unipd.it), Nicola Scarnera (nicola.scarnera@live.it), Alberto Stefanelli (alberto.stefanelli.main@gmail.com)
Abstract Quali sono state le peculiarità elettorali di una regione ricca e variegata come il Veneto in un contesto, locale e nazionale, attraversato da una profonda mutazione dei soggetti politici (partiti, leader, copri intermedi...) coinvolti? L'obiettivo è stato quello di analizzare l'intera campagna elettorale regionale grazie alla collaborazione tra il Centro Interdipartimentale di Ricerca sul Nord Est (Cirn) “Giorgio Lago” dell' Università di Padova e il Corriere del Veneto (RCS). Questo meta-progetto, unico nel suo genere in Italia, ha analizzato tutte le fasi delle elezioni regionali del Veneto avvalendosi, da un lato, del lavoro di ricerca e raccolta dati di circa una cinquantina di studenti della Scuola di Economia e Scienze Politiche, dall'altro, delle competenze settoriali e degli strumenti editoriali del Corriere del Veneto. Questo approccio ci ha consentito di sfruttare la rapidità e la flessibilità del medium giornalistico senza rinunciare ad un'analisi strutturata e approfondita in grado di rivolgersi non solo agli “addetti al lavori” ma anche agli elettori e ai soggetti interessati alla tematiche elettorale. Una prima fase del progetto ha coperto l'intera durata della campagna elettorale, partendo dalle primarie (del PD) fino all'election day, seguendone giorno dopo giorno lo sviluppo, sia sui social che sul territorio, e analizzandola secondo quattro macro-aree di ricerca: verifica della veridicità delle affermazioni pubbliche dei candidati (fact checking); monitoraggio della comunicazione dei candidati con particolare attenzione ai social media e agli aspetti linguistici; analisi degli scambi e rapporti tra il Veneto e l’estero, denominata “Il Veneto oltre il Veneto” e analisi della sostenibilità e degli aspetti economici della campagna elettorale. Un secondo momento, prettamente post-elettorale, ha analizzato la formazione degli orientamenti e le scelte di voto confrontandoli con le passate elezioni regionali venete (2010) prendendo in considerazione i mutamenti dell' orientamento di voto nei vari distretti industriali regionali. Alcune variabili di analisi sono state: l'utilizzo del voto di preferenza nel contesto della nuova legge elettorale, che impone la parità di genere di lista, la partecipazione elettorale dal 1970 ad oggi (su base provinciale) e la composizione del nuovo consiglio regionale.

 

Panel 10.3 Indipendentismo in Europa? Un ripensamento critico delle trasformazioni del regionalismo nell'Unione europea (I)

Chairs: Adriano Cirulli , Carlo Pala

Discussants: Michel Huysseune

Modernità e autodeterminazione nazionale. Per una storia politica del nazionalismo periferico in Europa occidentale.
Paolo Perri (pa.perri@hotmail.it )
Abstract I risultati delle ultime elezioni politiche britanniche hanno visto il trionfo dei nazionalisti dello Scottish National Party. Questo caso mostra la capacità di alcuni movimenti nazionalisti e/o indipendentisti di trasformarsi da forze marginali, in grado di raccogliere consensi soltanto tra la piccola borghesia urbana e rurale, a veri protagonisti della lotta politica capaci di guadagnare un vasto sostegno elettorale. Il successo nazionalista in un’area industriale altamente sindacalizzata, dimostra inoltre la capacità di questi movimenti di sfidare i tradizionali partiti della sinistra sul loro stesso piano ideologico, assumendone rivendicazioni e modelli di riferimento (la redistribuzione del reddito, la difesa dello stato sociale e dell’istruzione pubblica, lo sviluppo delle energie rinnovabili, la tutela dei diritti e l’antirazzismo). E impone, al contempo, una più attenta analisi dell’evoluzione politica del nazionalismo periferico in Europa occidentale. Appare ormai chiaro come negli ultimi tre decenni il nazionalismo abbia riscosso un maggiore successo nelle regioni industriali, mentre lo si trova ai margini della vita politica nelle aree prevalentemente rurali. Il paper si propone di indagare i rapporti tra i processi d’industrializzazione e modernizzazione economica, la partecipazione politica di massa e l’evoluzione politico-ideologica del nazionalismo periferico. L’analisi storica si concentrerà su due diversi periodi: quello compreso tra le due guerre mondiali e i quindici anni precedenti la caduta del Muro di Berlino. Un esempio interessante sarà quello della guerra civile spagnola. Si vedrà come il sindacato nazionalista Solidaridad de Trabajadores Vascos-Euzko Langilleen Alkartasuna, agendo all’interno delle aree più industrialmente sviluppate dei Paesi Baschi, abbia spinto lo storico, e reazionario, Partido Nacionalista Vasco a sostenere il Fronte Popolare allo scoppio del conflitto. Una decisione, questa, che porterà a una “guerra civile nella guerra civile”, quando la maggioranza dei contadini basco-navarri aderirà invece alla “crociata” franchista. Anche il caso dei volontari irlandesi, presenti su entrambi i fronti del conflitto, è speculare a quello basco: i giovani operai provenienti dalle principali città schierati con i repubblicani, mentre i contadini e i piccoli proprietari dell’entroterra agricolo al fianco dei franchisti. L’importanza dei fattori socio-economici sulle scelte ideologiche dei nazionalisti si manifesterà poi negli anni ‘40 con il collaborazionismo filonazista dei contadini bretoni e fiamminghi. Nella seconda metà del XX secolo, invece, si comparerà il caso della Scozia, una regione altamente industrializzata anche se in profonda recessione, dove il nazionalismo ha virato a sinistra sul finire degli anni ’70, con quello delle Fiandre, un’area scarsamente industrializzata sebbene in forte crescita economica, dove il nazionalismo invece ha mantenuto un carattere fortemente escludente e xenofobo. Questi e altri esempi permetteranno una migliore comprensione di un fenomeno di cui per troppo tempo è stata ignorata la dimensione prettamente politica, fornendo al contempo un punto di vista nuovo e originale sulla sfida che i nazionalismi periferici hanno lanciato agli stati-nazione e alle stesse istituzioni comunitarie.

Cercare il Friuli, trovare l'Europa. Autogoverno, diritti linguistici e sviluppo tra autonomismo, “dipendentismo” ed europeismo critico
Marco Stolfo (marco.stolfo@uniud.it)
Abstract Il Friuli è caratterizzato dall'incontro tra le principali famiglie linguistiche europee (latina, slava e germanica) e dalla presenza storica di quattro lingue: friulano, sloveno, tedesco e italiano. In questo quadro la lingua friulana è particolarmente rilevante, anche per le sue specifiche condizioni di minoranza e perché è presente soltanto qui, a parte la sua diffusone connessa con l'emigrazione. Il Friuli è stato a lungo anche un'area in condizioni di sottosviluppo socioeconomico e durante il secolo XX la sua individualità territoriale, il suo profilo multiculturale e multilingue, la specificità linguistica friulana e le sue condizioni socioeconomiche sono state oggetto di elaborazioni teoriche e di rivendicazioni e mobilitazioni di carattere sociale e politico. L'obiettivo è indagare e approfondire i rapporti tra queste istanze friulane di tutela e di autogoverno espresse in più occasioni e la dimensione europea e quindi confrontarle con quelle espresse nello stesso periodo in altre realtà d'Europa (Sardegna, Galles, Scozia, Paesi Catalani, Paese Basco...). Tra i punti di riferimento di questa comparazione vi sono la crisi dello stato nazionale, la crisi dell'Europa degli stati-nazione e l'ipotesi/necessità di un'Europa diversa, realmente unita nella diversità. Nel caso friulano è possibile individuare alcuni tratti specifici. Ve ne sono alcuni in cui sono rilevanti le affinità con altri casi presi in considerazione, a partire dal valore simbolico e sostanziale del “fattore lingua”, che avvicina il Friuli soprattutto a Galles, Paese Basco, Catalogna e Sardegna e dall'approccio europeo ed europeista che si può cogliere in diverse posizioni “friulaniste”, che si colloca all'interno di un certo europeismo critico – europeista perchè critico e critico perchè europeista – espresso con una certa costanza e con una forte rilevanza, soprattutto ultimamente, da parte di diversi movimenti e partiti nazionalitari e regionalisti del continente. Ve ne sono altri in cui è invece possibile cogliere significative differenze. Tra questi è possibile riconoscere, per esempio, la assai limitata visibilità delle componenti indipendentiste, sia con riferimento al passato che al periodo più recente, e specularmente la dichiarata condivisione trasversale di un approccio autonomista e quindi la mancanza – in particolare negli ultimi decenni – di una o più forze politiche che riescano ad interpretare e ad esprimere queste istanze in forma compiuta, matura e organizzata, raccogliendo consensi significativi. Si tratta di peculiarità che risentono – ancora oggi? – del fattore confine, dei residui ideologici della Guerra fredda, della stessa struttura istituzionale, amministrativa e politica della regione autonoma Friuli-Venezia Giulia e di una tendenza che si potrebbe descrivere in sintesi con queste parole: tutti autonomisti, nessun autonomista; nessun indipendentista, tutti “dipendentisti”. Ci sono infine nuovi fermenti, alimentati tanto da queste contraddizioni quanto dalla necessità di uscire dalle stesse e fronteggiare l'emergere di un nuovo centralismo amministrativo e politico.

Dal Fronte Dell’indipendenza Al Movimento Trieste Libera: Sessant’anni Di Rivendicazioni Indipendentistiche Al Confine Orientale D’italia (1945-2015).
Margerita Sulas (margherita@unica.it)
Abstract Questo intervento ha l'obiettivo di analizzare, attraverso l’analisi incrociata dei dati elettorali e delle principali fonti archivistiche e a stampa, i fermenti indipendentisti che, dalla fine della seconda guerra mondiale ai giorni nostri hanno caratterizzato il confine orientale italiano. In particolare, si vuole concentrare l’attenzione sulla città di Trieste in modo da valutare come le dinamiche interne alla città adriatica abbiano interagito con la storia dell’Italia della seconda parte del Novecento. Si rileverà la peculiarità di un fenomeno che a Trieste affonda le radici nella storia e che, con tutte le differenze del caso, continua ad essere presente sia come ideale che, pur se con risultati ben diversi, come prassi politica. Ci si soffermerà quindi sull’indipendentismo triestino degli anni ’50 passando attraverso la figura dello storico triestino Fabio Cusin che rappresentò una delle due anime dell’indipendentismo ovvero quella legata al particolarismo storico, politico e culturale della città friulano. In questa terra di integrazione tra popoli e culture diversi, travolta da un declino economico e demografico che pare inarrestabile, si assiste, nel nuovo millennio, al moltiplicarsi dei consensi verso il MOVIMENTO TRIESTE LIBERA che chiede il ritorno del capoluogo giuliano al periodo immediatamente post-bellico, quando la regione, contesa tra Italia e Jugoslavia, divenne di fatto un nuovo Stato, facente parte dei beneficiari del Piano Marshall, definito come Territorio Libero di Trieste. L’obiettivo dell’intervento è quello di rilevare le differenze dei due movimenti anche in relazione ai diversi momenti storici nei quali hanno avuto origine e di cercare di comprendere quanto influiscano attualmente nelle dinamiche politiche nazionali e come si relazionino con gli altri movimenti indipendentisti presenti nella zona del Veneto e del Friuli Venezia Giulia.

Panel 10.3 Indipendentismo in Europa? Un ripensamento critico delle trasformazioni del regionalismo nell'Unione europea (II)

Chairs: Adriano Cirulli , Carlo Pala

Discussants: Michel Huysseune

I partiti regionalisti attori del Parlamento Europeo: strategie, posizionamento e temi chiave
Paola Bonesu (paola.bonesu@gmail.com), Gabriele Lami (gabriele.lami.k@gmail.com)
Abstract Diversi studi hanno provato a indagare l’approccio dei partiti regionalisti alle sfide imposte dal rafforzamento delle istituzioni europee, mettendo in luce come queste organizzazioni ne abbiano beneficiato acquisendo nel tempo maggior peso e legittimazione. Abbiamo qui scelto di studiare come si muovano e si definiscano i partiti regionalisti che operano all’interno del Parlamento Europeo. Non più, quindi, un tentativo di analizzare questi movimenti nella loro posizione di osservatori interessati dal tortuoso processo di integrazione europea, ma la proposta di un differente punto di vista che possa essere utile a comprendere come i parlamentari eletti nelle liste dei partiti regionalisti si comportino in veste di soggetti agenti all’interno delle istituzioni comunitarie. In particolare, si è voluto analizzarli nel loro ruolo di membri del principale organo elettivo dell’Unione Europea, divenuto sempre più centrale nell’ambito del processo legislativo. Obiettivo finale della ricerca è quello di rintracciare i comportamenti e i percorsi che avvicinano e allontanano le differenti anime del regionalismo, concentrandosi sul posizionamento delle organizzazioni partitiche all’interno del complesso meccanismo delle istituzioni comunitarie. Il paper fa riferimento a una letteratura già sviluppata sullo studio del voto assembleare impiegato allo scopo di individuare, attraverso l’utilizzo di tecniche di machine learning, le dimensioni spaziali in cui si collocano le posizioni dei parlamentari e di quantificare il grado di coesione dei gruppi. Per non vincolare lo studio alla sola dimensione del voto, si è scelto di unire a questo approccio anche l’uso di tecniche di analisi del testo applicate agli atti prodotti dai deputati eletti in rappresentanza di partiti regionalisti durante il primo anno dell’VIII legislatura del Parlamento Europeo.

The Positive Other? An Exploration of the Triangular Relationship between Stateless Nationalism, Parent States and Europe
Emmanuel Dalle Mulle (emmanuel.dallemulle@graduateinstitute.ch)
Abstract This paper aims to build upon Ireneusz Karolewski and Andrzej Suszycki’s calls for an improved understanding of the triangular relation between states, stateless nationalism and European integration, by looking at the way Europe is used in the propaganda of four Western European nationalist parties (two left-wing, Esquerra Republicana de Catalunya and the Scottish National Party, and two right-wing, the Lega Nord and the Vlaams Belang) from the 1980s until the recent euro crisis. The paper distinguishes between ‘Europe as an idea’ and ‘Europe as the EU’, and analyses how the two concepts have been exploited by the four parties. While ‘Europe as the EU’ divides the sample almost evenly into Eurosceptic (the LN and the VB) and Euroenthusiastic (ERC and the SNP) parties, the ‘idea of Europe’ has been used by all of them as a ‘positive other’ to put in opposition to the ‘negative other’ represented by the parent state, or regions within it. ‘Europe as an idea’ has thus potently nourished the discursive formation of the stateless national identity crafted by these parties, which have projected upon it the representation of modernity that they claim their nation to embody. Nevertheless, while the functional role of Europe as a positive other has been the same across the sample, the specific values attributed to Europe have changed from one party to the other. The paper then compares such representations with the parties’ discourse on ‘Europe as the EU’ and assesses their consistency both ideologically and across time.

Partiti e autodeterminazione in Alto Adige/Südtirol: le cause del secessionismo e le dinamiche della competizione tra partiti autonomisti e secessionisti
Matthias Scantamburlo (matthias.scantamburlo@student.uibk.ac.at), Günther Pallaver (guenther.pallaver@uibk.ac.at)
Abstract Dopo l’attuazione del Secondo Statuto di Autonomia del 1972, che per la soluzione del conflitto etnico prevede un modello dissociativo in combinazione con un sistema politico consociativo (consociational democracy), in Sudtirolo si possono osservare vari processi di trasformazione e nuove fratture politiche. Soprattutto il sistema partitico ed i partiti politici hanno subito profondi cambiamenti. Mentre i partiti nazionali vivono un processo di “territorializzazione”, nell’arena elettorale tedesca l’identificazione con l’autonomia (all’epoca della sua attuazione quasi unanimemente condivisa) è diminuita considerevolmente facendo (ri)emergere vecchi e nuovi partiti secessionisti. In occasione delle elezioni per il Consiglio provinciale del 2013 circa un terzo dell’elettorato di lingua tedesca ha dato il suo voto a uno di questi partiti secessionisti confermando una dinamica centrifugale (dall’autonomia alla secessione) ormai visibile da un decennio. L’articolo qui proposto intende analizzare queste dinamiche a due livelli. Individuando una dimensione funzionale e socioculturale intrinseca al concetto di autodeterminazione, nella prima parte il paper analizza le cause del secessionismo in Sudtirolo e contrappone le argomentazioni di partiti autonomisti e secessionisti. Nella seconda parte viene esaminata l’evoluzione delle dinamiche della competizione tra questi partiti in una dimensione territoriale ed europea attraverso un’analisi qualitativa e quantitativa dei programmi elettorali. Mentre la salienza della competizione sull’asse centro-periferia ha portato ad un nuovo “frame” territoriale, il consenso sulla dimensione europea si è trasformato in un conflitto posizionale. Chi cerca l’indipendenza territoriale non solo considera meno l’Europa come spazio politico ma sta assumendo posizioni critiche e contrarie al processo d’integrazione europea.

Panel 10.3 Indipendentismo in Europa? Un ripensamento critico delle trasformazioni del regionalismo nell'Unione europea (III)

Chairs: Adriano Cirulli , Carlo Pala

Discussants: Michel Huysseune

Ricentralizzazione e secessione in tempo di crisi: il Veneto e la Catalunya.
Marialaura Ammirato (marialaura.ammirato@unical.it)
Abstract La crisi economica che dal 2008 ha coinvolto tutta l’Europa e l’Eurozona in particolare, non ha avuto effetti esclusivamente di carattere economico- finanziario, ma ha provocato un impatto anche sulla struttura territoriale degli Stati composti. Le misure anticrisi, previste a livello Europeo e nazionale, infatti, essendo volte a ridurre i costi e a contenere le spese, hanno dato vita ad un processo di ricentralizzazione delle decisioni e della spesa e ad una conseguente compressione dell’autonomia territoriale. In questo lavoro mi occuperò di analizzare questa contrapposizione tra nuova centralità dello Stato e riduzione dei margini di autonomia territoriale, con rifermento ai processi di rivendicazione “autonomico-soberanista” in Italia e in Spagna. Secondo l’ipotesi di questo lavoro, infatti, nel contesto attuale la riemersione e il consolidamento di questi processi, più che legati a profonde motivazioni ideologiche e identitarie sembrerebbero basati sulla messa in discussione del sistema di redistribuzione delle risorse economiche nel contesto delle misure normative anticrisi. In particolare la ricerca assume come case study la Catalunya e il Veneto, i territori più ricchi dei due Stati in esame, i quali, sebbene con una intensità e un impatto diverso, hanno manifestato una volontà d’indipendenza e , di conseguenza, di messa in discussione della solidarietà interterritoriale, un principio cardine in entrambi gli ordinamenti. Dopo una prima parte di ricostruzione della situazione attuale nei due contesti territoriali di riferimento, esplicherò l’ipotesi del lavoro, approfondendo l’idea che la crisi economica sia stata strumentalizzata dalle élite politiche, sia di governo che territoriali, nell’ambito di una precisa strategia politica di rivendicazione volta all’ottenimento di misure maggiormente favorevoli alla propria autonomia finanziaria e politica. Dal punto di vista delle èlite territoriali, infatti, il ricorso alla minaccia dell’indipendenza, in questo preciso momento storico, perde la sua componente identitaria legata all’esistenza di un “popolo ” veneto e catalano per divenire il mero“contenitore” di rivendicazioni di natura economica e politica. Alle istituzioni centrali, invece, la gestione della crisi ha permesso di riaccentrare poteri e funzioni, imputando agli enti territoriali la responsabilità del deficit e quindi, su questa base, legittimando anche rispetto all’opinione pubblica i tagli effettuati a livello locale.

Nationalist Scotland under Conservative English government and Democratic Slovenia under unreformed socialist Serbia: Comparative Analysis
Neven Andjelic (andjelicn@regents.ac.uk)
Abstract This paper is going to provide comparative study of Scottish nationalism and the Scottish National Party in relation to an English Tory government in London and the newly announced Tory concept of "One Nation", and the situation in late 1980s and early 1990s in former Yugoslavia where Slovenian separatism and their reformed communists will be analysed in relation to Milosevic dominated Serbia and federal institutions. Like the pro-independence, regionalist politics that has evolved towards the mainstream politics in many contemporary European societies, there is a case for similar argument to be employed in the historical case of the end of Yugoslavia. Therefore the role of communist federation might be analysed and compared to the role and functions of the devolved United Kingdom. The question that needs to be answered is whether a proper federal model might be a framework that could keep the United Kingdom together and whether constituent peoples, i.e., English and Scottish would actually be willing for this model Slovenia was seeking con-federal model of Yugoslavia in the first place and after being refused they opted for a full-independence. This situation inevitably reminds of current dilemmas in the United Kingdom. What does it mean further devolution and how devolved future Britain might look like? At the same time, the question is whether a status quo is an option at all? The paper will argue that only significant devolution and satisfying most of the demands of secessionist political group can keep the polity together. The current situation that the United Kingdom finds itself is more complex because of the European Union. Whether stronger European integrations might actually provide for additional counter-productive arguments for full independence among separatist movements. If the majority, i.e., English are against the stronger EU or against the EU altogether, how the minority, i.e., Scottish should behave as they are strongly pro-European. This brings back comparisons with Slovenia that was strongly pro-European and pro-democracy and Serbia that was anti-European and anti-reformist. Therefore this comparative study is going to offer several visions of future European integrations and the future of nation-states within the EU and the future of regionalist politics within the broader frameworks of the nation-state in 21st century and the EU after Lisbon Treaty.

Sacred Power of Fading Borders: a Peaceful Coexistence of Europeanism and Secessionism
Fedor Popov (fpopov15@gmail.com)
Abstract Everybody agrees that today secessionist movements form a significant political background of Western Europe. They have some distinct features that distinguish them from movements in other regions: they generally act within the legal framework and tend to get into a constructive dialogue with the government. They as usual have thoroughly elaborated their ideology based mainly on the concepts of civic nation. Some of them (i.e. on the Faroe Islands or in Greenland) have fair chances of success. It seems to be a paradox that these movements act in the face of growing European integration. Such processes should contradict but they actually don’t. Most independentist parties in the region (from Scottish National Party to Bavaria Party) set accession to the European Union as one of their primary goals. It means that they fight for drawing new borders in order to immediately leave them to fade. It looks too strange to be true. This paradox may be easily explained if we realize that these opposite vectors belong to different fields. Processes of European integration reflect the actual needs of region’s population. It is a category of realpolitik. On the contrary, state border has become a category of belief. Nowadays it appears to be a symbol on a map, a crucial element of national identity. It doesn’t matter what the border really divides, the point is if the border officially exists. So we can imagine a continuous political and economic space but shouldn’t expect it to be represented at a single-colour political map.

Panel 10.4 La ricetta per l'organizzazione ottimale: Razionalizzazioni e accorpamenti nella pubblica amministrazione locale e nazionale.

Chairs: Cristina Dallara, Mariano Marotta

Discussants: Stefania Profeti, Tullia Galanti

Dal “rivendicazionismo autonomista” al “recepimento dinamico”? La politica di riforma istituzionale dei governi intermedi in Sicilia
Giancarlo Minaldi (giancarlo.minaldi@unikore.it)
Abstract Dopo aver anticipato la riforma nazionale del 2014 (legge 54) introducendo nel sistema di governo locale i Liberi consorzi di comuni (già previsti dall’art. 15 dello Statuto) e le Città metropolitane (legge regionale 8/2014) in luogo delle province regionali, il governo e l’assemblea regionale siciliana hanno avviato un lungo e controverso processo decisionale per portare a compimento una riforma rimasta incompleta in diversi ambiti di rilevanza cruciale (funzionale, territoriale, di assetto di government e di governance), dovendo al contempo dar seguito all’esplicita indicazione contenuta nella riforma nazionale di adeguare gli ordinamenti delle regioni a statuto speciale ai principi del nuovo assetto degli enti intermedi. Se entrambe le polity policies (nazionale e regionale) sono state condizionate in avvio da pressanti richieste di contenimento della spesa e miglioramento dell’efficienza amministrativa provenienti soprattutto dall’Unione Europea (basti pensare in proposito alla lettera della BCE indirizzata nell’agosto 2011 al governo italiano, esortato ad assumere iniziative per l’abolizione o la fusione delle province), la riforma nazionale è rimasta, almeno sotto il profilo declaratorio, nell’alveo dell’adeguamento ai principi costituzionali di sussidiarietà, differenziazione e adeguatezza (art. 1, comma 1), sia pur riducendo significativamente le funzioni delle province e introducendo la legittimazione elettorale di secondo grado. Al contrario, la riforma istituzionale regionale ha esplicitamente indicato in premessa la volontà di perseguire obiettivi di razionalizzazione e contenimento della spesa pubblica (art. 1, comma 1). Cionondimeno, ad oltre un anno dall’approvazione gli obiettivi del governo regionale siciliano e della maggioranza parlamentare appaiono profondamente mutati. Il disegno di legge approvato dalla Commissione Affari Istituzionali dell’ARS prevede, infatti, per i Liberi consorzi e le Città metropolitane (anch’esse Liberi consorzi) quella che è stata definita una “corposità funzionale” che non trova riscontro nella legge nazionale, sia pur compensando questo scostamento col recepimento dei principi di regolazione territoriale e di legittimazione elettorale di secondo grado. La mancata approvazione della legge da parte dell’assemblea, per ragioni che in larga parte esulano dai suoi contenuti, ha portato il policy making ad una fase di stallo, sebbene restino attualmente confermati i principali obiettivi della proposta. Data questa generale premessa, il paper si propone di ricostruire e analizzare la dinamica del policy making regionale, l’evoluzione della posta in gioco e dei sistemi di interazione tra gli attori politici e i portatori di interessi coinvolti nel policy sub-system, evidenziandone i nessi col controverso e parzialmente irrisolto processo di implementazione della riforma nazionale. L’evoluzione del decision making e delle dinamiche di processo della policy saranno ricostruite mediante l’analisi documentale dell’attività parlamentare (verbali di seduta della Commissione Affari Istituzionali, resoconti delle sedute d’assemblea, disegni di legge), la realizzazione di interviste in profondità e l’analisi dei dati concernenti le risorse umane e materiali delle province regionali siciliane in relazione alle funzioni che attualmente svolgono e che sarebbero chiamate a svolgere (o a non svolgere) nell’assetto delineato dalla proposta governativa. Le caratteristiche della politica di riforma istituzionale saranno per questa via messe in relazione con il complesso di vincoli, opportunità, disfunzioni e incongruenze che caratterizzano il contesto delle autonomie locali siciliane, fornendo alcune chiavi interpretative di una sequenza decisionale tanto contraddittoria, quanto sempre più distante dagli input che ne avevano condizionato l’avvio.

Fusioni di comuni e governo del territorio. Una lettura politologica
Mattia Casula (mcasula@luiss.it)
Abstract L'annosa questione dell'eccessiva parcellizzazione del sistema amministrativo italiano è rientrata nell'agenda politica nazionale negli ultimi anni. Le recenti riforme sembrano aver privilegiato la strada del compromesso tra la salvaguardia del profilo culturale e identitario del comune italiano, da un lato, e invece l'intervento sugli aspetti economico-gestionali, attraverso l'obbligatorietà per i piccoli comuni ad attivare reti intercomunali sul territorio per la gestione delle funzioni fondamentali (mediante unioni di comuni o convenzioni), dall'altro lato. Ciononostante, seppur ancora in misura minore rispetto ad altri contesti europei, anche nel nostro ordinamento si è cercato di realizzare e incentivare la fusione tra comuni, attraverso l'introduzione, da parte del legislatore nazionale e di quelli regionali, di una serie di misure agevolative, sia di ordine organizzativo che finanziario. Il paper fotografa lo stato dell'arte delle fusioni di comuni realizzate ad oggi in Italia, cercando di fornire una lettura politologica, e quindi delle variabili più prettamente politiche, di tale istituto, solitamente analizzato o da un punto di vista meramente descrittivo, o con un approccio squisitamente giuridico. Per ciascuno dei comuni soppressi dal 1995 ad oggi si cercherà quindi di comprendere, anzitutto, il peso assunto dai fattori ambientali nella scelta di dare avvio al processo di fusione, guardando sia alle loro caratteristiche geo-morfologiche che a quelle demografiche. A seguire, si guarderà ai fattori politico-partitici, interrogandosi su quanto l'omogeneità politica e il vincolo del terzo mandato possano aver rappresentato un fattore facilitante la fusione stessa. Infine, si cercherà di comprendere la cultura di governo dei singoli comuni recessi, guardando alla loro passata predisposizione a dare vita a forme più o meno stabili di cooperazione intercomunale con altri comuni. Quanto ai nuovi comuni unici, oltre che alle loro più generali caratteristiche dimensionali, si guarderà al grado di attivazione e di coinvolgimento dei cittadini nelle varie fasi dell'iter del processo di fusione. La lettura di questo dato verrà inoltre affiancata a quella della presenza di eventuali comitati per il sì e per il no al comune unico sorti durante il processo di fusione, e dei relativi soggetti proponenti. Infine, verranno proposti alcuni indici generali di valutazione, sia di natura economico-finanziaria che organizzativo-dimensionale, sull'intero andamento del processo. La raccolta di dati e informazioni è stata svolta mediante interviste in profondità in ciascuno dei comuni interessati e con l'ausilio di banche dati nazionali e regionali, oltre che di fonti e dati comunali.

La mancata riforma delle province in Sicilia: tutti contro
Marco La Bella (marcolabella@unict.it)
Abstract L’estrema delicatezza del tema del riordino/soppressione delle province e della istituzione delle città metropolitane ha finito per impattare con il disagio e la reticenza con la quale la politica siciliana, negli ultimi anni, ha affrontato il dibattito sulla riforma dell’assetto istituzionale locale. L’annuncio della soppressione delle Province sulle reti televisive del neo-eletto Governatore della Sicilia Rosario Crocetta del 2012 – ratificata dall’approvazione del Parlamento siciliano della LR n. 7 del 27 marzo 2013 – anziché produrre l’effetto (sperato) dell’accelerazione del processo di riforma ha determinato una situazione d’impasse politico-istituzionale senza precedenti e apparentemente incomprensibile. L’ultimo atto dell’annosa vicenda è di qualche settimana fa, aprile 2015, quando una maggioranza parlamentare a dir poco “eterogenea” ha bocciato il nuovo disegno di legge sul riordino delle province e l’istituzione delle città metropolitane che aveva come obiettivo un deciso mutamento di rotta – attraverso l’adeguamento della normativa siciliana alla legge nazionale – rispetto a quanto previsto dalla (altrettanto vivacemente criticata e contrastata) Lr 8/2014. L’obiettivo del paper è di fare luce proprio sul ritardo siciliano rispetto al resto dell’Italia dove già da tempo è in corso di implementazione della Legge Delrio. La convergenza, in particolare, di forze politiche contrapposte, di destra, di centro e di sinistra, nella bocciatura “senza appello” del disegno di legge uscito dalla Commissione Affari Istituzionali dell’Assemblea regionale siciliana, interroga infatti sul reale valore delle ragioni di natura strettamente tecnica e giuridica – prevalentemente derivante dalla non univoca interpretazione delle norme statutarie che attribuiscono alla Sicilia autonomia sull’ordinamento degli enti locali prevedendo (art. 15) i Liberi Consorzi di Comuni – avanzate in molte sedi a giustificazione di quel ritardo. La chiave interpretativa del processo trova invece spiegazione nella specificità del contesto siciliano, e in modo particolare nella pervasività della politica – o, meglio ancora, degli esponenti politici e delle loro “cordate” – nella vita sociale, economica ed istituzionale dell’isola. Una pervasività, questa, cui corrisponde l’estrema debolezza del tessuto sociale ed economico afflitti da scarso capitale sociale, e da corpi intermedi non sufficientemente attrezzati ed in grado di emanciparsi dal controllo politico delle principali risorse economiche. In questa chiave, l’apparente schizofrenia che ha caratterizzato il processo di mancata riforma va analizzato attraverso la ricostruzione storica dei comportamenti politici che hanno vanificato nel tempo quasi tutti gli altri tentativi di riordino dell’assetto istituzionale locale siciliano, riproponendosi anche in quest’ultima occasione, a conferma di uno stile proprio del sistema politico siciliano che non ha mai abbandonato l’idea di gestire i processi di riforma a partire dall’esercizio del controllo quasi ossessivo dei collegi elettorali che, vedi caso, coincidono con i confini amministrativi delle ex province regionali. Si vedrà allora, come dietro le motivazioni di natura giuridica – utilizzate da pochi in modo scientifico – si celino per lo più ben altre preoccupazioni strettamente connesse alla dimensione politica della riforma e al suo impatto sulla carriera dei politici di professione e sui modelli di aggregazione e riproduzione del consenso. È proprio questa dimensione strettamente politica del problema quella che il paper si propone di approfondire provando a rivelare le questioni che si agitano dietro il processo di riforma (e che preoccupano un ceto politico tanto eterogeneo quanto “compatto”): di “alta” – la legittimazione e l’accountability degli istituendi liberi consorzi di comuni e città metropolitane – e di "bassa" politica. Un esempio è costituito dai comitati spontanei che hanno promosso i referendum – previsti dalla legge n. 8 del 2014 per confermare l’adesione al libero consorzio o per la costituzione di nuovi liberi consorzi – espressione di un processo apparentemente partecipativo dal basso, ma che rimane saldamente guidato da quegli attori politici locali che intravedono nel riassetto istituzionale una opportunità di conquista di spazio politico rispetto agli equilibri tradizionali.

Quante Unioni, quali Unioni. Studio sulle Unioni di Comuni in Italia.
Mariano Marotta (mariano.marotta@unical.it)
Abstract Gli ultimissimi anni hanno fatto registrare il (definitivo?) decollo in Italia dell’associazionismo intercomunale e, in particolare, della forma più stabile di questa cooperazione: l’Unione di Comuni. I dati a disposizione ci mostrano come, a partire dal 2011, ci sia stata una decisa impennata delle costituzioni di questo tipo enti. Tale rinnovato interesse per le forme associative e per le Unioni, si inserisce nel quadro dei tentativi di risposta da parte dei Comuni italiani alla carenza di risorse disponibili per far fronte all’espletamento delle funzioni loro demandate. Una carenza acuitasi in modo particolare a seguito della crisi economica globale che, condizionando le casse pubbliche, ha inciso pesantemente anche sugli enti locali. Pertanto, la costituzione delle Unioni potrebbe rappresentare una soluzione a garanzia dell’efficacia e dell’efficienza dell’azione amministrativa quotidiana dei Comuni. Partendo da queste considerazioni, lo studio proposto intende analizzare da un lato le caratteristiche delle Unioni presenti a oggi sul territorio italiano e, dall’altro, cercare di individuare l’insieme dei fattori facilitanti o ostacolanti sia il percorso di costituzione che lo stesso mantenimento in vita dell’Ente sovracomunale. Riguardo al primo aspetto si intende “fotografare” le Unioni di Comuni attualmente attive a livello nazionale, evidenziandone le principali caratteristiche strutturali complessive e l’incidenza del fenomeno in ogni singola regione. Inoltre, allo scopo di comprendere quanti degli enti costituiti sono “scatole vuote” o, al contrario, entità rispondenti all’esigenza di razionalizzazione, saranno individuati alcuni indicatori che possano restituire il grado di “vitalità” di ciascuna Unione di Comuni. Riguardo invece al secondo aspetto, ovvero quello dei fattori facilitanti o ostacolanti le Unioni, lo studio si ripropone di far emergere, quanto più possibile, le caratteristiche in presenza delle quali gli attori coinvolti sono facilitati nel percorso di costituzione del nuovo soggetto giuridico e, parimenti, quelle in presenza delle quali l’Unione già costituita avrà più probabilità di sopravvivenza. Esistono elementi facilitanti validi a prescindere dal contesto territoriale di riferimento? È possibile individuare le criticità che pregiudicheranno il percorso associativo? Ci sono delle caratteristiche, individuabili anche prima dell’avvio del processo di costituzione, che gli amministratori dovrebbero tenere in considerazione? A questi e ad altri interrogativi la ricerca condotta tenta di fornire una prima risposta.

Panel 10.5 Le politiche locali nella sfida della sharing economy (I)

Chairs: Matteo Bassoli, Emanuele Polizzi

Pooling law: from sharing to pooling economy Designing laws, institutions and regulations that make people live together
Christian Iaione (christian.iaione@gmail.com )
Abstract The aim of this paper is to introduce an innovative, bottom-up, adaptive, experimental approach to create legal and institutional frameworks based on urban polycentric governance fostering collaborative and sharing economy. In the first part of the paper, I will introduce the theory of urban/local governance, based on three incremental meta-design principles: subsidiarity, collaboration and finally polycentrism. Polycentric approach to governance has been first advanced by Elinor Ostrom (2009). Polycentric local governance is based on the idea that individual and collective decisions (biking or car pooling instead of using private individual transportation by car, investment in solar panels, energy reduction actions) may generate local distributed benefits and help at the global scale. In the field of climate change, for instance, governments should take this argument into account and foster activities to reduce global emissions and fight against climate change, organizing activities “at multiple scales, ranging from household to the globe” (Ostrom 2012). With the concept of polycentric local governance, conceptualized in the paper, it is possible to update the Triple Helix concept (Etkowitz H. and Ranga M., 2013), moving to a Quintuple Helix approach, whereby universities become an active member of the community and facilitate the creation of new forms of partnerships in the general interest between government, industry and businesses, the not for profit sector, social innovators and citizens, and other institutions such as schools, academies, plus research and cultural centre. The polycentric approach conceptualizes a new role for the State in the governance of commons. The polycentric approach to urban commons governance means building relations and connections in an indirect way: relations and connections are governed by a network: the case of car pooling is a perfect example of this phenomenon. A polycentric regulatory system aims at transforming people in distributed centres of collective action. Citizens are a myriad of design thinking / solution centres for the public interest and the polycentric governance aims at governing this galaxy of networks. This approach is explained in the following part of the paper, where I introduce design principles and a taxonomy based on real examples of case – studies where collaborative or polycentric governance of commons has been experimented in Italy. The two main examples are the City as a commons project, which led to the approval of the Bologna Regulation for collaboration between citizens and public administration for the care and regeneration of urban commons and the CO-Mantova project, where a local governance pact has been drafted by the five actors of Quintuple Helix approach to lay down a commons-oriented collaborative/sharing local economic development vision. The question I discuss in the last part concerns the need for a polycentric governance regulatory scheme to promote and enhance the collaborative and sharing economy practices increasingly spreading in urban contexts. I focus on the case of the City of Palermo, where I am conceiving a polycentric regulatory system for collaborative mobility. The Palermo project represent the third stage of the polycentric governance approach, as I defined it: Legal/institutional device whereby urban, environmental, cultural, knowledge and digital commons are co-managed by the five actors of the collaborative/polycentric governance — social innovators (i.e. active citizens, makers, digital innovators, urban regenerators, rurban innovators, etc.), public authorities, businesses, civil society organizations, knowledge institutions (i.e. schools, universities, cultural academies, etc.)—through an institutionalized public-private-citizen partnership. This partnership gives birth to a local peer-to-peer physical, digital and institutional platform with three main aims: living together (collaborative urban welfare), growing together (collaborative urban ventures and start-ups), making together (collaborative urban spaces). If the Bologna regulation for collaboration between citizens and the city synthetizes the “making together” approach, the CO-Mantova Pact the “growing together” approach, the Palermo project aims at being the cornerstone of a living together approach by fostering an urban lifestyle based on collaborative services, such collaborative mobility.

I modelli di governance della sharing economy
Monica Bernardi (monica.bernardi@unimib.it ), Davide Diamantini (davide.diamantini@unimib.it)
Abstract Il presente articolo offre una riflessione sui modelli di governance che le città stanno assumendo in risposta all’emergere del fenomeno della sharing economy. Il mercato emergente della sharing economy, stimato intorno ai 600 miliardi di dollari l’anno (PWC, Forum PA), prende forma in una specifica congiuntura caratterizzata dalla crisi economica globale iniziata nel 2008, dal fortissimo processo di urbanizzazione, che secondo il World Urbanization Prospects, Revision 2014, porterà nel 2050 il 70% della popolazione globale in città, da inquinamento ambientale e cambiamento climatico, da erosione dei legami sociali nei contesti urbani e inasprimento della disuguaglianza sociale. In questo quadro rientra anche la massiccia diffusione delle nuove tecnologie della comunicazione e dell’informazione: l’Internet delle Cose e i miliardi di sensori che collegano tra loro persone, oggetti e dati, grazie alla diffusione delle piattaforme e all’accesso costante alla rete, permettono di utilizzare ciò che serve solo per il tempo che serve, di connettere le persone alla pari (peer-to-peer), di accedere a risorse che altrimenti andrebbero sprecate. Questi fenomeni, qui indicati in estrema sintesi, hanno favorito l’emersione di risposte nuove, resilienti e adattive, quasi inimmaginabili qualche anno fa: pratiche più aperte, trasparenti e partecipative, basate su condivisione e collaborazione; nuovi modelli di servizio che abilitano le persone a scambiare e condividere beni, spazi e competenze, promuovendo stili di vita che prediligono il risparmio, la ridistribuzione del denaro e la socializzazione. Le pratiche sono le più svariate: si va dagli spazi di lavoro condivisi (co-working) a forme di scambio legate alla mobilità (carsharing, bikesharing, carpooling) o all’accoglienza (couchsurfing, housing swap…), dal co-housing ai servizi di welfare (come le Social Street), dagli spazi di progettazione e produzione comune (makerspaces, FabLab) agli orti urbani condivisi, passando per il settore della finanza (peer-to-peer lending, monete complementari, assicurazioni collaborative, crowdfunding…) e dell’educazione (collaborative learning, open courses, condivisione di competenze…). La varietà delle pratiche rende sempre più difficile definire il fenomeno in modo univoco (Bostman, 2013), benché sia generalmente indicato come sharing economy. Non mancano poi limiti e deformazioni del concetto originario di condivisione, che finiscono col sollevare dubbi sulla natura, le prospettive e gli impatti della Sharing Economy; non solo per gli esperti, ma anche per i cittadini che s’interrogano sull’utilità o meno di queste pratiche, per le grandi imprese incerte sul fatto che si tratti di un’opportunità o di una minaccia, e per i governi, perplessi e in dubbio tra promozione, regolazione e divieto. È su questo livello, quello delle Pubbliche Amministrazioni, che si concentra il lavoro, in quanto le PA rappresentano un attore imprescindibile del sistema, capace di agire in modo regolativo o orientativo, con il potenziale per trasformare in realtà idee di iniziative collaborative, per sviluppare opportunità nascoste e definire strategie innovative per lo sviluppo locale; possono farsi soggetto abilitante, piattaforma di promozione delle opportunità dei servizi collaborativi, di creazione di consapevolezza nei cittadini e di facilitazione dei processi del nuovo modello economico, regolamentando senza però frenare il fenomeno. Di fatto, e aggiungo fortunatamente, le PA iniziano ad interrogarsi sul fenomeno, come dimostra l’attenzione al tema in occasione di FORUM PA 2015 e, in generale, il dibattito attuale. Riflessioni, sperimentazioni, nuovi strumenti e tools ad hoc per PA e governi stanno aumentando. Il presente lavoro propone un inquadramento generale su queste esperienze emergenti, per poi guardare nello specifico a due realtà che, seppur molto diverse, hanno deciso di supportare in modo strutturato servizi e piattaforme di sharing economy a beneficio dei propri cittadini: Milano e Seoul. Le due città si caratterizzano per l’adozione di approcci quasi antitetici: se a Milano la riflessione sul fenomeno è emersa quasi spontaneamente dal basso e ha trovato nella pubblica amministrazione un ascoltatore attento capace di farsi collettore di esperienze, a Seoul lo slancio iniziale è invece partito dallo stesso sindaco, avviando un’ondata di innovazione a cascata che sta generando un vero e proprio ecosistema di condivisione. La ricerca è stata condotta adottando l’approccio dell’osservazione partecipante (in special modo per il caso italiano), monitorando gli step di sviluppo della riflessione e prendendo parte alle tavole rotonde, agli incontri pubblici, alle iniziative locali, nonché approfondendo i materiali istituzionali, divulgativi e scientifici in materia. È stato inoltre utilizzato lo strumento dell’intervista semi-strutturata per intercettare i key players di Milano Sharing City e Seoul Sharing City, nell’ottica di ricostruire i processi, il quadro generale in cui si è inserita la riflessione, gli esiti attuali e le possibilità future. Obiettivo dell’indagine è capire quale modello di governance è stato adottato e in che termini si può parlare di “governance collaborativa” per dirla utilizzando la definizione elaborata da Christian Iaione (LUISS “Guido Carli” – LabGov).

La cocreazione quale incipt alla declinazione attuativa di iniziative di sharing economy in ambito welfare, condivise dalle politiche locali: presentazione di situazioni tipo in Lombardia
Silvio Bolognini (silvio.bolognini@uniecampus.it), Daniela Bosetto (daniela.bosetto@uniecampus.it)
Abstract Aspetti specifici della sharing economy, da trattare riprendendo elementi convenzionalmente considerati significativi al riguardo come la fiducia reciproca, la lotta all'isolamento e la condivisione di spazi e tempo, sono quelli della welfare community e della cocreazione. Il punto è stato recentemente affrontato in Lombardia, in maniera diretta, attraverso la valorizzazione di una prassi cocreativa a livello progettuale strategico da un network di realtà primarie appartenenti sia al segmento della c.d. società civile/terzo settore (in particolare UNITRE MILANO – Università delle Tre Età) che a quello degli enti locali e delle politiche programmatiche di settore (Progetto “La comunità come strumento di welfare e prevenzione per favorire la protezione e l'inclusione sociale”). Complementariamente – e per molti versi integrativamente – a tale progetto, è in via di conclusione la fase di cocreatività progettuale (quale dimensione iniziale della declinazione attuativa nel suo insieme) del progetto “Genius Loci” di cui risultano attori l'omonima fondazione, una rete di realtà del territorio operanti in ambito sociale e culturale, il Comune di Marcallo con Casone (provincia di Milano) e la Regione Lombardia - Direzione Generale Presidenza preposta alla formalizzazione degli Accordi di programma (strumento giuridico attuativo del progetto). Ad entrambi i progetti partecipa in qualità di partner accademico “cocreativo” il CE.DI.S. – Centro Studi e Ricerche sulle politiche del diritto e sullo sviluppo del sistema produttivo e dei servizi – dell'Università Telematica e-Campus (Novedrate/Como – sede principale). Punto di partenza è - in entrambi i casi - rappresentato dalla constatazione che nel contesto territoriale lombardo sussistono sia realtà pubbliche che private, le quali si occupano di educazione, assistenza, servizi socio-sanitari e sviluppo delle relazioni sociali. Le iniziative sono spesso frammentate, prive di coordinamento ed aventi come riferimento destinatari non sempre chiaramente identificati né coinvolti con adeguate politiche di marketing e comunicazione, mentre invece occorrerebbe un piano di politiche trasversali e abilitanti per garantire ai soggetti e alle famiglie presentanti svariate problematiche di tipo socio-assistenziale, psicologico e culturale delle adeguate chances di vita. E' da notare come il trend nel welfare da parte degli enti pubblici territoriali sia indirizzato verso l'erogazione di servizi soprattutto di tipo curativo e/o assistenziale. Ne consegue una carenza nelle politiche pubbliche di welfare rispetto a ciò che rappresenta un asset del terzo settore presente nel territorio, l'offerta di un ambiente di condivisione, di rete sociale e di una comunità che non eroghi solo un servizio come quello a domanda individuale, ma lo completi col vissuto di altre persone, con le opportunità “ambientali” per favorire la protezione sociale, l'orientamento, il supporto psicologico: un vero welfare di comunità, dinamico, partecipato e focalizzato sull'inclusione sociale. I dati ORES mostrano come la fuoriuscita da una condizione di fragilità si è verificata con maggiore frequenza negli enti che collaborano in modo costante e sistematico con i servizi istituzionali e sono dunque protagonisti di una rete allargata che si conferma così fattore facilitante nella mobilità ascendente di chi è caduto in situazioni di disagio, offrendo maggiori possibilità che questa situazione non si tramuti in cronicità. Le convenzioni tra gli ambiti territoriali e gli enti privati e sharing, pur finalizzate a compensare difficoltà di erogazione dei servizi da parte del pubblico, risentono tuttavia di mancanza di fondi, approccio strategico e ampia copertura territoriale che possano determinare un rilancio positivo in termini di welfare comunitario. Se da un lato le indicazioni normative e politico-programmatiche indirizzano il passaggio dell'assetto dei servizi sociali da un “welfare state” (incompiuto) a un “welfare locale”, dall'altro le modalità di attuazione evidenziano una serie di criticità: i Piani di Zona sono scarsamente finanziati, la partecipazione del terzo settore è debole, la costruzione delle politiche sociali è in mano agli Enti Locali, le esperienze di coprogettazione restano marginali, i rapporti tra Enti Locali e soggetti non-profit sono spesso “esternalizzazioni”, i soggetti non-profit tendono a non sperimentare nuove modalità di produzione di servizi. Per supplire agli aspetti problematici sopra indicati un contributo può efficacemente provenire dai due progetti precedentemente citati. In particolare essi prevedono, a livello strategico, la ridisegnazione prioritaria della mappa delle risorse territoriali (effettive e potenziali) dando evidenza a soggetti spesso considerati laterali o subalterni (privato sociale, volontariato, gruppi informali) e rivedendo la centralità affidata al tradizionale sistema di servizi. A livello operativo essi si pongono (pur nel rispetto delle peculiarità di entrambi) l'obiettivo di consentire al pubblico di entrare in comunità già costituite in cui gli esclusi, i precari, le persone in stato di disagio mettono anche al servizio degli altri il proprio capitale di conoscenze. E', al riguardo, opinione condivisibile che l'area in cui è necessario intervenire sia quella della prevenzione e dell'inclusione sociale per ridimensionare fenomeni negativi che necessiterebbero poi - se non adeguatamente affrontati in termini preliminari - di cospicua erogazione di servizi assistenziali e curativi, andando a gravare sul sistema sanitario, socio-sanitario e sociale. La rete di protezione sociale è possibile grazie al coordinamento tra gli erogatori tradizionali di servizi di welfare (il Comune e le articolazioni territoriali del sistema dei servizi di tutela della salute) e gli Enti che possono offrire questa “comunità”, cogliendo anche l'opportunità offerta dall'ICT nel settore sociale. La naturale creazione di una Comunity Lab avrà, quindi, anche una valenza informatica (è previsto lo sviluppo di una infrastruttura UNITRE Virtual Formativa Network su Cloud, finalizzate a stimolare la partecipazione di vari attori sociali).

Panel 10.5 Le politiche locali nella sfida della sharing economy (II)

Chairs: Matteo Bassoli, Emanuele Polizzi

Quando l'innovazione sociale inizia "dal basso": l'esperienza italiana delle Social Street.
Giovanna Rossi (giovanna7.rossi@gmail.com )
Abstract In un quadro di profondi mutamenti all'interno dei sistemi economici e politici, di aumento delle disuguaglianze e delle povertà nei paesi europei in generale e in Italia in particolare, le esperienze e le pratiche di innovazione sociale, intese come quelle iniziative dirette a contribuire all'inclusione sociale attraverso cambiamenti nell'agire dei soggetti e delle istituzioni (Vicari Haddock, Moulaert 2009) rispondono a un bisogno di condivisione e solidarietà, di recupero dei legami sociali che si afferma all'interno delle città. L'esito di questi pratiche determina la riscoperta dell'innata qualità di collaborazione dell'uomo (Sennet 2012) e la creazione di un nuovo welfare di comunità, che risponde alle carenze delle politiche sociali, ridisegna l'assetto urbano, sfida l'incompatibilità tra sicurezza e libertà (Bauman 2001) e mira a promuovere un nuovo dialogo tra stato, mercato e società civile. Il contributo che qui si presenta si propone di analizzare, attraverso un approccio netnografico l'esperienza italiana delle Social Street quale esempio di innovazione sociale che si origina "dal basso", su base fiduciaria e spontanea, a partire dall'analisi dei luoghi nei quali nascono questi nuclei di aggregazione e dalla ricostruzione delle possibili motivazioni, dei bisogni, delle aspirazioni e delle capacità all'origine di questo processo. In particolare si cercherà di comprenderne il funzionamento di questa rete tra virtuale e reale e l'influenza che i progetti in atto in questa speciale forma di laboratorio sociale possono avere nell'attuazione di processi di azione, di modifica e di dialogo con tutto il tessuto urbano. Si metteranno quindi in luce i diversi modi attraverso cui le social street interagiscono con gli enti locali per l'attuazione di opere di riqualificazione urbana e più in generale di promozione di iniziative volte al miglioramento della qualità della vita dei quartieri, e i differenti livelli di reazione, risposta e partecipazione degli attori locali a questa nuova forma di welfare dal basso. Ci si focalizzerà infine sulle caratteristiche che hanno reso il modello italiano delle social street un'esperienza costruttiva e vincente in termini di accelerazione della fiducia, intensificazione delle relazioni e quindi di forte produzione di capitale sociale, tanto da averne determinato la rapidissima espansione oltre i confini nazionali.

Coworking e Fab Lab: Innovazione, lavoro giovanile, imprenditorialità e territori
Maria Di Saverio (m.disaverio@isfol.it ), Dunia Pepe (d.pepe@isfol.it)
Abstract L’Isfol, ha avviato, da alcuni anni, delle ricerche sulle strette correlazioni esistenti tra alcune dimensioni fondamentali della società contemporanea: - la formazione e il lavoro, le conoscenze e le competenze digitali, la qualità della vita nei territori urbani ed extraurbani, la condizione di giovani e adulti – e sugli effetti da esse generati in termini di innovazione, formazione, lavoro. Proprio da queste correlazioni possono nascere infatti circoli virtuosi tra territori e cittadini, tra formazione e lavoro, tra imprese pubbliche e private capaci di favorire, secondo una logica ricorsiva, lo sviluppo di nuovi modelli di apprendimento e formazione, nuove forme di lavoro soprattutto per i più giovani e nuove possibilità di transizione verso il lavoro. Rispetto a questa generale prospettiva di analisi, l’indagine Isfol si è concentrata su quelle nuove realtà lavorative, quali i coworking ed i fablab, che stimolano lo sviluppo dello spirito imprenditoriale, di nuovi modelli di apprendimento e formazione, ma anche la nascita di circoli virtuosi tra territori, amministrazioni locali e piccole imprese giovanili capaci di dar vita, a loro volta, a nuove forme di conoscenza e di formazione che potranno ancora generare inclusione sociale e lavorativa. I modelli innovativi del lavoro, come i coworking ed i fablab, fungono da potenti generatori di cambiamento, non limitandosi soltanto a favorire la condivisione e la contaminazione, ma dando vita ad incontri, dibattiti, sessioni formative su cui stimolare la comunità di appartenenza e di cui fanno parte liberi professionisti, imprese, studenti. Se, da un lato, questi rinnovati modelli di lavoro e di impresa creano nuova conoscenza e formazione, d’altro canto, essi forniscono nuovi stimoli per la crescita dei territori offrendo spesso la possibilità di riusare spazi rimasti inutilizzati, creando nuovo valore produttivo ed economico, offrendo nuove possibilità di lavoro soprattutto per la popolazione più giovane ormai esclusa dal sistema del lavoro dipendente. L’indagine Isfol riguarda anche le politiche pubbliche che le Amministrazioni stanno mettendo in campo per lo sviluppo del fenomeno, così come alcune esperienze pilota legate a bandi concepiti proprio per far nascere nuove iniziative sui territori o per sostenere quelle esistenti. Al momento la ricerca ha evidenziato alcuni modelli predominanti di finanziamento quali: voucher a sostegno dei lavoratori che intendono usufruire di uno spazio di coworking – ad es. Comune di Milano, Regione Toscana, Provincia di Lucca, etc. - o finanziamenti per la creazione o il finanziamento di spazi coworking o la concessione di spazi pubblici - es. Provincia di Roma, Comune di Veglio, Comune di Foligno, etc. -. Vi sono poi bandi legati alle politiche di genere e proposti da Provincia di Lucca, Comune di Milano, Regione Toscana, Regione Piemonte. Infine un’iniziativa particolare del Comune di Parma che coinvolge l’intero territorio comunale: il Progetto “On / Off - L’Officina di coworking per l'occupazione sostenibile”. La ricerca è volta ad approfondire anche le specificità dei modelli di formazione erogati nei coworking e nei fablab. Questi offrono infatti attività formative costanti e continue; non potendo accedere a fondi interprofessionali o ad altri tipi di finanziamento dedicati alle aziende, organizzano attività formative sia per i propri fruitori sia per coloro che non partecipano con continuità all'utilizzo degli spazi. Essendo questi laboratori luoghi di condivisione e di scambio, si configurano inevitabilmente come luoghi di apprendimento continuo grazie all'interconnessione di diversi saperi, di conoscenze e competenze teoriche, artigianali e digitali. Nonostante l’alto contenuto tecnologico, coworking e fablab dedicano particolare attenzione alle persone: condividere e scambiare idee, progetti, prototipi e know-how secondo il modello dell’open source rappresenta il fulcro di questi centri. Questa possibile ricchezza degli scambi rappresenta il fondamento del contributo che questi centri possono dare non solo alla crescita delle competenze, ma anche alla crescita dei territori, delle piccole imprese e delle amministrazioni locali.

Food sharing: tra pubblico, privato e nonprofit
Sabrina Bonomi (sabrina.bonomi@uniecampus.it )
Abstract I territori sono spesso fortemente influenzati dalle esternalità negative dello sviluppo economico, quali possono essere l'inquinamento, i rifiuti, il sovrappopolamento, l'esclusione sociale, l'invecchiamento della popolazione e così via. Molti di questi problemi devono essere affrontati a livello di sistemi territoriali, perché la condivisione e la collaborazione in logica di sussidiarietà circolare (Zamagni 2012), cui si affianca il supporto “smart” (intelligente) e lungimirante consentito dalle nuove tecnologie, sono spesso percepite come l'unica soluzione possibile a tali sfide (Dameri et al. 2014). La ricerca sulle “smart city”, un movimento eterogeneo e multidisciplinare, suggerisce sempre più di sfruttare le tecnologie con l'obiettivo del bene comune e della sua sostenibilità. Le “smart city”, però, richiedono “smart community” per costruire un "mondo più intelligente", in cui la prosperità economica sia accoppiata con una maggiore sostenibilità sociale ed ecologica, una migliore qualità della vita per tutti e una resilienza dei sistemi sociali critici quali le comunità locali o i distretti economici. L'innovazione tecnologica per questo non è sufficiente; sono necessari anche condivisione delle pratiche, valori, ruoli e regole del gioco e sfide manageriali innovative, da parte degli enti pubblici, imprese for-profit, associazioni non-profit e cittadini (Ricciardi et al 2014), che possa co-creare valore, a partire dalla co-progettazione strategica e condividendo risorse umane, materiali, procedure. Ci si chiede se e come tale co-progettazione e condivisione possa essere risolutiva in alcune problematiche, legate in particolare alla prevenzione dei rifiuti organici e all’esclusione sociale. Esploriamo il caso di un progetto di food sharing, coordinato nel Nord Est dell’Italia da un’organizzazione a movente ideale, ma che coinvolge in sussidiarietà circolare imprese for profit municipalizzate e private, amministrazioni locali e il cosiddetto terzo settore. Il metodo di ricerca scelto è il case-study (Yin 2013). Si è acquisita conoscenza approfondita di questo caso singolo, attraverso il contributo congiunto di ricerca-azione partecipata, disegno di ricerca orientata e l'osservazione partecipante a lungo termine. R.e.b.u.s., un acronimo che significa Recupero delle eccedenze dei beni utilizzabili solidalmente, è un modello di condivisione dei beni, in particolare cibo, replicabile e trasferibile; i beni con intatto valore di utilizzo, ma ridotto o nullo valore commerciale, sono destinati ad associazioni non profit, mediante il meccanismo della donazione nel rispetto della normativa vigente. Posto che alcuni sprechi si ritengono fisiologici (ad esempio nelle mense scolastiche per malattia, epidemie, difficoltà di gestione nelle calamità naturali; presso i grossisti per imprevedibili flessioni della domanda ecc.), è necessario riuscire almeno a ridurne l’impatto, mantenendo i prodotti nel loro stato di bene ed evitando che diventino rifiuti, prevenendone la formazione a monte della raccolta (Bonomi 2012, Bonomi et al. 2014). L’attività di sviluppa su tre piani diversi ma interconnessi: la gestione delle emergenze con un aiuto immediato (fornendo ai soggetti, in difficoltà per la crisi, beni di prima necessità); l’avvio di percorsi di accompagnamento verso l’autonomia e l’autosufficienza personale che consentano di uscire dalla mero bisogno, favorendo l’inclusione sociale; un intervento a più ampio raggio che promuova la corresponsabilità territoriale nello sviluppo di reti di solidarietà attraverso il coinvolgimento di istituzioni, mondo profit e terzo settore (sussidiarietà circolare) e al contempo la formazione nelle scuole e alla comunità per l’adozione di buone pratiche e stili di vita sostenibili e solidali quali l’aiuto reciproco, il consumo consapevole e la riduzione degli sprechi e così via. L’associazione di promozione sociale che ha ideato R.e.b.u.s., grazie ad una rete di ICT, creata e gestita dal coordinatore/supervisore, coordina, controlla e verifica la distribuzione anche per evitare comportamenti opportunistici e fa il rendiconto ai portatori d’interesse; i donatori (Grande Distribuzione Organizzata, Organizzazione produttori agricoli, Mercato ortofrutticolo, Gestori delle mense scolastiche e delle farmacie comunali etc.), donano i beni non più commerciabili; le istituzioni (Comuni, Asl, Municipalizzate, Provincia, Prefettura, Fondazioni etc) li supportano nel proprio ruolo di governance del territorio; gli enti benefici, infine, ricevono gli alimenti e li ridistribuiscono. Gli impatti positivi economici, ambientali e sociali si realizzano in una logica win-win (Elkington, 1994; Adams et al. 2004). R.e.b.u.s. è un esempio di co-creazione di valore; alla luce del suo valore nutrizionale, il cibo che sarebbe stato altrimenti sprecato diventa una risorsa d’importanza sociale ed economica grazie all'interazione delle diverse organizzazioni, migliorando, di conseguenza, anche la qualità della vita per la comunità locale. Il progetto è modulare, cioè suddiviso in sottoprogetti replicabili singolarmente ed adattabili alle peculiarità territoriali. La rete oggi è costituita da quasi un centinaio di associazioni che assistono, in totale, circa sedicimila soggetti in condizioni di disagio; il progetto è avviato in sette province (Verona, Vicenza, Bergamo, Mantova, Padova, Belluno, Ancona). Attraverso la rete di relazioni inter-organizzative attivata, è possibile sviluppare nuove pratiche di economia condivisa ed innovativa che favoriscono un maggior senso di comunità mediante la compartecipazione di tutti i soggetti di un territorio ed una crescita sostenibile che miri ad un benessere diffuso.

© 2015 Società italiana Scienza Poltica   Convegno 2015 - Arcavacata di Rende (Cosenza), 10-11-12 settembre 2015 - segreteria@sisp.it     powered by