XXIV Convegno SISP
Università IUAV di Venezia
16 - 18 settembre 2010
Sezioni e Panels
7. AMMINISTRAZIONE E POLITICHE PUBBLICHE
Giliberto Capano e Andrea Lippi
Chairs: Pierfrancesco Fighera
Discussants: Renato D’Amico, Patrizia Messina, Ecaterina Domonerock, Andrea Prontera
Abstract:
Nel corso dell’ultimo decennio in Europa, gli interventi a sostegno dello sviluppo hanno assunto come principale paradigma di riferimento quello della sostenibilità e come dimensione territoriale di intervento quella locale, attribuendo responsabilità crescenti ai livelli regionali e sub regionali di governo.
In Italia il processo di ridefinizione delle politiche di sviluppo è coinciso con il consolidarsi della II Repubblica e si è andato a innescare in un più ampio e complesso processo di revisione del sistema istituzionale e amministrativo ancora in atto.
Al di là dei risultati raggiunti dalle politiche di sviluppo diversi autori hanno espressamente parlato di una “nuova generazione di politiche” che, a partire dalla fine degli anni novanta, avrebbe favorito un processo di innovazione istituzionale e amministrativa. L’assunzione di nuovi paradigmi e la sempre più marcata accezione locale delle politiche non sembra tuttavia produrre sempre la auspicata attenzione ai territori e alle relazioni fra i livelli di governo e fra le dimensioni di intervento (sistema ambientale, sistema economico e sistema sociale). Le cause sono varie e di varia natura. Una eccessiva retorica “localistica” ha troppo spesso fatto dimenticare la complessità dei fenomeni in corso, le relazioni che intercorrono fra sistemi territoriali e amministrativi centrali e locali, fra responsabilità politico-decisionali e autonomia tecnico-amministrativa, fra capacità di regolazione dello sviluppo e stili di governo e amministrativi, fra capacità di governo del territorio, cultura politica e capitale sociale a disposizione, facendo dimenticare ad esempio che molti dei conflitti che emergono a livello locale (classificati forse troppo velocemente come di tipo NIMBY), discendono da politiche di livello sovraordinato o da interventi che prevedono una governance di tipo multi-livello. Una non sempre adeguata definizione della scala, sia in termini di osservazione che di risposte operative, finisce per svolgere un effetto inibitore nei confronti del dibattito sui potenziali conflitti che sottendono le differenti opzioni di policy, dalla definizione degli obiettivi, all’individuazione delle modalità di attuazione degli interventi, finendo per dare per scontato che a metodi innovativi corrispondano necessariamente contenuti e risultati innovativi che si traducono in pratiche di sviluppo più sostenibili.
Sotto la spinta del processo di europeizzazione, delle trasformazioni della rappresentanza e di nuove e più complesse domande sociali, nuovi strumenti e nuove metodologie si sperimentano, si diffondono e, in alcuni, casi si sedimentano. Ad essere richiamate in causa sono quattro specifiche aree funzionali: l’area della valutazione, l’area della comunicazione (integrazione e partecipazione), della rendicontazione (accountability, o della responsabilità) e della programmazione. Il processo di istituzionalizzazione delle innovazioni interessa sia il livello centrale che locale ma nei territori sembra seguire logiche differenti a seconda del contesto. In alcuni casi le trasformazioni restano solo esercizi rituali autoreferenziali, in altri non interessano esclusivamente la dimensione delle policy ma finiscono per avere importanti riflessi anche sulla polity e la politics. Anche in Italia è possibile osservare un certo dinamismo a livello locale, un dinamismo che interessa le modalità di definizione degli interventi e la sperimentazione di strumenti innovativi di supporto ai processi decisionali. In alcune aree del Paese tuttavia non sempre tale dinamismo sembra riuscire a modificare i contenuti e le logiche che sottendono le politiche. Il tema della modalità di definizione dei programmi finisce troppo spesso per prevalere su quello sulle finalità, sull’individuazione degli obiettivi, sugli indicatori e sugli impatti, dando troppo spesso per scontato il paradigma di sviluppo vigente.
In questa prospettiva il panel è aperto a contributi sia teorici che empirici che analizzino approcci, strumenti e esperienze innovative nella elaborazione e attuazione delle politiche di sviluppo. In particolare saranno privilegiati i lavori che, a partire dall’analisi dei casi, secondo un approccio di tipo bottom-up, si propongano di approfondire gli impatti delle innovazioni organizzative e istituzionali, sulle modalità di regolazione dello sviluppo a livello locale.
Papers
7.1.1. Associazionismo intercomunale come governo delle reti e strumento di sviluppo strategico del territorio
Patrizia Messina e Mauro Salvato
Abstract: Il paper approfondisce le problematiche connesse alle forme associative tra Comuni, soprattutto di piccole dimensioni, nel caso italiano, con particolare riferimento al caso del Veneto nella prospettiva europea. Tali forme di aggregazione possono essere efficacemente definite come esempi di reti intercomunali: un concetto che consente di spostare l’accento più sulla flessibilità e funzionalità delle relazioni tra gli attori, che sulla staticità e rigidità della singola struttura organizzativa (ente locale), distinguendo così diversi tipi di aggregazioni comunali.
Progettare e incentivare la costruzione di reti di tipo policentrico, come sono per esempio le Unioni di Comuni, significa riconoscere e sostenere una forma di governo delle interdipendenze funzionali, che è il presupposto sia della gestione unitaria dei servizi di area omogenea che della pianificazione strategica di area vasta, attraverso lo strumento della concertazione e co-decisione fra gli enti locali su base paritetica. E’ questo un passo decisivo verso la pratica del federalismo funzionale.
7.1.2. Politiche di sviluppo e innovazioni istituzionali in Puglia: strumenti e metodi di regolazione dei conflitti
P. Fighera, A. Belliggiano, S. De Rubertiis, G. Forges Davanzati, A. Salento
Abstract: Nel corso dell’ultimo decennio anche all’interno del sistema politico e amministrativo pugliese è possibile osservare rilevanti innovazioni che si manifestano attraverso il proliferare di pratiche e strumenti finalizzati a migliorare le decisioni e a favorire la regolazione dei potenziali conflitti sottesi ai processi di sviluppo. L’obiettivo delle innovazioni istituzionali e organizzative, veicolate molto spesso dal processo di europeizzazione, è quello di fornire alle politiche una rinnovata attenzione ai bisogni, alle caratteristiche e alle domande dei cittadini e dei territori e creare le condizioni per un modello di sviluppo in grado di integrare all’interno di un unico ragionamento interessi economici, sociali e ambientali.
In Puglia, lo strumento della pianificazione strategica ha recentemente assunto un’importanza straordinaria all’interno delle politiche di sviluppo. Il processo presenta rilevanti peculiarità e ha consentito alla Puglia di distinguersi come una delle regioni in cui maggiori sono state le occasioni di coinvolgimento e di partecipazione per la definizione dei programmi. Tuttavia, è da rilevare come dal punto di vista delle politiche, l’efficacia degli strumenti sembra poter essere sensibilmente compromessa da alcuni vincoli esterni (peraltro difficilmente eludibili) e da una non sempre coerente interpretazione degli approcci e delle metodologie da parte di tutti gli attori in gioco. Le prime osservazioni lasciano intravedere differenze sia nei risultati finali che nelle modalità di interpretazione delle innovazioni: a seconda del contesto territoriale, della scala di osservazione assunta o dell’ambito di policy considerato, è possibile infatti rilevare differenti modalità di declinazione degli strumenti che lasciano intendere una differente interpretazione oltre che dei contenuti delle politiche, dei metodi e delle forme di governance, dell’idea stessa di sviluppo. Attraverso una ricostruzione del modello di governance territoriale e delle modalità di programmazione adottate a livello regionale e sub-regionale in riferimento ad alcuni ambiti di policy, il paper si propone di mettere in relazione i processi di istituzionalizzazione delle innovazioni con il modello di sviluppo assunto dalle politiche e dalle strategie regionali.
7.1.3. Europeanization within urban system The case of the Community Initiative URBAN II in Bordeaux and Genoa
Samuele Dossi
Abstract: By comparing the cases of Bordeaux and Genoa, in this paper we seek to assess how and why similar inputs from the European Union have been producing different sets of policy transformations and often a great bulk of similar “policy-behaviours” within urban systems. The article investigates and compares the policy solutions and the prospective transformations that two cities located in different European countries have undertaken when dealing with a common policy initiative - URBANII – that the European Union promoted within the framework of its informal urban policy, here assumed as a catalyst for Europeanization of cities and urban areas. In the conclusion, we offer some conceptual and analytical insights with the purpose of initiating a dialogue for a possible systematization of the analysis of Europeanization of cities, within a now well-established field of research, which, nonetheless has seldom “dug underneath the Regional soil”.
7.1.4. Mercato pubblico del lavoro e mancato sviluppo locale
Patrizia Santoro
Abstract: È del tutto assodato il ruolo strategico delle pubbliche amministrazioni, e in particolare di quelle locali, nei processi di sviluppo come agenti di regolazione delle reti di governance multi-livello e multi-attore, e attore principale (leader?) dei processi di policy making.
In questo scenario, il paper propone i primi risultati di una ricerca volta ad indagare se e come la consistenza del mercato del lavoro del settore pubblico influisce sulle capacità e/o modalità con cui le pubbliche amministrazioni siciliane accompagnano i processi di sviluppo.
È bene chiarire sin da subito che quando parliamo di mercato del lavoro pubblico ci riferiamo ad una nozione assai più ampia di quella tradizionalmente riferita alle pubbliche amministrazioni propriamente dette. Già una copiosa letteratura ha più volte fatto ricorso all’espressione «settore pubblico allargato» per sottolineare la diversa ampiezza delle pubbliche amministrazioni – in base al parametro della pubblica utilità dei servizi erogati dalle organizzazioni – con la conseguenza di aver allargato anche la visione tradizionale del mercato del lavoro del settore pubblico.
Considerata la complessità del fenomeno, al momento la ricerca si è concentrata sull’ente Regione Sicilia come campo di analisi centrale ed al ricco sistema di cerchi concentrici – talvolta veri e propri “gironi” per coloro che vi si trovano in condizioni di precarietà e ricattabilità – che da lì si dipartono, distinti fra loro in base al combinarsi di alcuni parametri quali: natura pubblico-privata dell’organizzazione, natura pubblico-privata dei servizi erogati, fonte pubblico-privata delle risorse che consentono la sopravvivenza dell’organizzazione. Un sistema di cerchi concentrici, dunque, che – possiamo anticiparlo sin d’ora – risulta particolarmente affollata di organizzazioni e, conseguentemente, di dipendenti che “vivono” di risorse finanziarie pubbliche derivate (e governate) dalla Regione. Un primo dato evidenzia la straordinaria corposità della parte sommersa dell’iceberg costituita in Sicilia dal “pubblico impiego allargato”: a fronte dei 18.000 pubblici dipendenti ufficialmente censiti come personale alla dipendenza della Regione siciliana, quelli che di fatto sono a carico del bilancio dello stesso ente Regione superano le 120.000 unità.
7.1.5. Mancanza di nuovi modelli di governance per le politiche di sviluppo legate all’agroalimentare: il caso dell’insuccesso della Dop nel settore caseario in Sicilia
Marcella Borzì
Abstract: Da ormai qualche decennio quando si parla di “sviluppo” lo si fa associando il termine alla dimensione “locale”, riferendosi ad un territorio non più concepito come spazio fisico e geografico indifferenziato, ma come fattore determinante per lo sviluppo stesso.
La promozione dell’approccio integrato ai problemi dello sviluppo, che è diventato dominante anche nella ricerca delle ragioni (e delle soluzioni) della “debolezza” di molti territori caratterizzati da una forte componente rurale, è stato accompagnato da un’evoluzione nell’ambito delle politiche pubbliche comunitarie e nazionali (e all’evoluzione nelle normative), in cui si assiste a un graduale spostamento dell’attenzione e della strategia di intervento dall’impresa ai sistemi produttivi e, più in generale, ai “sistemi territoriali” e in cui è assegnato un ruolo centrale all’approccio bottom up delle politiche di sviluppo.
L’indagine condotta ha come oggetto i marchi di denominazione di origine comunitaria nel settore agroalimentare e si colloca all’interno del più generale problema dell’individuazione di modelli di governance in grado di influire su uno sviluppo dei territori che sia sostenibile nella triplice accezione di sostenibilità economica, sociale ed ambientale.
A partire dal caso di studio della Dop nel settore caseario in Sicilia, nonostante l’evoluzione negli approcci di intervento nei contesti rurali - da politiche “agrariste” a politiche di “sviluppo rurale”- , di fatto si constata il fallimento dei marchi di origine nell’assolvere una molteplicità di funzioni. Le ragioni del fallimento sono state ricercate interrogandosi su:
- quali “visioni” e strategie guidano gli attori territoriali nella scelta di adottare tali strumenti;
- quali processi la Dop avvia nel territorio;
- quali funzioni ex post svolge realmente la Dop nei rapporti locale/globale;
- con quali implicazioni sui territori e le comunità rurali.
Per rispondere a tali interrogativi si è indagato sulle dinamiche di contesto con interviste in profondità somministrate ai veri “protagonisti” del comparto e cioè i produttori nel tentativo di meglio comprendere le variabili che ne determinano il fallimento e il ruolo svolto dall’attore pubblico.
7.1.6. L’integrazione dei Corridoi Europei I e VIII e il sistema territoriale di sviluppo tirreno-adriatico
Emmanuele Daluiso e Mauro Iacoviello
Abstract: La politica europea delle TEN-T (la Rete TransEuropea dei Trasporti), lanciata nel 1990 dalla Commissione europea ha avuto un notevole sviluppo ed è attualmente in fase di revisione. Il suo obiettivo fondamentale è quello di promuovere l’integrazione e la coesione territoriale dell’Unione Europea e di guardare più oltre alle connessioni con l’Est Europa e la Sponda Sud del Mediterraneo.
In tale contesto, il Mezzogiorno d’Italia è interessato allo sviluppo di due Corridoi:
- il Corridoio I Berlino-Palermo;
- il Corridoio VIII Adriatico-Mar Nero
Negli ultimi anni si è sviluppato un dibattito per promuovere la estensione del Corridoio VIII sino a Napoli, così da realizzare l’integrazione dei due Corridoi.
Questa prospettiva tra il 2009 e il 2010 ha fatto notevoli passi in avanti a seguito:
- delle conclusioni del vertice di Napoli (ottobre 2009) fra i Ministri dei Trasporti dell’Unione Europea, che fanno espresso riferimento alla estensione del Corridoio VIII da Bari sino a Napoli, integrandolo con il Corridoio I;
- del recente parere favorevole del CIPE (maggio 2010) all’aggiornamento del Contratto di Programma fra il Ministero delle Infrastrutture e Rete Ferrovia Italiana, che prevede la realizzazione della linea di Alta Capacità Bari-Napoli.
Si tratta di una prospettiva favorevole alla definizione di una strategia di sviluppo territoriale tirreno-adriatica, su cui enti locali, agenzie di sviluppo, organismi privati stanno lavorando dal 2005, dalla conferenza di lancio di Lavello (PZ). L’obiettivo è quello di promuovere reti locali di sviluppo in grado di connettersi alle reti lunghe europee.
E’ in fase di elaborazione uno studio, promosso dall’associazione europea EuroIDEES con l’Agenzia Territoriale per l’Ambiente del Patto Territoriale per l’Occupazione nord barese ofantino, che individua alcune reti di sviluppo interregionali quali la rete logistica , la rete ecologica, la rete energetica e la rete della conoscenza. Ovvero coniugare approcci bioregionali dei sistemi ambientali di riferimento della pianificazione (i bacini idrografici dei fiumi Sele e Ofanto) con quelli della programmazione: le valli e di loro bacini come sistemi spaziali, culturali, sociali di sviluppo, non astratti, nei quali misurare, valutare gli esiti, gli impatti.
7.1.7. L’iniziativa “Leader” 2000-2006 e la governance territoriale siciliana. Il caso Hyblon Tukles
Antonio Merenda
Abstract: L’interazione e la reciproca contaminazione fra le istituzioni dell’Unione europea e quelle degli stati membri hanno generato, soprattutto a partire dall’introduzione dell’Atto Unico Europeo (1986) e dai successivi adeguamenti legislativi nazionali, una modalità politico-amministrativa fondata sull’inerzia tra approccio top down e bottom up, laddove, ruolo di rilievo è stato assunto dalle regioni e dalle aggregazioni territoriali localizzate all’interno di esse.
L’elaborato mette in evidenza come sia indispensabile osservare la dimensione locale per trarre delle informazioni inerenti l'efficacia delle politiche di sviluppo europee. Il metodo Leader (Liasons Entre Actions de Dévelopement de l'économie Rurale ) rappresenta, in questo senso, un importante campo di prova per ciò che riguarda l'effettiva capacità d'influenza che i principi comunitari vanno a rivestire nella governance istituzionale territoriale.
Nella fattispecie si tratta del Gruppo di azione locale “Hyblon Tukles” il quale, raggruppando comuni e stakeholders dell’interland siracusano, ha ottenuto interessanti risultati sia in un’ottica di comparazione regionale che europea negli anni afferenti al ciclo di programmazione 2000-06. Un lasso temporale in cui anche grazie agli indirizzi contenuti nel documento “Agenda 2000”, le istituzioni cercano di diffondere una cultura e una mentalità “sovrastatale” fra le amministrazioni pubbliche, gli operatori economici e in generale i cittadini degli Stati membri. In tal senso, fra gli strumenti adoperati, i programmi d’iniziativa comunitaria rivestono un ruolo di primo piano, poiché orientano i soggetti che intendono parteciparvi a seguire regole e parametri che portano ad operare in un’ottica europea.
Dal punto di vista delle regioni, nel senso di istituzioni, il ricorso ai programmi comunitari (latu sensu) è dovuto al perseguimento di obiettivi legati da una parte al reperimento di finanziamenti altrimenti indisponibili e dall’altra alla realizzazione di finalità proprie dell’ente, vicine agli obiettivi generali della programmazione comunitaria. Le risorse a sostegno dei programmi comunitari rientrano quindi nella categoria degli "strumenti di attuazione delle politiche regionali" il cui ambito d’azione è definito in termini di aree obiettivo ed è caratterizzato dalla centralità della dimensione territoriale.
L'analisi da un punto di vista socioeconomico rappresenta, per questo, una dimensione da cui non è possibile prescindere se si intende mettere in risalto condizionamenti e fattori che contribuiscono alla progressiva costruzione di una nuova governance del territorio ibleo e siciliano in genere. Cercare di misurare gli effetti di una siffatta impalcatura politica consentirebbe di valutarne, anche in parte, eventuali fattori ostativi.
In tal senso il ruolo centrale rivestito dai Gruppi gestori dello sviluppo locale (GAL) e dagli imprenditori politici locali posti ai vertici delle istituzioni pubbliche che con essi collaborano ci consente di delineare un quadro cognitivo entro il quale possa prendere le mosse una metodologia di valutazione degli interventi scientificamente condivisibile. Per far questo sembra necessario incrociare dati con altre realtà territoriali (siciliane e non) che possano far emergere punti di forza e debolezza inerenti la dimensione istituzional-gestionale delle politiche di sviluppo di stampo europeo al fine di cogliere eventuali buone pratiche utili alla causa.
Alla luce di quanto esposto sarà, quindi,la duplice espressione “metodo - strumento” del programma Leader ad essere approfondita, cercando di verificare come e se una simile pratica, una volta istituzionalizzata dall’Ue, abbia influito sulle regole regolative che governano l’agire sociale dei territori, contribuendo a caratterizzarne la governance ora istituzionale ora economica.
7.2 Higher education governance and institutional change
Chairs: Giancarlo Vecchi
Discussants: Giliberto Capano
Abstract:
Universities are among the oldest institutions in the world. We can agree on this picture of longstanding history only referring to a very broad definition of a university, as an institution for the creation and diffusion of knowledge. In fact, along their enduring existence universities have witnessed a continuous evolution and some periods of radical change.
From medieval time on, universities have grown in complexity: serving different publics, evolving their mission and changing their organization. Mass participation replaced elitist academia; the rise of the Humboldtian research university transformed teaching institutions and was followed by a general diversification of functions which brought to the so-called “multiversity”; finally – partly as a consequence of a continuous specialization of knowledge – universities changed their organization, today looking less like “coherent organisms” and more like “complex administrative aggregations”. Also, some common trends affecting contemporary universities have been identified, with internationalization, Europeanization and marketization among the most commonly mentioned.
Bearing in mind this picture of change, the aim of this workshop is to gather scholars in the field of higher education to stimulate a comparative discussion on university governance and its transformation.
In the last twenty years, the study of new forms of public action has been at the centre of the policy literature, with the term governance becoming a catchword for contemporary policy making. A withdrawal of the state and the growing importance of non-public actors were observed, while the contextual effect of regionalization and supra-national decision making gave rise to a network form of governing called multi-level governance. Finally, the “reinventing government” movement defied old public management practice, and even if some doubts have been raised on its actual novelty and effectiveness, it had a clear effect on the way public administrations were managed.
If the debate on new forms of governing has been at the centre of the policy literature for quite a long time, a systematic reflection on how this impacted on higher education and – equally – on how transformations specifically affecting universities call for new forms of governing is still poor.
The panel will focus on two main aspects: changes in the management of universities and changes in higher education governance broadly considered. The first is exemplified by a simple research question: how did new public management impact the functioning of universities? In particular, we are interested in new contractual arrangements, personnel management, and university evaluation as modes of governing.
For what concerns higher education governance, we would like to explore the following issues: Are there new actors governing universities? Are there new forms of interaction among actors in higher education systems (cooperation among universities, firm-university connections, relations with other public actors, spin-offs, university-government relations, etc.)? How funding is changing and which is the effect of new financial arrangements? How regionalization and internationalization changed the way universities are governed? These reflections should also stimulate a more general discussion on how to conceptualize and characterize university autonomy in the face of change.
We encourage participants to submit single and comparative case studies dealing with reforms in higher education governance. We are open to analyses starting from different theoretical frameworks and using different research methods. Both papers reconstructing change and inquiring the effects of change will be welcome.
Papers
7.2.1. The Creation of a European Market for Higher Education: Clustering Strategies in Europe
Simona Piattoni
Abstract: With the ‘Lisbonization’ of the Bologna Process, higher education (HE) is increasingly seen as an important input of production for the upcoming European ‘knowledge society’. This approach leads to the progressive marketization of higher education and inspires competitive supply strategies on the part of HE institutions. Such strategies, in turn, risk to create rifts in national HE systems and to divide HE institutions into different leagues. It would appear that more and more frequently HE clusters get created across national borders in order to reap potential benefits deriving both from complementarities and from geographical proximity. This paper explores to what extent this development is indeed taking place, what are the determinants of such clusters, and whether they indeed yield the promised advantages.
7.2.2. I sistemi di programmazione, controllo e valutazione quale risorsa per il cambiamento: il caso delle università italiane
Simone Busetti, Cristina Vasilescu, Giancarlo Vecchi
Abstract: L’obiettivo del lavoro è duplice: da una parte cogliere lo stato delle amministrazioni degli atenei italiani, dall’altra tentare una riflessione sulla performance universitaria, esplorando il legame tra i sistemi gestione degli atenei e le politiche relative alla didattica e alla ricerca.
L’insieme analizzato comprende 19 università, che rappresentano il 40% degli studenti italiani e il 37% del personale tecnico amministrativo. Agli atenei è stato distribuito un questionario relativo ai sistemi di programmazione, organizzazione, controllo e gestione delle risorse umane, cui sono seguite delle interviste di profondità e l’analisi della documentazione dei singoli enti. Il quadro che ne risulta permette una valutazione del grado di sviluppo delle amministrazioni e individua alcune criticità diffuse e alcune buone pratiche.
Il contributo ulteriore è quello di valutare l’importanza dei sistemi di gestione in un settore come quello universitario in cui il personale amministrativo ha storicamente ricoperto un ruolo subalterno. Ciò con particolare riferimento alle sfide e ai processi di cambiamento che si pongono alle pubbliche amministrazioni in generale e al settore universitario in modo specifico.
7.2.3. Regioni e politiche universitarie: alcune lezioni dal caso svizzero e da quello spagnolo
Tommaso Agasisti, Simone Busetti, Chiara Montanari
Abstract: I rapporti tra territorio e sistema universitario sono stati ampiamente analizzati. È ormai evidente che l’università non è soltanto un supporto alle attività economiche dei territori, ma è impresa essa stessa, primo motore per la produzione e la diffusione dell’innovazione, nodo di reti internazionali, sistema per la formazione, l’attrazione e l’impiego di personale di alto profilo. L’importanza dell’università per il territorio in cui essa opera è quindi indubbio.
L’obiettivo specifico di questo lavoro è valutare il contributo che istituzioni decentrate – e in particolare quelle regionali – possono svolgere per migliorare le performance dell’università. Il tema ha una rilevanza evidente, soprattutto se considerato nell’ambito della trasformazione istituzionale attualmente in atto nel nostro paese.
La prima parte di questo lavoro sarà dedicata ad una revisione della letteratura sul federalismo, al fine di produrre ipotesi relative al funzionamento dei sistemi di governo federali e decentrati nel caso specifico delle politiche universitarie.
Nella seconda parte saranno presentati due studi di caso – quello svizzero e quello spagnolo – selezionati in base ai diversi gradi di decentramento delle competenze in materia di politiche universitarie. Ci si concentrerà in particolare sui seguenti temi: didattica, ricerca, politiche del personale, finanziamento del sistema.
Chairs: Andrea Lippi
Discussants: Luca Verzichelli, Franco Cazzola
Abstract:
Il panel pone ai potenziali partecipanti una provocazione sulla quale riflettere e far riflettere la comunità di quanti si occupano di politiche pubbliche. La cronaca impegna gli studiosi e i practitioner (e non solo) con nuove etichette e inusitate formule sulle modalità e sui processi attraverso i quali attualmente si tematizzano, si decidono e si implementano le politiche pubbliche. Un osservatore distratto o uno straniero potrebbero rapidamente concludere che siamo dinanzi ad una forte discontinuità rispetto al passato.
Rispetto a venti – trenta anni fa, infatti, sicuramente sono mutate alcune categorie cognitive, sono state introdotte molte tecniche (specialmente da parte delle istituzioni euro-comunitarie) e i linguaggi si sono aggiornati ed hanno inglobato nuovi significati che provengono soprattutto dalle discipline economiche.
Ugualmente, sono cambiati gli stakeholder di questo possibile cambiamento: rispetto al monopolio dello Stato oggigiorno siamo dinanzi ad attori che esercitano un’influenza significativa sui modi attraverso i quali si producono le politiche pubbliche: la presenza di consulenti, il ruolo degli sponsor istituzionali e una diversa disponibilità delle risorse finanziarie contestualizzano le arene di policy making in maniera incisiva e diversa.
Al di là delle apparenze, tuttavia, è lecito chiedersi se davvero siamo dinanzi ad un cambiamento, non necessariamente di paradigma, ma anche solo sul piano fenomenologico. Tutti gli elementi sopra citati stanno conducendo ad un differente modo di concepire, scegliere e attuare gli interventi di policy oppure sono solo delle diversificazioni, degli aggiornamenti, delle evoluzioni o addirittura delle sovra strutture di quanto registrato, descritto e analizzato in precedenza? Inoltre, tutto ciò si differenzia tra forma e sostanza, vale a dire tra modelli e pratiche oppure entrambe convergono? Infine, che cosa favorisce o impedisce, secondo le prospettive dei partecipanti gli esiti nell’una e nell’altra direzione? Il titolo gattopardesco del panel non costituisce una domanda retorica , ma un interrogativo aperto al quale i partecipanti sono invitati a provare a rispondere discutendo, sia attraverso contributi teorici sia mediante la presentazione di ricerche sul campo, l’entità del policy change.
Papers
7.3.1. L’implementazione dei Programmi Europei come nuovi modi di fare politiche pubbliche: i cambiamenti introdotti
Anna Caputo
Abstract: L’analisi delle politiche pubbliche nazionali è ormai strettamente correlata, negli stati membri, all’implementazione dei programmi dell’Unione Europea.
E proprio dal ruolo giocato dall’Unione Europea e dai programmi da essa finanziati derivano alcuni dei cambiamenti più importanti intercorsi negli ultimi decenni in Italia.
In questa prospettiva, particolare interesse riveste la sempre maggiore importanza della governance realizzata tra i diversi livelli istituzionali attraverso partnership verticali, tra le istituzioni europee e quelle regionali, in un processo orientato a marginalizzare il ruolo delle istituzioni centrali.
Se la governance multilivello ormai delineata e in via di consolidamento va intesa come una combinazione nuova di soluzioni istituzionali e para-istituzionali che creano un’alternativa allo stato tradizionale è da comprendere quali sono i cambiamenti reali nelle funzioni svolte e nei rapporti intercorrenti.
Conseguentemente, la domanda di ricerca che sorge immediata è se davvero la nuova governance sviluppatasi in ambito multilivello e promossa dalla logica di policy comunitaria abbia effettivamente cambiato o innovato i processi interistituzionali o se i rapporti siano rimasti pressocchè immutati, presentandosi solo sotto una veste diversa.
Il presente lavoro si propone di analizzare i cambiamenti avvenuti tra i diversi livelli di governo attraverso la comprensione di come l’implementazione dei programmi europei abbia influenzato e plasmato le dinamiche interistituzionali nei Paesi membri, nella fattispecie in Italia.
Il lavoro si presenta come un caso di studio incentrato sulla comparazione tra la struttura procedurale e decisionale nelle due fasi di programmazione 2000-2006 e 2007-2013 in l’Italia e dei relativi cambiamenti avvenuti nelle diverse fasi di implementazione dei programmi/politiche. In particolare, si intende analizzare i cambiamenti legati allo strumento finanziario dei Fondi Strutturali e dei relativi Programmi.
Considerando le principali fasi di implementazione di un programma come politica pubblica (fase iniziale - negoziazione per la definizione delle linee di intervento del programma, fase centrale - implementazione empirica del programma, fase finale - liquidazione finanziaria e accertamento dell’effettività delle azioni), il paper è teso a dimostrare il cambiamento del ruolo giocato dai tre attori istituzionali considerati in relazione alle fasi di implementazione.
7.3.2.
Una privatizzazione vista da dentro. Nascita ed evoluzione di un'azienda multiservizi: il caso di Consiag s.p.a.
Marco Di Giulio
Abstract: Quella delle privatizzazioni è una stagione che da oltre vent'anni, in Europa, sta segnando le vicende delle amministrazioni pubbliche centrali e locali. Fenomeni di questo genere sono stati analizzati da diverse discipline – economiche o politologiche – e con diverse finalità – prescrittive o descrittive – anche se, il più delle volte, gli studi di questo genere si sono limitati ad uno sguardo da fuori, che non ha preso in considerazione ciò che avviene concretamente nei singoli contesti organizzativi.
Questo paper affronta il tema delle privatizzazioni da una prospettiva rovesciata. Analizza infatti la nascita e l'evoluzione di un'azienda multiservizi – Consiag s.p.a., con sede a Prato – mettendo in luce i rapporti che ha intrattenuto con la società ed il contesto politico di riferimento e la loro rilevanza ai fini della comprensione delle scelte di “privatizzazione” che il gruppo ha affrontato negli anni '90, dopo essere diventata – da ente strumentale qual'era alla sua nascita, nel 1975 – un attore centrale nelle arene di policy del settore idrico ed energetico dell'area pratese e fiorentina.
Proprio la presenza forte di elementi di carattere contestuale e di una radicata cultura organizzativa, istituzionalizzatasi nel corso degli anni '80, conduce ad una interpretazione dei fenomeni di privatizzazione che enfatizza maggiormente gli elementi, rilevanti, di continuità e persistenza nella composizione delle arene delle politiche locali.
7.3.3.
Quali politiche contro quali mafie. Una proposta di classificazione delle politiche antimafia
Vittorio Mete
Abstract: Diversamente dal recente passato, sulle mafie e sull’attività di contrasto alle organizzazioni criminali non si può dire che oggi manchino i contributi di analisi. Molte riflessioni sull’argomento sono prodotte dai protagonisti stessi della lotta alle mafie, magistrati in primis, o da giornalisti che ricostruiscono le cronache di questa battaglia. Più rari, e di valore diseguale, sono i contributi che le scienze sociali offrono allo studio dei fenomeni mafiosi. All’interno di questo quadro, quasi del tutto assenti sono i tentativi di studiare le mafie in un’ottica di analisi di politiche pubbliche. Tra i motivi di questa importante lacuna è probabilmente da annoverare l’incertezza su cosa le mafie nostrane siano e quali siano i loro punti di forza: gli aspetti culturali, la forza intimidatrice, le relazioni esterne, la ricchezza economica etc. Non sapendo bene contro cosa lottare, diventa allora difficile mettere in piedi una politica di contrasto coerente, efficiente ed efficace. Come conseguenza di tutto ciò, si ha che gli interventi di policy antimafia presentano una comune origine di matrice emergenziale, risultano frammentari e, in molti casi, vulnerabili al fenomeno degli effetti imprevisti e indesiderati.
Dopo aver passato brevemente in rassegna le poche classificazioni delle politiche antimafia disponibili in letteratura, in questo paper avanzo una nuova proposta classificatoria. Tale proposta è incentrata su quattro aspetti cruciali per la persistenza e la riproduzione, nel tempo e nello spazio, delle mafie: la struttura organizzativa interna dei gruppi mafiosi; la cultura paramafiosa ed il contesto sociale che caratterizzano alcuni territori; le attività di controllo (power syndicate) del territorio condotte dai gruppi mafiosi; le loro attività economiche illegali (enterprise syndicate). L’idea posta alla base di questa classificazione è che i singoli strumenti di policy abbiano un impatto privilegiato, sebbene non esclusivo, su uno o più di questi quattro ambiti. L’utilità euristica della proposta classificatoria risiede quindi nella sua capacità di mettere specificamente in relazione gli strumenti di policy con quelli che possono essere considerati i principali pilastri sui quali si reggono i gruppi mafiosi. Anziché una generica valenza antimafia, alle singole attività di contrasto viene attribuita una diversa strategicità ed utilità nel perseguire l’obiettivo di policy, vale a dire la sconfitta delle mafie. Si tratta, dunque, di un passaggio concettuale “obbligato” per lo studio empirico delle politiche antimafia, a sua volta essenziale al fine di giungere ad una realistica valutazione di tali politiche. Entrambe le cose – lo studio empirico e la valutazione puntuale delle politiche antimafia – attualmente piuttosto trascurate dagli scienziati sociali che frequentano il campo di studi.
7.3.4.
Il cambiamento nelle politiche giudiziarie? Un bilancio su qualità, accountability e tecnologie dall’Europa all’Italia
Cristina Dallara
Abstract: Con circa un decennio di ritardo rispetto agli altri settori della pubblica amministrazione, a partire dalla fine degli anni ‘90 il richiamo a concetti quali accountability, qualità ed efficienza inizia a fare breccia anche nei sistemi giudiziari europei (negli USA si diffonde già all’inizio degli anni 80) con l’introduzione di politiche e meccanismi di valutazione orientati alla filosofia NPM. In molti paesi europei, e con un leggero ritardo in Italia, sono state infatti formulate policies per la valutazione delle performances dei magistrati, del personale amministrativo e delle corti in generale, in nome della qualità e dell’efficienza del servizio giustizia. Parimenti, grandi investimenti sono stati effettuati per l’introduzione delle tecnologie informatiche attraverso grandi e costosi progetti.
Sulla base di queste considerazioni il paper si propone di fare un bilancio dei risultati concretamente ottenuti da queste politiche nel caso italiano e in alcuni paesi europei. Ciò che infatti emerge dai contributi e dai dati disponibili è che non sempre queste politiche hanno dato luogo a reali processi di cambiamento o che addirittura molti progetti sia nell’ambito della valutazione delle performances, sia in relazione all’informatizzazione, sono stati abbandonati in corso d’opera senza giungere ad una conclusione.
In relazione alle tecnologie informatiche, ad esempio, il passaggio da un servizio prevalentemente cartacee e basato su procedure standardizzate ad un servizio on-line comporta difficoltà e problemi, come in tutti processi di cambiamento organizzativo, e soprattutto richiede tempo perché il cambiamento (in questo caso la tecnologia) sia assemblato nel paradigma organizzativo (Ciborra e Lanzara 1999, Lanzalaco 1996, Lanzara 2009). Allo stesso modo, in assenza di un profondo apprendimento organizzativo (di secondo livello, utilizzando Argyris e Schon 1996) che riesca a mettere in discussione le routine d’azione e il contesto formativo esistente (Ciborra 1989), gli esercizi di valutazione e controllo delle performaces sono spesso incorsi, ad esempio nel caso italiano, in una deriva ritualistica senza conseguenze sull’attore singolo e sul sistema nel suo complesso.
7.3.5. Custom-made, Ready-made? L’Impact Assessement europeo, i meccanismi del suo successo e le condizioni per la sua esportabilità
Erica Melloni
Abstract: Il tema del cambiamento delle politiche pubbliche può essere affrontato osservando le trasformazioni che, in determinati ambiti di policy, si sono realizzate nel modo di fare le politiche ed in particolare nel tipo di attori coinvolti e nelle loro modalità di interrelazione.
Il cambiamento di paradigma dal “government alla governance”, cioè da un public policy making almeno formalmente incentrato su ruoli e poteri formali, ad un sistema ampliato ad altri attori rilevanti e non necessariamente pubblici, e su sistemi di relazione e influenza meno codificati e fluidi, costituisce uno degli snodi fondamentali nel modo di affrontare alcuni rilevanti ambiti di policy a partire dagli anni Sessanta.
L’Unione Europea è il soggetto che più di altri ha sostenuto questo cambiamento di paradigma, attraverso la promozione di nuove modalità e strumenti operativi per rendere le istituzioni, e quindi le scelte di policy da esse effettuate, nel contempo più democratiche ed efficaci.
Se il cambiamento di paradigma e le modifiche di strumentazione che ne sono conseguite possono difficilmente essere messe in discussione, tuttavia gli esiti derivanti all’applicazione di tali nuovi strumenti sono meno scontati e la loro valutazione richiede un’osservazione più ravvicinata. Da una parte infatti i nuovi strumenti intendono produrre discontinuità nel modo con cui le policies sono decise ed implementate qui, dall’altro ambiscono a diffondere soluzioni efficaci anche altrove.
Se è possibile definire il successo di uno strumento di policy in termini di discontinuità prodotte, e se è vero che l’ambizione dei nuovi strumenti di policy è quella di esportare innovazione in diversi contesti, un tema di rilievo per l’analista è capire quali tipi di discontinuità sono determinati dalle innovazioni introdotte e perché a certe scelte hanno fatto seguito le discontinuità riscontrate. Queste dimensioni analitiche sono rilevanti al fine di elaborare congetture sulle potenzialità di applicazione di tali strumenti anche in altri casi. Nel campo di studio della public policy ed in particolare dei processi di innovazione amministrativa inizia a farsi strada – così come anticipato da altre discipline ed in particolare dalla psicologia, la sociologia e l’economia - l’utilizzo del concetto di meccanismi come elemento esplicativo del legame tra fattori di contesto, caratteristiche del policy game e esiti conseguiti. I meccanismi sono “sometimes true theories” dotate di un certo grado di generalizzabilità, e quindi di potenzialità di utilizzo per contesti diversi.
In questo paper il concetto di meccanismo verrà utilizzato, a fianco dei più tradizionali strumenti analitici della policy analysis, per esaminare le caratteristiche di introduzione e di funzionamento di una delle innovazioni amministrative ritenute di maggior successo della Commissione Europea, vale a dire la procedura di Impact Assessment. Scopo della procedura è migliorare la qualità delle decisioni adottate tramite la strutturazione di un processo di consultazione interorganizzativa tra le varie Direzioni Generali per tutte le proposte di policy promosse dalla Commissione Europea. Grazie ai buoni risultati ottenuti, tale procedura è considerata da diversi testimoni privilegiati una buona pratica degna di attenzione e diffusione. Le domande cui si tenterà di rispondere sono le seguenti: in che termini può essere definito il “successo” determinato dalla nuova procedura? Quali discontinuità ha prodotto? Date le caratteristiche del contesto istituzionale e degli attori in gioco, quali meccanismi sono in grado di spiegare gli esiti conseguiti? A quali condizioni tali meccanismi potrebbero funzionare anche altrove, e in che misura essi dipendono dalle peculiarità del contesto della Commissione Europea? In altre parole, l’Impact Assessment funzionerebbe anche altrove, o costituisce una strategia ritagliata sulle specifiche esigenze, problematiche e risorse della Commissione che lo ha promosso?
7.3.6. Il Policy change tra nuovi paradigmi e vecchie pratiche. Le politiche idriche in Italia e Inghilterra
Federica Rainaldi e Riccardo Scintu
Abstract: La Direttiva Quadro sulle Acque (2000/60/CE) istituzionalizza, declinandolo in chiave europea, il nuovo paradigma internazionale dell’Integrated Water Resources Management, ponendo fine a quasi due secoli di interventi settoriali nel settore delle acque ed introducendo un framework di policy unitario basato su imprescindibili obiettivi di qualità ambientale, sulla gestione delle risorse integrata verticalmente ed orizzontalmente e sul principio del recupero integrale dei costi del servizio idrico. In altre parole, la Direttiva impone un policy change che interessa tanto gli strumenti della politica idrica (analisi economica, piani di gestione dei bacini idrografici, full-cost recovery, partecipazione) quanto i suoi obiettivi (da politica delle infrastrutture e dello sviluppo economico a politica ambientale; da servizio pubblico a carattere sociale a settore economico).
Il paper, attraverso un’analisi comparata del caso italiano e di quello inglese, si propone di indagare la portata effettiva dei cambiamenti nel governo delle acque a dieci anni dall’adozione della Direttiva Quadro. L’analisi del policy change sarà focalizzata su tre dimensioni di significato dell’acqua (quella economica, quella ambientale e quella sociale), che il nuovo paradigma intende ricalibrare ed integrare con lo scopo di assegnare ad ognuna lo stesso peso. Riprendendo una distinzione diffusa in letteratura, si cercherà di distinguere l’aspetto pratico del cambiamento (attraverso l’analisi della sostenibilità – economica, ambientale e sociale – delle tariffe), dall’aspetto valoriale e cognitivo, individuato utilizzando lo strumento dell’analisi del contenuto. Attraverso l’analisi comparata del policy change il paper si propone due obiettivi: a) capire se i cambiamenti introdotti da Bruxelles producano effettivamente una trasformazione nel modo di concepire e di attuare la politica; b) provare a individuare i fattori che influenzano le modalità del cambiamento.
7.4 Politiche urbane in Italia e governo della città
Chairs: Francesca Gelli e Gabriele Pasqui
Discussants: Luciano Vettoretto, Patrick Le Galès, Liliana Padovani, Pier Luigi Crosta e Paul Kantor
Abstract:
A partire dagli anni ’90 le politiche urbane sono state promosse anche in Italia con una certa consapevolezza e proposte come nuovo e specifico campo di policy. Esse si caratterizzano per la definizione di risposte di tipo trasversale ai “problemi urbani” che non sono trattati dalle politiche di settore esistenti o che assumono necessariamente un carattere multidimensionale. In questo contesto si è radicato l’acceso dibattito sull’approccio integrato, che è stato concretamente sperimentato con varie declinazioni e a partire dalla propensione ad adottare stili partecipativi di tipo inclusivo e dalla tensione cooperativa. Questi elementi hanno permesso in qualche caso alle politiche urbane di assumere in modo spiccato i tratti di veri e propri laboratori di esperimenti multi-attoriali e multi-obiettivo.
In sede di progettazione come di analisi, le politiche urbane sono state e sono a tutt’oggi attraversate da battaglie culturali, che sono anche scientifiche e accademiche, molto accese, in relazione ai paradigmi che le sostengono, alle modalità di definizione dei problemi, di decisione e di intervento, ai valori e alle idee che veicolano (ad esempio, rispetto a questioni di giustizia sociale, equità, diritti), o alle condizioni di efficacia realizzativa e di costruzione di percorsi, possibili, di innovazione. Le strategie di trasformazione sociale che vengono proposte nella nuova stagione di politiche urbane, infatti, sia che si tratti di tentativi di riforma, di lancio di nuovi programmi concepiti entro il sistema politico-amministrativo, sia di azioni più radicali di cambiamento, dal basso, in alcuni casi hanno implicato rotture significative rispetto ad aspettative diffuse, criteri di organizzazione e distribuzione dei poteri, gerarchie che governano le relazioni tra società politica e società civile.
In questo senso le politiche urbane sono diventate dei dispositivi di risignificazione delle relazioni sociali e politiche, per singoli individui e collettività.
In altri casi, invece, la percezione è che la dimensione simbolica (raramente si tratta di politiche che costituiscono ambiti rilevanti della spesa pubblica) e, generativa e di attivazione (di senso, conoscenza, capitale sociale etc.) sia stata svuotata da retoriche autoreferenziali, tanto del ceto politico, degli esperti e degli accademici, quanto dei movimenti e dei gruppi sociali o delle forme organizzate di “cittadinanza esperta”.
Inoltre, questo ambito di politiche appare oggi radicalmente in discussione, anche a partire dalla crisi profonda della stagione di innovazione dei governi urbani che, a partire dalla prima metà degli anni ’90, ha fornito il supporto culturale, istituzionale e politico per le innovazioni più significative in questo campo.
Il panel si propone dunque come un momento di confronto, nello specifico, su aspetti del welfare urbano, soprattutto su programmi ed esperienze di housing sociale, di rigenerazione urbana e di riqualificazione delle periferie in città italiane – per quanto una prospettiva comparata sia benvenuta.
Si tratta di politiche concepite a diversi livelli di governo, destinate ad aree urbane e a categorie di popolazione che presentano specifici problemi e requisiti, ma anche di azioni locali, che mobilitano risorse e nuovi attori (come, ad esempio, le università) per il trattamento di domande sociali di beni e servizi ritenuti di interesse collettivo. In entrambe le situazioni le città divengono terreno di analisi e di inchieste, di attività di progettazione tecnica e sociale, di decisioni politiche, di partecipazione e di conflitto. L’implementazione dei programmi di intervento è sempre un processo complesso, che produce vari esiti, attesi e non, a volte arrivando a realizzazioni di successo a volte andando incontro a ripetuti fallimenti e configurando nuovi problemi e richieste di intervento.
L’attuazione dei programmi di housing sociale, di rigenerazione urbana e di riqualificazione delle periferie costituisce un’ottima occasione per guardare alle logiche dell’intervento pubblico in-azione, agli apparati burocratici e ai grovigli normativi, al rendimento delle istituzioni e agli effetti anche perversi ed indesiderati dell’azione pubblica, alla qualità della collaborazione interistituzionale e tra soggetti pubblici e privati, all’intreccio dei poteri urbani e agli interessi economici che hanno parte nella trasformazione delle città (la rendita fondiaria ed edilizia è ancora un fenomeno estremamente rilevante). Queste politiche sono anche un’occasione per guardare agli strumenti di politiche come “istituzioni sociali”, che mobilitano culture, idee, valori – aspetti che una prospettiva funzionalista ed efficientista agli strumenti, e al governo attraverso gli strumenti di politiche, tende a sottovalutare.
Infine, queste azioni consentono di conoscere componenti del volontarismo locale e della cittadinanza attiva e, più in generale, guardare alle capacità di auto-organizzazione delle comunità locali per la risoluzione di problemi sociali.
Papers
7.4.1.
Un ciclo politico al tramonto: perchè l’innovazione delle politiche urbane in Italia ha fallito
Gabriele Pasqui
Abstract: Il paper parte da un assunto: i tentativi anche coraggiosi di innovazione delle politiche urbane in Italia, che a partire dalla prima metà anni ‘90 hanno provato a ridefinire il perimetro e le forme dell’azione di governo nelle città, è stato sostanzialmente fallimentare, sia dal punto di vista della capacità di trattamento efficace dei problemi pubblici più urgenti delle nostre città,m sia sotto il profilo del radicamento di pratiche amministratyive e di policy design innovative e insieme virtuose.
Il paper prova ad argomentare le ragioni di questo fallimento sullo sfondo di una lettura del ciclo politico delle città italiane dopo la rottura del regime di regolazione politica locale dovuto a Tangentopoli e identifica nella chiusura di quel ciclo il quadro di riferimento necessario per l’analisi delle politiche.
A sua volta la chiusura di questo ciclo è ricondotta sia a fenomeni di carattere generale, riguardanti la lunga e incompiuta transizione italiana, sia e più specificamente alla scarsa performance delle culture e delle pratiche del riformismo in campo urbano nel corso degli ultimi vent’anni, che ha riguardato sia le (vecchie e nuove) élite politiche, sia le culture tecniche.
7.4.2. Pratiche urbane negli spazi pubblici della rigenerazione urbana
Carla Tedesco
Abstract:
L’innovazione (e/o la mancata innovazione) legata alle esperienze di azioni area-based e integrate di rigenerazione urbana, che hanno costituito il terreno di una vasta sperimentazione nel campo delle politiche urbane nel corso degli anni novanta e duemila in Italia, può essere letta osservando l’intrecciarsi di diversi tipi di pratiche.
Nuove sono state, infatti, sicuramente alcune pratiche ‘istituzionali’ nel senso di sviluppate nell’ambito degli (e in relazione agli) apparati cognitivi delle politiche urbane e territoriali dalle istitituzioni pubbliche, intese ‘tradizionalmente’ quali apparati dotati di legittimità politica e amministrativa. Queste si sono intrecciate alle pratiche in continuo mutamento del quotidiano, o, meglio, alle pratiche legate all’uso routinario dello spazio da parte della gente, degli abitanti, nonché alle pratiche urbane in qualche modo legate alla ‘social innovation’, includendo in questo concetto la capacità di considerare i bisogni e le organizzazioni socio-politiche dei gruppi esclusi al centro delle strategie di sviluppo locale.
Focalizzando l’attenzione sul ruolo degli spazi pubblici nei processi di rigenerazione urbana, il contributo che si propone intende indagare i legami tra questi diversi tipi di pratiche e interrogarsi sulla possibilità di leggere gli esiti delle sperimentazioni nel campo delle politiche urbane in termini di capacità di questi diversi tipi di pratiche di intercettarsi reciprocamente e combinarsi in modi specifici nelle diverse situazioni territoriali.
7.4.3.
Schiavi e diversi. Per un ripensamento riformista della pianificazione radicale
Giovanni Laino
Abstract: A partire da un fondamentale riferimento alla teoria critica di Habermas, con le più note elaborazioni di J. Forester, e poi con quelle di P. Healey, J. Innes, T. Sager, L.Sanderkok e Altri, sono noti i contributi che occupandosi di politiche urbane, pur con orientamenti diversi - propongono l’adozione di un approccio che confida in (e sollecita) un’impostazione massimamente aperta al dialogo sociale inclusivo, per trattare le questioni della vivibilità e dell’esigibilità dei diritti nei territori degradati, dando massimo spazio alla partecipazione, assumendo l’utilità/possibilità di aprire al meglio i processi decisionali riferiti alla trasformazione del territorio, per determinare un proficuo trattamento dei conflitti, una qualche buona forma di apprendimento sociale oltre che (se non principalmente) una migliore efficacia dei processi, accanto ad un sempre utile miglior consenso verso le politiche e gli amministratori.
La riflessione dalle esperienze, non raramente da “cattive pratiche” e il radicamento in una serie di contesti depressi, turbolenti, con istituzioni statali deboli e (talvolta) reti irregolari forti, con
condizionamenti incisivi di pratiche opportunistiche e clientelari, sollecitano un superamento di queste tradizioni che sommariamente vengono definite di pianificazione comunicativa (prossima alla pianificazione collaborativi, al radical planning o, ancor più, all’approccio transattivo di J. Friedman L. Sanderkok). Tale superamento intende far tesoro di alcune opzioni di questa
famiglia di teorie (la critica alla razionalità sinottica, le istanze per l’equità e il pluralismo, la tutela delle minoranze, la valorizzazione dei saperi informali, un rinnovato senso della giustizia sociale, la forte sensibilità alle differenze, per l’attivazione delle persone e l’esigibilità dei diritti), cercando
però di esplorare una visione che sia meglio sensibile alle analisi
dei caratteri profondi, contestuali, delle formazioni economico
sociali delle conurbazioni meridionali.
Condividendo con molti Altri la ricerca nei cantieri teorici e pratici della democrazia associativa, partecipativa, mi propongo di offrire un contributo per maturare un approccio più critico rispetto alle visioni radical di ambiente anglosassone, forse arrivando a individuare criticamente alcune aporie presenti nei predetti contributi teorici (come negli habitus di molti operatori che ne assumono la visione). Assumendo un pericoloso rischio confesso di pensare che l’assunzione del principio “liberi ed eguali”, in questi anni, pone molti problemi. La necessaria democratizzazione della democrazia, la realizzazione di opportunità reali per i più deboli entro telai di governo sostenibili
quanto realizzabili, entro un orizzonte rinnovato delle teorie della giustizia e dell’interazione sociale, necessita forse di un rinnovamento sostanziale nei fondamenti, tenendo meglio conto di quanto si impongano processi di soggettivizzazione, di come sia inevitabile misurarsi con i limiti delle opportunità, di quanto insomma, anche nel medio periodo, non possiamo dirci ne liberi ne
uguali.
Per complicarmi ancora di più il compito, credo che, in Italia, questa ricerca possa essere bene alimentata anche rielaborando alcuni contributi di grande interesse proposti da molti esponenti delle
minoranze riformiste che nel dopoguerra italiano hanno teorizzato e testimoniato contenuti di grande rilevanza per la democratizzazione del Paese.
7.4.4.
Rendita fondiaria e sviluppo urbano nella riqualificazione urbana: un'ipotesi interpretativa
Marco Cremaschi
Abstract: Intorno alla riqualificazione urbana sono in corso dei cambiamenti rilevanti dei modi di sfruttare la rendita fondiaria e, di conseguenza, dei modi di abitare come pure dei rapporti di produzione.
Come è noto, il meccanismo di sviluppo del paese ha premiato la rendita fondiaria sia nella fase di espansione delle città (fino al '70) che nella successiva fase di diffusione insediativa. Una delle caratteristiche del primo periodo è che i benefici di questo scambio tra produzione e rendita, questa è una delle caratteristiche italiane, sono stati estesi a una platea vasta di piccolissimi proprietari, con crescenti costi ambientali e scarsa qualità sociale e insediativa.
Nel secondo periodo, il modi del cambiamento urbano hanno spesso sostenuto direttamente o indirettamente la riconversione e decentramento produttivo della medie e grandi industrie urbane del Nord e, successivamente, sono entrati nel processo di autofinanziamento di ampi settori delle amministrazioni pubbliche.
A questo fine, l'intervento considera esempi e letteratura disponibile sugli esiti della politica abitativa successiva alla dissoluzione del quadro nazionale; alcuni casi studio sulle politiche regionali e sui quartieri frutto di iniziative recenti; gli indirizzi strategici per politiche urbanistiche e i programmi economici nazionali e locali.
Si avanza l'ipotesi che sia possibile indicare elementi comuni a queste epoche e a paradigmi diversi, qui rapidamente distinti come keynesiana e neoliberista. In questa rapida ripartizione, il momento attuale appare come una riformulazione sia del paradigma razionalista e keynesiano dentro al quale sono stati forgiati discorsi e pratiche dell'azione riformista; sia di quello neoliberista, che pure appare più complesso e articolato della vulgata che lo schiaccia sul mercato.
Questa ricostruzione evolutiva suggerisce che il governo di questi fenomeni affronti oggi alcuni nuovi problemi, e anche qualche opportunità. Critiche e ipotesi sulla natura della pianificazione e gli strumenti della politica andrebbero dunque aggiornati. La riconfigurazione del mercato fondiario recente intorno ai processi di riqualificazione urbana sembra -sia pur ambiguamente- andare in una direzione diversa dalle precedenti. In altre parole pratiche, discorsi e governance della riqualificazione urbana sembrano consentire una ricostruzione congiunta, e mostrare qualche relazione, in periodi diversi.
Certamente, impone una triplice contemporanea ridefinizione:
- delle forme urbane degli interventi edilizi, che tendono ad assumere caratteri meno minuti, di scala integrata, con una certa importanza assegnata inoltre all'economia simbolica degli spazi e delle tipologie;
- dei rapporti con la nuova economia postfordista, che si palesano nel mix di settori diversi (residenza e non), nel peso delle attività legate alla economia ricreativa, nelle nuove modalità di insediamento tipiche della economia della conoscenza;
- infine, dei sistemi di governance, che si fanno insieme più complessi e più elusivi, implicano rapporti multidimensionali tra stato e mercato, tendono a penalizzare gli attori socialmente deboli, mostrano comunque un certo livello, pur critico, di apprendimento.
7.4.5. Politiche “interrotte”? Promozione di mix sociale e crisi del welfare: presupposti e contraddizioni nei contesti urbani
Paola Briata
Abstract: Negli ultimi anni, accanto alla già diffusa centralità della comunità come “fine”, “mezzo” e “oggetto” delle politiche urbane (Cochrane, 2007), in tutta Europa così come in Nord America è emersa una progressiva diffusione di iniziative volte a stimolare la mescolanza economico-sociale. Il social mix diventa un obiettivo delle iniziative di rigenerazione di quartieri in crisi, così come nella realizzazione di nuovi insediamenti (Musterd, Andersson, 2005).
Seppure meno supportato e analizzato dalla letteratura di quanto non avvenga in altri contesti, questo tema è giunto anche nel nostro Paese. Se ne trovano le tracce sia nelle operazioni di recupero dei centri storici (si pensi al caso di Genova dove, a fronte di una vasta operazione di valorizzazione del patrimonio immobiliare che assume i connotati di una vera e propria politica di gentrification stimolata dall’ente pubblico, l’amministrazione ha dichiarato di porsi il problema della conservazione della mescolanza sociale); sia nelle azioni che convergono nei programmi di rigenerazione urbana di quartieri periferici (si pensi ai Contratti di quartiere attivati nei centri urbani di maggiori e minori dimensioni, che spesso si pongono l’obiettivo di riservare una quota di appartamenti ristrutturati a studenti, artisti o creativi per stimolare forme di mescolanza sociale); sia, infine, nei nuovi programmi di social housing attivati con il concorso di attori diversi, non necessariamente pubblici (si pensi, ad esempio, a concorsi innovativi come “Abitare a Milano” dove il tema della mescolanza economica e sociale è alla base della scelta di creare quartieri che vedano la compresenza di case in affitto e in proprietà).
In alcuni casi, la mescolanza è data come condizione necessaria e, per alcuni versi, sufficiente, per evitare la conservazione o la creazione ex novo di ghetti urbani, caratterizzati dall’elevata presenza di popolazioni svantaggiate. Si tratta dunque di una sorta di assunzione paradigmatica che non necessita di ulteriori argomentazioni per essere giustificata. In altri casi è stato criticamente osservato come il tema della mescolanza alluda a strategie finalizzate ad attrarre una “classe media civilizzata” (Atkinson, 2003) al fine di “diluire” la presenza di popolazioni fragili nei quartieri problematici. Queste politiche sarebbero dunque finalizzate sia a modificare la percezione negativa di tali ambiti urbani dall’esterno, sia a stimolare, attraverso la prossimità fisica di gruppi diversi dal punto di vista socioeconomico, comportamenti imitativi e virtuosi da parte delle persone meno abbienti. Una versione meno provocatoria di questa posizione sottolinea le maggiori possibilità di mobilità sociale per gli individui che, pur trovandosi in condizioni di deprivazione, vivono in un ambiente misto dal punto di vista economico e sociale (Musterd, Andersson, 2005). In entrambi i casi si tratta di posizioni che sembrano per molti aspetti ridurre i problemi connessi alla deprivazione a questioni di “patologia sociale”, di incapacità o “scarsa conoscenza” dei singoli individui, sottovalutando la rilevanza di fattori strutturali, economici e sociali (Raco, 2003).
Come già accennato il tema del mix sociale è stato progressivamente affiancato nelle politiche urbane all’attenzione per le comunità. In un contesto generale caratterizzato dalla crisi della capacità universalistica di intervento del welfare state, la comunità è apparsa infatti come la dimensione ideale sulla quale le politiche potessero investire attraverso azioni finalizzare all’auto-produzione dei servizi di cui gli individui e in gruppi hanno bisogno (Padovani, 2002). È però sempre più diffusa la convinzione che queste politiche abbiano fallito nella capacità di far sviluppare alle persone e ai gruppi forme di empowerment proprio laddove c’è ne sarebbe stato più bisogno e cioè in presenza di forme di disagio particolarmente gravi (Hoggett, 1997; Tosi 2004).
Il mix sociale si è dunque sostituito al tema della comunità nella speranza che la compresenza di popolazioni di estrazione diversa possa facilitare la mobilità sociale dei gruppi più fragili? È possibile guardare al social mix anche come ad un nuovo modo di stimolare la produzione di welfare nelle aree disagiate? Quali problematiche pone il tema del mix sociale a seconda che le strategie per perseguirlo siano messe in atto in quartieri già esistenti o di nuova formazione, nei centri storici o nelle periferie? È possibile che la promozione di mix sociale laddove siano presenti popolazioni particolarmente svantaggiate contribuisca più che altro a disaggregare network informali attraverso i quali le comunità risolvono autonomamente problemi concreti laddove il welfare non riesce ad arrivare? In caso affermativo e tenendo conto della effettiva riduzione della capacità di intervento del welfare state, quali condizioni di contesto rendono auspicabile o meno la promozione di mix sociale?
Facendo riferimento ad un’ampia letteratura internazionale e a casi concerti, il paper intende approfondire criticamente il tema del mix sociale evidenziandone i vantaggi, ma anche gli aspetti problematici in un contesto generale dominato dalla crisi del welfare. In particolare si proverà ad argomentare come, in alcuni casi, le politiche finalizzate a promuove mix sociale si configurino come “politiche interrotte” nel senso che il mix, inteso spesso come un fine delle politiche, dovrebbe in realtà essere considerato come una delle possibili tappe di un percorso che può avere senso in alcuni contesti, ma che forse non è adatto ad altri.
7.4.6. Bollenti spiriti, Politiche giovanili 2.0. I giovani partecipano allo sviluppo della Puglia
Annibale D’Elia e Roberto Covolo
Abstract: Bollenti Spiriti è il programma della Regione Puglia per le politiche giovanili.
Il programma è nato nel 2005 intorno ad un’idea guida: puntare sull’energia, l’inventiva e il talento dei giovani pugliesi come principale risorsa per la rinascita sociale, economica e culturale della regione.
In questi anni, Bollenti Spiriti ha messo in campo una serie di iniziative ad alto impatto per promuovere la partecipazione dei giovani pugliesi in tutti gli ambiti della vita regionale: dalle borse di alta formazione in Italia e all’estero finalizzate al rientro (“Contratto etico”), alla ristrutturazione di 169 immobili in disuso da trasformare in spazi per la creatività giovanile (“Laboratori Urbani”), al finanziamento delle idee proposte da gruppi informali di giovani pugliesi (“Principi Attivi”), agli eventi-senza-programma per l’incontro e la messa in rete tra giovani creativi (“CreativeCamp”).
Tutte le iniziative di Bollenti Spiriti hanno in comune un metodo, una strategia delle connessioni ispirata alle pratiche e agli approcci del web 2.0 per promuovere il protagonismo dei giovani pugliesi e la loro partecipazione alla strategia di sviluppo regionale in un contesto sociale e culturale - tipico di una regione del Mezzogiorno – caratterizzato da elevati tassi di disoccupazione giovanile, emigrazione dei talenti, scarso capitale sociale, sfiducia nelle istituzioni.
Attraverso una piattaforma on line interamente sviluppata con software open source, Bollenti Spiriti utilizza la rete come strumento di trasformazione culturale e generazione del senso per:
- coinvolgere attivamente i giovani in quanto portatori di innovazione, esperienza e competenza (e non solo destinatari passivi di iniziative);
- ricostruire la fiducia dei giovani verso le istituzioni attraverso il racconto dell’evoluzione del programma e la piena condivisione di informazioni e documenti;
- riprendere il dialogo tra giovani cittadini e amministrazione regionale, attivando canali interattivi di comunicazione;
- promuovere la costruzione di legami orizzontali e l’interscambio di risorse immateriali (informazioni, conoscenze, esperienze) tra giovani, enti locali, ed attori sociali.
In altre parole, Bollenti Spiriti è un dispositivo che produce attivazione dei giovani: non li “sistema” ma li incoraggia. Perché puntare sui giovani come risorsa non significa dimenticare i loro problemi, ma immaginare che i giovani stessi possano contribuire a cercare una soluzione.
7.4.7. “Les hauts de Montreuil un quartier qui nous rassemble”: a requalification process between conflits and needs
Marco Alberio
Abstract: The following paper aims at analyzing the phenomena of urban conflict arising around “Acacia
Boissiére”: a regeneration project, which the municipality of Montreuil has the objective to implement in the northern part of the city, the so called Haut Montreuil (High Montreuil) together with private and public investors and stakeholders.
Before describing the aims of the paper it is important to remember that this work is part of a wider PhD research on the same area, aimed at studying the trajectories of young people and of their families. This means that next to the empirical part focused on the specific theme of the paper, this work is also enriched by a deep knowledge of the territory, of its problems and of its population. The result of a field work, interviews and ethnographic observation, conducted daily for more than 6 months. Going back to its characteristics it is important to say that Montreuil, the second biggest city in the region of Ile de France and traditionally characterized by the working class, has been experiencing since the last ten, fifteen years a strong gentrification process in the “Bas Montreuil”, its southern part at the boarders with Paris and very well served by the Underground.
In order to better understand the meaning of the project and the debate and conflict arising on it, some specificities should be mentioned about the area where the project will be constructed. The territory, an old and abandoned water deposit, is part of the neighbourhood Branly-Boissiére, a quite isolated area not very well provided with services such as public transports and shops but animated by a strong social life.
The first important characteristic to be underlined is the high presence of public housing, the so called “Cités HLM” , a group of buildings with an average of 6 to 9 floors and a quite segregated population, having similar social and ethnic characteristics.
Another peculiarity of the area relates to the presence of a quite big Rom community, settled in the area since about 20 years but without causing too many protests from the population. The third important characteristic has to do with the environment and cultural patrimony of the city. In facts, in part of the area where the project is supposed to be established, there are the so called “Murs à Peche”, ancient walls built in the seventeen century and allowing an ideal micro climate for the peaches agriculture, when the city functioned as the countryside and food “reservoir” of Paris.
Concerning the regeneration process itself, it is also important to notice that the project is at its early
stage. The participative process just started on May 11th with a public initiative organized in the
neighbourhood by the Municipality. For this reason it could be interesting to understand if (but the answer seems already to be positive) and how, the actors with their differences and peculiarities also due to the richness of the associative life in the city, will organize and act in relation to the project. For instances, those who oppose the project at the moment do not all share the same opinions and seem to assume several degrees of contrast, going from a total refusal of the radical leftwing organizations and squatters to the more cautious positions characterizing some of the inhabitants associations.
As far as the structuring of the process among organized groups is concerned, two elements are important.
The first aspect to observe is how the political and the associative dimension mixes with each other.
Montreuil is in facts a very particular case from the political point of view. Historically, it has ideally been part of the so called “red belt”, a series of municipalities around Paris governed by a communist and socialist majority, which since the 30ties developed the well known “municipal socialism” aimed at guarantee a high level of local social policies. However, in Montreuil this primate of the communist party has been lost at the recent elections in 2008, when a green mayor, opposed to the majority of the left, has
been elected. Therefore, the political dimension, even if will not be the focus of our work, has to be
considered as a sort of latent but strong dimension.
The second point to be underlined is that due to the fact that the consultation process has just started, most of the inhabitants do not have yet a real opinion on the project and despite the communication process already implemented by the Municipality, many citizens have not been until recently aware of the project. For this reason it is also interesting to observe the different strategies of all the actors involved. Of the opponent groups and associations from one side and of the Municipality and organizations in favor of the project on the other side. It will be interesting to observe for instance, how the groups will organize the protest and if they will be able to coordinate their activities, due to the many differences existing among them, from the political, cultural, social and sometimes religious point of view. As witnessed for example by some small tensions emerged during the years between a group of squatters and other inhabitants (both those of the public buildings HLM and those of the private “Pavillon” houses, although they represent two
different and quite separated populations in the neighborhood). On the other hand, concerning the municipality we will also analyze its organization, actions and strategies used to convince the citizens about the positive impact that the project will have on the territory and
population. More in general, to catch all these aspects, next to the ethnographic observation of public initiatives such as meetings and debates and in-depth interviews with all the actors involved (associations, public actors, citizens and investors if possible) we will also analyze the discursive practices and argumentations: the communications of the Municipality through the website, the official newspaper “Tout Montreuil”, leaflets and informative material such as posters and blogs delivered by the associations and groups against the project.
7.4.8.
Il fenomeno della doppia residenzialità. Nouvelle vague e politiche
Simonetta Armondi
Abstract: Nel paper non si offre un ragionamento sulle politiche classiche di rigenerazione urbana. Si propone piuttosto un punto di vista eccentrico e critico nei confronti della cristallizzazione dei temi ricorrenti e dei confini di tali politiche.
Ci si interroga su un fenomeno diffuso, ma, almeno in Italia, poco indagato: la doppia residenzialità. Solo in apparenza la seconda casa è un tema marginale per le politiche urbane e territoriali. La doppia residenzialità non muove solo tecniche di controllo, le quali servono in realtà a spazializzare un problema che non è geografico in nuce e a spostare l’attenzione da radici e cause. Si tratta invece di una questione che sempre di più avrà rilevanti ricadute sull’interpretazione del welfare materiale e sulle politiche di uso del suolo. L’azione pubblica infatti si dovrà misurare con numerosi dilemmi: la locuzione ormai desueta di seconda casa, la temporalità variegata degli usi (in condizioni di elevata mobilità nell’organizzazione della vita quotidiana), l’abbandono e il deperimento di alcuni contesti di residenza secondaria sullo sfondo di una profonda smobilitazione del capitale fisso territoriale, i temi legati alla proprietà immobiliare e alle possibilità di accesso al mercato di acquisto di una residenza.
Nel paper il tema delle seconde case, visitato attraverso una ricognizione della letteratura, costruisce un’occasione per discutere dei limiti e delle possibilità dell’azione pubblica, in relazione ai concetti di formale/informale, all’interpretazione dello scarto, al tema della rendita e del mercato immobiliare.
7.4.9. Politiche di Social Housing a Venezia
Ezio Micelli
7.4.10. L’esperienza della Fondazione Housing Sociale a Milano
Giordana Ferri
Abstract: La Fondazione Housing Sociale nel 2004 ha iniziato la sperimentazione di un modello innovativo che si basa sui principi della sostenibilità e dell’investimento responsabile, non a fondo perduto, per ampliare la gamma dei possibili strumenti di intervento e per associare alle proprie iniziative di sostegno del territorio anche altre istituzioni pubbliche e private. Sono nati così il Progetto Housing Sociale e la Fondazione Housing Sociale (FHS), la cui attività si è sviluppata lungo quattro assi principali: la promozione della finanza etica, e in particolare di fondi immobiliari dedicati allo housing sociale, lo sviluppo di modelli gestionali non profit, valorizzando il contributo che questo settore può dare rispetto al bisogno abitativo, l’elaborazione di strumenti finalizzati alla progettazione degli interventi, da condividere con tutti gli operatori del settore e il partenariato con la Pubblica amministrazione. L’intervento al convegno riguarderà principalmente lo sviluppo dei modelli gestionali e degli strumenti per la progettazione.
7.4.11. Politiche della Regione Puglia per la riqualificazione urbana fra tensioni e resistenze al cambiamento
Angela Barbanente
7.4.12. Rigenerazione urbana e integrazione a Torino
Giovanni Ferrero
Abstract: A partire dalla fine degli anni novanta la Città di Torino ha attivato strumenti e modalità di intervento, dispositivi tecnici e organizzativi, che hanno consentito di affrontare in modo trasversale e integrato i temi della rigenerazione urbana, nelle aree della periferia pubblica e nei quartieri storici della città. In questi ultimi anni si avvia alla conclusione un ciclo di politiche urbane ed emerge la necessità di costruire le condizioni per sedimentare le sperimentazioni e selezionare gli strumenti di gestione per accompagnare la riqualificazione e l’infrastrutturazione materiale della città, promuovere e sostenere le reti immateriali dello sviluppo locale, alimentare la democrazia e costruire cittadinanza intorno al tema delle politiche di integrazione. La nuova proposta di riforma del decentramento e il “Programma integrato di sviluppo urbano” nel quartiere di Barriera di Milano sono una possibile occasione per definire strategie d’azione per il futuro.
7.4.13. Miti e realtà nella rigenerazione urbana. Torino, periferie e vuoti industriali
Francesca Governa
Abstract: L’esperienza torinese nel campo della rigenerazione urbana che si avvia nella seconda metà degli anni Novanta è parte di un ampio insieme di progetti e iniziative che hanno cambiato il volto della città: Piano Regolatore, Piano Strategico, Olimpiadi, riuso dei vuoti industriali, metropolitana, per non citare che i principali (De Rossi e Durbiano, 2006; Bagnasco e Olmo, 2008). Gli interventi sui vuoti industriali sono il cuore di importanti processi di cambiamento della città, concentrano su di sé ingenti investimenti, non solo finanziari, ma anche organizzativi e simbolici, sono presentati all’opinione pubblica come necessari per rilanciare lo sviluppo economico della città in transizione. Nel complesso, processi che implicano una profonda trasformazione della città, ma che poco o nulla hanno a che vedere con l’attenzione ai temi della coesione sociale e che si risolvono spesso in meccanismi di valorizzazione immobiliare (Bianchetti, 2009).
Parallelamente, negli anni Novanta il tema della rigenerazione urbana segue, a Torino, anche un’altra strada. Nel 1997 è infatti istituito il Progetto Speciale Periferie (PSP), un “modello” spesso presentato come “buona pratica” per l’intervento nei “quartieri difficili” delle città italiane (Città di Torino, 2003; Governa et al., 2008; 2009). Tale esperienza, nonostante l’ampia eco, è però destinata a concludersi in fretta: progressivamente, a partire dal 2001, il PSP viene riorganizzato e poi chiuso, sostituito dal Settore Rigenerazione Urbana (SRU) la cui strategia non appare del tutto delineata, se non dal progressivo superamento degli elementi qualificanti l’esperienza del PSP (Bobbio, 2009).
All’interno di questo quadro, e partendo dal caso di Torino, la relazione intende individuare e discutere luci ed ombre dell’esperienza italiana della rigenerazione urbana, con riferimento ad alcuni aspetti chiave discussi dalla letteratura internazione.
Le ipotesi che si proporranno alla discussione fanno riferimento ai 4 aspetti principali:
- il consolidamento nell’agenda pubblica locale dei temi della competitività (Ache et al, 2008), all’interno di una visione della città e del suo sviluppo in cui si ritrovano, almeno in nuce, le caratteristiche di un rinnovato neoliberismo urbano (Brenner e Theodore, 2002);
- la difficoltà del capacity building da parte delle pubbliche amministrazioni (Cars et al., 2002), a fronte dei cambiamenti di contesto, dei cicli elettorali, della sostituzione di alcuni attori chiave e nel cambiamento di rotta di altri;
- i limiti dell’azione locale (di quartiere) nell’affrontare i temi della rigenerazione della città che derivano sia da meccanismi interpretativi (cfr., per una visione critica, Amin e Thrift, 2002), sia da meccanismi di policies, in particolare l’assunzione aprioristica dell’azione locale come preferibile rispetto alle altre, in funzione della capacità, supposta o reale, del livello locale di elaborare progetti e strategie più efficaci, democratici, sostenibili e giusti (Purcell, 2006);
- la difficoltà della partecipazione, per quanto attiene sia i partenariati pubblico/pubblico e, soprattutto, pubblico/privato, sia la partecipazione diffusa degli abitanti (cfr. Geddes, 2005; Robinson, 2005).
7.4.14. Geografie e strategie territoriali delle università lombarde: il caso del Politecnico a rete
Valeria Fedeli
Abstract: Il paper, a partire da una ricostruzione delle geografie delle università lombarde, si propone di ragionare in particolare sul modello del “Politecnico a rete”, a partire da una riflessione critica sulla dimensione territoriale delle politiche di crescita e organizzazione del Politecnico di Milano, riguardato come attore “in formazione” non tradizionale delle politiche urbane e territoriali. Si ricostruiranno le ragioni e la natura generali delle logiche localizzative del Politecnico
di Milano, indagando in che misura esse abbiano costruito localmente spazi di innovazione delle politiche urbane ( si in termini di modalità d’azione, che di attorialità, che di esiti materiali e immateriali).
7.4.15. Città in cerca di identità: la politica universitaria della città di Brindisi
Alessandro Caputo
Abstract: La città di Brindisi è interessata negli ultimi dieci anni da profondi processi di trasformazione e rinnovamento del proprio tessuto produttivo-industriale che hanno spinto progressivamente gli attori urbani alla costruzione di nuove politiche pubbliche per la città alla ricerca di nuove traiettorie di sviluppo. L’intreccio tra vecchie e nuove politiche fa del territorio brindisino la scena politica di uno dei più importanti conflitti ambientali del Mezzogiorno d’Italia. All’interno di questo scenario di crisi, gli enti locali, in primis comune e provincia di Brindisi, individuano nell’insediamento di strutture universitarie nel territorio brindisino uno delle possibile vie attraverso le quali disegnare nuove traiettorie di sviluppo.
Le autorità brindisine sono consapevoli di rappresentare per Lecce e per Bari, due atenei storicamente in competizione, un vero e proprio mercati, in cui trovano soddisfacimento le necessità di componenti di facoltà baresi e leccesi, o i progetti di espansione di alcuni professori, che agendo come imprenditori, ambiscono a ricoprire incarichi più prestigiosi lontano dalle proprie sedi originarie. Soprattutto, da un punto di vista di università in cerca di risorse, diventa appetibile l’idea di ricevere un sostegno straordinario proveniente da soggetti esterni, rafforzando così un indirizzo generale nazionale che è quello di ricercare al di fuori degli atenei i finanziamenti necessari.
La città di Brindisi al contempo è interessata alla messa in opera di una serie di politiche che trovano nella promozione di attività culturali, formazione universitaria, riqualificazione di immobili storici i fulcri attorno ai quali cercare un nuovo posizionamento nel territorio salentino e nella più ampia area del Mediterraneo. Si registra un certo apprendimento, quasi per imitazione, nei confronti della vicina esperienza salentina leccese, città diventata negli ultimi dieci anni da luogo non solo materialmente, ma anche simbolicamente periferico, a luogo ricco di capital simbolico con l’ingresso nei canali della produzione culturale e dei circuiti turistici di massa con incremento del proprio reddito interno. Tutto questo è entrato nel corso degli ultimi anni a far parte di una teoria dello sviluppo locale, che è sempre più attenta alla dimensione della cultura e del capitale simbolico. Gli enti locali brindisini puntano sull’incremento del proprio patrimonio, con iniziative di tipo culturale non più solo molecolari o saltuarie, ma stabili, attraverso ad esempio la riapertura del teatro cittadino, di un nuovo museo provinciale, e, non ultima, con il rafforzamento dell’offerta formativa universitaria.
Il paper indaga la politica universitaria nella città di Brindisi prendendo in considerazione diverse dimensioni di analisi. Una prima dimensione considera la politica universitaria come un terreno di mobilitazione, ma anche di scontro, di coalizioni di attori urbani spinti a trattare nelle loro agende politiche questioni inedite con i quali l’elite locale è costretta a mettersi in gioco e misurarsi.
Il focus dell’analisi è sugli effetti che si producono a partire dall’intreccio di due dimensioni della governance universitaria, così come correntemente trattata in letteratura. Da una parte, il riferimento è ad una governance “interna” all’università, volta allo studio dei rapporti, delle dinamiche e degli equilibri che si stabiliscono tra gli organi stessi dell’istituzione universitaria: rettore, senato accademico, consiglio di amministrazione, comitati, dipartimenti, facoltà . Dall’altra, si tratta di una dimensione di analisi della governance che colloca l’università all’interno di contesti urbani, più o meno ampi; una università, attore fra gli attori, che agisce nella città, quest’ultima intesa, in termini generali, come ambiente interattivo di produzione delle politiche.
Una seconda dimensione d’analisi considera il processo di insediamento dell’università baresi, ma soprattutto quella del Salento, incardinato all’interno di una più ampia armatura retorica sviluppata dalla classe dirigente locale; tale armatura risulta di una certa rilevanza in quanto sostegno di una nuova narrazione del territorio brindisino e, in particolare, della città di Brindisi in vista soprattutto di un riposizionamento strategico nell’area euro-mediterranea.
Infine, da un punto di vista maggiormente teorico, lo studio di caso offre l’opportunità di rivisitare e mettere al lavoro parte di una letteratura delle politiche pubbliche che mette al centro delle proprie analisi proprio la città come scenario di intreccio tra politica e politiche.
7.4.16. Riqualificazione del compendio Passalacqua e Santa Marta a Veronetta. Università di Verona come esempio di attorialità debole sulla scena urbana
Gloria Albertini
Abstract: L'obiettivo del lavoro è analizzare i meccanismi decisionali che stanno portando alla riqualificazione di due ex-caserme militari adiacenti al nucleo principale dell'Università di Verona.
A tal fine, vengono analizzati i processi di produzione di politiche avvenuti in seno agli organi preposti, principalmente Amministrazione Comunale e Ateneo, ma non solo. Si evidenziano, da un lato, alcuni nessi tra politica e politiche e, dall'altro, i principali frame e le retoriche attraverso cui il caso è stato letto e raccontato negli anni, sia dagli amministratori che dagli esponenti della società
civile, che da figure del mondo accademico.
La tesi che sostengo è che l'Università si sia rivelata un attore urbano debole e che i processi di governance in questo caso abbiano generato sia una scarsa condivisione delle decisioni con gli altri attori urbani e con gli abitanti, che, in parte, un deficit dal punto di vista democratico.
7.4.17.
Separati in casa: Lecce e i suoi studenti
Stefano Cristante e Mariano Longo (con Valentina Cremonesini, Marta Vignola)
Abstract: La ricerca che verrà presentata si è svolta nel 2008-2009, ed ha preso in considerazione i seguenti aspetti: breve storia dell’ateneo leccese (dal 1955 ai giorni nostri); condizioni di vita degli studenti nella città;
approfondimenti su indicatori di qualità della vita (costo affitti, mense e alimentazione; trasporti, loisir, eccetera); relazioni tra vita universitaria e sviluppo dei quartieri della città; presenza dei docenti nel tessuto culturale e professionale; trattazione mediatica dell'università; modalità con cui le istituzioni territoriali si relazionano all'università.
Nel corso della ricerca sono state somministrate 320 interviste telefoniche di circa 20 minuti l'una a un campione di universitari, circa una ventina di interviste in profondità sempre a studenti, e circa lo stesso numero a un gruppo di docenti delle varie fasce.
7.4.18.
La parte dell’attore. L’esperienza del S.a.L.E. Docks di Venezia e la fecondità delle sue contraddizioni
Serena Conti e Francesco Gabbi
Abstract: Il lavoro che si propone muove da un’ipotesi di ricerca che intendeva sondare le relazioni tra università e città, partendo dal caso di Venezia e con un punto di vista ben preciso, quello delle pratiche.
Si è partiti così prendendo in considerazione il progetto “S.a.L.E. Docks”, un’iniziativa autorganizzata legata all’arte contemporanea, attiva da qualche anno in uno degli antichi Magazzini del Sale di Venezia. Il progetto S.a.L.E (Signs and Lyrics Emporium: l’acronimo gioca sull’identificazione con il luogo), organizzato da un gruppo di giovani in buona parte già attivi sul territorio veneziano in percorsi di autogestione e di produzione culturale alternativa, sembrava fornirci la possibilità di vedere dove le pratiche messe in atto da alcuni studenti delle università veneziane (anche se evidentemente non si tratta solo di studenti) si intrecciavano con il tessuto urbano della città.
S.a.L.E. è infatti un progetto artistico-culturale che nel proprio manifesto si lega fortemente ad un’idea di posizionamento strategico delle città, affermando come sia «la produzione immateriale, quella basata sul lavoro cognitivo, sulla gestione delle reti di comunicazione e la produzione di linguaggi, a caratterizzare uno scarto di livello tra le città» (http://www.saledocks.org). Questa ottica è molto vicina a quanto teorizzato dal geografo Richard Florida (2003) sulla base della teoria del capitale creativo. Nonostante lo stesso S.a.L.E affermi come questa produzione immateriale di linguaggi non sia «appannaggio esclusivo delle forze produttive neoliberiste» (quelle che il progetto si propone di criticare e contrastare), se si guarda all’esperienza dal punto di vista delle dinamiche urbane anche il S.a.L.E. sembra far parte a pieno titolo della nebulosa creativa veneziana; una nebulosa che negli ultimi anni ha portato Venezia ad esser partecipe dell'ampio dibattito politico ed economico che guarda all'attrattività, alla competitività urbana ed al posizionamento strategico delle città su scala mondiale.
Mantenere lo sguardo sul progetto S.a.L.E. permette in questo modo di cogliere le dinamiche e le contraddizioni tipiche della convivenza tra azione istituzionalmente intesa ed autorganizzazione.
L'esperienza veneziana ci mostra infatti il tentativo di critica di un modello da parte di un'organizzazione che di fatto è un elemento fondamentale dello stesso.
Il presente lavoro prova a cogliere questa dinamica come uno spunto per una riflessione più puntuale sulla possibile esistenza di spazi di cooperazione che, anziché negarla, provino a valorizzare l'inevitabile dimensione contraddittoria dell'urbano.
7.4.19.
Università degli Studi di Brescia: un caso di vocazione forte all'integrazione territoriale locale. Quali possibilità e quali effetti del paradigma imprenditoriale
Lea Giacopuzzi
Abstract: Il lavoro di ricerca si è proposto di ricostruire la storia della nascita e dello sviluppo dell'Università Stataledegli Studi di Brescia, il suo inserimento all'interno delle reti territoriali locali e i rapporti instaurati tra essa ed il mondo economico e istituzionale, attraverso rapporti informali e la creazione di società consortili. Grazie ad una ricognizione delle attività di ricerca e delle collaborazioni portate avanti dai dipartimenti delle Facoltà di Economia, Ingegneria e Medicina con gli Spedali Civili e il mondo imprenditoriale e all'analisi di alcune iniziative di natura consortile (i consorzi Universita&Impresa ed Isfor2000 per quanto riguarda la formazione e il Consorzio Csmt per quanto riguarda il trasferimento tecnologico), si è cercato di delineare il ruolo dell'istituzione universitaria rispetto ad altri attori territoriali nella produzione e nel trasferimento di saperi e tecnologie e nell'elaborazione di visioni per lo sviluppo economico della città di Brescia.
Infine si è tentato di leggere queste iniziative attraverso le lenti di due concetti interpretativi sviluppati da Henry Etzkowitz, quello della entrepreneurial university e del triple helix model, utilizzati dall'autore per descrivere in modo dinamico le relazioni spontanee o formalizzate che s’instaurano tra industria, governo e università nel momento in cui quest'ultima comincia ad essere interpretata dalle politiche e dal mondo imprenditoriale come motore dello sviluppo economico e l'università assume in se stessa il paradigma della imprenditorialità.
I risultati della ricerca hanno evidenziato un ateneo che per storia e vocazione è fortemente orientato a contribuire allo sviluppo del territorio della provincia di Brescia (tramite iniziative di consulenza e di ricerca applicata, tramite attività più strutturate di formazione o di trasferimento tecnologico organizzate in forma consortile e tramite la propria presenza come attore sulla scena urbanistica) e hanno permesso di ricostruire una rete, abbastanza stabile e uniforme (costituita da alcuni amministratori pubblici, imprenditori, rappresentanti delle principali associazioni di categoria e professori universitari), attivamente impegnata nell'elaborazione di strategie imprenditoriali.
Infine dalla ricerca è emerso il tentativo e l'intenzione di dare inizio a un processo di consolidamento e di riorganizzazione dei rapporti tra le industrie, l'amministrazione pubblica locale e l'università che potrebbe portare, se gestito con successo, l'università stessa a svolgere un ruolo più centrale sia per l'innovazione e il trasferimento tecnologico sia per la vita, l'organizzazione e l'immagine della città nel suo complesso (processo di consolidamento che sconta però alcune difficoltà insite nella frammentazione tra mondo culturale, economico e politico-istituzionale, che rallenta l'elaborazione e l'implementazione di strategie sistemiche).
La ricerca è stata realizzata attraverso lo svolgimento di numerose interviste in profondità a docenti
dell'Università Statale responsabili delle attività dei suddetti consorzi, direttori di dipartimento, direttori dei numerosi centri di studio e ricerca, direttore del Csmt e dei centri di competenza di cui si compone, funzionari dell'associazione industriale bresciana, dipendenti di Isfor2000, la delegata dell'amministrazione comunale per le politiche universitarie e attraverso la lettura di pubblicazioni ufficiali prodotte dai suddetti consorzi e dall'Università Statale e dei materiali presenti nei siti internet ufficiali.






