XXIV Convegno SISP
Università IUAV di Venezia
16 - 18 settembre 2010
Sezioni e Panels
1. DEMOCRAZIE E DEMOCRATIZZAZIONE
Liborio Mattina e Davide Grassi
1.1 I gruppi di interesse nei regimi democratici
Chairs: Liborio Mattina e Luca Germano
Abstract:
Questo panel vuole incoraggiare la presentazione di contributi sui gruppi di interesse attivi in Italia – a livello locale, regionale e nazionale, e nell’ambito dell’Unione Europea. Ma sono benvenuti anche i contributi relativi ad altri sistemi politici.
Lo studio dei gruppi di interesse può essere affrontato con riferimento ai temi della rappresentanza, del policy-making, della democrazia. Per il primo aspetto si può partire dai diversi tipi di gruppi di interesse - economici, per una causa, istituzionali – ed esaminare la diversa capacità di ciascuno di essi di entrare nella società politica e rappresentarsi presso le sedi decisionali. Per esempio, si può controllare se ed in quale misura i gruppi economici ed istituzionali siano effettivamente più capaci della maggior parte dei gruppi per una causa nel mobilitare risorse organizzative per influenzare i decision-makers. Questa tematica è collegata alla questione delle condizioni della mobilitazione dei diversi tipi di gruppi di interesse. L’analisi olsoniana stipula una maggiore facilità di mobilitazione dei gruppi economici rispetto ai gruppi promozionali. Ma molte ricerche in parte la correggono mostrando la vitalità dei gruppi di interesse pubblico. Il tema della rappresentanza può essere esaminato anche considerando l’evoluzione delle relazioni tra i gruppi e partiti per sottolineare la complementarietà ed intercambiabilità dei due attori nel fornire agli interessi opportunità di essere rappresentati e per riflettere sul dinamismo di una relazione che si caratterizza per la accresciuta autonomia dei gruppi nei confronti dei partiti.
Sul versante del policy-making, un tema ricorrente in letteratura è il dibattito sullo squilibrio nell’influenza: i grandi interessi economici organizzati sono sempre più influenti dei consumatori, ambientalisti, associazioni non-profit? Oppure l’influenza non è uniformemente sbilanciata ma risulta differenziata a seconda delle arene decisionali considerate? Una risposta a tali quesiti può essere proficuamente data nell’ambito delle ricerche sui policy-networks e sulle politiche pubbliche, superando la sterile contrapposizione tra approccio pluralista e neo-corporatista. In uno stesso sistema politico esistono contemporaneamente diverse arene di policy che funzionano secondo differenti modalità: policy communities, issue networks, sistemi di meso-corporatismo, ecc. In ciascuno dei differenti policy networks i gruppi usano tattiche e strategie di lobbying congruenti con l’arena politica nella quale sono attivi e il loro ruolo nel processo politico cambia sensibilmente a seconda dell’arena di policy considerata. Inoltre, può essere opportuno non perdere di vista la collocazione delle diverse arene di policy all’interno del più vasto sistema istituzionale, per meglio apprezzare il ventaglio di vincoli ed opportunità che si presenta ai gruppi quando cercano di influenzare a proprio vantaggio il policy-making. Per esempio, è evidente che l’assetto istituzionale del sistema politico, quando presenta molteplici punti di accesso, può aumentare le possibilità di rappresentanza anche dei gruppi più deboli. Perciò, un sistema federale dovrebbe essere più aperto di un sistema unitario che, a sua volta, favorisce maggiormente l’acceso quando non c’è fusione tra parlamento e governo. In un sistema multi-livello come quello dell’Unione Europea, privo peraltro di un governo centrale, dovrebbero esistere opportunità ancora maggiori di accesso. Ma l’Ue può anche presentare la controindicazione di obbligare i gruppi ad impegnare notevoli risorse materiali per farsi ascoltare a Bruxelles e per acquistare familiarità con il funzionamento del sistema istituzionale dell’Unione.
Sempre nell’ambito del policy-making una specifica attenzione può essere dedicata alle modalità con cui i gruppi effettuano il lobbying, se facendo leva esclusivamente su risorse proprie o affidandosi ad agenzie esterne, che sono molto diffuse negli Stati Uniti ma si stanno moltiplicando anche in Europa ed in Italia. Particolarmente interessante può essere anche individuare e classificare le diverse tattiche di lobbying che ciascun gruppo adotta in funzione delle risorse di cui dispone e del tipo di target istituzionale verso il quale le indirizza.
Infine, i gruppi possono essere esaminati per il contributo che danno alla democrazia controllando se favoriscono o scoraggiano la partecipazione all’interno delle diverse organizzazioni, contribuiscono o meno ad attenuare il sistema delle diseguaglianze esistente nella società civile, controllano l’operato dei governanti e denunciano l’abuso di potere o se ne fanno complici.
I possibili contributi allo studio dei gruppi sono dunque numerosi. Perciò questo panel viene promosso per incoraggiare giovani e meno giovani studiosi a farsi avanti, per contribuire a rilanciare lo studio sui gruppi dopo anni di colpevole disattenzione a questa tematica.
Papers
1.1.1. Partiti di sinistra e sindacati nelle democrazie contemporanee: dalla simbiosi alla collaborazione
Liborio Mattina
Abstract: La trasformazione dei partiti di massa in partiti pigliatutto (o partiti elettorali-professionali) ha prodotto importanti cambiamenti anche nel rapporto tra partiti di sinistra e sindacati. Da un rapporto molto vincolante basato sulla simbiosi si è passati ad un’ alleanza molto meno impegnativa basata sulla collaborazione. Questa trasformazione dei rapporti tra partiti e sindacati è il risultato di un cambiamento che è si è gradualmente manifestato lungo tutto il corso del XX secolo ma che solo negli ultimi vent’anni si è precisato con forza, provocando l’archiviazione di un’alleanza privilegiata che ha caratterizzato per 150 anni la storia politica di diversi paesi europei.
In questo contributo si indicheranno le ragioni che dall’inizio degli anni novanta hanno prodotto il passaggio dalla simbiosi alla collaborazione. Tale analisi, basata su quanto offre al momento la letteratura comparata o comparabile sui rapporti tra partiti e sindacati, sottolineerà la necessità di spostare in avanti di almeno trent’anni l’inveramento della profezia di Kirchheimer sull’evoluzione dei rapporti tra partiti e gruppi di interesse che lo studioso tedesco vedeva realizzata già all’inizio degli anni sessanta. Verranno, inoltre, illustrate le soluzioni organizzative concrete adottate dai partiti di sinistra per ridimensionare i legami privilegiati coltivati in precedenza con i sindacati. Si segnalerà, ancora, il diverso grado di avanzamento della trasformazione dalla simbiosi alla collaborazione, il quale appare condizionato da specifici fattori politico-istituzionali interni che influenzano, nei diversi paesi, anche la maggiore o minore velocità con cui la trasformazione sta avvenendo o è avvenuta. Alcune considerazioni saranno anche effettuate sulle resistenze alla trasformazione del rapporto con i sindacati che manifestano i partiti comunisti rispetto ai partiti laburisti, socialisti e social-democratici.
1.1.2.
I gruppi di interesse agricoli in Italia e oltre: la fine di una policy community?
Renata Lizzi
Abstract: Lo studio dei gruppi d’interesse agricoli ha da sempre attirato l’attenzione degli scienziati politici; neo-corporativismo, triangoli di ferro, policy community sono i termini utilizzati per descrivere il tipo di relazioni di questi gruppi con lo stato ed il loro ruolo centrale nelle diverse fasi del policy making agricolo. La stagione di riforme della politica agricola comune avviata dal’UE negli anni ’90 ha posto una formidabile sfida ai gruppi d’interesse agricoli in tutti i paesi europei, benché queste pressioni in realtà si siano combinate con altri fattori di cambiamento; in parte domestici, in parte internazionali, in parte esterni al settore di policy e in parte interni. Tanto che è difficile imputare alla sola europeizzazione, comunque intesa, la causa dei cambiamenti di questa politica e del ruolo dei gruppi d’interesse agricoli . Il caso italiano diventa paradigmatico da questo punto di vista, perché il radicale mutamento del quadro politico di riferimento provoca una crisi momentanea nelle associazioni di rappresentanza agricola, ma la ridefinizione degli obiettivi, delle identità, delle funzioni e delle strategie sono dettate dall’affermarsi – a livello europeo e mondiale – di un nuovo paradigma di policy. Fattori di politics e fattori di policy dunque si combinano e spiegano i cambiamenti intervenuti nelle modalità di rappresentanza, di mobilitazione, di pressione, di azione; sono mutati i canali di accesso, i rapporti con i partiti, le caratteristiche organizzative, ma soprattutto è cambiato il numero e il tipo di interlocutori con cui interagire fuori e dentro il palazzo. Sono anche il tipo di attività e le strategie che vengono stravolte dal nuovo modello di agricoltura multifunzionale, eco- compatibile, competitiva, di qualità, ecc. proposta con la PAC degli anni 2000; le alleanze con consumatori e ambientalisti, le campagne di opinione, la fornitura di servizi sofisticati e personalizzati ad aderenti e no, la diffusione dell’informazione tecnica, l’expertise sono le nuove risorse che le organizzazioni mettono in gioco. Se dunque le cause del cambiamento sono più d’una, le modalità di adattamento e di innovazione dipendono dalla combinazione di diversi fattori, gli sviluppi non sono facilmente prevedibili. La scomparsa di una policy community coesa lascia forse il posto ad un pluralismo della rappresentanza e ad assetti di policy potenzialmente divergenti anche entro le stesse arene nazionali.
1.1.3. Accedere alle leadership. I think tank italiani e i gruppi di interesse
Mattia Diletti
Abstract: I think tank rappresentano una novità del panorama politico italiano; presenti da diversi decenni in altri sistemi politici – da circa un secolo in quello statunitense – nel caso italiano mostrano caratteristiche peculiari rispetto a quelle dei think tank nordamericani e dalla maggior parte di quelli europei (Lucarelli e Radaelli, 2004; Diletti, 2009). Nel caso italiano la novità è rappresentata dall’emersione dei “think tank personali”, forum di dibattito per proposte di policy e/o centri di ricerca direttamente affiliati a un leader politico nazionale o locale: a oggi se no contano 29 (più di un terzo del totale), 3 dei quali nati negli anni ’90 e ben 12 negli ultimi due anni. Questi think tank – che in Italia assumono, nella maggior parte dei casi, la forma giuridica della Fondazione, e che si sotengono grazie al contributo di finanziatori privati - rappresentano un indicatore chiaro del rafforzamento del processo di personalizzazione della politica italiana (Calise, 2000) e al tempo stesso offrono spunti interessanti per riflettere a) sul processo di destrutturazione organizzativa dei partiti italiani; b) sulle forme nuove della relazione tra gruppi economici, gruppi di interesse e leadership politiche. In questo paper si tratterà il punto b. L’ipotesi è che i think tank italiani siano oggi uno dei punti di entrata utilizzati dai gruppi d’interesse per ottenere “accesso” (Mattina, 2010) alle leadership politiche. In attesa di approfondire la ricerca su un ampio numero di casi si focalizzeranno qui tre di essi, comparando il caso di un think tank non personale – IAI, l’Istituto Affari Internazionali - con quello di due think tank personali, quali “Fare Futuro” e “Italiani Europei”. Nel paper si darà conto dei primi feedback ottenuti grazie a un gruppo d’interviste in profondità, condotte allo scopo di osservare la percezione - rispetto alle strategie messe in campo e agli obiettivi raggiunti - degli attori coinvolti nella relazione tra think tank e donors, ovvero finanziatori e dirigenti dei suddetti think tank (riproducendo, in parte, lo schema di ricerca utilizzato da Andrew Rich nella sua ricerca sui principali think tank di Washington).
1.1.4. Gruppi di interesse e federalismo in Italia. La regolamentazione delle 'lobbies' a livello regionale
Andrea Mignone
Abstract: L’azione dei gruppi di interesse nei processi decisionali pubblici è un fenomeno ricorrente nel tempo ed in tutti i sistemi politici. E’ noto che la loro attività assume diverse forme ed utilizza diverse tecniche a seconda non solo delle politiche e degli attori coinvolti, ma anche dei bersagli prescelti. Sotto tale profilo, è interessante valutare i possibili legami tra forme di stato (e/o di governo) e regolamentazione dell’attività dei gruppi di interesse. Come è noto, in Italia, con una sorta di “ipocrisia istituzionale” si finge che l’attività di lobbying non esista, salvo per l’aspetto delle hearings consultive.
In questo ambito, il paper si propone di esaminare l’influenza del processo di regionalizzazione in Italia nell’ultimo ventennio sull’azione dei gruppi di interesse. I gruppi di interesse reagiscono alle sfide ambientali adattando organizzazione ed attività ai nuovi assetti istituzionali e dando luogo ad una sorta di isomorfismo organizzativo. Obiettivo del paper è quello di affrontare la questione della democrazia degli interessi a livello regionale, sia analizzando i cambiamenti organizzativi dei gruppi di interesse sia le opportunità di partecipazione offerte dalle Regioni, secondo le previsioni dei nuovi Statuti, entrati in vigore a seguito della riforma del Titolo V della Costituzione. In questa prospettiva, sarà sviluppata una analisi comparativa delle prime esperienze di regolamentazione a livello regionale delle attività di lobbying, anche allo scopo di valutare quanto le istituzioni (strutture e regole) condizionano l’azione dei gruppi stessi e se ne sollecitano la nascita e lo sviluppo. In particolare, sarà verificata l’efficacia della disciplina delle lobbies presso i Consigli regionali e l’esistenza di legami tra forma di governo e regolamentazione dei gruppi. Si cercherà infine di verificare quanto aperto o chiuso sia il sistema “ a nicchie” delle pressioni, e se si venga concretizzando, anche in un sistema multilivello, sia la dicotomia gruppi insider/gruppi outsider, sia il fenomeno della “cattura” dei regolatori da parte degli interessi “regolati”.
1.1.5.
Chi governa? Tra rappresentazione e realtà
Fabio Bistoncini
Abstract: Nel corso degli ultimi anni si è consolidata l'idea (in dottrina e nei media) che il potere decisionale si sia progressivamente spostato in capo all'Esecutivo. Le modifiche dei regolamenti parlamentari, attuate nel corso degli anni, sembrano ormai confermare il diverso peso del potere decisionale dalle due assemblee rispetto a quello conferitole dalla Costituzione e formalmente esercitato fino al 1994. La "perdità di centralità" lamentata da alcuni.
Le caratteristiche qualificanti del nostro assetto istituzionale nella c.d. Prima Repubblica (Parlamentare, Propozionale, "Bloccata", Consociativa) sono state sostituite nella c.d. Seconda Repubblica da un ruolo maggiormente attivo dell'Esecutivo, un sistema di tipo maggioritario ed una conseguente alternanza tra maggioranza e opposizione (Governativo, Maggioritario, Alternanza, Competitivo).
L'analisi empirica del processo decisionale a livello centrale permette di valutare nel dettaglio le considerazioni sopra esposte.
Se infatti si considera il dato degli atti normativi approvati nel corso delle ultime legislature emerge chiaramente come nella stragrande maggioranza si tratti di atti derivanti da input dell'Esecutivo. L'ipotesi di partenza sembrerebbe quindi verificata.
Al tempo stesso l'analisi dell'utilizzo delle hearing da parte di alcune Commissioni parlamentari e lo studio dell'iter di formazione e approvazione di tre atti legislativi ad alto valore simbolico per l'attuale maggioranza di governo, pongono in evidenza un ampio spazio di autonomia da parte delle Camere nel recepire le istanze dei gruppi di interesse non considerate al momento dell'emanazione dell'atto da parte dell'Esecutivo.
Vorrei poi concludere su qualche considerazione generale sulle implicazioni di questo fenomeno facendo riferimento alla vexata questio del riconoscimento "sociale", "morale" e normativo delle attività di lobbying.
1.1.6. La teoria neo-corporativa tra passato e presente
Fabio Tupone
Abstract: Gli studi classici sui grandi accordi tra Stato, Capitale e Lavoro hanno seguito una duplice e non lineare direttrice di marcia: per un verso, i lavori pionieristici di Schmitter e Lehmbruch hanno dato luogo ad una lettura “politica” degli assetti neo-corporativi, considerati ben distinti da quelli pluralistici; per altro verso, essi sono stati affiancati da numerose analisi incentrate sul rilevamento degli ‘effetti sistemici’ delle tripartite policies.
Larga parte di questi studi potrebbe essere etichettata, pur nella sua eterogeneità, come ‘statica neo-corporativa’, poiché trova il suo focus analitico nella dimensione sistemico-strutturale e non in quella processuale dell’intermediazione degli interessi.
A partire dalla seconda metà degli anni ’90 ad oggi, importanti ricerche hanno dimostrato come l’approccio neo-corporativo tradizionale, avendo cristallizzato i rapporti tra concentrazione organizzativa e concertazione, si sia dimostrato incapace di cogliere le risposte tattiche e strategiche date dagli attori dei circuiti corporativo-funzionali europei ai problemi posti dall’integrazione economico-monetaria post-keynesiana, da un lato, e dalle esigenze di competitività del capitalismo post-fordista, dall’altro. In altri termini, la corporatist literature degli anni ’70 e ’80 ha tralasciato un importante campo d’indagine, quello della fluidità del calcolo politico sotteso dalla prassi concertativa, la quale si configura pertanto come lo sbocco di differenti causal paths. Individuando diverse possibili configurazioni dello scambio politico, è la cosiddetta corporatist politics a porsi come trait d’union tra il policy process tripartito, da un lato, e il consolidamento, la ri-definizione o persino la costituzione di una specifica polity consensuale, dall’altro.
1.2 Statualità e democratizzazioni
Chairs: Pietro Grilli di Cortona e Nicoletta Di Sotto
Discussants: Orazio Lanza
Abstract: «Senza uno stato non vi può essere una democrazia moderna», con questa affermazione Linz e Stepan (1996) ribadiscono il ruolo dello Stato nel garantire un governo democratico. In sostanza, «quando vi sono profonde differenze circa la definizione dei confini territoriali dello stato, corrispondente ad una certa comunità politica, e su chi abbia il diritto di cittadinanza in quello stato, si pone il problema che definiamo di statualità» (p. 7). Partendo da questa definizione il panel intende sviluppare una discussione sui risultati finora conseguiti all’interno della scienza politica nello studio della relazione tra state-building, nation-building e democracy-building. Le condizioni della statualità, come dimostrano vari casi, costituiscono una variabile fondamentale in grado di spiegare gli esiti dei processi di democratizzazione. A questo proposito si possono selezionare itinerari “virtuosi”, come quelli spagnolo e cecoslovacco, e itinerari nei quali la permanenza di problemi relativi alla statualità e l’incapacità della nuova classe politica democratica di risolverli (caso russo, stati dell’ex Jugoslavia) impedisce, ostacola o ritarda la democratizzazione del regime. Come si arriva dunque ad un accordo sulla fisionomia dello Stato? Attraverso patti, accordi consociativi e riallineamenti territoriali si può giungere, secondo Dahl (1989), ad un accordo sulla statualità, presupposto per la creazione di istituzioni democratiche. Rilevata la mancanza negli studi politologici di una teorizzazione su questa tematica, l’interesse del panel è quello di raccogliere contributi che diano un apporto allo studio della relazione tra la statualità ed i processi di democratizzazione attraverso l’analisi empirica, come studio del caso o in prospettiva comparata, dei casi e delle diverse soluzioni istituzionali che sono state trovate.
Papers
1.2.1.
L'ambiguo ruolo della sfera pubblica nel rapporto tra statualità e democratizzazione
Gianfranco Poggi
1.2.2. Stato e democratizzazioni. Quali interferenze nella “Terza ondata”?
Nicoletta Di Sotto e Pietro Grilli di Cortona
Abstract: Le democrazie implicano sempre l’esistenza di una comunità politica, i cui membri ne accettino la legittimità, di un sistema legale che realizzi e sostenga i diritti e le libertà incluse nella definizione di regime democratico (O’Donnell 2007, 33) e la tutela degli individui da ogni potere arbitrario. Una democrazia è realizzabile, dunque, solo con riferimento ad un territorio all’interno del quale si forma un accordo sulle procedure da utilizzare “per dare vita ad un governo che possa nutrire legittime pretese di obbedienza dei cittadini” (Linz e Stepan 2000a, 44). Il conseguimento della legittimità democratica (condizione fondamentale del consolidamento e della stabilità democratica) diviene assai più difficile se sono presenti sfide stabili e permanenti alla sovranità dello Stato da parte di territori sub-statali, di settori di popolazione o di gruppi organizzati. E’ nostra opinione, dunque, che le condizioni dello Stato configurino un insieme di requisiti assai importanti per il successo della democratizzazione. Questa relazione tra statualità e democratizzazione, evidente in tutte le ondate di democratizzazione, si conferma ancora più rilevante nelle transizioni della terza ondata e in particolare in quelle dal comunismo alla democrazia. Qui, infatti, la “transizione” non riguarda solo il regime politico propriamente detto, ma investe anche la dimensione economica (dall’economia di Stato all’economia di mercato) e quella statale (recupero della piena sovranità nazionale dopo la lunga fase di “sovranità limitata”, riassetto degli Stati, loro riposizionamento nella politica internazionale, fine delle federazioni sovietica e jugoslava).
All’interno di questo lavoro si cercherà quindi di rispondere alle seguenti domande: come interferiscono le condizioni della statualità sui processi di democratizzazione nella terza ondata? Esiste una sequenza ottimale tra risoluzione della crisi di statualità e del regime (democratizzazione)? Attraverso un’analisi comparata dei paesi coinvolti nella terza ondata di democratizzazione, emergeranno le condizioni che ostacolano il processo di formazione e consolidamento dello Stato e, inoltre, potranno essere evidenziate similitudini e differenze fra i vari casi considerati (e le aree geografiche considerate).
1.2.3.
Transizioni e dinamiche di secessione nei paesi post-comunisti
Loretta Dell’Aguzzo
Abstract: Le transizioni da regime autoritario che hanno avuto luogo nei paesi dell’area postcomunista hanno mostrato come, negli stati etnicamente frammentati, i processi di democracy e state-building incontrino spesso forti resistenze dall’interno. Queste ultime possono manifestarsi attraverso richieste di maggior autonomia o di indipendenza da parte di quei gruppi etnici che si sentono minacciati all’interno dello stato di cui fanno parte.
Le istanze secessioniste di tali gruppi nei paesi post-comunisti sono state gestite in maniera molto diversa e diversi sono stati anche gli esiti che esse hanno avuto. In due casi (Repubblica Ceca/Slovacchia e Serbia/Montenegro) le istanze separatiste sono state gestite pacificamente: nel primo caso il processo di separazione è avvenuto per via parlamentare, mentre nel secondo per via referendaria. Nei restanti casi analizzati (Georgia/Abkhazia, Georgia/Ossetia Meridionale, Azerbaijan/Nagorno-Karabakh, Federazione Russa/Cecenia e Serbia/Kosovo) le richieste di maggiore autonomia sono sfociate in aspri conflitti etnici che hanno determinato l’indipendenza de facto delle regioni separatiste.
L’obiettivo di questo progetto è quello di comprendere per quali ragioni in stati che presentano condizioni di background simili il medesimo fenomeno venga gestito in modi tanto diversi. Ci si chiede, in particolare, per quali ragioni, durante le transizioni, alcuni stati siano riusciti a gestire pacificamente tali rivendicazioni utilizzando gli strumenti propriamente democratici di risoluzione delle controversie, mentre altri hanno fatto ricorso all’uso della forza.
Nel presente progetto si ipotizza che, grazie all’apertura dell’arena politica nelle prime fasi di una transizione, il ricorso alla retorica etnonazionalista, da una parte, può costituire un espediente molto remunerativo per ottenere il consenso popolare, mentre dall’altra, le minoranze possono sentirsi minacciate dal nazionalismo della maggioranza ed avanzare istanze separatiste. In presenza di istituzioni deboli e nei casi di transizioni incomplete, il ricorso all’uso della violenza può apparire come l’unica opzione percorribile per entrambe le parti.
Al fine di verificare questa ipotesi, si farà riferimento alle teorie della democrazia e della democratizzazione, agli studi sullo state-building, sulle secessioni e sulle guerre civili.
1.2.4. Statualità e democratizzazioni: forme di reclutamento politico nei processi di transizione democratica in Italia, Spagna e Portogallo
Goffredo Adinolfi
Abstract: Come cita l’abstract del panel, riprendendo Linz e Stepan, «senza uno Stato non vi può essere una democrazia moderna». I processi di transizione, tuttavia, sono caratterizzati da una crisi della statualità stessa che può influire sul nation-building (per esempio, in Italia e Portogallo con la perdita dei territori coloniali e in Spagna e Italia con il riconoscimento di differenti identità linguistiche). Non solo: come evidenzia Michel Dobry (1986), durante le crisi politiche, tra cui i processi di cambiamento di regime, lo stato perde di legittimità, intesa come sostegno reciproco tra le varie istituzioni. In questi momenti alle nuove elite spetta il compito di creare nuove «reti di consolidamento».
I processi di formazione e reclutamento di una nuova classe politica assurgono quindi a una delle questioni centrali nei processi di democracy-building. La nuova classe politica ha infatti il compito di rinnovare, ricostruire e soprattutto ricomporre nuove forme di statualità e cittadinanza che si sostituiscano a quelle del precedente regime. In Italia, Spagna e Portogallo si sono verificati processi di transizione molto differenti tra di loro, avvenuti in periodi storici diversi. In Italia il processo è avvenuto per implosione, in seguito all’approvazione della mozione "Grandi", in Portogallo attraverso un pronunciamento dei militari e in Spagna si è assistito a una transizione pactuada.
Lo studio comparato dei processi di reclutamento politico in generale e di quello ministeriale nello specifico permette a nostro avviso di evidenziare possibili linee di continuità o discontinuità rispetto alle tematiche in questione durante la transizione in questi tre paesi caratterizzati da processi di democratizzazione differenti tra loro.
1.3 I corpi intermedi. Quale contributo alla qualità della democrazia?
Chairs: Marco Almagisti, Tiziana Caponio
Abstract:
Panel promosso dallo standing group SISP “Qualità della democrazia”.
Almeno da Tocqueville, la teoria politica democratica riconosce rilevanti meriti e responsabilità all’esistenza e alla vivacità di un rigoglioso tessuto di realtà associative. Alla presenza delle associazioni sarebbero correlate sia le possibilità di controllare l’esercizio del potere politico, evitandone derive autoritarie e liberticide, sia l’opportunità di conseguire più elevati livelli di qualità della democrazia, attraverso la possibilità di aggregare le domande latenti fra i cittadini e grazie alla capacità delle associazioni di interloquire con le istituzioni.
Tuttavia, per rendere empiricamente più proficua l’analisi relativa al contributo dei corpi intermedi, si può concentrare l’attenzione su alcuni ambiti meritevoli di approfondimento. In primo luogo, riteniamo opportuno chiedere: “Cosa intendiamo per associazioni?” Una risposta adeguata ed empiricamente discriminante al quesito può favorire maggior precisione nella distinzione fra le diverse realtà associative che in Italia, spesso, risultano impropriamente ricomprese sotto la comoda etichetta di “non profit”. In secondo luogo, riteniamo utile evidenziare quali tipi di relazioni le associazioni possano intrattenere con quei particolari tipi di corpi intermedi che sono i partiti politici e con le istituzioni. Infine, può essere proficua l’indagine sulla capacità di adattamento e di innovazione delle associazioni ai fenomeni altamente innovativi che possono modificare le nostre società (immigrazione, diritti umani, ambiente, solidarietà, ecc.).
Papers
1.3.1.
L'attivismo civico e le pratiche di cittadinanza
Giovanni Moro
Abstract: Secondo diversi autori la idea di un ruolo di rappresentanza delle organizzazioni di cittadini è una contraddizione in termini: essendo infatti la rappresentanza per definizione il rendere presente qualcuno che è assente, nel momento in cui la società civile si organizza e agisce nell'arena pubblica in forma organizzata non ha più bisogno di essere rappresentata. In altre parole, se i cittadini sono presenti non vi è alcuna necessità di meccanismi rappresentativi. Questo argomento ha naturalmente la sua forza, ma è smentito da numerose evidenze empiriche: le forme di auto-organizzazione di cittadini che operano nella sfera pubblica, infatti, esercitano precisamente il duplice ruolo di “parlare a nome di” e “agire per conto di” che costituisce il nucleo del concetto di rappresentanza e tale ruolo è generalmente riconosciuto dagli interlocutori pubblici e privati di queste organizzazioni. Il paper mira, anche con riferimento alla letteratura esistente, ad approfondire criticamente questo ruolo di rappresentanza, con particolare riguardo per due questioni. La prima è se, nel caso delle organizzazioni civiche, non sia più proprio parlare di “rilevanza” anziché di rappresentanza, essendo quello di rilevanza un concetto contestuale e relativo a problemi e situazioni anziché assoluto, come è, o dovrebbe essere, quello di rappresentanza. La seconda questione è se il tentativo di applicazione del concetto di rappresentanza alle organizzazioni di cittadinanza attiva e gli ostacoli che tale applicazione incontra non siano un indicatore della natura “non standard” che tali organizzazioni hanno rispetto al paradigma democratico, a proposito della quale si potrebbe parlare di un loro carattere di “anomalia” kuhniana.
1.3.2.
Democrazia partecipativa e democrazia deliberativa: alcune riflessioni sul modello di Fung e Wright
Lucia Mazzuca
Abstract: Chiunque si appresti ad una semplice riflessione oppure ad una più profonda analisi sulla crisi che le moderne democrazie stanno attraversando negli ultimi decenni, in relazione soprattutto al declino dei tradizionali strumenti di rappresentanza e di partecipazione, non può fare a meno di confrontarsi con due tra le più note e rilevanti proposte di riforma e di rinnovamento della prassi democratica: la democrazia partecipativa e la democrazia deliberativa. Si tratta di due approcci che, unitamente alle multiformi iniziative che vengono qualificate, da caso a caso, come partecipative o deliberative, sono al centro di numerosi studi e ricerche in Italia, in Europa e nel mondo. Dagli Stati Uniti, in particolare, proviene un modello - l’Empowered Participatory Governance - elaborato da Archon Fung ed Erik Olin Wright nel 2003, il quale, rispetto alle tematizzazioni e agli approcci sviluppati in ambito europeo, e soprattutto italiano, presenta alcuni elementi di novità nell’affrontare il tema della partecipazione e del coinvolgimento dei cittadini nei processi di decision-making. Il paper propone una ipotesi di rilettura e riflessione sui modelli partecipativo e deliberativo alla luce di alcuni “nodi tematici” emersi dall’analisi di 72 esperienze di partecipazione realizzate in Italia - il ruolo delle organizzazioni di cittadini nelle pratiche di partecipazione, l’orientamento all’esito dei processi, la presenza dei cittadini nella fase di implementazione delle decisioni - dei quali i suddetti approcci non sembrano riuscire a dar conto in maniera esaustiva. In questa riflessione un ruolo importante è giocato dalle concettualizzazioni e dal modello proposti da Fung e Wright, nei quali gli aspetti su menzionati trovano una più pertinente collocazione e tematizzazione.
1.3.3.
La qualità della democrazia. Quali indicatori?
Ciro D’Amore
Abstract: Negli ultimi anni il tema della qualità della democrazia si è affermato come uno dei più importanti, affascinanti e prolifici ambiti di ricerca della scienza politica contemporanea. All’origine, vi è un insieme molto ristretto di proposte teoriche che, in maniera ora più e ora meno esemplare e sistematica, hanno messo a punto una promettente agenda di ricerca per indagare su base empirica la “bontà delle democrazie contemporanee”. Altri studi hanno indagato empiricamente diversi contesti statali e diversi livelli di governo, locale e nazionale, anche in un quadro comparato. Il successo di questo filone di ricerca e le diversità riscontrabili tra le indagini empiriche invitano a una riflessione sulle modalità con cui operazionalizzare il concetto di qualità democratica. Questo è quanto il paper si propone di fare con particolare riguardo alla dimensione dei corpi intermedi ovvero a quella componente, essenziale, della qualità della democrazia riconducibile alla società civile e alla sua capacità di interloquire con le istituzioni.
1.3.4.
Governance dynamics in the unemployed issue field: a comparison of Lyon and Turin
Matteo Bassoli e Manlio Cinalli
Abstract: Our paper focuses on governance dynamics across the public and the policy domains in the issue field of unemployment. In particular, we take two cases of Lyon and Turin, which are comparable in terms of economic structure, process of de-industrialisation and trade-unions role, so as to deal with a number of relations between civil society and public authorities. Our main question is: Does the civil society – in its broadest meaning as a set of formal organisations, trade unions and social movements – have access (formal or informal) to elites and institutions in the policy domain? The general hypothesis, building on the well-known governance literature, is that public authorities in the last decades have shifted towards a more inclusive style of decision making (Denters and Rose, 2005; Geddes, 2005, Jessop, 1995). That is, we expect to observe a pronounced attention of public authorities towards civil society organisations, or at least towards some of them. Empirically, our paper contrasts the position which civil society organisations
in the unemployment field have vis-à-vis their unemployed constituency with the position which same organisations have vis-à-vis public authorities. This broad attention to various dynamics taking place in the field across the public and policy domains enable us to deal with a segmented civil society, encompassing critical actors (such as social movements as well as spontaneous committees), pivotal actor for the paix social (trade unions) as well as strategic partners for delivering public policies (cooperatives and training schools). In so doing, we also understand the strategic use of governance tools by public authorities based on service delivery and rarefied consultation. As regards the method, our research is based on analysis which is both qualitative and quantitative. We have conducted fifty-seven semi-structured interviews with different categories of collective actors, including pro-unemployed organisations, different types of intermediary organisations as well as core policy-makers. These interviews have included not only qualitative in-depth questions, but also sets of standardised questions regarding political activities and attitudes, networks within and across the public and policy domains, as well as information on actors’ structure and resources. In particular, we draw extensively on ‘two-mode’ network analysis techniques so as to address the topic from a bottom-up perspective: concerning both the ‘desire of participation’ as well of ‘actual participation’ of civil societies. Overall, our analysis shows that civil societies do not have an unproblematic access to public authorities - not to say of the decision making process. Differences in the two cities are also understood by assessing the shape of political opportunities
existing both locally and nationally.
1.4 Democratizzazione e Welfare II
Chairs: Davide Grassi
Abstract:
Negli ultimi decenni del XX secolo e all'inizio del XXI secolo, un gran numero di paesi nelle diverse regioni del mondo ha introdotto riforme di tipo democratico. La proliferazione delle democrazie rende oggi cruciale chiedersi quali effetti abbiano prodotto i nuovi regimi, al di là dell'affermazione di libertà ed uguaglianza politica. Il panel si propone dunque di presentare e discutere paper che contribuiscono ad un filone emergente - quello che si concentra sulle "conseguenze della democratizzazione" - nell'ambito più ampio degli studi su democrazia e democratizzazione.
In particolare, si vogliono affrontare due insiemi di questioni. Il primo riguarda le conseguenze stesse dei processi di democratizzazione, investigate attraverso quesiti quali: la democrazia ha in genere rafforzato le istituzioni statali? che effetti ha avuto sulla società civile? si è dimostrata in grado di promuove la crescita economica? ha cambiato le pratiche del clientelismo, e ha favorito una migliore distribuzione della ricchezza e lo sviluppo di politiche di welfare? i regimi riformati hanno facilitato la pacificazione interna in paesi storicamente afflitti da conflitti violenti? Il secondo insieme di questioni concerne gli aspetti teorico-metodologici nello studio delle conseguenze della democratizzazione: quali sono gli spunti teorici più innovativi prodotti nell'ambito di questo filone, e quali i problemi, le sfide e le strategie metodologiche che esso sta mettendo in luce?
Papers
1.4.1. Clientelismo e democrazia: i casi del Kenya e Zambia dalla metà degli anni Novanta
Federico Battera
Abstract: In letteratura (Bratton e Van de Walle, 1997), tra i vari fattori considerati come ostacolo al consolidamento della democrazia nei Paesi in via di sviluppo, il clientelismo “sistematico” è indicato come uno dei maggiori impedimenti poiché contribuisce a mantenere il sistema politico inefficace e poco responsivo.
Con questo contributo, si intende guardare al fenomeno clientelare in tutt’altra forma. Il clientelismo, inteso come flusso di risorse da parte di chi detiene il potere in cambio di consenso politico, è qui considerato parte strutturale del processo democratico in quelle democrazie che per condizioni specifiche rientrano tra quelle che Chandra (2007) definisce “patronage democracies”. Ciò non significa però che questi sistemi non mantengano un carattere competitivo, né che il fenomeno clientelare sia soggetto a un processo di mutazione, il cui effetto è una crescente accountability (Kischelt et al., 2007).
I casi selezionati presentano alcune affinità che strutturalmente favoriscono il perdurare del fenomeno clientelare: il carattere prevalentemente rurale della società, la strutturazione su cleavages etnici, il grado semi-competitivo degli ex partiti unici, lo stesso sistema di governo (presidenziale con un forte sbilanciamento di potere in favore dell’esecutivo), lo stesso sistema elettorale (maggioritario a collegio uninominale).
1.4.2. The Consequences of Democracy: Social Welfare in Uruguay and Paraguay
Davide Grassi
Abstract: Some theories contend that democracy brings more people with below-average incomes to the polls, and they collectively force the government to redistribute income downwards. We argue that these conjectures underestimate the relevance of accumulated democratic history and of social and political organization. Income redistribution and the provision of social services take place especially when a strong democratic tradition is well established and political parties emerge that favour redistribution towards the bottom and a more complete provision of welfare benefits. Parties, along with political leadership and realignments of electoral support are crucial to explain the success and failure of such outcomes. To test our research hypothesis, we compare two Latin American countries, Uruguay and Paraguay, and analyse their political history. We find that democratic tradition aids the development and depth of redistributive social welfare policies. Democracy per se does not necessarily promote these goals: if redistribution does take place, it may be in favour not of the middle class or the poor, but rather of the upper middle class and privileged social groups. Our findings have relevant implications for a general theory of the consequences of democracy on social welfare.
1.4.3. Civil Society After Democracy: the Evolution of Civic Activism in South Africa and Korea
Antonio Fiori
Abstract: The phase of democratic consolidation can significantly impact the motives, dynamics and objectives of civil society. Its internal roles, dynamics and power balances are significantly altered by the advent of democracy, due to shifting resources, political opportunities, and a general reframing of goals and objectives. By adopting a definition of civil society as an “arena” (which highlights the continuously evolving composition and leadership of civil society) and borrowing a number of theoretical dimensions from social movement theory (which underline the importance of resource mobilization, political opportunities and conceptual framing processes), I aim at showing that the advent of democracy has posed a number of challenges to civil society organizations in Korea and South Africa. Moreover, the consolidation of democracy has inevitably changed the nature of government-civil society relations. While in South Africa institutional politics reasserted itself in the first years of democracy, thereby sidelining organizations and movements concerned with public accountability and good governance (which have only recently resurfaced through the action of new social movements), in Korea corruption and lack of transparency immediately marred the dawn of democracy, providing civic movements with a fertile terrain to galvanize civic mobilizations vis-à-vis the lack of responsiveness of the political class.
Chairs: Luca Ozzano e Cristiano Vezzoni
Discussants: Paolo Segatti, Luca Ozzano
Abstract:
Il ruolo della religione è oggi estremamente importante nella vita politica di molti paesi democratici, sia nel continente europeo, sia in altre aree del mondo: dagli Stati Uniti, all’America latina, all’Asia meridionale, al Medio oriente. Una manifestazione primaria di questo ruolo sono i partiti ad ispirazione religiosa, che sono presenti in molti sistemi politici, in ambito cristiano (come nel nostro paese), musulmano, e di tutte le altre maggiori religioni. Inoltre, anche laddove, come negli Stati Uniti, non troviamo partiti dall’orientamento esplicitamente religioso, abbiamo movimenti, istituzioni e lobbies (sia di carattere nazionale che transnazionale) che svolgono un’analoga funzione, tentando di orientare in senso confessionale le politiche pubbliche e le istituzioni, spesso anche attraverso un accorto uso dei media. In numerosi paesi inoltre il sentimento religioso costituisce un aspetto essenziale della cultura e dell’identità nazionale, e può contribuire ad orientare le scelte di voto dei cittadini, sia in senso conservatore sia in senso progressista. L’esito dell’attivazione della religione nel dibattito democratico non è scontato: da un alto può fungere da fattore di pacificazione e armonia, dall’altro di incentivazione dei conflitti, laddove siano presenti diverse confessioni religiose.
Il panel sarà rivolto ad indagare questi temi, attraverso la presentazione di ricerche di carattere sia teorico che empirico, in prospettiva comparativa o attraverso single case studies (anche su dati di survey). I paper possono essere scritti e presentati sia in italiano che in inglese.
Papers
1.5.1.
Explaining changing levels of religiosity in Europe: secularization theory versus religious pluralism
Santiago Perez-Nievas e Guillermo Cordero
Abstract: In the last few decades there has been an ongoing debate about changing levels of religiosity in Europe. On the one hand there is ample evidence of decreasing levels of church attendance in many countries. On the other, the presumed secularization trend is not so obvious if we look at other indicators of religiosity, particularly in Eastern European Countries. Also, there are remarkable differences with regard to the pace that decline in levels of religiosity are taking place.
Drawing on the data provided by the European Values Survey, the aim of our paper is twofold. Our first aim is to provide a better empirical assessment of changing levels of religiosity by looking not only at church attendance but also at less frequently used indicators such as religious denomination, importance of religion or confidence in churches. The second aim of our paper is to explain observed variations across countries by looking at two prominent bodies of literature in the study of religiosity: the more traditional and recent versions of modernization theories, with its strong emphasis on economic and social development; and the supply-side theories that see religious pluralism as the main source of religious vitality.
1.5.2.
A difficult relationship: religiosity, ideology, and voting in Spain
José Ramón Montero, Kerman Calvo e Álvaro Martínez
Abstract: This paper focuses on religious voting in national elections in Spain. The elections covered are those of 1986, 2000, 2004 and 2008. Previous work on the subject has detected shifts in the strength of religious voting in Spain: while it presented a growing weaknesses during the 1980s, as manifested by the lack of well-defined party loyalties of religious voters, religious voting seemed to be gaining relevance since the 1996 elections. Religiosity, measured as church attendance, was a significant factor affecting voting decisions in 2000 and 2004. At the same time, however, secularisation seems to be following its due curse, which results in larger segments of the population being stranded for religiosity, in all its forms. Against this background, the chapter explores the role of religiosity in multivariable regression models for the 2008 elections, and shows that, indeed, religious (and ideological) identities are not to be ignored when analysing party support in Spain.
1.5.3.
Eastern orthodox christianity and democracy: foes and allies in a globalizing world
Daniela Kalkandjieva
Abstract: The proposed paper discusses is the compatibility between Eastern Orthodox Christianity (Orthodoxy) and democracy. This issue obtained special significance for the political and academic elites on both sides of the Iron Curtain during the Cold War. While western scholars perceived the collaboration of Orthodox churches with the communist regimes in Eastern Europe as a proof for the thesis that this Christian denomination causes social passivity and lack of democracy, their colleagues from the Eastern Bloc made use of Marx’s thesis about religion as the opium of the people. The situation remained almost unchanged after the collapse of communism. The present pessimistic attitude to Orthodoxy, however, is nurtured by a different hypothesis suggesting that this religious teaching and practices deviate from western liberal values, particularly from the concepts of human rights and civil society. Therefore, Orthodoxy is often regarded as incompatible with democracy.
At first glance, the slow socio-economic development of Eastern European societies in the last centuries seems to give credit to such a conclusion. A more careful examination of the presented arguments, however, reveals that the accusations against Orthodoxy de facto neglect its theology and ecclesiology, but make use of selected facts from the history of traditionally Orthodox countries creating a distorted picture of their complex past. As a result of this approach, particular characteristics of a specific society in a given period of its history tend to be presented as inherited features of Orthodoxy in general. Therefore, the proposed paper pays special attention to the difference between the theological and ecclesiological aspects of Orthodoxy, shared by all societies and communities that belong to this religious tradition, and their specific historical, socio-economic and political developments. It reveals the wide range of models of church-state relations throughout the history of Orthodox societies that cannot be limited to the popular cliché defining them as caesaropapism. It also sheds light on some less known practices in Orthodox societies conceding the participation of laity in church government. Finally, it analyzes the multidimensional and complex interplay between national identity and Orthodox Christianity.
1.5.4.
Religioni, democrazia internazionale e global governance
Pasquale Ferrara
Abstract: Il “ritorno” della religione sulla scena internazionale è stato considerato da analisti, studiosi e diplomatici come un aspetto dell’avvento di un’era “post-secolare” che riguarderebbe, dunque, non solo i sistemi politici interni. Tuttavia la dimensione internazionale non è stata sufficientemente esplorata nei suoi caratteri distintivi, dal momento che l’analisi si è soffermata da un lato sulle conseguenze dei nuovi radicalismi a sfondo religioso per i rapporti tra le “civiltà” (adottando quindi prevalentemente un’ottica antropologica e sociologica), dall’altro sulle potenzialità delle motivazioni in senso lato riconducibili alla religione nei processi di prevenzione e risoluzione dei conflitti. E’ pertanto opportuna una riflessione sulla funzione della religione rispetto all’analisi propriamente “sistemica” delle relazioni internazionali in una fase di profonda trasformazione. La ricerca si propone, in particolare, di esaminare il ruolo della religione nella cosiddetta global governance, e si muove in tre direzioni: in primo luogo, analizzare il rapporto tra i paradigmi della globalizzazione e quello “universalista” contenuto in modo esplicito o implicito in molte religioni “mondiali”; in secondo luogo, partendo dagli schemi concettuali forniti da Benedict Anderson e Alexander Wendt, verificare in che misura le religioni possano democraticamente contribuire alla formazione di una “identità collettiva” (simbolica e pluralista) che includa il sistema delle relazioni internazionali; infine, verificare quale attenzione le religioni riservino alle prospettive di nuovi “formati” della global governance, di carattere sia formale-istituzionale (le Nazioni Unite) che informale-deliberativo (ad esempio, il G-20), con particolare riferimento alle problematiche legate alla loro legittimazione e rappresentatività.
1.5.5.
Il caso turco: AKP e conservative democracy
Valeria Giannotta
Abstract: L’AKP - Adalet ve Kalkınma Partisi - oggi è l’unico partito al governo nella regione mediorientale a promuovere un’agenda democratica pur avendo un background dichiaratamente islamico. Il suo programma politico e le performance elettorali sottolineano l’importanza accordata ai valori liberali che “in quanto espressione della volontà nazionale, sono l’unica e più importante determinante del governo”. La recente affermazione dell’AKP come partito di centro destra con un background ideologico religioso è un esempio di trasformazione politica, ma pur rifiutando ufficialmente ogni riferimento all’Islam e definendosi un movimento politico “democratico conservatore” - che sostiene la visibilità pubblica della religione e la neutralità dello Stato- è stato più volte accusato di minare i fondamentali principi kemalisti su cui si erge la Turchia moderna. E’ proprio attorno alla diversa interpretazione del secolarismo in riferimento alla realtà turca che cresce l’interesse verso questo governo, capace di mobilizzare le masse e ad avviare un nuovo corso nella politica del Paese. Dalla particolarità di questo partito e dai trionfi elettorali che hanno sancito il suo successo prende le mosse il presente paper che - con un approccio empirico-descrittivo, rafforzato da un consistente numero di interviste via à vis a rappresentanti dell’AKP, esponenti dei partiti all’opposizione, autorevoli giornalisti ed esperti di politica turca - vuole far luce sulla particolarità del loro progetto di Conservative Democracy, esplorando i diversi aspetti sottesi a questo concetto e gli effetti sulla vita sociale e sulla politica domestica della Turchia.
1.5.6.
Problems with religious pluralism exemplified by the the Deutsche Islam Konferenz
Hendrik Meyer
Abstract: A new element has been added to the relationship between politics and religion in Germany. The reason for this development is the increasing number of political and academic debates concerning Islam. Politicians felt the need for action and, in 2006, established the Deutsche Islam Konferenz (DIK). The institutionalized dialogue between politicians and Islamic representatives was the start of a long-term process of negotiations and communication.
May 2010 saw the second stage of the DIK. Yet, two of the four main Islamic organizations incorporated in the German parent organization Koordinationsrat der Muslime (KRM) are no longer part of the conference. The Islamrat was expelled by the German Minister of the Interior, de Maizière, and the Zentralrat der Muslime renounced their involvement because of the thematic orientation. This setback for the integration efforts leads to practical questions on how to handle religious pluralism. Whereas the DIK is an example for handling problems of religious pluralism, the split of the KRM also shows the difficulties in dealing with the inner Islamic pluralism. This article discusses whether and to what extent the various Islamic interests can be satisfied on a political level with the assistance of the DIK. Integration policy can only be optimized by taking all the different interests into consideration.
1.6 Forme e dinamiche della recessione democratica in Africa Sub - sahariana
Chairs: Andrea Menegatti
Discussants: Giovanni Carbone
Abstract:
A livello di politica comparata il gap di rendimento della democrazia africana rispetto alle altre aree geopolitiche appare assodato: sia la letteratura classica sulla democratizzazione che gli studi d’area constatano che l’ondata di democratizzazione africana, quantitativamente meno rilevante e più frammentata, si è inoltre sviluppata tardivamente ed in maniera meno compiuta, rispetto alle aperture politiche che si sono date in altri contesti continentali. Con qualche significativa eccezione nel “cono sur” del subcontinente (Sudafrica, Botswana) il consolidamento democratico appare a tutt’oggi una chimera a sud del Sahara.
Se l’Africa ha smentito in maniera abbastanza nitida alcune importanti correlazioni causali huntingtoniane sulla democratizzazione (religione islamica, sviluppo socio-economico, effetto domino), sembrano invece confermate (anche e soprattutto in negativo) le ipotesi della scuola di Adam Przeworski, sugli standard minimi di rendimento economico necessari al consolidamento del sistema politico e delle sue istituzioni democratiche.
Si aggiunga che nell’ultimo decennio, paesi assunti a modello di buona apertura politica, come il Senegal, oppure intere aree autoritarie ma con un trend positivo nel 2003/2004 come quella congolese/centrafricana, stanno vivendo difficoltà di varia natura a mantenere lo standard democratico raggiunto, se non veri e propri processi di involuzione autoritaria, come dimostrano i principali data-set internazionali.
Forse che il racconto e la spiegazione messi in atto delle Scienze Sociali ed anche della Scienza Politica sulle performance democratiche a sud del Sahara abbiano bisogno di fare i conti con qualche errore di previsione o, ancora, si debba aggiungere o rivedere qualche elemento d’analisi ?
Ad esempio l’autoctonia, frutto posticcio dell’ideologia coloniale, si sta ri-affermando come discriminante di esclusione o inclusione politica e paradigma per la costruzione delle strutture di potere; l’etnicità, continua ad essere archetipo di divisione quando non causa di guerra. Ancora, a livello di sistema internazionale, la condizionabilità democratica pare depotenziata da un sistema Onu bloccato e - nel caso africano - dalla politica della non-ingerenza cinese, lasciapassare per la penetrazione economica e finanziaria; mentre la nascita dell’Unione Africana nel 2000 non sembra aver dato un contributo significativo al consolidamento delle fragili garanzie democratiche che si andavano sviluppando in alcune realtà statuali. Per non parlare del permanere della frattura città campagna o del ruolo di organizzazioni criminali che minano la sovranità nazionale, specie in Africa Occidentale.
Se oggi continua ad essere inopportuno (perché vagamente esotico e/o culturalista) un dibattito teorico sulla “Democrazia all’africana”, non ci si può sottrarre perlomeno ad una rivisitazione, visti i risultati, delle connessioni causali di scuola sulla democratizzazione a sud del Sahara.
Il Panel, di carattere sia empirico che teorico, ha quindi un doppio obiettivo: in primo luogo illustrare casi paese di involuzione autoritaria nel continente negli ultimi 10 anni; in secondo luogo fornire un contributo al dibattito sulle cause delle recessione democratica africana e sugli elementi d’analisi che appaiono oggi centrali per comprendere, spiegare e prevedere i percorsi che hanno portato la democrazia politica a fare dei preoccupanti passi indietro nel sub continente.
Papers
1.6.1. La recessione democratica in Africa. Un trend negativo per la comunità dei 48 stati sub sahariani nell’ultimo decennio.
Andrea Menegatti
Abstract: A fronte della retorica democratica imperante - che ha legittimato ingerenza economica, favorito riforme istituzionali e generato forti aspettative di benessere e libertà spesso deluse - la democrazia politica in Africa ha fatto, nell'insieme, dei passi indietro nel primo decennio del nuovo secolo.
Una decade che si era aperta con grandi promesse di espansione della democrazia politica e qualche success story, ha invece mostrato, lentamente, un progressivo erodersi degli spazi di partecipazione politica e di rispetto dei diritti civili in molti paesi a sud del Sahara. Se, ad esempio, nel 2009 in Malawi, Burundi, Togo, si sono osservati alcuni miglioramenti della performance politica rispetto a qualche anno prima; ben più numerosi e gravi sono stati i casi di contrazione della sfera dei diritti democratici e delle procedure istituzionali e rappresentative: Lesotho, Kenya, Nigeria, Etiopia, Guinea, Senegal, Madagascar, Niger, Mauritania, RDC ed Eritrea sono i paesi in cui, negli ultimi 2 o 3 anni, è stata più evidente l’involuzione autoritaria, seppur con varia intensità a partendo da livelli molto diversi.
Sulla base di vari ma omogenei dateset e con un approccio comparato, questo lavoro si pone dunque sostanzialmente due obiettivi.
Dopo aver chiarito il perché si sia scelto di intendere la “recessione” nel suo significato più largo e aritmetico di “involuzione” (applicabile quindi anche a contesti non democratici) si procederà in primo luogo ad illustrare la dinamica recessiva continentale ed in secondo luogo a fornire degli elementi trasversali di spiegazione del processo in atto.
Per fare ciò, si osserveranno le quattro aree continentali (Est, Ovest, Centro e Africa Australe) e si analizzeranno, per ciascuna, quali siano i fattori causali (specie economici e politico/istituzionali e non esclusivi di singoli paesi) che possiamo individuare come delle “costanti” nella involuzione autoritaria, cercando infine di ricondurre il discorso non certo ad una compiuta spiegazione, ma perlomeno ad ulteriori piste di ricerca.
1.6.2.
Recessione democratica o mancata democratizzazione?
Angela Nicoletti
Abstract: Nel dibattito sulla recessione democratica in Africa, l’Angola riflette le difficoltà nell’attuare una reale democratizzazione che superi i requisiti della democrazia elettorale verso una democrazia di tipo liberale. Difatti, come dimostra il trend generale del continente africano, anche l’Angola deve affrontare le problematiche relative allo sviluppo e alla lotta alla povertà, alla partecipazione della società civile, alla debolezza dello stato e al funzionamento del sistema partitico. Il caso angolano però rappresenta un caso emblematico di come lo sviluppo economico del paese non abbia fino ad ora prodotto un miglioramento nelle condizioni della società e soprattutto non abbia innescato un processo effettivo di democratizzazione.
L’ipotesi di partenza di Huntington, secondo cui l’incredibile ricchezza derivante dal settore petrolifero, da cui dipende la rapida ed importante crescita dell’economia angolana, dovrebbe essere un impulso all’apertura del paese verso un regime democratico viene disattesa, rilevando al contrario che essa non facilita la creazione di una cultura politica favorevole alla democratizzazione. L’Angola ha assunto sempre più le caratteristiche di un rentier state e, come tale, i proventi delle esportazioni di petrolio sono totalmente nelle mani dello Stato che così diventa il principale motore dell’economia, assumendo sempre più un ruolo tipicamente paternalista: il petrolio rappresenta lo strumento economico e politico del regime che, detenendolo, non teme le pressioni né l’influenza della comunità internazionale.
Questo è solo uno dei fattori che determinano la complessità della situazione angolana rispetto al tema della
democratizzazione: non trascurabili sono il peso della colonizzazione portoghese e la recente costituzione dello stato (l’indipendenza risale al 1975); la fragilità delle istituzioni democratiche introdotte e la natura presidenzialista del governo. A questi fattori si aggiunge poi il ruolo della guerra, che ha caratterizzato la storia angolana recente per 28
anni ed è indissociabile dalla formazione dello stato postcoloniale, in cui ha continuato a segnare gli equilibri di potere, anche dopo l’indipendenza. Considerare il caso angolano non significa analizzare un paese che sta affrontando un’ involuzione autoritaria, bensì uno stato che ancora non si è allontanato da un sistema autoritario di governo: ci sono prospettive di democratizzazione per l’Angola ora che nel continente africano è in corso un’inversione di tendenza? Analizzare un caso di mancata democratizzazione può aiutare a comprendere la recessione democratica degli altri paesi africani?
La specificità del caso angolano può aiutare ad analizzare le altre realtà africane in un’ottica comparativa.
1.6.3. Il fallimento della democrazia mauritana, ovvero il ritorno dei vecchi demoni: militari e tribalismo
Francesco Tamburini
Abstract: Quando il 3 agosto 2005 il líder máximo della Mauritania, Maouiya Ould Sid Ahmed Taya, fu deposto dall’incruento golpe militare del Conseil Militaire pour la Justice et la Démocratie (CMJD), capeggiato da Mohamed Vall, pochi avrebbero scommesso sulla rinascita, anzi nascita, della democrazia mauritana. Invece, nel giro di un anno e mezzo, fu modificata la Costituzione del 1991, stabilendo che il mandato del Presidente della Repubblica sarebbe durato cinque anni, reiterabili una sola volta. Furono inoltre tenute le prime elezioni politiche realmente libere della storia mauritana e fu eletto democraticamente un Capo dello Stato, Sidi Ould Cheikh Abdallahi. Una vera e propria svolta epocale per la Mauritania, che però non ha resistito alla pressione esercitata dalle due componenti essenziali della società mauritana, ossia l’élite affaristico-tribale e l’apparato militare, che il 6 agosto 2008 hanno distrutto il sogno della neo-nata democrazia. Il nuovo colpo di stato ha confermato così l’inestinguibile potere della casta militare mauritana che nell’ombra ha sempre seguito le dinamiche della fragile e neonata democrazia mauritana. Apparentemente le motivazioni del golpe furono individuate in un decreto presidenziale, di qualche ora precedente la presa del potere da parte dei militari, che avrebbe operato dei cambiamenti al vertice dell’esercito, sostituendo proprio i Generali a capo della sommossa, colpevoli di essere dietro lo scioglimento della maggioranza governativa. Tuttavia, le chiavi di lettura sono più complesse. I militari si erano riappropriati di quello che avevano concesso, non appena l’esecutivo liberamente eletto si era rivelato meno influenzabile di quanto era stato previsto. Abdallahi aveva infatti compiuto delle scelte autonome che non erano piaciute all’apparato militare, tra le quali l’apertura al movimento islamico moderato, la tolleranza verso gli ex sostenitori di Taya e una lotta al terrorismo di matrice islamica ritenuta poco efficace. Non va inoltre dimenticato che dietro l’apparato militare mauritano vive un composito centro di interessi economici che fanno capo ai soliti ben definiti gruppi tribali. Il colpo di stato, o “rettificazione”, come fu definita dai militari golpisti riuniti in un sedicente “Alto Consiglio di Stato” (Haut Comité d'État - HCE) alla cui guida si è posto Mohamed Ould Abdel Aziz, è stata quindi una sorta di movimento rotatorio all’interno della stessa consorteria di potere, una rivoluzione passiva, che ha provato come il movimento democratico scaturito dal regime di transizione di Vall non avesse scardinato la struttura del blocco egemonico tribale. La Mauritania ha così compiuto un incommensurabile passo indietro nella storia, provando come l’involuzione democratica operata da Abdel Aziz non ha differito da tutti i colpi di Stato susseguitisi nel paese ed ha confermato di aderire alle macrocategorie individuate per i regimi militari africani individuate dallo storico Nugent. Nello specifico il nuovo regime mauritano, caratterizzata da una endemica “sindrome pretoriana”, è sembrato collocarsi a metà strada tra quelli così detti “soccorritori” e quelli “riformatori” o “redentori”. I regimi “soccorritori” sono quelli che sorgono a carattere temporaneo per favorire una transizione in un momento di crisi, mentre i “riformatori” o “redentori” sono quelli dove i militari si autoeleggono difensori della democrazia e si autolegittimano a guidare la nazione per un periodo di tempo determinato. Determinatezza temporale che invece sembra essere mancata.
1.6.4. Democrazia, cittadinanza e politiche dell’appartenenza in Africa sub-sahariana. I casi di Costa d’Avorio e Mozambico
Corrado Tornimbeni
Abstract: In Africa sub-sahariana, l’ondata di processi elettorali pluripartitici degli anni ’90 sembrava poter rispondere alle domande di democratizzazione e liberalizzazione politica avanzate anche da tanti movimenti sociali e politici del continente. Tuttavia, al di là degli esempi più clamorosi di restaurazione autoritaria o consolidamento di regimi dittatoriali in nuove forme, anche in quei contesti dove la democrazia pluralista sembrava aver gettato le radici più solide si sono avute una serie di conseguenze a volte drammatiche. Le “democratizzazioni” spesso hanno significato affidare al principio della competizione pluripartitica la negoziazione per l’accesso alle risorse dello Stato, e hanno costituito dunque il quadro di riferimento di processi di ridefinizione della cittadinanza, nazionale e locale, sempre più escludente. È il caso ad esempio della diffusione in alcuni paesi del concetto di autoctonia all’interno dei processi locali di affermazione della democrazia pluralistica, spiegabile solamente ricorrendo ad analisi sul come il ricorso a certe narrative storiche sia considerato così legittimo ed evocativo dalle popolazioni coinvolte. Termini come “autoctono”, “indigeno”, “locale”, non sono politicamente neutri. Essi sono il risultato della produzione retorica, delle narrative impiegate da alcuni attori in un contesto specifico al fine di tracciare una precisa configurazione dei rapporti di potere e autorità in una data società e di determinarne una gerarchia nell’accesso alle risorse chiave.
I processi di democratizzazione hanno innalzato la posta in gioco con la definizione del concetto di cittadinanza: l’importanza assunta dalla competizione elettorale ha significato un rapporto ancora più stretto tra i diritti di appartenenza alla comunità nazionale e i rapporti di potere all’interno dello Stato. Come conseguenza, l’autenticità delle rivendicazioni di cittadinanza è divenuta uno dei maggiori motivi di negoziazione se non vero e proprio scontro in molti contesti del continente. Questa dinamica ha caratterizzato sia contesti dove la contesa politica si è fatta particolarmente accesa e conflittuale, come la Costa d’Avorio, sia contesti relativamente pacifici e stabili secondo i criteri della comunità internazionale, come il Mozambico. Nel primo caso, osserviamo l’impiego del concetto di autoctonia ai fini di una definizione della cittadinanza nazionale e locale sempre più escludente; nel secondo, assistiamo a riforme politiche e programmi di sviluppo rispondenti al paradigma dominante della good governance che configurano una appartenenza “comunitaria” alla cittadinanza nazionale di stampo coloniale. Purtroppo, le nuove “comunità rurali” del Mozambico sembrano avere importanti elementi in comune con i “gruppi autoctoni” della Costa d’Avorio, e la definizione degli “estranei” a cui viene negoziata l’inclusione o esclusione nelle comunità del primo caso sembra vicina a quella degli “immigrati” che vengono allontanati dalle “loro” terre del secondo.
1.7 The State of Democracy in Europe
Chairs: Jean-Michel De Waele, Leonardo Morlino
Abstract:
Panel promosso dallo standing group SISP “Qualità della democrazia”.
The purpose of this panel is to bring together scholars working in different fields of political science who are involved in the study of democracy throughout different approaches. The aim is not only to debate the recent research agenda, but above all to propose new research strategies and methods to analyse the state of democracy.
In recent years the focus of the literature on democracy and quality of democracy has changed, from the analysis of newly democratic regimes in Latin American countries and southern Europe, and then in Central and Eastern Europe, to the analysis of consolidated democracies. The idea of a democracy’s crisis linked to the globalization and europeanization processes in Western Europe highlighted the importance of analyzing even the state of the western democracy. At this stage, a theoretical approach that goes beyond single regional specificities and constitutes a framework for the analysis of different democratic systems, even through the comparative method, is needed for a better understanding of the transformation of the European democracies.
This research agenda needs different innovations to progress: it is necessary to take into consideration the plurality of the empirical fields and topics. On the one hand the inputs of the democratic system (political parties, civil society, participation, responsiveness) and on the other hand the outputs (institutions, public policies); the multi-level nature of the analysis, with a particular attention to the supra-national and regional level; the methodological pluralism, with the aim to bring together qualitative and quantitative approaches in a case-oriented perspective.
With reference to the existing theoretical frameworks, we do not consider the debate closed. However, we do not ignore these contributions, but we need to be open to a multidisciplinary approach, accepting contributions from different social sciences, including political theory, anthropology, history and sociology. The panel accepts theoretical papers which present a conceptual framework capable of showing original new perspectives for research, and empirically oriented, comparative and case studies papers as well.
Papers
1.7.1. Is political science (still) a science of democracy?
Daniel Barbu
1.7.2. The State of Democracy: Comparison between Romania and Italy
Ramona Coman e Luca Tomini
1.7.3. Democracy of Vigilance and Administration of Fear
Michel Hastings
1.7.4. Do They Practise What We Preach? Democracy Promotion from the Academic Perspective through the Practitioner Prism
Nelli Babayan
Abstract: The 1990s witnessed the boom of democracy promotion as a foreign policy initiative and as an academic discipline building on democratization studies. Since the early 1990s states and organizations have targeted virtually every corner of the world with democracy promotion activities of various kinds; however, after the “third wave of democratization”, democracy has made little progress on the global scale. Scholars published works analysing the process of democratization in various regions of the world. However, despite numerous volumes on democratization and democracy promotion, some scholars argue that democracy promoters still lack consistent and well-defined policies.
The purpose of this paper is to understand whether there is a convergence between academic and practitioner understandings of democratization and democracy promotion. This paper reviews the main academic literature to classify democratization according to the sequence of its process and democracy promotion according to types and levels of its targets. Subsequently, this paper provides comparative analysis of the democracy promotion policies of two main democracy promoters, the European Union and the United States, and discusses whether there is a convergence between practitioner democracy promotion and academic studies or on the contrary those two diverge sometimes causing unintended results.
This paper adopts a qualitative research method and studies democracy promotion policies by analysing official documentation of the promoters, media reports, and interviews with the managerial staff of democracy promoters.





