XXIV Convegno SISP
Università IUAV di Venezia
16 - 18 settembre 2010
Sezioni e Panels
3. POLITICA COMPARATA
Maurizio Cotta e Pietro Grilli di Cortona
3.1 Democratizzazione e partiti: influenze reciproche
Chairs: Barbara Pisciotta e Mara Morini
Discussants: Pietro Grilli di Cortona
Abstract:
Sul piano analitico la relazione tra democratizzazione e partiti investe due macrofenomeni distinti. Da un lato, i partiti, intesi come «ancore» del consolidamento democratico, possono svolgere un ruolo fondamentale nel legittimare – o viceversa nel delegittimare – un sistema democratico appena instaurato grazie alla propria capacità di rafforzare forme di lealtà stabili verso il nuovo regime da parte della classe politica e della società civile. In questa prospettiva, il partito può rappresentare tanto il punto di riferimento privilegiato dell’orientamento programmatico a livello parlamentare, quanto l’organo principale di rappresentanza delle opinioni all’interno dello spazio politico competitivo. Quando l’opinione pubblica si mostra disponibile a riconoscere i partiti come gli strumenti più idonei ad incanalare le domande politiche, la diffusione di comportamenti favorevoli alle norme e alle procedure democratiche consente alle élite politiche di consolidare il regime creando un legame stabile con l’elettorato. In alcuni paesi dell’Europa meridionale (si pensi al caso italiano) e centro-orientale (vedi Repubblica Ceca e Ungheria), la stabilizzazione del sistema partitico e il ruolo trainante svolto da singole forze politiche hanno esercitato un’influenza indiscutibile sulla tenuta delle neo-democrazie. Sebbene il consolidamento democratico possa prescindere dal livello di strutturazione del sistema partitico e delle sue unità, come ha mostrato il caso spagnolo, non c’è dubbio che i problemi emersi dalla competizione partitica di paesi come la Polonia, la Slovacchia, la Romania e la Bulgaria abbiano rallentato il cammino verso la stabilità.
Dall’altro lato, il nesso tra democratizzazione e partiti può essere studiato muovendo da un’analisi sotto-sistemica che assuma come punto di riferimento l’organizzazione delle singole unità piuttosto che le loro interazioni. A partire dagli anni Sessanta, i partiti politici hanno subito un processo di mutamento radicale, evidenziato da fenomeni come il declino della membership, della capacità di mobilitazione degli iscritti, dell’identificazione partitica, del turnout elettorale. Questi aspetti non rappresentano il segno di un inesorabile declino del ruolo e del peso dei partiti nelle democrazie contemporanee, poiché, com’è stato sostenuto da alcuni autori, i partiti politici appaiono oggi più forti che mai. Tuttavia, fenomeni come quelli indicati sottolineano quantomeno l’esistenza di una crisi di legittimità dei partiti intesi come strutture democratiche, trasparenti e rispondenti alle domande dei cittadini.
Di fronte a questa sfida, a partire dagli anni ’90 numerosi partiti politici, europei e non, hanno reagito ampliando le opportunità di partecipazione della membership e, in molti casi, anche degli elettori, ai processi di selezione dei leader (Ps francese, Pd italiano) e dei candidati a tutti i livelli (i principali partiti austriaci e tedeschi, i partiti finlandesi e danesi), alla formulazione dei programmi (conservatori inglesi) e finanche alla definizione della politica delle alleanze (laburisti irlandesi). Si tratta, in sostanza, di quel tentativo di democratizzazione delle organizzazioni partitiche definito dalla letteratura internazionale come “ritorno della membership”. Questo processo di espansione della democrazia intra-partitica solleva una serie di questioni rilevanti per comprendere sia l’evoluzione delle organizzazioni partitiche sia i processi di mutamento del ruolo e delle funzioni svolte dai partiti nelle democrazie contemporanee: quali sono le conseguenze di una maggiore democrazia intra-partitica sulla vita interna dei partiti? Perché la leadership di un partito può decidere di aumentare il grado di democrazia interna?
Il panel vuole aprire un’ampia discussione su questi temi in chiave comparata muovendo dal presupposto che la duplice relazione tra partiti e democratizzazione non possa essere necessariamente circoscritta ai confini dell’Europa.
Papers
3.1.1. Intra-party democracy and membership participation: the case of the Italian Democrat party
Giulia Sandri
Abstract: Several scholars underline that the most used instrument for enhancing intra-party democracy is the improvement of the inclusiveness of party leadership selection methods (Le Duc, 2001; Scarrow, 1999; Scarrow and Kittilson, 2003; LeDuc, Niemi and Norris, 2002; Bosco and Morlino, 2007; Rahat and Hazan, 2007). Therefore, the study of the political consequences of most inclusive (in terms of selectorate) of those methods is a pertinent field of analysis. Participation is often seen as an important indicator for measuring the democratic degree of elections, both within and between parties (Norris, 2002; Franklin, 2002; Kening, 2009; Wauters, 2009). The aim of this paper is to set up an empirical assessment of the functioning of the instruments for selecting party leaders and to investigate their impact on party members’ activism. The main research question of this study is thus the following: which are the main consequences of enhanced intra-party democracy on party’s internal life, and in particular on grass-roots members’ mobilization? One of the main theories exploring the relationship between the perception of own role within the (party) organization and the actual behavior in terms of activism is the one revolving around the concept of political efficacy (Gamson, 1968; Barnes and Kaase, 1979; Norris, 2002; Granik 2005; van Haute, 2009). The operationalization of this model has been developed by Craig and Niemi in the US (Craig, et al, 1990; Niemi, et al, 1991). The aim of this study is therefore to apply the ‘political efficacy and trust’ model, postulating a link between party (or government) structures, individual perceived efficacy within the organization, specific support and political participation, to the study of party membership mobilization. Taking the Italian Democrat Party as a case-study, the paper investigates two dimensions of the perception of party membership role: the sense of external political efficacy and the level of specific support for the party. The empirical grounds for applying Craig and Niemi’s model are provided by quantitative data on members’ profile, degree of activism and attitudes. The analysis is carried out through quantitative methods and particularly on the basis of recently collected survey data on attitudes and behaviours of a representative sample of Democrat Party grass-roots members.
3.1.2. Competizione partitica e imitazione. Un’agenda di ricerca
Martino Mazzoleni
Abstract: L’emulazione tra partiti va accentuandosi in un contesto in cui la globalizzazione pone tutti gli attori politici di fronte alle medesime sfide, in special modo riguardo alle policies. Anche le tecniche comunicative e di campagining adottate dai partiti nonché le soluzioni organizzative riguardo, ad esempio, l’apertura della selezione dei candidati alla membership si vanno via via diffondendosi per contaminazione reciproca tra attori e sistemi politici. La rapida crescita dei nuovi mezzi di comunicazione consente infatti uno scambio più agevole di idee, conoscenze ed esempi cui rifarsi, mentre le fonti di ispirazione sono in evoluzione: non sono più solo gruppi di interesse e movimenti sociali a sviluppare proposte politiche ed aggregare domande che i partiti portano nell’area competitiva e di governo, ma una quantità di nuovi attori sia pubblici che privati (think-tank, fondazioni, siti web ecc.) ora fanno la loro parte.
Ciononostante, nella letteratura su partiti e sistemi partitici non abbondano le analisi delle interazioni tra attori politici interessate da fenomeni di imitazione, benché questa abbia evidenti implicazioni – sul piano pratico e teorico – circa il funzionamento della democrazia come sistema di governo fondato sulla competizione.
Attingendo da più filoni di letteratura (dallo studio dei sistemi di partito al policy transfer fino all’organizational learning), il paper si propone innanzitutto di determinare i confini e la natura del fenomeno e di sviluppare un framework di analisi dei processi di imitazione e contaminazione tra i partiti politici nelle loro dimensioni organizzative, programmatiche e di cultura politica. Quindi il paper propone alcune linee di ricerca per giungere alla definizione di indicatori e strumenti appropriati per l’analisi, tracciare ipotesi suscettibili di verifica empirica e individuare i possibili casi da indagare.
3.1.3.
Protesta politica e sistemi di partito. Uno studio istituzionalista dei paesi Europei
Mario Quaranta
Abstract: La partecipazione politica è considerata un elemento essenziale dei regimi democratici. Essa può essere vista come una componente fondamentale delle democrazie in quanto, attraverso essa, i cittadini possono “alzare” la voce per influenzare i policy-makers. Alcuni studiosi affermano che bassi livelli di partecipazione contribuiscono positivamente alla stabilità della democrazia. Tuttavia, molti altri studiosi hanno sottolineato l’importanza della presenza dei cittadini nella sfera pubblica. Se i cittadini partecipano, possono esprimere le loro preferenze riguardo le scelte del governo. Essa è considerata un indice di vivacità democratica, di soddisfazione nei confronti della democrazia e del sistema politico.
Seguendo questa linea di pensiero, cioè che la partecipazione politica ci aiuta a capire quale sia lo stato della democrazia e del sistema politico, possiamo supporre che la protesta possa essere la conseguenza di una cattiva performance del sistema stesso. Perciò, ciò che si vuole dimostrare in questo articolo è che le caratteristiche dei sistemi di partito possono essere dei fattori esplicativi dei livelli di protesta politica in Europa. La domanda a cui si cercherà di dare una risposta è: “come le caratteristiche dei sistemi di partito influenzano la protesta politica?”. Molti autori hanno sottolineato come i sistemi di partiti sono responsabili della trasmissione delle richieste della cittadinanza alle istituzioni di governo. Per questo motivo, si può ipotizzare che sistemi di partiti efficienti siano maggiormente in grado di svolgere le proprie funzioni e, di conseguenza, ridurre i livelli di protesta politica.
Le teorie che tentano di spiegare le ragioni della variazione dei livelli di protesta politica hanno focalizzato la loro attenzione su diversi fattori. Sono stati considerati, ad esempio, lo status socio-economico dei partecipanti, la struttura delle opportunità politiche, l’orientamento civico, la razionalità del comportamento politico, il capitale sociale, le forme organizzative della partecipazione, l’emergere di nuovi valori e di stili di vita e, infine, il contesto istituzionale della partecipazione. Quest’ultimo aspetto della partecipazione politica è stato, a nostro parere, troppo spesso tralasciato. Per questo motivo riteniamo che uno studio che si concentri su questo sia rilevante per dare uno stimolo al dibattito. Due sono le motivazioni alla base di questo articolo. La prima riguarda l’importanza dei sistemi di partito nell’affrontare le sfide e risolvere i problemi che vengono sollevati della cittadinanza. I partiti sono il collegamento tra la società civile e le istituzioni di governo, sia in una forma strumentale che in una forma identificativa. Essi aggregano e articolano gli interessi della cittadinanza, quindi rappresentano un fondamentale anello di congiunzione tra cittadinanza e politica. La seconda ragione è che comprendere la protesta politica alla luce dei sistemi di partito ci aiuta a capire come le disfunzioni di questi ultimi possono essere causa della prima. Quello che qui si sostiene è che se i sistemi di partito non funzionano bene, essi possono essere responsabili della protesta politica. Un sistema partitico che è inefficiente non è in grado di processare le richieste e i desideri dei cittadini e la protesta politica può essere il frutto di questa inefficienza.
Questo articolo ha, in breve, lo scopo di dimostrare la presenza di una relazione tra sistemi di partito e protesta politica in Europa, sia nei paesi di vecchia democratizzazione che nei paesi in cui la democratizzazione è recente. La democrazia non si può pensare senza i partiti, ma se questi non svolgono il loro compito adeguatamente la protesta può aumentare.
3.1.4.
I partiti ex-comunisti e il loro ruolo nel processo di democratizzazione in Europa centrale ed orientale
Sorina Cristina Soare
Abstract: Inizialmente condannati come materia da sradicare/isolare al momento della (ri)costruzione dei regimi democratici dell’Europa dell’Est, i partiti ex-comunisti riuscirono a sopravvivere alla contestazione iniziale (Grzymala-Busse 2002, Grilli 2009) e si imposero rapidamente come attori centrali del processo di democratizzazione (De Waele 2004, White, Batt e Lewis 2007). La lealtà manifestata verso la nuova architettura istituzionale, il rispetto delle regole dell’alternanza e l’implicazione attiva nel processo di allargamento euro-atlantico smantellarono progressivamente le angosce iniziali. In questo contesto, in un paesaggio regionale eterogeneo, le evoluzioni degli eredi dei vecchi PC bulgaro, ungherese, polacco, ceco, rumeno e slovacco seguono dei percorsi ben diversi; il livello di rottura e di reinterpretazione del passato differisce da un caso ad un altro e, vent’anni più tardi, la domanda che sorge con insistenza riguarda il ruolo effettivo che questi partiti hanno avuto nei processi di transizione e democratizzazione. Più precisamente, a partire dallo studio dei sei paesi dell’Europa centrale e orientale, ci proponiamo di intraprendere un’analisi strutturata attorno a due dimensioni temporali a cavallo del 1989. Le caratteristiche del regime comunista, il modello conseguente di Partito comunista e il tipo di rottura, da una parte e, dall’altra, le scelte istituzionali, le logiche partitiche e gli ingranaggi interni (ricostruzione programmatica, organizzativa e rinnovamento delle elite) guidano l’analisi che ci proponiamo. Quanto, quando e come questi partiti cambiano fedeltà? Con quali conseguenze a livello esterno ed interno? Quali sono le condizioni interne/esterne che facilitano la lealtà democratica di questi partiti? Cosa resta del passato? C’è ancora un potenziale di contaminazione e di ricaduta? Ecco alcune delle questioni che ci proponiamo di affrontare nella nostra analisi.
3.1.5.
Democratizzazione e sistemi partitici. Il caso della repubblica Federale Tedesca
Antonino Castaldo
Abstract: La nascita e la strutturazione dei sistemi partitici e, soprattutto, la loro importanza nei processi di democratizzazione sono da tempo oggetto di discussione nella letteratura internazionale (Linz 1978; Lijphart et al 1990; Pridham 1990). A questo proposito, sembra ormai consolidata l’idea secondo la quale il sistema partitico e la sua stabilizzazione possano giocare un ruolo importante nel consolidamento di una nuova democrazia (Morlino 1986; Pridham 1990). In questo paper ci si concentrerà sul caso della Repubblica federale tedesca. Stupisce, infatti, la rapidità e linearità del percorso seguito dalla Germania occidentale nella costruzione di un sistema partitico competitivo, formato esclusivamente da forze democratiche, e caratterizzato da una elevata e perdurante stabilità sistemica. Allo scopo di comprendere e spiegare questo fenomeno si suddividerà il processo di strutturazione del sistema partitico tedesco in due fasi, transizione (1945-49) e post-transizione (1949-57), concentrando l’attenzione su un determinato set di attori e relative strategie: da un lato, le potenze alleate e la strategia della “democrazia per licenza” che operano principalmente nella fase di transizione; dall’altro, l’elite democratica tedesca che ha operato, esclusivamente nella fase di post-transizione, attraverso la cosiddetta “democrazia militante”, lo strumento della legge elettorale e la politica delle alleanze di Adenauer. L’analisi dimostra che l’impatto diretto delle potenze alleate, benché importante, risulta meno decisivo di quanto ci si potrebbe aspettare e che l’azione diretta dell’elite democratica tedesca ha svolto un ruolo cruciale nella rapida e lineare costruzione di un sistema partitico caratterizzato da una straordinaria e perdurante stabilità sistemica. Sarà discusso, in conclusione, il contributo della stabilità del sistema partitico al consolidamento della seconda esperienza democratica tedesca.
3.1.6. Processi di democratizzazione nella selezione dei candidati
Giulia Vicentini
Abstract: Negli ultimi vent’anni i meccanismi di selezione dei candidati hanno incontrato una progressiva democratizzazione, aprendosi al coinvolgimento diretto di iscritti e simpatizzanti. Questo paper si propone di indagare perché tanti partiti europei hanno accettato o addirittura promosso tale processo di democratizzazione, sistematizzando le diverse spiegazioni fornite dalla letteratura sulla base di due differenti approcci. Da una parte troviamo le recenti teorie sul “cartel party” secondo cui la democratizzazione interna si lega allo sviluppo storico dei diversi tipi di partito politico che da organizzazione centralizzata di massa si trasforma nel più flessibile “catch all party” e poi in “cartel party”. L’allargamento del “selectorate” è pertanto considerato una strategia dei vertici del partito di cartello al fine di rendersi autonomi dalle limitazioni imposte dagli attivisti che prediligono la purezza ideologica alla politica di compromesso dei loro leader. Dall’altra parte tale processo si inscrive nell’ambito della progressiva delegittimazione del partito politico nelle moderne democrazie industriali. Soprattutto in seguito a gravi sconfitte elettorali o divisioni interne, molti partiti hanno deciso di allargare i loro canali di selezione per migliorare la propria immagine di strutture oligarchiche ed autoreferenziali agli occhi di elettori ed iscritti.
3.2 Le culture politiche delle destre radicali: percorsi di evoluzione nell’Europa occidentale
Chairs: Riccardo Marchi e Loredana Guerrieri
Discussants: Marco Tarchi
Abstract:
Nel secondo dopoguerra, le destre radicali hanno garantito una loro presenza costante, seppur marginale, nella vita politica dell’Europa occidentale. Tale presenza è stata caratterizzata da una certa continuità e omogeneità in termini di issue e stili proposti, ma anche da flussi e riflussi che hanno fatto emergere, di volta in volta, protagonisti eterogenei, non sempre legati alla stessa tradizione politica. Ciò ha condotto gli studi scientifici a concentrarsi sulla differenziazione delle varie ondate (Von Beyme 1988; Ignazi 1992) e sulla ricerca affannosa di una definizione consensuale per indicare tale area politica (Tarchi 1999), che permettesse classificarene i differenti attori, in base alle rispettive caratteristiche.
Si è così prestata una minor attenzione ai cambiamenti di cultura politica avvenuti all’interno delle varie destre radicali nel corso del secondo dopoguerra. Utilizziamo, qui, l’espressione “cultura politica” nell’accezione datagli da Piero Ignazi nel suo studio sul Movimento Sociale Italiano, ossia quel “complesso di credenze e codici simbolici che danno senso all’impegno politico in un partito, definiscono l’identità dei membri in rapporto al mondo esterno e forniscono griglie interpretative della realtà” (Ignazi 1999: 434). Tale “complesso di credenze e codici” non può essere considerato un dato acquisito e immutabile, uno strumento immobile attraverso cui gli attori radicali interpretano la realtà, producendo di conseguenza i propri codici di comportamento. Esso è invece soggetto a processi di cambiamento dovuti agli imput provenienti dal mondo esterno, in un continuo dialogo fatto di resistenze e ibridazioni, che determina mutazioni nella cultura politica e, quindi, ridefinizioni dell’impianto ideologico a essa strettamente legato (Ignazi 1999: 434).
Partendo da questa premessa, il panel presenterà differenti casi di destre radicali, a livello tanto di movimenti come di partiti politici. Lo scopo è analizzare quali cambiamenti siano avvenuti nelle loro culture politiche, dagli inizi del secondo dopoguerra fino ai nostri giorni, alla luce di eventi storici particolarmente rilevanti per il radicalismo di destra, come l’emergere dei valori post-materialisti negli anni 60, il collasso degli ultimi imperi coloniali (residui dell’eurocentrismo) negli anni 70, i successi delle nuove destre (tanto l’anglosassone degli anni 80, come la post-industriale degli anni 90), la caduta del comunismo alla vigilia degli anni 90 e l’emergere delle nuove cleavage dello scontro di civiltà, dell’immigrazione di massa, del “pericolo islamico” agli inizi del nuovo millennio.
Saranno così identificati gli eventi-chiave, di carattere tanto nazionale come internazionale, che hanno determinando i mutamenti nella cultura politica dei differenti casi presentati; saranno analizzate, quindi, le modalità in cui tali mutamenti si sono tradotti in cambiamenti di indole ideologica; saranno evidenziati, infine, gli esiti prodotti da tali variazioni ideologiche, in termini di continuità o di rottura rispetto alle tradizioni precedenti.
I differenti contesti nazionali presi in esame permetteranno anche un’analisi comparativa, sincronica e diacronica, dei cambiamenti registrati dalle culture politiche dei radicalismi di destra nell’Europa occidentale.
Papers
3.2.1. New Perspectives in the conspirational discourse of the extreme right in Greece
Anastasia Iliadeli
Abstract: The paper focuses the Greek extreme right party LAOS. The party first appeared in the Greek political system in 2000 and as far as the last national elections of October 2009 are concerned it received the 5,63% and gained 15 seats in Parliament. The aim of the paper is to stress the changes in the political culture of the Greek extreme right, with particular attention on the myth of Conspiracy that, among others, the LAOS used in reference to two very important examples: The perception of the economic crisis in autumn 2008 as well as the meeting of the Bilderberg Club that took place in Athens, Greece in June 2009.
3.2.2. Cambiamenti culturali per l’estrema destra: Internet come strumento di comunicazione e mobilitazione politica nell’estrema destra Italiana e Spagnola
Manuela Caiani e Linda Perenti
Abstract: L’estrema destra Europea si rinnova, sia in termini di contenuti politici che di nuovi contenitori per trasmetterli. Se fino ad oggi gli studi sull’utilizzo di Internet come nuovo strumento (e arena) di mobilitazione e comunicazione politica si erano rivolti quasi esclusivamente ai movimenti sociali di sinistra, si è da poco fatta largo fra gli studiosi la convinzione che il web rappresenti un potente nuovo canale politico anche per i gruppi di estrema destra—tradizionalmente rivolti al passato come fonte di costruzione della propria identità collettiva e attivazione politica. Il presente studio comparato vuole empiricamente esplorare questo tema, focalizzandosi sull’estrema destra in due paesi del sud Europa (Spagna e Italia) e guardando, attraverso una analisi formalizzata del contenuto dei siti web di circa 200 organizzazioni (partitiche e non), al grado e alle forme dell’utilizzo di Internet da parte di questi gruppi per svolgere varie funzioni politiche: dalla diffusione di propaganda al reclutamento, dalla costruzione di identità ai contatti nazionali e internazionali con altri gruppi analoghi, alla mobilitazione politica. Particolare attenzione verrà data, integrando dati quantitativi e qualitativi, agli specifici contenuti ‘innovativi’ veicolati da queste organizzazioni tramite iniziative politiche sul web (come le campagne su temi sociali, antiglobalizzazione, antiamericanismo, ecc).
3.2.3. The Struggle for the World: Right-wing Liberation Movements for the 21st Century
José Pedro Zúquete
Abstract: L’accelerazione della globalizzazione fra la fine del XX secolo e gli inizi del nuovo millennio ha prodotto profondi cambiamenti nella cultura politica di organizzazioni radicali provenienti tanto da sinistra come da destra, con un background tanto laico come religioso e ha permesso l’emergere di nuovi soggetti che esprimono la propria opposizione al cosiddetto “Nuovo Ordine Mondiale”, contribuendo così alla ridefinizione degli schemi classici della politica, ereditati dal “secolo breve”.
Cosa possono avere in comune gli Zapatisti del Messico, il Fronte Nazionale francese, il movimento Slow food e l’integralismo di al-Quaeda? Da sinistra, da destra, da posizioni non allineate, tutti questi movimenti proclamano con orgoglio di voler difendere le proprie identità specifiche contro i processi contemporanei di omogeneizzazione. Questi movimenti dell’ampio fronte antiglobalizzazione – che definiamo “aurora” - mostrano tutti una peculiare volontà di abbattere il modello di mondo moderno in via di costruzione, proponendo un nuovo futuro radioso per l’umanità.
Nonostante questi gruppi differiscano gli uni dagli altri, essi mostrano caratteristiche, obiettivi e atteggiamenti in certi aspetti comuni. Con base nell’analisi dei documenti e delle azioni da essi prodotti, il paper intende evidenziare, in forma comparativa, alcune di queste caratteristiche: la leadeship carismatica, la visione dicotomica del mondo diviso fra forze del bene e del male, la questione dell’identità autentica, l’attaccamento al rito e all’impegno totalizzante alla causa. Su questi aspetti, particolare attenzione sarà data al rapporto fra antiglobalizzazione ed estremismo dei movimenti e partiti collocati nell’estrema-destra dello spettro politico.
3.2.4. Una riformulazione della destra italiana? I gruppi “eretici” neofascisti
Loredana Guerrieri
Abstract: Nel corso di tutto il secondo dopoguerra il Movimento Sociale Italiano è apparso molto spesso come un partito le cui caratteristiche principali sono state il marginalismo e l’anacronismo, aspetti questi legati tra loro quasi da un rapporto di causa-effetto. La contemporanea presenza di questi due elementi è stata dimostrata in special modo dall’atteggiamento dei quadri dirigenti del partito di fronte ai movimenti di contestazione giovanile degli anni sessanta e settanta.
All’interno dell’area neofascista, tuttavia, si svilupparono movimenti e gruppi che, alcune volte, in aperta polemica con l’impostazione politica del MSI, altre volte, facendosi promotori di una sostanziale “rimeditazione” concettuale, possono essere considerati “eretici”. In un ambiente come quello neofascista, infatti, spesso interessato a “strategie di sopravvivenza” politica e strutturalmente refrattario alla riflessione culturale, sviluppare opinioni che potessero in qualche modo uscire dai canoni della propaganda e dall’impostazione politica “tradizionale” del MSI o che puntassero ad un reale impegno intellettuale poteva essere ritenuto un atto estremamente eterodosso.
In questo paper si cercherà di mettere in luce gli elementi di originalità e di criticità di cui essi sono stati artefici e promotori. Fra questi movimenti uno dei i più interessanti fu il gruppo de L’Orologio che, per le tematiche che affrontava e per l’attenzione che prestava ai problemi sociali, è stato spesso definito, anche all’interno dell’ambiente neofascista, l’ala sinistra della destra italiana. Un altro gruppo singolare da questo punto di vista fu Organizzazione Lotta di Popolo. La sua particolarità principale risiedeva soprattutto nel suo eclettismo ideologico, ossia nell’intento di coniugare riferimenti dottrinali tradizionalmente appartenenti all’armamentario della destra con altri provenienti dalla cultura di sinistra. Si tenterà, così, di analizzare le vicende principali dell’attività di questi gruppi cercando di inquadrarle all’interno di particolari momenti della storia dell’Italia degli anni sessanta e settanta.
3.2.5. Le destre radicali iberiche, fra eredità dell’autoritarismo e prospettive nel nuovo millennio.
Riccardo Marchi
Abstract: Nella penisola iberica, dalla fine dei regimi autoritari agli inizi del XXI secolo, passando per i processi di transizione democratica, le destre radicali hanno assistito a cambiamenti profondi nella propria cultura politica. Pur rivendicando una specificità ideologica all’interno dei regimi di Franco e Salazar, queste famiglie radicali hanno sempre vissuto all’ombra dei due dittatori, maturando, in questo rapporto paternalista, una debolezza politica che rivelerà tutti i suoi limiti negli anni della transizione democratica. In entrambi i paesi iberici, infatti, la cultura politica dell’ultranazionalismo non sarà in grado di tradursi in alternativa partitica viabile, nel nuovo sistema democratico pluralista. La traversata nel deserto degli anni 80, quindi, rappresenterà una tappa centrale di ridefinizione della propria identità, di parziale abbandono dei temi nostalgici e revanscisti (Guerra civile in Spagna, Guerra d’Africa in Portogallo) e di assunzione di nuove direttrici, mutuate dai partiti emergenti e di maggior successo della nuova estrema-destra europea. Il paper analizza questi cambiamenti culturali e generazionali nei due paesi iberici, soffermandosi, in prospettiva comparata, non solo sulle evoluzioni in termini di pensiero politico, ma anche sugli esiti in termini di capacità elettorale delle formazioni di estrema destra di Spagna e Portogallo.
Chairs: Gianfranco Pasquino e Marco Valbruzzi
Discussants: Maurizio Cotta, Leonardo Morlino, Anna Bosco
Abstract:
Le alternanze al governo avvengono sempre più di frequente e, almeno nei paesi democratici, in maniera pacifica o, per dirla con Popper, «senza spargimenti di sangue». Di fronte al fenomeno delle alternanze, però, la teoria politica democratica è spesso silente e l’analisi empirica piuttosto distratta. Per alcuni teorici della democrazia la possibilità di “cacciare i mascalzoni” è un elemento cruciale, una caratteristica definente di ogni regime democratico. Per altri studiosi, invece, l’alternanza è un orpello, un lusso che alcuni paesi possono permettersi e altri no, o semplicemente è troppa ovvero troppo poca. Nel mezzo, dove dovrebbero stare un’approfondita riflessione teorica e una rigorosa analisi empirica sull’alternanza, c’è un vuoto assoluto. Con questo panel intendiamo colmare la lacuna e porre al centro della discussione il tema dell’alternanza, in tutta la sua complessità e pervasività. Nella letteratura e tra gli studiosi non c’è accordo neppure su come si debba definire l’“alternanza”. Un qualsiasi avvicendamento tra i partiti al governo? Un “ribaltone” della maggioranza governativa? Una semplice rotazione o semi-rotazione al potere?
Senza sapere «cosa è» alternanza non è possibile rispondere alle domande su «quanta» alternanza esista, sia esistita o sia necessaria nei vari sistemi politici che intendiamo esaminare. E non è possibile neanche capire quali siano le conseguenze politiche, economiche e sociali dell’alternanza e della non alternanza. Così come i diversi sistemi partitici mantengono tutti alcune loro precise specificità, anche le alternanze possono essere di diversi tipi, caratterizzate da diverse “frequenze” e “distanze”. Per questo motivo è importante affrontare il tema dell’alternanza da differenti prospettive (scienza politica e political economy, ad esempio), ricorrendo ai concetti e agli strumenti elaborati da varie tradizioni di ricerca (come il neo-istituzionalismo e la rational choice), e utilizzando molteplici metodi e tecniche di analisi dei dati (studi di caso, comparazione, analisi statistica). Insomma, si tratta di un argomento complesso e sostanzialmente sconosciuto, tale da rendere il panel da noi proposto non soltanto ambizioso, ma assolutamente necessario.
Papers
3.3.1. Is there a theory of alternation?
Gianfranco Pasquino
Abstract: Alternation, rotation in office, turnover are terms frequently used, though not often analyzed. Alternation is not considered a fundamental component of the many definitions of democracy. In some cases, for instance, in Schumpeter’s competitive theory, it is taken for granted that alternation will take place. Sartori believes that what is important is that alternation be perceived as possible by all significant actors. But it may not take place in predominant party systems without impinging upon the existence of a democratici situation. Very often what scholars decry is not the lack of alternation, but alternations that are too frequent. This paper explores some of the political and institutional features of alternation. The attempt is made to illuminate the antecedents and the consequences of alternation. Briefly, is it correct that the “rascals” in office will behave when they fear alternation and that decent oppositions will neither resort to outbidding nor reject the outcome of the electoral process? The likelihood of alternation seems to put a limit on irresponsible behavior and on corruption.
3.3.2. Democracy as Institutionalization of Political Accountability: Alternation in Power and Party Politics in Europe
Giuseppe Ieraci
Abstract: Partendo dalla definizione di democrazia come regime che istituzionalizza la responsabilità politica (political accountability), si individuano le sue due dimensioni d'analisi principali: il ricambio della classe politica al potere (alternanza) e l'effettività del potere di governo. Queste due dimensioni agiscono sui costi politici implicati dalla competizione democratica: abbattendo i "costi di esclusione" (cioè riducendo il potenziale di ricatto di chi ha perso) e innalzando i "costi d'inclusione" (cioè aumentando gli effetti del "conflitto d'interessi" (Axelrod 1971) tra i vincenti) (Ieraci 2003). Tralasciando la seconda dimensione, peraltro già svolta altrove (Ieraci 2003, 2010 forthcoming), che comporterebbe un'analisi ravvicinata delle distribuzioni del potere istituzionalizzato, il paper si sofferma sul significato di "alternanza" e suggerisce una sua possibile misurazione. A tal fine viene elaborato un "indice di alternanza" al governo, come ratio - dato ciascun caso - tra il numero di ricambi nella composizione dei governi e il numero delle tornate elettorali. L'indice di alternanza è successivamente impiegato per illustrare comparativamente i seguenti casi: Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia (IV e V Rep.), Germania, Gran Bretagna, Grecia, Irlanda, Italia, Norvegia, Olanda, Portogallo, Spagna, Svezia. Come noto, in essi compare un esecutivo legato al parlamento da un rapporto fiduciario, pur in presenza talvolta (Austria, Francia, Irlanda, Portogallo) di un Capo di Stato elettivo. Utilizzando le misurazioni fornite dall'indice di alternanza, nella parte conclusiva il paper esplora la presenza di correlazioni significative tra questo stesso e alcune variabili di stabilità politica (frammentazione partitica, durata di governo, tipologia di governo - se monopartitico, di coalizione maggioritaria, minoritaria o Grande Coalizione). I risultati di questa analisi non paiono univoci e, in chiave interpretativa, nelle conclusioni si suggerisce di trovare fattori esplicativi della propensione all'alternanza guardando ad alcune proprietà sistemiche: la morfologia del sistema partitico e la presenza di incentivi istituzionali.
3.3.3. “Throw the Rascals Out”: Gli Effetti dell’Alternanza sul Controllo della Corruzione Politica
Alessandro Pellegata
Abstract: Il paper analizza i possibili effetti dell’alternanza di governo sulla capacità dei sistemi politici di contrastare la corruzione di politici e funzionari pubblici. La corruzione politica è definita, in termini generici, come l’abuso della propria posizione da parte di un rappresentante politico al fine di ottenere guadagni personali. Numerosi studi hanno dimostrato che la corruzione ha effetti negativi sulla performance politica e macro-economica delle democrazie, rallenta e diminuisce l’efficienza dei processi decisionali e riduce la legittimità dei governanti agli occhi dei governati. L’analisi prende le mosse dagli argomenti avanzati dalla “Public Choice School” i quali sostengono che un aumento della competizione sia nella sfera economica che in quella politica diminuisce gli incentivi alla corruzione. L’alternanza è qui vista come una caratteristica definitoria delle democrazie; un aspetto fondamentale nel determinarne il grado di competitività elettorale e rafforzarne quindi la relazione di accountability presente tra elettori e membri del governo. Una solida ed efficace relazione di responsabilità disincentiverebbe infatti sia i politici sia i gruppi d’affari interessati ad ottenere favori ad instaurare relazioni di corruttela, aumentando così il potere degli elettori di “cacciare i mascalzoni” dal governo. Il concetto di alternanza viene analizzato distinguendone diverse dimensioni analitiche (alternanza come possibilità e alternanza come evento empirico) e diversi tipi (alternanza partitica, ideologica e ideologica completa). L’analisi empirica si snoda attraverso quattro diverse ipotesi di ricerca e viene condotta su un campione composto da 32 liberal democrazie analizzate dalle prime elezioni democratiche avvenute dopo il 1945 sino al 2004. Ad esclusione della Svizzera, questi paesi presentano tutti un sistema di governo parlamentare o semi-presidenziale. I risultati emersi dall’analisi empirica confermano parzialmente le ipotesi avanzate. Più precisamente i risultati attestano un effetto positivo della dimensione ideologica dell’alternanza ma non sembrano indicare altrettanto per l’alternanza come possibilità e per la dimensione partitica del fenomeno.
3.3.4. Government alternation and legislative agenda setting
Francesco Zucchini
Abstract: Recent studies of the legislative process have put forward a number of plausible hypotheses regarding the distribution of agenda-setting power. These hypotheses have guided scholars in identifying those conflicts and actors that are crucial to explain legislative change and the wording of legislation. However, the importance of the agenda-setting power to explain lawmaking has not yet led to a better understanding of the choice of specific agenda-setting rules. Why does the cabinet in some parliamentary democracies enjoy an undisputed role, while in others the parliament continues to play the role of co-protagonist? In this paper, it is attempted to answer this question by looking at some well-known features of the party systems. It is argued that in pivotal party systems, with limited government alternation, it is much more difficult to have any strengthening of the government vis-à-vis the parliament. One factor prevents the procedural and institutional predominance of the cabinet under these circumstances: the lack of opportunities for and expectations of a large and controversial policy change.
3.3.5. Cause, conseguenze, frequenze e distanze delle alternanze
Marco Valbruzzi
Abstract: Il fenomeno dell’alternanza politica è il grande assente nelle maggiori e più influenti teorie della democrazia rappresentativa. Spesso criticata e, ancor più spesso, volutamente trascurata, l’alternanza di governo è un fenomeno studiato poco e male, sia dal punto di vista teorico sia da quello empirico. Il presente paper cercherà di affrontare entrambe queste lacune, impostando uno schema teorico capace di spiegare l’origine, le conseguenze e le frequenze delle alternanze governative nelle democrazie parlamentari europee. Cosa intendiamo quando parliamo di “alternanza”? Dobbiamo trattarla come una variabile dicotomica o una variabile continua? In quali modelli di democrazia e perché si osservano con più frequenza determinati tipi di alternanza? Quali specifiche caratteristiche dei sistemi elettorali favoriscono alternanze complete o, all’ooposto, marginali ricambi nelle coalizioni di governo? Questi saranno alcuni degli interrogativi a cui lo studio proverà a rispondere nella prima parte. Nella seconda parte, invece, l’alternanza politica verrà analizzata come variabile indipendente, nel tentativo di capire se e come specifiche tipologie di ricambio governativo influenzano le prestazioni, macro-economiche e non solo, delle democrazie esaminate. Infine, le conclusioni saranno dedicate ad approfondire la relazione tra alternanza e qualità della democrazia: quanta e quale alternanza è necessaria per rendere un determinato sistema politico meglio funzionante, più ricettivo e maggiormente responsabile?
3.3.6. Le alternanze nella repubblica federale tedesca: poche ma buone
Mario Caciagli
Abstract: Poche ma buone, efficaci ma saltuarie: così sono state e continuano ad essere le alternanze di governo in Germania. Tutti i governi della Repubblica federale tedesca sono stati governi di coalizione e l’alternanza fra queste coalizioni è avvenuta nei seguenti anni: 1969, 1982, 1998, 2005 e 2009.
Tutti i governi che hanno prodotto un’alternanza sono nati all’indomani di una elezione, con l’eccezione del governo Kohl nel 1982. Il sistema elettorale, con la sua clausola di sbarramento del 5%, ha favorito il limitato pluripartitismo che ha dato vita a coalizioni trasparenti ed a governi stabili. L’ingresso al Bundestag di un quinto partito ha reso più complicato il gioco delle alleanze, senza però finora pesare su quello delle alternanze.
Il paper cercherà poi di studiare se e in che modo le alternanze tedesche hanno prodotto un ricambio nelle classi politiche dei partiti. Nello specifico, si mostrerà come il ricambio sia stato più rapido nei partiti che sono stati scalzati dal governo: particolarmente radicale il rinnovamento della CDU negli anni Settanta. Altrettanto radicale anche quello che si sta profilando nella élite socialdemocratica dopo la fine dell’era Schröder, prima, e l’uscita dal governo, dopo.
Infine, concluderemo domandandoci se le alternanze hanno contribuito al miglior funzionamento della democrazia in Germania. In particolare, ci soffermeremo su quella del 1969, la quale, sulla scia del motto di Willy Brandt (“Mehr Demokratie wagen”, rischiare più democrazia), introdusse una migliore qualità democratica nel sistema tedesco. Un salto di qualità che è durato nei decenni successivi.
3.3.7. L’alternanza nel Regno Unito: il modello Westminster alla prova del governo di coalizione
Oreste Massari
Abstract: L’alternanza è stata elemento costitutivo del sistema politico-istituzionale inglese sin dai primi decenni dell’Ottocento. Assieme al sistema bipartitico, al sistema elettorale plurality, al governo monopartitico ha definito il cosiddetto “modello Westminster”. Dal secondo dopoguerra, le alternanze sono state abbastanza regolari, pur vedendo relativamente lunghi cicli di egemonia ora del partito conservatore (come nel 1979-1997), ora del partito laburista (come nel 1997-2010). Ad alternanze che si sono svolte all’interno di un quadro consensuale (come nel periodo della consensus politics, dal 1945 al 1979), ci sono state alternanze di “alternativa” che hanno causato profondi e radicali cambiamenti nell’agenda politica e sociale, come nel caso della thatcherismo e del blairismo. Cause delle alternanze sono state tanto il giudizio sul governo in carica, tanto il giudizio sulla capacità governativa dell’opposizione, quanto anche il bisogno fisiologico di cambiamento. Tra gli effetti delle alternanze ci sono stati frequenti e periodici ricambi di leadership, con una circolazione effettiva delle stesse élites politiche.
Le recenti elezioni inglesi hanno però prodotto un hung parliament e per la prima volta in tempo di pace un governo di coalizione. L’alternanza si è verificata, ma la formazione di un governo di coalizione è avvenuta in sede post-elettorale. Con l’accordo di coalizione tra conservatori e liberaldemocratici si annunciano vari cambiamenti politico-istituzionali (referendum sull’alternative vote, durata fissa quinquennale della legislatura, che sottrae al premier il potere di indire elezioni anticipate, maggioranza qualificata per il voto di sfiducia, ecc.). Il presente paper si propone di analizzare, nell’ultima parte, la novità della situazione creatasi e l’impatto sul cosiddetto modello Westminster, ossia la natura congiunturale o strutturale dei cambiamenti in atto nel sistema partitico, nel sistema elettorale e nella forma di governo.
3.3.8. L’alternanza in Spagna: tra consolidamento democratico e democrazia competitiva
Francesco Raniolo
Abstract: La Spagna è una democrazia giovane, figlia della terza ondata di democratizzazioni degli anni Settanta che ha investito l’Europa del Sud. A metà degli anni Ottanta anche la tappa del consolidamento democratico sembra essere raggiunta, suggellata nel 1986 dall’ingresso nella Comunità economica europea. Dei cinque grandi conflitti storici ereditati dal passato quattro sono stati affrontati e avviati a soluzione, solo quello “nazionale” o territoriale è ancora foriero di effetti perversi. Non stupisce se negli ultimi decenni è stata ripetutamente fatto oggetto di ammirazione, sorpresa e meraviglia, ma anche di conoscenza più approfondita. Il paper esplora il modello di democrazia spagnolo al fine di metterne in risalto le sue caratteristiche istituzionali, la sua dinamica e rendimento, considerando da parecchi decenni la democrazia spagnola ha più volte sperimentato una significativa stabilità ma anche alternanza. Proprio l’alternanza, da un lato, ha rappresentato con le elezioni del 1982, un indicatore dell’avvenuto consolidamento democratico e, dall’altro, con le elezioni degli anni Novanta, un meccanismo di rafforzamento della democrazia competitiva e rotazionale. Il paper cerca di mettere in risalto i profili congiunturali (le vicende politiche contingenti, il clima di opinione pubblica e internazionale, eventi drammatici) e strutturali che stanno alla base della competizione e dell’alternanza per il governo. Segnatamente, all’evoluzione del sistema partitico, alla sua crescente complessità anche per il peso “partiti di ambito non statale” (pane), e alla sua interazione con un sistema di governo tra i più maggioritari delle democrazie europee.
3.3.9. Presidential alternation in the USA
Gianfranco Pasquino e Marco Valbruzzi
Abstract: Following the long tenure by FD Roosevelt, a Constitutional amendment was passed imposing a term limit on Presidential re-election. Since 1948, out of ten Presidents only four have succeededl in winning re-election. This paper offers first an overall exploration of victories and defeats, with special reference to confrontations between incumbents and challengers. Second, it attempts to provide an explanation of why three out of four two term Presidents have been Republicans. Third, a connection will be made between Congressional elections and Presidential elections to see whether and in which way mid-term elections can affect the outcome of Presidential elections and whether Representative and Senators may win their seats on the coat-tails of their Presidents. Though the case of the USA shows indeed some elements of a lingering exceptionalism, finally an attempt will be made to formulate a more general explanation and interpretation of Presidential alternations.
3.3.10. L’alternanza nella Quinta Repubblica francese
Sofia Ventura
Abstract: Il sistema politico della Quinta Repubblica francese, chiaramente bipolare sin dalle elezioni del 1962, non ha sperimentato alcuna alternanza al governo tra destra e sinistra sino al 1981. Da allora e con l’esclusione delle ultime elezioni legislative del 2007, tutte le consultazioni per la formazione dell’Assemblea Nazionale hanno invece portato ad una vera e propria alternanza tra coalizioni di centrodestra e coalizioni di sinistra.
Tuttavia, il particolare assetto istituzionale francese rende altamente complessa non solo la valutazione delle cause e degli effetti dell’alternanza, ma anche una sua precisa rilevazione. Prima del 1981, ad esempio, si realizza una parziale alternanza alla carica suprema, la Presidenza, con l’elezione per la prima volta di un non-gollista, ovvero il liberale centrista Giscard d’Estaing, un evento, quest’ultimo, che ha prodotto effetti significativi sul funzionamento dell’esecutivo e sui rapporti tra i partiti alleati. Inoltre, i fattori che possono rendere conto dell’alternanza tra destra e sinistra e le conseguenze sul funzionamento dei governi risultano fortemente condizionati dal ruolo presidenziale e dalla coincidenza o meno delle maggioranze.
Nel presente paper si proporrà perciò in primo luogo una ricostruzione delle alternanze a livello di esecutivo, tenendo al tempo stesso in considerazione i condizionamenti della figura presidenziale. Quindi, si procederà ad un’analisi dei fattori che possono rendere conto della lunga fase di dominio della destra, della seconda fase caratterizzata da alternanze continue, dove nessun governo in carica è mai stato riconfermato, infine della fase attuale caratterizzata da una forte asimmetria tra destra e sinistra che potrebbe configurare una ripresa del dominio della prima, se non una prospettiva di sistema a partito predominante. Nelle conclusioni, si proporrà una valutazione degli effetti delle alternanze di governo sulle politiche pubbliche, sul sistema dei partiti e sul più generale funzionamento del sistema di governo cosiddetto “semipresidenziale”.
3.3.11. Same Party, New President: An Emerging Type of Government Turnover in Latin America
Marcelo Camerlo e Andrés Malamud
Abstract: Consecutive presidential re-election is allowed by a minority of Latin American constitutions. And where it is allowed, re-election is usually limited to two terms. The consequence is that chief executive turnover and party turnover may take place independently, either if (a) an incumbent party wins the presidential election with a candidate other than the president or if (b) a president gets reelected after switching parties. These phenomena are rare in parliamentary democracies, where term limits do not exist and party-switching is uncommon. How often have the new modalities taken place in Latin America? Are they closer to full continuity or full alternation? What are their dynamics, and what their consequences for democracy? This paper addresses these questions along three sections. The first one is conceptual and develops a typology of government succession for presidential systems. The second section is empirical and applies the typology to the 74 government successions occurred in 12 Latin American since democratization, in order to compare continuity and change as regards cabinet formation, policy making, and impact on economic performance and party politics. The third section is normative and discusses the implication of the emerging types for democracy, pivoting on the distinction between positive and negative populism. Our conclusions shed light upon the differences within existing presidential regimes in Latin America as well as between parliamentary and presidential governments.
3.3.12. The Impact of Party Priorities on Italian law-making from the First to the Second Republic
Enrico Borghetto, Marcello Carammia e Francesco Zucchini
Abstract: Italy underwent a major political upheaval at the beginning of the 1990s. The then 40 year-old party system shifted from a case of extreme pluralism to a case of bipolar alternation. Given this peculiar conditions, Italy represents an interesting case to study the effects of alternation on the national legislative agenda, other factors remaining constant. The main assumption is that in the new system of alternation, Italian governing parties will have more incentives to enact laws in areas which receive greater emphasis in their policy platform, so as to comply with their electoral mandate. But is this really the case? Are legislative agendas characterized by sudden shifts following elections or by continuity, regardless of the content of party policy platforms? The purpose of this paper is to consider some preliminary evidence relevant to this issue. What is more, answering this theoretical and empirical question promises to contribute also to the important scholarly debate on the nature and consequences of the Italian transition on the functioning of its democratic system
This paper explores the party-policy link by inspecting the correspondence between the legislative agenda (adopted laws) and the agenda of party platforms publicized during electoral campaigns (political manifestos of winning coalition/parties). The study period covers 24 years (1983-2006), during which 6 national elections were held.






