XXVI Convegno SISP

Università Roma Tre - Facoltà di Scienze Politiche, Dipartimento di Studi Internazionali e Dipartimento di Istituzioni pubbliche, Economia e Società
13 - 15 settembre 2012

Sezioni e Panels

1. DEMOCRAZIE E DEMOCRATIZZAZIONI
Marco Almagisti e Giovanni Carbone

Call for panel

Questa sezione intende promuovere panels che propongano lo studio della democrazia da molteplici prospettive. In particolare, si concentrerà l'attenzione sui processi di mutamento e consolidamento di regime e sull'analisi della qualità della democrazia, sia in ottica comparata, sia con riguardo specifico al caso italiano e alla "lunga transizione" che ne sta caratterizzando le vicende più recenti. In tale prospettiva, saranno ben accolti anche i contributi che approfondiranno fenomeni specifici, quali i mutamenti nelle istituzioni e negli attori presenti nella sfera pubblica (i partiti e gli altri corpi intermedi, le nuove forme di attivismo civico, la presenza dei fenomeni migratori) e i contributi che interrogheranno il background teorico e delle tecniche di ricerche più adeguate per l'indagine delle trasformazioni caratterizzanti le democrazie contemporanee e le loro qualità.

Parimenti, in questa sezione ci si occuperà di come, in epoca recente, percorsi diversi di mutamento politico abbiano dato vita a regimi democratici, regimi ibridi, autoritarismi elettorali e altre soluzioni non democratiche, nonché degli sforzi messi in campo per la misurazione della democrazia stessa. Il grado di trasformazione democratica verrà esaminato anche in relazione alle sue più ampie conseguenze ed implicazioni in campo economico, sociale e politico.

In riferimento ai temi sopra elencati o ad altre questioni relative allo studio della democratizzazione e dei regimi politici, infine, la sezione invita anche alla proposta di panel volti all'analisi dei processi di riforma politica che sono stati avviati nel mondo arabo.

1.1 Tre pezzi difficili sull'Italia. Legge elettorale, riforma dei partiti, qualità della democrazia.

Tavola rotonda
Chairs: Marco Almagisti e Marco Valbruzzi

Abstract: Il nostro panel, organizzato secondo il format della tavola rotonda, vuole incoraggiare il confronto riguardo ai cambiamenti che stanno caratterizzando la "lunga transizione" italiana, con particolare riferimento alle diverse questioni che maggiormente possono incidere sulla qualità della democrazia in Italia. In particolare, intendiamo approfondire i temi inerenti alla legge elettorale, al ruolo dei partiti politici (le loro funzioni, le trasformazioni che stanno vivendo, le possibili riforme che possono migliorare la vita democratica al loro interno) e al rapporto fra democrazia e buon governo (in particolare, esplorando i rapporti fra accountability e responsiveness nelle scelte politiche in materia di spesa pubblica, servizi sociali, gestione dell'economia).

Partecipanti: Gianfranco Pasquino, Michele Prospero, Michele Salvati

1.2 Gli interessi nelle democrazie contemporanee

Chairs: Liborio Mattina e Renata Lizzi

Discussants: Fabio Bistoncini

Abstract: Questo panel vuole incoraggiare la presentazione di contributi sui gruppi di interesse attivi in Italia, a livello locale, regionale e nazionale, e nell'ambito dell'Unione Europea. Sono benvenuti comunque anche contributi relativi ad altri sistemi politici.
Lo studio dei gruppi di interesse può essere affrontato sotto molteplici punti di vista. In primo luogo, rispetto al tema della struttura organizzativa formale e delle dinamiche di potere interne alle associazioni di rappresentanza. Per questo rispetto, diversi autori hanno infatti sottolineato le difficoltà con le quali è possibile classificare i gruppi, a metà strada tra organizzazioni a legame debole ed istituzioni. Tuttavia, i lavori empirici il cui obiettivo è quello di ricostruire la concentrazione/dispersione del potere all'interno delle associazioni di rappresentanza, nonché il conseguente carattere democratico od oligarchico delle stesse, sono pochissimi nella letteratura politologica.
In secondo luogo, l'analisi sui gruppi di interesse può essere condotta facendo riferimento al tema della rappresentanza. Partendo dalla classica tripartizione in gruppi economici, gruppi istituzionali e gruppi per una causa, la letteratura ha infatti sovente ipotizzato una più spiccata capacità per i gruppi economici ed istituzionali, rispetto a quelli per una causa, di mobilitare risorse organizzative per influenzare i decision-makers. Tuttavia, non sono poche le ricerche che, andando in direzione contraria, hanno mostrato la vitalità dei gruppi di interesse pubblico. Il tema della rappresentanza può essere esaminato anche considerando l'evoluzione delle relazioni tra i gruppi e partiti. A tal proposito, le trasformazioni istituzionali dei primi anni '90 hanno significativamente modificato il quadro all'interno del quale tali relazioni si sostanziano, sia da un punto di vista di punti di accesso al processo decisionale, sia in riferimento allo scambio di risorse tra i due attori; infatti, i gruppi appaiono oggi maggiormente autonomi rispetto al filtro partitico.
Questa maggiore autonomia ed indipendenza potrebbe/dovrebbe a sua volta incidere sul ruolo ed influenza che i gruppi di interesse sono in grado di giocare nel processo di policy-making, terzo ambito legato allo studio di questo oggetto. A tal proposito, gli aspetti che meritano di essere indagati a fondo sono (almeno) due: il primo ha a che fare con le tattiche e le strategie di lobbying che i gruppi intraprendono per dare voce alle proprie rivendicazioni; il secondo riguarda invece la possibilità, non unanimemente accettata in letteratura, di misurare l'influenza che i gruppi concretamente esercitano nel processo di policy.
Andando oltre la classica distinzione tra strategie dirette e strategie indirette, sempre meno in grado di spiegare le reali differenze tra i gruppi, lo spettro delle possibili azioni è estremamente ampio e differenziato: in entrambe le sottofasi che compongono la policy agenda (agenda-setting ed elaborazioni delle alternative) attori e istituzioni tendono infatti ad influenzarsi reciprocamente (dinamiche più visibili e politicamente connotate nella prima, con strategie anche di mobilitazione, intervento dei media; dinamiche più nascoste nella seconda fase, con esperti e think tanks, elaborazione di documenti e studi). In aggiunta a ciò, molto interessante è il quesito riguardante gli strumenti sulla base dei quali queste stesse tattiche e strategie vengono impostate: i gruppi fanno esclusivamente leva su risorse proprie, oppure si affidano ad agenzie esterne?
Per quanto concerne, infine, il quesito relativo all'influenza, una possibile risposta può essere individuata a partire dalle ricerche sui policy-networks e sulle politiche pubbliche. In uno stesso sistema politico esistono infatti contemporaneamente diverse arene di policy che funzionano secondo differenti modalità. In ciascuna di queste, i gruppi hanno un particolare ruolo all'interno del processo politico, e i risultati che sono in grado di ottenere dipendono molto fortemente da questo stesso ruolo e, di conseguenza, dall'arena di policy considerata. Inoltre, può essere opportuno non perdere di vista la collocazione delle specifiche arene di policy all'interno del più vasto sistema istituzionale, per meglio apprezzare il ventaglio di vincoli ed opportunità che si presenta ai gruppi quando cercano di influenzare a proprio vantaggio il policy-making. Per esempio, è evidente come l'assetto istituzionale del sistema politico, quando presenta molteplici punti di accesso, possa aumentare le possibilità di rappresentanza anche dei gruppi con meno risorse.

Papers

1.2.1. Think Tank in Italia. Opzioni ed implicazioni teorico-metodologiche in un’indagine nazionale

Loris Di Giammaria

Abstract: Il contributo intende presentare il disegno progettuale di un’indagine, avviata nel 2011, relativa ai think tank in Italia. Verranno discussi i criteri in base ai quali la ricerca è stata strutturata, sia in termini di ipotesi teoriche di riferimento sia relativamente alle tecniche di rilevazione utilizzate. Inoltre, si discuterà delle scelte effettuate in sede di individuazione e creazione degli indici e degli indicatori utilizzati nell'ambito della ricerca.
Si partirà, ovviamente, dai criteri di definizione dell’oggetto di studio, decisiva ai fini dell’inclusione/esclusione di determinate strutture nell’universo dei think tank presi in esame; si tratta, evidentemente, di una questione rilevante entro una più generale prospettiva di analisi sul fenomeno dei think tank, anche in un’ottica comparativa a livello internazionale, e in relazione all’analisi del sistema socio-politico, della forma-partito in Italia e delle relazioni tra esperti e istituzioni, del ruolo dell'expertise nella formazione del clima d'opinione e nell'azione dei gruppi d'interesse.
E' importante sottolineare come alcune ipotesi teoriche si riferiranno nello specifico alla teoria dell’organizzazione e all’analisi delle reti, coerentemente con l’idea secondo la quale alcuni dei meccanismi che segnano il funzionamento e la distribuzione del potere tra i soggetti del sistema socio-politico si collocano al livello dell’interazione e delle configurazioni relazionali tra i soggetti stessi, e ulteriori attori collocabili nel più ampio sistema sociale di riferimento.

1.2.2. Il censimento dei think tank italiani: prima riflessioni sui dati e sulle ipotesi esplicative

Mattia Diletti

Abstract: Il paper ha l'obiettivo di portare alla discussione i risultati iniziali del primo censimento dei think tank e delle strutture di ricerca indipendenti e “policy oriented” presenti in Italia. La ricerca – avviata nel 2011 presso il Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale dell'Università “Sapienza” di Roma – si è svolta attraverso la ricostruzione di circa 100 schede censuarie (una per ogni think tank) e altrettante interviste in profondità di segretari generali, direttori e presidenti di queste organizzazioni (le interviste sono state compiute nel corso del 2012). Si tratta della fotografia di organizzazioni che appaiono giovani, per lo più di dimensioni piuttosto ridotte, legate a specifici network relazionali e a specifiche figure di policy politicians e di imprenditori di policy (non solo “personalizzazione della politica” - Calise, 2000 - ma anche “personalizzazione dell'expertise”).
Alla data della discussione del paper la ricerca non sarà ancora definitivamente conclusa, ma lo stato di avanzamento è tale da permettere di vagliare alcune ipotesi di partenza già discusse in altra sede (Diletti, 2011). In primis, i think tank italiani sembrano mostrarsi da un lato quale eredità dei processi di destrutturazione del sistema partitico e dei sistemi di rappresentanza d'interessi tipici della Repubblica dei partiti (nonostante sia passato già un ventennio); dall'altro come risposta – o anche “promessa di risposta”, data la fragilità e la giovanissima età di alcune di queste organizzazioni - alla complessificazione delle issue in diversi settori di policy, all'emersione di attori e interessi nuovi in vari settori di policy, alla difficoltà della gestione del ciclo di policy in un ambiente istituzionale multilivello, all'articolazione di nuovi modelli di azione strategica alla base dell'attività di lobby, all'evoluzione del ruolo dei media e delle nuove tecnologie nel policy debate, alla trasformazione dei percorsi di costruzione delle carriere politiche, amministrative e “parapolitiche” (per esempio, il ruolo degli staff e delle figure consulenziali), all'esaltazione del ruolo dei network – formali e informali – nella costruzione di “cornici di senso” condivise rispetto a specifici problemi di policy.
In ultimo, la ricerca sembra offrire - in prospettiva - la possibilità di tracciare il solco per la costruzione si una “sociologia degli esperti” e degli intellettuali italiani negli anni della cosiddetta “seconda repubblica”: l'ipotesi è quella che le trasformazioni avvenute in questo ambito possano fornire informazioni utili alla comprensione del quadro complessivo del sistema politico italiano, tanto in quello del concreto funzionamento delle istituzioni che in quello dell'evoluzione dei sistemi di rappresentanza (di partito e dei gruppi d'interesse).

1.2.3. Scarica il paper in pdfLa visibilità mediatica dei gruppi d’interesse in Italia nel periodo 1992-2011; ipotesi di partenza e analisi dei dati

Renata Lizzi e Andrea Pritoni

Abstract: Il tema dei gruppi d'interesse è tornato in auge anche in Italia sia fra studiosi di scienza politica sia fra quelli di politiche pubbliche. Questa rinnovata attenzione, da un lato può beneficiare di una letteratura ampia e aggiornata, che ha come referenti empirici prioritari gli Usa e l'Ue, da un altro lato sconta la scarsità di studi e di conoscenze aggiornate sul caso italiano.
Per ripartire con lo studio sistematico del tema è possibile trarre ispirazione dal lavoro di alcuni studiosi stranieri: analisi e indagine empiriche mirate evidenziano tendenze di attivazione mutevoli nel corso del tempo, l’emergere di nuovi tipi di gruppi d’interesse accanto a quelli tradizionali, la differenziazione e la specializzazione in relazione ad ambiti di policy e issues sul tappeto. Ciò che intendiamo proporre in questo paper è la prima fase di un’analisi più ampia sulla presenza pubblica dei grandi gruppi d’interesse in Italia e sulla lenta emersione di nuovi interessi organizzati, non solo quelli diffusi (consumatori e ambientalisti) , ma anche le associazioni di governi locali, le istituzioni educative, bancarie, o altre ancora. Lo strumento che verrà utilizzato nell’indagine empirica sarà quello della misurazione sia della copertura da parte della stampa sia dell’esposizione mediatica di quasi 30 gruppi d'interesse nazionali, in un arco di tempo che va dal 1992 al 2011, utilizzando gli archivi storici di 5 testate giornalistiche (Sole24ore, Corriere della Sera, La Repubblica, La Stampa, Italia Oggi).
Il primo e grossolano obiettivo è quello di quantificare la presenza di ciascun gruppo in assoluto su base annua ed evidenziarne l’andamento nel tempo; il secondo obiettivo è di verificare se vi siano interessi organizzati nuovi che si vanno affiancando a quelli più tradizionali occupando lo spazio sui media. I quesiti di ricerca sono i seguenti: a) quali gruppi d'interesse settoriali tendono a perdere/guadagnare spazio (i gruppi settoriali rispetto a gruppi d'interesse diffuso, gruppi d'interesse economico rispetto a quelli sociali (pensionati, consumatori, ambientalisti); quanto spazio vanno guadagnando i nuovi gruppi d'interesse del tipo public utilities, autorità locali.
Il disegno di ricerca presuppone alcune ipotesi analitiche che sono tratte dalla letteratura straniera e che pongono questo lavoro in prospettiva comparata; esse evidenziano come il contesto politico e istituzionale in cui gruppi d’interesse vecchi e nuovi si trovano ad operare condizioni in parte la loro persistenza (inclusione nei processi decisionali o nella concertazione rappresenta un’importante risorsa) ovvero renda più difficoltosa l’emersione e la visibilità di nuovi gruppi e associazioni (che semmai dovranno cercare altri modi per fare arrivare la propria voce al pubblico e ai policy makers). Anche dal punto di vista metodologico sono necessarie alcune specificazioni; ad esempio, quali sono gli interessi organizzati non tradizionali da rilevare accanto a gruppi imprenditoriali e sindacali: interessi diffusi, interessi economici “specialisti” - tipo ABI e public utilities – interessi istituzionali come autorità locali, scuola, università, chiesa? Quali e quante denominazioni hanno questi interessi organizzati di tipo nuovo? Un lavoro di questo tipo è forse utile anche come cornice generale e punto di partenza per altri studi ed indagini più mirate, sia dal punto di vista delle questioni, delle strategie utilizzate e della capacità di influenzare i processi politico-decisionali.

1.2.4. Scarica il paper in pdfIl coverage della lobby nella stampa italiana

Marco Mazzoni

Abstract: Il tema delle lobby è sempre stato affrontato, almeno nel nostro paese, con venature moralistiche e spirito di condanna; il termine è di frequente usato per alimentare politiche di propaganda negativa nei confronti degli avversari o per agitare fantasmi occulti da colpire. Di fatto, la cultura della lobby ha sempre incontrato difficoltà a radicarsi nel contesto politico italiano per ragioni storiche, politiche e, soprattutto, culturali.
Nel generare questo “sentimento” di ostilità nei confronti delle lobby, un ruolo decisivo è giocato dai mass media. Infatti, troppo spesso nei giornali si leggono titoli e articoli che associano il termine lobby a qualcosa di pericoloso e oscuro, favorendo così, nei cittadini, l’emergere di una percezione negativa delle questioni in gioco.
Obiettivo di questa ricerca è appunto indagare qual è il coverage della parola lobby (e dei suoi sinonimi) nei tre principali quotidiani nazionali – Corriere della Sera, la Repubblica e La Stampa – a partire dal gennaio del 2000 fino al dicembre 2011 . È questo, infatti, l’arco di tempo all’interno del quale si è maggiormente diffusa nel nostro paese l’attività di lobbying. Attraverso la tecnica dell’analisi del contenuto, sono stati esaminati tutti gli articoli che presentavano al loro interno la parola “lobby” (unità di analisi; gli articoli sono stati reperiti attraverso l’archivio della rassegna stampa della Camera). In particolare, la ricerca tenta di evidenziare quali sono i principali attori degli articoli rilevati; il tema al centro della notizia; la dimensione dell’articolo; il soggetto che nell’articolo dà origine all’attività di lobbying; e il modo in cui nell’articolo si cerca di connotare la stessa attività di lobbying.
Lo studio va a colmare un vuoto presente nella letteratura politologica (e mass-mediologica) italiana, attenta a indagare i modi in cui i gruppi di interesse cercano di intervenire nel processo decisionale, ma ancora troppo poco interessata ai motivi che rendono difficile la diffusione della cultura della lobby nel nostro paese.

1.3 Tweeting and Friending? Democracy Promotion and Democratization through Technological Innovation

Chairs: Stefano Braghiroli e Nelli Babayan

Discussants: Nathalie Tocci

Abstract: Whether positive or negative, the role of the Internet-based media in snowball revolutions in Northern Africa is currently undisputed. Social networks such as Facebook and micro-blogging websites such as Twitter were used in mobilization of thousands of people, proving to be more effective and efficient than other traditional methods of protest. Regardless of consequent effectiveness of these democratic protests, early 2011 events demonstrated the widespread penetration of the Internet and its success in mobilizing civil society to a degree, previously not achieved by any democracy promoter. This spillover of protests requiring democracy occurred after nearly 20 years of democracy promotion by most influential international actors.On the other hand, the growing role of internet-induced democratic claims is witnessed by the recent attempts undertaken in various countries to limit the access to the Internet and the social media
or to encourage self-restraining policies among the international Internet corporations.
Many established democracies and international organizations have adopted democracy promotion as their foreign policy objectives. Heads of states regularly praise democracy and reiterate their commitment to its promotion. However, the on-ground activities of democracy promoters remain largely unknown to broader population. Nevertheless, given the growing influence of non-democratic but economically successful and resource-rich countries, democracy promoters more than ever need to “win the hearts and minds” of these populations though cutting edge strategies.Given the persistent lack of research in this respect, the proposed panel aims to shed light on the link between democratization and technological innovation and to see to whether “high-tech” strategies of domestic democratization are echoed by similar external democracy promotion strategies.
With the intention of publishing a journal special issue with selected papers, this panel welcomes theoretically and empirically oriented papers looking at innovative strategies of democracy promotion and democratization on macro-level of individual countries and micro-level of specific sectors, e.g. elections, political parties, civil society. Comparative papers investigating cross-sectorial usage and application of broadly conceived technological innovations while pursuing democratic transformations are especially encouraged. Without limiting to a particular region, the panel calls for papers drawing insight from various qualitative and quantitative case studies with a potential to contribute to the understanding of drivers and mechanisms of democratic transformations.

Papers

1.3.1. Changing Citizen Attitudes toward Corruption – The Use of Mobile Phone Technology, Internet Tools and Social Media

Dale Mineshima-Lowe

Abstract: The paper is an empirical case study on a current, on-going project based in Macedonia (being undertaken by Transparency International – Macedonia with funding provided by the National Endowment for Democracy) that is focused on the enhancement of the quality of democratic governance through civil participation via new social media and electronic tools.
In the paper, I plan to outline the scope and aims of the project - how the project is using current mobile phone technology to develop further civil society engagement and contribute to overall attitudes/unacceptance of corruption by citizens
The pilot project currently running has a two-fold objective:
1) provides a system for citizens to receive additional guidance from TI-M for resolution of the reported corruption issue
2) provides citizens with the opportunity to speak out on corruption-related problems that they see/experience
The paper will also discuss the link between the current civic participation methods utilised in the project and if any visible/calculable changes have occurred to a) citizenry attitudes and perceptions of corruption in the country; b) to examine initially, whether at the procedural or legislative levels there have been any changes that can be attributed to the increased levels of direct civic participation via new technology and social media.
Lastly, the paper will evaluate the current methods of gathering data, the analysis process in place for verification of corruption reports, as a means for improving the project – with the objective of using this project as a case study for future replication in other countries as another means of democracy promotion and changes to citizen attitudes towards an issue like corruption, through use of new technology.

1.3.2. New Media as Political Infrastructure and the Arab Transformation Process

Asiem El Difraoui e Leoni Abel

Abstract: The proposed paper will first discuss the use of new media by political and social actors in the “Arab Spring”, especially in Tunisia and Egypt, including new empirical data. In a second part we will assess which conclusions can be drawn from the use of the Web 2.0 and its interplay with traditional media as a form of political infrastructure. Some of the preliminary findings like a complex dialectical process of self-empowerment or blurring lines between media producers and consumers and the emergence of “produsers” will be analyzed. We will then examine to what extent existing theoretical frameworks can help understand new media use and its role during the historical transformation in the Arab world. The main part will try to shed light on the opportunities new media and the cross media interplay offer to assist the precarious transition to hopefully more political participation and social justice. Grass-roots initiatives using crowd sourcing like the internet mapping of the harassment of women in Cairo will be reflected upon. The focus will be on the development of new initiatives: For example how to integrate marginalized groups like rural youth or women into the political process and how to foster socio-economic change, the distribution of microcredits via smartphones, online vocational training, or alphabetisation campaigns with cross media, combining radio, the Internet, and smartphones. A question that arises in this context is: Are European examples in terms of transparency or political consensus building on the Internet useful, e.g. online publishing of ministers` expenses in Norway or the concept of liquid democracy of the Pirate Party? We will conclude with the open debate whether the web 2.0 revolution will be an instrument of positive change or a means of increased control.

1.3.3. From Traditional to Digital Diplomacy: Where does Turkey stand?

Hatice Yazgan

Abstract: This century brought fundamental changes to international relations and the most interesting feature is the use of Information and Communication Technologies (ICT) in diplomacy. Thus traditional concepts of diplomacy including the state sovereignty, the way how governments interact with citizens and the practices of the diplomats faced a profound change today. Most important of all, use of internet and the new technologies force the governments to be more democratic and transparent. Another requirement of today’s governments’ is the establishment of close connections with the (foreign) public, (transnational) civil society and the sub-state actors. Technology also facilitates the connection of the governments with these parties and contributes to the democratization of the politics. Some governments, aware of the power of technology, take advantage of the technologic developments and create a space for technology in their Ministries of Foreign Affairs. These efforts also contribute to forming a dividing line between the governments. Weak governments face a challenge from their publics who use technology effectively while the strong ones control the technology for their advantage. Technology can be a part of the solution or the problem for the governments. Against this background, aim of this paper is to explore Turkey’s capacity and practices on digital diplomacy. Turkey; experiencing an ambitious foreign policy agenda for the last decade, seems to be very focused on public diplomacy especially on Turkey-EU relations. However, how familiar Turkey is with digital developments and to what extent Turkey takes the advantage of these developments are unexplored areas of academic research. Main argument of this paper is Turkey should “soften” its soft power in the neighboring and the international area by incorporating ICT in its diplomacy. This argument is two-folded. First, digital diplomacy, not replacing traditional diplomacy but supplementing it, can support Turkey to be more transparent, accessible and credible. This transparency can support further democratization in domestic policy which will eventually have repercussions in foreign policy. This improvement will also support Turkey to “rhetorically entrap” the EU. Secondly, Turkey can have the advantage of improving its public image regarding the negative perceptions about Turkish identity and can overcome “digital orientalism” by incorporating ICT in its foreign policy.

1.3.4. Freedom of Tweets–Free Networks as Core Objective of Digital Diplomacy

Lukas Kubina

Abstract: Freedom of expression is a critical cornerstone of promoting democracy - a fundamental value inherent to and defining for democratic systems. Primarily, the advent of new ICT has simply extended the repertoire of communication tools available. Its deployment for internal promotion of democratic culture bears notable potential: crowd-sourced legislation or direct-democratic decision-making contributes to the vitalisation of established democracies.

In antidemocratic environments, this technological innovation has been key to (re)conquer publicness. Whereas authoritarian regimes could control the means of communication - consequently the public sphere – relatively easy in the past, this quasi-monopoly is collapsing. The micro-blogging site Twitter and social networks have literally ‘democratised’ mass media communications and enabled individuals to reach out to an unprecedented global audience. The regional spill-over of protest and the quick mobilisation in the Arab Spring were fuelled by this shift in power from hierarchies to networks of citizens.

Whether decentralized or orchestrated by prominent activists, the serial eruption of democratic insurrection was detached from explicit foreign policy activities but grew on private platforms. Once the power-holders started to disconnect technical infrastructure and decrypted the digital footprints to restrain the movement, the operational engagement of Western democracies gained importance. Facing this ambivalence of technology, the guarantee of free networks became a core objective and its provision is continuously envisaged as a public good. A new species of digital diplomacy and public-private collaboration seems nascent to this new pattern of democracy promotion in foreign policy.

A qualitative case study of Libya – the analysis of the technological component of revolution, nation-building process, and the involvement of the US, UK, and France – aims to examine the nexus between new ICT and democratic development on a macro-level. Interviews with leading representatives of these four countries will be carried out to investigate their efforts, experiences and outlook on digital diplomacy.

1.4 La democrazia e i suoi effetti economici, sociali e politici (I)

Chairs: Giovanni Carbone e Davide Grassi

Discussants: Paolo Bellucci

Abstract: Le transizioni alla democrazia generano spesso grandi aspettative, tanto presso le popolazioni direttamente interessate quanto negli osservatori, circa il loro impatto su economia e benessere sociale. Ma quali sono le reali conseguenze dei processi di democratizzazione sull'andamento e la struttura economica di un paese? Quali quelle sulla povertà, sulle diseguaglianze e sulle politiche sociali? E quali gli altri più ampi effetti che si rilevano empiricamente in paesi che hanno compiuto in anni recenti il passaggio alla democrazia: una migliore difesa dell'ambiente, una riduzione dei conflitti armati, il consolidamento dell'apparato statale, ecc.? Il panel si propone di riunire contributi che esaminano, in particolar modo da un punto di vista empirico, l'impatto delle riforme democratiche su specifici aspetti sociali, economici e politici quali quelli sopra esemplificati.

Papers

1.4.1. Scarica il paper in pdfDisuguaglianza, libertà economica e democrazia: una questione aperta?

Roberto Fantozzi e Chiara Assunta Ricci

Abstract: L’atteggiamento nei confronti della disuguaglianza economica dipende anche dalle opinioni che si hanno circa il rapporto che essa avrebbe con altri desiderabili o non desiderabili fenomeni economici. Ma la disuguaglianza è stata posta in relazione di causa o di effetto con altri importanti fenomeni o dimensioni di carattere sociale. Ad esempio, essa è stata considerata la causa di alcuni malesseri “sociali” come una bassa speranza di vita, numerosi problemi sanitari, e altre variabili analoghe. Inoltre, si è sostenuto che la disuguaglianza sarebbe in un rapporto tendenzialmente conflittuale con la libertà, soprattutto quella economica, mentre avrebbe una relazione positiva con la democrazia. Il primo obiettivo di questo lavoro è verificare empiricamente l’eventuale sussistenza di una relazione tra disuguaglianza e libertà economica, da un lato, e tra disuguaglianza e democrazia, dall’altro. Le difficoltà che pone questo tipo di analisi sono numerose. Nel lavoro si cercherà quindi di chiarire cosa si intende con il concetto di libertà economica e come sia possibile misurare questa variabile, passando in rassegna i principali risultati empirici emersi dalla letteratura sulla relazione tra libertà economica e disuguaglianza. Successivamente verrà verificata empiricamente l’esistenza di una correlazione tra queste due variabili su un esteso campione di paesi. Di seguito sarà considerata, invece, la relazione tra disuguaglianza e democrazia misurata tramite alcuni indici che verranno passati in rassegna. Saranno quindi osservate le evidenze empiriche esistenti tra la disuguaglianza e il grado di democrazia presente all’interno dei diversi paesi oggetto del campione.

1.4.2. Scarica il paper in pdfAre lions democrats? Democratization and economic growth in Africa, 1980-2010

Giovanni Carbone, Vincenzo Memoli e Lia Quartapelle

Abstract: The study of the economic and social effects of political regimes constitutes a growing research agenda. In this context, however, Africa represents a particularly interesting but little studied region. If we look back at the past two decades, timing seems to point to a close connection between democratic reforms and economic growth in sub-Saharan Africa states. Most countries in the area introduced multiparty politics and made dramatic (if incomplete) democratic progress between 1990 and 1994. Quite strikingly, it is exactly from 1994 that the region began to undergo a significant period of economic recovery, initially with positive but less-than-impressive growth rates, and then, from around 2000, with a more significant pace of progress. By 2010-2011, some countries were being touted as new “African lions”, establishing a parallel with the remarkable period of growth recorded by the so-called “Asian tigers” during the second half of the XX century. Because of the undeniable temporal sequence – first political reforms, then economic growth – experienced by sub-Saharan states, some observers have pointed to a nexus between democratic progress and economic performance. But is there evidence in support of a causal relationship? As of today, little empirical research has been conducted on this topic. We discuss the different theoretical arguments claiming an economic advantage of democracies and carry out an empirical analysis of the growth impact of political regimes in 45 sub-Saharan African states for the 1980-2010 period.

1.4.3. Scarica il paper in pdfCome rispondono le democrazie alla crisi del debito sovrano? Contenimento della spesa e traiettorie storiche di consolidamento democratico in Grecia, Italia, Portogallo e Spagna

Fabrizio di Mascio e Alessandro Natalini

Abstract: A differenza di quanto accaduto nelle altre democrazie occidentali, le burocrazie del Sud Europa (Grecia, Italia, Portogallo e Spagna) non sono riuscite a consolidarsi come amministrazioni professionali di stampo weberiano prima della transizione dall’autoritarismo alla democrazia (Gunther et al. 2006). Ciò ha comportato un ruolo dominante dei partiti politici come attori del consolidamento che hanno potuto sfruttare il pervasivo controllo di burocrazie deboli per cementare i propri legami con la società attraverso politiche di spesa poco attente alle esigenze del consolidamento fiscale (Morlino 1998). Nemmeno le sempre più intense pressioni esercitate dagli organismi sovranazionali (Unione Europea su tutti) sono riuscite ad attivare efficaci riforme amministrative capaci di ridurre il gap di funzionalità che separa le amministrazioni mediterranee dalle controparti del Nord Europa (Kickert 2011). Ciò ha comportato una elevata vulnerabilità dei paesi del Sud Europa in occasione del recente crollo del capitalismo finanziario globale tramutatosi ben presto in crisi del debito sovrano. Adottando ipotesi e concetti tipici dell’historical institutionalism (Pierson 2004; Streeck and Thelen 2005), il paper si propone di esplorare l’impatto dei percorsi storici di consolidamento democratico sulle strategie di fiscal retrenchment emerse nelle democrazie del Sud Europa come risposta alla crisi del debito sovrano che ha scosso le fondamenta dell’Unione monetaria.

1.4.4. Scarica il paper in pdfDemocrazia e riforme economiche nell’Africa subsahariana

Vincenzo Memoli

Abstract: Dall’inizio degli anni ’80 numerosi paesi dell’Africa Subsahariana hanno avviato, sotto l’influenza di istituzioni internazionali, programmi volti a liberalizzare le loro economie. Lo sviluppo economico, inizialmente rallentato dai costi elevati del processo di riforme, solo a partire dalla seconda metà degli anni ’90 ha fatto registrare un trend positivo. Ma, cosa pensano i cittadini delle riforme economiche? I pochi studi condotti sul tema, realizzati considerando il parere espresso dall’opinione pubblica, vedono nell’economia, nei valori e nei media le determinanti della propensione a sostenere il processo delle riforme. In questo lavoro si muove dall’idea che la democrazia è conditio sine qua non per lo sviluppo delle riforme. Applicando un modello di regressione ai dati Afrobarometer, World Bank e WDI emerge uno scenario a macchia di leopardo, in cui il fermento democratico ed il benessere individuale rappresentano i cardini intorno ai quali ruota il sostegno dei cittadini alle riforme economiche dell’Africa Subsahariana.

1.5 La democrazia e i suoi effetti economici, sociali e politici (II)

Chairs: Giovanni Carbone e Davide Grassi

Discussants: Pietro Grilli di Cortona

Papers

1.5.1. Scarica il paper in pdfDemocratizzazione e rapporti politico-amministrativi: la riforma del personale burocratico in Croazia e Serbia

Lorenzo Cecchi

Abstract: Una delle maggiori aspettative create dai processi di democratizzazione è la fine della fusione fra politica e amministrazione tipica dei regimi autoritari: se il criterio principale con cui un partito unico gestisce il personale burocratico è quello di affinità politica, in una democrazia consolidata si presume che i partiti tengano conto anche della sua competenza e a tal fine sostengano riforme volte a separare la sfera della politica da quella dell’amministrazione. Quest’aspettativa si scontra però con la realtà dei nuovi regimi democratici e, in particolare, di quelli instaurati nell’Europa post-comunista; inoltre, all’interno di un quadro generale dalle tinte fosche, ci sono differenze significative da paese a paese. Prendendo spunto da queste considerazioni, il presente lavoro si propone due obiettivi: da un lato, passando in rassegna i principali contributi provenienti da politica comparata, sociologia politica ed economia dello sviluppo, intendo specificare le ipotesi che dovrebbero informare aspettative più realistiche sull’evoluzione dei rapporti politico-amministrativi nelle nuove democrazie dell’Europa post-comunista; dall’altro, comparando il processo di riforma del personale burocratico in Croazia e Serbia dal 2000 al 2011 sulla base di documenti ufficiali e interviste semi-strutturate con testimoni privilegiati, mi propongo di controllare la plausibilità degli argomenti precedentemente specificati in un sotto-insieme di casi particolarmente interessante. Una volta democratizzate e in seguito alle pressioni di varie organizzazioni internazionali e in particolare dell’Unione Europea, i due paesi hanno iniziato un’ambiziosa riforma del personale burocratico e, contrariamente a quanto ci si aspetterebbe sulla base delle ipotesi più condivise, la Croazia ha progredito significativamente meno della Serbia: nonostante maggiori livelli di sviluppo economico, un sistema partitico più competitivo e una posizione più avanzata nel processo di integrazione europea, la prima ha sviluppato un sistema di reclutamento, carriera, retribuzione e formazione del personale burocratico imperniato su legami politici piuttosto che qualifiche professionali più di quanto sia successo nella seconda. Esplorerò dunque la plausibilità di tre argomenti alternativi, relativi a: il tipo di incentivi con cui i partiti che hanno poi governato il processo di riforma del personale burocratico, hanno inizialmente mobilitato le risorse organizzative necessarie alla propria sopravvivenza; il livello di competenza che il personale burocratico ha ereditato dal precedente regime autoritario; il livello di credibilità che l’Unione Europea ha avuto nel condizionare il processo di accessione dei singoli candidati al rispetto di una serie di principi amministrativi.

1.5.2. Scarica il paper in pdfKosovo and the international community: the democratization dilemma

Elisa Piras

Abstract: Kosovo is an inspiring case-study for investigating democratization policies between theory and practice. On the one hand, democracy has played a central role in the recent development of post-conflict peace-building and state-building policies, two processes directed by a plethora of actors representing the international community. On the other hand, the new Republic of Kosovo born officially on the 17th of February 2008 proposed itself to the international community as the outcome of Kosovo’s people revolt after a period characterised by troublesome and undemocratic Serbian misgovernment, and it advocated instead an independent democratic state. In this perspective, the Declaration of Independence crucially highlights the achievements of Kosovo in developing “functional, multi-ethnic institutions of democracy” during the post-conflict years. It also declares Kosovo to be “a democratic, secular and multi-ethnic republic”. As a matter of fact, the insistence on the democratic character of the new state, as well as the welcoming of peace-builders and the adherence to the roadmap for peace- and state-building enshrined in several official documents mentioned in the declaration, reflects the preferences of the international community and it is a clear signal directed at reassuring its members and obtaining their recognition. However, the current debate on Kosovo shows that the democratic record of the new state is not so encouraging: since 1999 there have been improvements in several domains – e.g. electoral occasions – but well-known, enduring problems such as corruption and social unrest put the quality of Kosovo’s democracy at risk.
The paper analyses the dilemma that “democratic peace-builders” encounter in Kosovo presently. In order to do so, it starts focusing on the debate about post-conflict democratization (or democratic peace-building) in the context of the wider discourse of the advantages of democracy for domestic as well as international affairs that seems to permeate the most influential approaches to post-conflict development policies. Then, the paper briefly presents the case of Kosovo in its post-conflict developments: it provides the reader with basic information on the historical events leading to independence and it identifies the main actors involved in the process. Finally, the mainstream vision of peace-building proposed for Kosovo by the international community (particularly by the UN, the EU and the OSCE) and formally internalized by Kosovo ruling élite is sketched, followed by a brief overview of the main obstacles that democratization is facing nowadays.

1.5.3. Scarica il paper in pdfUna democrazia in bilico. Il decentramento elusivo e l'indipendenza dell'Azawad nel Mali della Terza repubblica

Francesco Saraceno

Abstract: Negli anni Novanta il continente africano è stato protagonista di un'ondata di democratizzazioni senza precedenti. Nel derivante dibattito si reputava il decentramento politico-amministrativo un'efficace strategia per l'instaurazione della democrazia, poiché capace di promuovere inclusione, sviluppo locale e una soluzione sostenibile alle divisioni interetniche. In questa prospettiva la democrazia maliana ha rappresentato per lungo tempo un caso di successo. Il colpo di stato del marzo 2012, tuttavia, ha sollevato perplessità sull'efficacia del decentramento nel raggiungimento degli obiettivi prefissati. Sebbene il compromesso nazionale del 1992 abbia garantito un solido framework per il funzionamento delle procedure democratiche, esso non è stato sufficiente a includere la minoranza tuareg nell'arena politica nazionale. L'osservazione del sistema partitico dimostra come il tentativo d'inclusione delle comunità tuareg sia stato fallimentare. La ragione principale poggia sulla debolezza delle élite locali, alimentata da due ordini di fattori. In primo luogo, la riduzione della presenza dello Stato nelle regioni Nord ha agevolato la comparsa d'imprenditori del potere e della guerra. In secondo luogo, la perdurante inefficacia delle politiche per lo sviluppo e l'irrisolta questione delle terre comuni hanno esacerbato le tensioni sino allo strappo.