XXIII Convegno SISP
Roma, Facoltà di Scienze Politiche LUISS Guido Carli
17 - 19 settembre 2009 Law Campus - Via Parenzo, 11
Sezioni e Panels
9. Elezioni e Comportamento di Voto
Gianni Riccamboni e Alessandro Chiaramonte
9.1 Il premio di maggioranza: origini, applicazioni e implicazioni di una “specialità" italiana
Chairs: Alessandro Chiaramonte e Giovanni Tarli Barbieri
Discussants: Pier Luigi Ballini, Marco Pignotti, Roberto D'Alimonte, Giovanni Tarli Barbieri, Alessandro Chiaramonte
Abstract:
La fine della cosiddetta Prima Repubblica ha fatto emergere nel nostro paese una marcata esigenza di discontinuità col passato che, sotto il profilo della formula elettorale, si è tradotta, soprattutto a partire dal referendum elettorale del 1993, nella rivalutazione di un generico principio maggioritario e nell’esaltazione – almeno nella dialettica politica – di un sistema partitico bipolare.
Queste esigenze hanno trovato una peculiare interpretazione, tutta costruita attorno ad un istituto, quello del premio di maggioranza, che ha finito per diventare il carattere dominante e caratteristico dell’intera legislazione elettorale italiana, soprattutto dopo l’abbandono del collegio uninominale per le elezioni della Camera e del Senato. Il premio di maggioranza viene infatti ormai applicato nel nostro paese, pur con importanti differenze sostanziali, a tutti i livelli: comunale, provinciale (L.81/93), regionale (L. 43/95; L. Cost. 1/99) e, dal 2005 in poi, anche nelle elezioni nazionali (L.270/05).
Di qui la necessità di procedere ad una indagine più approfondita su questo meccanismo, che si sviluppi su tre distinti versanti.
In primo luogo sul versante storico, così da riscoprire le motivazioni genetiche di questo istituto e della sua ciclica riproposizione nella storia della leglislazione elettorale italiana; in quest’ottica devono essere analizzate le prime proposte di adozione del premio di maggioranza negli anni ’20 dello scorso secolo culminate con l’approvazione della famigerata Legge Acerbo, i dibattiti durante la fase costituente – dentro e fuori l’Assemblea – e la provvisoria consacrazione nella prima legislatura repubblicana, dapprima nella legislazione elettorale comunale e provinciale e poi nella nota L. 148/53 (c.d. “Legge truffa”), e, infine, la recente riscoperta e diffusione di cui si è detto.
In secondo luogo sul versante dell’analisi comparata, che sola può rivelare l’effettiva natura di questo meccanismo, le modalità della sua applicazione e, dunque, le relative differenze e somiglianze. A tal fine è necessario uscire dai confini nazionali, per esplorare dove e come analoghi meccanismi abbiano trovato cittadinanza e, quindi, se il premio di maggioranza davvero di una “specialità” tutta italiana o no.
In terzo luogo sul versante delle implicazioni giuridiche e politiche, rispetto alle quali è in corso da qualche tempo un dibattito tra gli studiosi. Il premio di maggioranza, infatti, non è un semplice correttivo al sistema proporzionale, bensì un meccanismo che influenza in maniera decisiva le strategie degli attori politici e quindi il sistema dei partiti, ma anche i rapporti tra legislativo ed esecutivo e quindi la forma di governo.
L’obbiettivo del panel è dunque di raccogliere contributi sulle questioni appena accennate e discutere intorno ad essi. Considerando i tre versanti citati, il tema del panel si presta ad essere trattato secondo una prospettiva pluri-disciplinare. L’apporto che potranno fornire congiuntamente politologi, giuristi e storici è anzi indispensabile ad individuare il significato profondo del premio di maggioranza, i suoi referenti empirici e gli effetti che derivano dalla sua applicazione.
Sono previste due sessioni dai titoli: "Alle origini del premio di maggioranza" e "Applicazioni e implicazioni del premio di maggioranza".
Papers
9.1.1. Il premio di maggioranza nella legge n. 270 del 2005 e i suoi effetti sulle assemblee elettive
Nicola Lupo
Abstract: Il contributo intende soffermarsi su alcune delle implicazioni del premio di maggioranza, così come configurato, a livello nazionale, dalla legge n. 270 del 2005, sul funzionamento di Camera e Senato.
Il tema si connette a quello, più ampio, dell’adeguamento della forma di governo, e, in particolare, dei regolamenti parlamentari al sistema bipolare, ma presenta una sua specificità: la nozione di coalizione (maggioritaria), con l’indicazione necessaria del suo “capo” e di un programma comune, unitamente ad altre caratteristiche del sistema elettorale vigente, incide evidentemente, e non poco, sulla dinamica parlamentare, specie riguardo alla configurazione del circuito dell’indirizzo politico (e dunque sul rapporto di fiducia, ma anche sull’attività legislativa e su quella di indirizzo). Dunque, sia sul modo con cui si svolgono le relazioni all’interno delle Camere, sia sul ruolo delle Camere in rapporto agli altri organi costituzionali, anzitutto al Governo.
9.1.2.
Il premio di maggioranza: cosa è, come varia, dove è (stato) applicato
Alessandro Chiaramonte
Abstract: Il primo obbiettivo che si pone questo contributo è fornire una definizione di cosa sia il premio di maggioranza. In prima battuta lo considereremo come un meccanismo del sistema elettorale volto ad agevolare il conseguimento della maggioranza parlamentare per la formazione politica che ha ottenuto più voti (o seggi) così da consentire la formazione di un governo che ne sia espressione. Più in particolare, si tratta di un insieme di norme specifiche che regolano l’attribuzione alla formazione politica che ne acquisisce il diritto di una quota di seggi parlamentari supplementare rispetto a quella assegnata con le altre norme del sistema elettorale e finalizzata al raggiungimento di un numero complessivo di seggi tendenzialmente pari o superiore alla maggioranza assoluta del totale.
Il secondo obbiettivo è la ricognizione dei casi in cui il premio di maggioranza ha trovato applicazione. Senza pretesa di esaustività, a livello di elezioni parlamentari nazionali si tratta di: Italia (1924, 1953, 2006-), Romania (1926-1938), Messico (1988-1991), Corea del sud (1988-1992). A livello di elezioni sub-nazionali: Italia comunali (1951-52; 1993-), provinciali (1993-), regionali (a statuto ordinario dal 1995, più Friuli, Sardegna, Sicilia), Francia comunali >3.500 abitanti (vigente).
Il terzo obbiettivo di ricerca concerne le modalità attraverso le quali il premio di maggioranza è stato concretamente applicato. Le norme che regolano l’attribuzione supplementare di seggi nei quali esso si sostanzia possono infatti variare in ordine a molteplici aspetti. Con riferimento al destinatario, il premio può essere attribuito ad una lista, ad una coalizione di liste, ad un gruppo di candidati collegati tra loro, che abbia ottenuto il maggior numero di voti oppure il maggior numero di seggi in base alle altre norme del sistema elettorale. Con riferimento alla possibilità che il premio scatti, ossia che sia effettivamente assegnato, il premio può essere eventuale – qualora con le altre norme del sistema elettorale si possa già conseguire il risultato cui mira il premio di maggioranza, e dunque non occorre che quest’ultimo entri in azione – oppure certo – se è costituito da una riserva di seggi che deve in ogni caso essere attribuita. Con riferimento ai requisiti per l’attribuzione del premio a favore della formazione politica vincente il premio può essere condizionale – se scatta solo a determinate condizioni, quali il conseguimento di una certa percentuale di voti o di seggi – oppure non condizionale – se scatta, ed è quindi assegnato, in ogni caso. Con riferimento ai seggi che attribuisce alla formazione politica che ne gode, il premio di maggioranza è pre-determinato – allorché si conosce già ex-ante il suo ammontare – ovvero variabile – se il loro numero non è fisso ma dipende da quanti seggi ha già conseguito, con le altre norme del sistema elettorale, la formazione politica vincente. Se, infine, il premio è congegnato in modo tale da assicurare in ogni caso alla formazione politica che ne ha diritto di conseguire la maggioranza assoluta di seggi, il sistema elettorale che lo incorpora sarà majority-assuring.
9.1.3. Il premio di maggioranza: una storia molto italiana
Maria Serena Piretti
Abstract: In Italia si incomincia a parlare di premio di maggioranza subito dopo le elezioni del 1919 quando si progetta di estendere il sistema proporzionale anche alle competizioni amministrative. In questa sede sarà Giacomo Matteotti a presentare la necessità, in nome della governabilità delle amministrazioni locali, di un correttivo nella ripartizione dei seggi, vedendosi definire la sua proposta “proporzionale zoppa”.
Nel ’23 il premio di maggioranza sarà riportato alla ribalta dal partito fascista che guida il paese basandosi su una legittimazione che non gli deriva, secondo la prassi di una costituzione materiale consolidata, da una maggioranza parlamentare bensì dalla prova di
forza della marcia su Roma. In questa sede, con il favore di una classe politica liberale in larga parte asservita al mito della legalizzazione del fascismo, il parlamento approverà la legge Acerbo che sanziona l’assegnazione del premio di maggioranza al partito di
maggioranza relativa che abbia raggiunto almeno il 25% dei voti.
Nel ’53 il premio di maggioranza torna alla ribalta secondo i canoni di un disegno, non solo italiano, di blindare le democrazie occidentali in pericolo nel clima di contrapposizione frontale della guerra fredda ingenerato dal conflitto coreano. Il dibattito intorno alla modifica del sistema proporzionale e la proposta di introduzione di un premio di maggioranza si ripresenta nella crisi degli anni Ottanta. L’intervento si propone di ricostruire il contesto che favorisce in questi tre momenti la proposizione di un premio di maggioranza e di mettere a fuoco i punti di forza e di criticità che il dibattito circa la sua introduzione presenta in rapporto ai temi della rappresentanza e della governabilità che mantengono da sempre una centralità quando ci si confronta intorno ai sistemi elettorali ed alla loro riforma.
9.1.4. Premio di maggioranza e sistemi di rappresentanza locale nella I legislatura repubblicana: un’ottica comparata
Barbara Taverni
Abstract: Il contributo presentato si baserà sull’analisi delle riforme elettorali amministrative del 1951, in chiave comparata con alcuni modelli europei di riferimento che sono espressamente richiamati nei dibattiti parlamentari e politici successivi al 1948. In particolare, si ricostruiranno gli influssi dei sistemi elettorale belga e di quello svizzero (sia nazionale che, in alcuni casi, cantonale) per quanto concerne gli “apparentamenti” elettorali e di quello francese, adottato lo stesso anno per l’elezione dell’Assemblea nazionale. In ultima istanza si procederà ad analizzare gli effetti dell’applicazione del premio di maggioranza nei due turni delle comunali del 1951-52 ed i più ampi collegamenti con la riforma elettorale politica del 1953.
9.1.5. Il premio di maggioranza nella dottrina giuspubblicistica italiana. Una prospettiva storica
Massimiliano Gregorio
Abstract: Il premio di maggioranza, che costituisce oggi l’asse portante del sistema elettorale italiano sia a livello nazionale, sia a livello locale, sembra essersi scrollato di dosso un passato decisamente scomodo. Scomodo perché legato a due sue precedenti e controverse applicazioni: la celeberrima Legge Acerbo che sancì il trionfo elettorale del fascismo e, trent’anni dopo, la legge 148/53, passata alle cronache con l’appellativo di “Legge Truffa”. Il premio di maggioranza, quindi, è da sempre in Italia un argomento controverso. Col presente contributo non si intende però entrare nel merito della ricostruzione storico-politica di queste vicende. L’obiettivo è invece quello di leggerle da un punto di osservazione particolare, quello della riflessione giuspubblicistica. Ad interessare cioè è soprattutto l’atteggiamento che la scienza del diritto costituzionale ha tenuto di fronte a questo istituto, che tipo di interpretazione ne ha dato e quale posto ha assegnato ad esso nella complessiva ricostruzione della forma di governo vigente. Con particolare riguardo per la L. 148/53 e per la sua armonizzazione con i principi della Costituzione repubblicana.
9.1.6.
Tra premio di maggioranza e soglia di sbarramento. Incentivi e vincoli alla formazione delle coalizioni elettorali e di governo
Riccardo Scintu
Abstract: Negli ultimi 15 anni, in Italia si è consolidata la prassi di affidare l’incarico di governo ai partiti uniti in coalizione nella competizione elettorale: per questa ragione gli incentivi prodotti dal sistema elettorale sono decisivi per il buon funzionamento dell’esecutivo. Le due elezioni politiche tenutesi nel 2006 e nel 2008 sono state condizionate dai vincoli e gli incentivi del sistema elettorale proposto e approvato dalla maggioranza di centro-destra, nel 2005. Nonostante ciò, le strategie pre-elettorali e gli output prodotti nelle due elezioni sono stati particolarmente differenti. Il passaggio da un sistema elettorale maggioritario “proporzionalizzato” a un proporzionale con significative caratteristiche maggioritarie (dovute alla presenza di un premio di maggioranza, che attribuisce il 54% dei seggi alla coalizione maggiore), ha spinto i partiti a mettere in atto nuove strategie di alleanza nel 2006, e un profondo riadattamento strategico nel 2008. Nella prima parte del paper verrà proposta un’analisi sugli incentivi prodotti dal sistema elettorale riguardo alla formazione di alleanze tra i partiti: quelli derivanti dalle varie soglie legali di rappresentanza e in particolar modo dal premio di maggioranza attribuito alla coalizione vincente. Nella seconda parte, sulla base del framework di Muller e Strom (1999) sugli obiettivi perseguiti dai partiti, verrà proposta un’analisi sulle strategie elettorali durante le elezioni del 2006 e 2008, e verrà spiegato perché in entrambi i casi il comportamento degli attori principali si sia rivelato razionale, rispetto agli obiettivi perseguiti. Si farà inoltre cenno alle conseguenze prodotte da una eventuale modifica del sistema elettorale tramite referendum. La terza parte del paper sarà dedicata al comportamento di voto degli elettori: le strategie messe in atto dai partiti nel 2006 hanno permesso all’elettore di esprimere il voto di appartenenza (che si è rivelato anche strategico); nel 2008 le strategie dei partiti hanno spostato un numero consistente di voti, poiché gli elettori hanno dovuto scegliere tra voto sincero e voto utile.
9.1.7.
Il premio di maggioranza nelle regioni italiane: origini e rendimento in chiave presidenziale
Fortunato Musella
Abstract: Le regioni italiane sono state negli ultimi anni lo scenario di radicali trasformazioni. L’introduzione dell’elezione diretta ha impresso una vera e propria svolta alle logiche di governo regionale, producendo un netto allontanamento dall’idea del primato del legislativo che aveva dominato l’esperienza primo-repubblicana. Il nuovo dispositivo istituzionale rende il presidente di regione la più alta autorità dotata di legittimazione popolare nel nostro Paese, affidandogli un saldo controllo sulla cabina di regia dell’esecutivo nonché importanti strumenti per intervenire nel processo deliberativo assembleare. Secondo alcuni osservatori, il nuovo sistema mostrerebbe le premesse per divenire un “presidenzialismo rafforzato”, perché in punto di diritto si unisce all’investitura diretta del leader la saldatura fra presidente e maggioranza in consiglio.
Non mancano però elementi controversi nel percorso di riforma delle regioni che fanno dubitare della capacità dell’esecutivo di trovare il sostegno della coalizione di governo. Il sistema elettorale per eleggere il consiglio presenta caratteristiche miste, con i quattro quinti dei seggi attribuiti ancora con modalità proporzionali. Da una parte il premio di maggioranza è stato introdotto come un correttivo capace di ridurre la frammentazione partitica, a piena garanzia del potere governante. Anche la mancata previsione di una soglia minima di voti da dover conseguire per poter beneficiare di tale premio può essere interpretato come un segno della vocazione maggioritaria del sistema elettorale regionale. D’altra parte negli ultimi anni si è diffusa l’immagine prevalente di maggioranze rissose e divise, e anzi la frammentazione consiliare ha talvolta incoraggiato i presidenti a tentare la strada dell’avocazione monocratica dei poteri. L’alto numero di gruppi consiliari accomuna l’esperienza di tutte le regioni, dove talvolta si ritrovano gruppi composti da pochi consiglieri o addirittura “mono-gruppi”. Anche la persistenza del voto di preferenza, inoltre, ha stimolato l’emergere dei personalismi in ambito consiliare, con conseguenze significative sulla compattezza delle formazioni consiliari e sulla proliferazione di liste. Se sono dunque chiari gli incentivi posti dalle nuove regole elettorali, il funzionamento del nuovo sistema rimane una questione empirica, che tenga conto della risposta degli attori politici ai criteri prefissati. Questo contributo dunque si propone di analizzare le prime applicazioni del premio di maggioranza nelle regioni italiane, e di valutarne i risultati conseguiti.
9.1.8.
Il premio di maggioranza: applicazione e implicazioni nelle elezioni comunali
Massimo Achilli
Abstract: Il sistema elettorale dei comuni italiani è caratterizzato dall’attribuzione del premio di maggioranza alle liste collegate al candidato sindaco vincente. Tale istituto, insieme all’elezione diretta del sindaco, ha rappresentato la grande novità della riforma operata con la legge n. 81 del 25 marzo 1993.
Obiettivo della nostra relazione è di studiare il rendimento del premio di maggioranza nelle elezioni comunali. Per far questo, abbiamo raccolto i risultati elettorali dei comuni superiori ai 15.000 abitanti in tutto il periodo 1993-2009. Innanzitutto, abbiamo osservato l’effettiva applicazione del premio: come avviene anche per gli altri livelli di governo, infatti, il premio ha natura eventuale e scatta solo se si realizzano alcune condizioni nella distribuzione dei voti tra le liste. Inoltre, abbiamo analizzato gli effetti dell’attribuzione del premio sulla stabilità delle giunte comunali; l’attenzione è rivolta in particolare alla relazione con gli scioglimenti anticipati e le relative cause. Il rendimento del premio di maggioranza è, infine, valutato secondo alcune variabili dipendenti fondamentali, come l’ampiezza demografica e la collocazione geografica del comune, e l’evoluzione storica del fenomeno.
Chairs: Dario Tuorto e Cristiano Vezzoni
Discussants: Ferruccio Biolcati Rinaldi e Piergiorgio Corbetta
Abstract:
Negli ultimi decenni, a fronte di un’ondata di crescente sfiducia, disaffezione e delegittimazione delle istituzioni politiche ci si è interrogati su comportamenti ed orientamenti dei “nuovi elettori”. Il dibattito su questo tema si è cristallizzato attorno a due letture contrapposte del mondo giovanile: una pessimista, che parla di generazioni apatiche, disincantate, distanti dalla politica ed estranee alla cultura dell’impegno collettivo. Un’altra, più ottimista, che mette in evidenza il lento spostamento delle modalità di partecipazione dei giovani dalla sfera politica tradizionale verso azioni politiche più dirette o verso attività solo marginalmente politiche (volontariato, affiliazione ad associazioni a carattere sociale o culturale). Allo stato attuale le ricerche esistenti, anche quando sono sviluppate all’interno di linee di investigazione consolidate (si pensi alle Indagini Iard), non consentono di studiare compiutamente le trasformazioni del rapporto tra giovani, politica e voto.
Il panel intende raccogliere una serie di contributi basati su analisi empiriche che indaghino le nuove modalità di partecipazione politica giovanile (ad esempio attraverso l’utilizzo di nuove tecnologie, in primis Internet) e le trasformazioni nei processi di socializzazione politica, con particolare interesse per il ruolo della famiglia, delle subculture locali, del territorio nella trasmissione dell’identità politica e degli orientamenti di voto.
Papers
9.2.1. Orientamenti valoriali e comportamento elettorale dei giovani: analisi di un modello causale con variabili latenti
Luca Sabatini
Abstract: Mostrare la relazione che intercorre fra un determinato set di orientamenti valoriali ed il comportamento elettorale delle giovani generazioni è l’obiettivo di questo articolo che, muovendo i primi passi attraverso la letteratura presente in materia, cerca di illustrare i risultati di una
ricerca effettuata su un gruppo di 400 giovani a ridosso delle elezioni politiche 2008, attraverso una serie di analisi riassunte, in ultima istanza, da un modello causale con variabili latenti.
Lo schema seguito all’interno di questo articolo, quindi, raccogliendo le indicazioni emerse da recenti ricerche in ambito politologico, cercherà di studiare gli effetti delle propensioni/contrarietà in rapporto al pregiudizio nei confronti degli immigrati, all’autoritarismo (misurato attraverso tre diversi indicatori) e alla dominanza sociale, rispetto al comportamento di voto, mostrando le differenze “valoriali” che esistono negli elettorati di PD e PDL nonché i diversi legami che
si stabiliscono fra gli stessi all’interno del modello teorico ipotizzato.
9.2.2.
La partecipazione invisibile. L'impegno di una generazione esclusa
Simona Gozzo
Abstract: La generazione “flessibile” è costituita dai giovani della “società del rischio” (anni Ottanta-Duemila), adattatisi ad una flessibilità che, da economica, è diventata esistenziale abbracciando i diversi aspetti della vita sociale e lavorativa. Si iniziano a distinguere, in letteratura, almeno due sub-generazioni politiche appartenenti all’insieme individuato: la generazione “invisibile” o “generazione del rischio” degli anni Ottanta e Novanta e quella dei figli del disincanto, i “fratelli minori”, nati in questa realtà e forse per questo dotati di maggiore capacità di adattamento. Sembra, infatti, che le nuovissime generazioni mostrino dei caratteri che si potrebbero definire di “adattamento”, contro quelli di “rifiuto” della generazione invisibile.
L’obiettivo principale del lavoro è quello di cogliere la genesi del coinvolgimento civico e politico delle nuove generazioni politiche, rapportandolo a quello delle altre generazioni in modo da rilevarne omogeneità e difformità. Si evidenziano – in proposito – le diverse sfumature che può assumere la partecipazione, distinguendo i profili di coinvolgimento sulla base di concetti ed indicatori adoperati in letteratura.
L’analisi delle diverse prospettive teoriche sottese alle tipologie di coinvolgimento permette di risalire a specifiche definizioni di partecipazione che si basano su assunti differenti, così da scindere tra partecipazione civica, orientata alla campagna ed orientata alla difesa di una causa; partecipazione invisibile e partecipazione manifesta; partecipazione istituzionale e non; partecipazione strumentale e simbolico-espressiva. Si valuterà quali di questi criteri permettono di spiegare meglio la variabilità dei comportamenti sul piano intergenerazionale, in modo da ricostruire i diversi profili di coinvolgimento. Verranno prese in considerazione, inoltre, cause e motivazioni delle scelte al fine di ricostruire la genesi del dis-orientamento o ri-orientamento della partecipazione dei giovani. La questione ha assunto crescente rilevanza a seguito dell’incremento del disinteresse verso la partecipazione politica, particolarmente evidente tra le nuove generazioni.
Il lavoro proposto intende, infine, ricostruire le dinamiche relazionali politicamente significative utilizzando dati di survey rilevati su base nazionale, considerando anche l’incidenza - sulla dinamica emergente - di fattori contestuali quali l’inserimento in specifiche reti di attivazione/mobilitazione da parte del singolo e l’influenza che può assumere, in tal senso, un “ambiente” differenziato sul piano delle opinioni e della tipologia dei soggetti con cui ci si confronta. L’attenzione si soffermerà non solo sulla partecipazione attiva ad associazioni ed organizzazioni, ma anche sulla minore o maggiore propensione a discutere di argomenti politicamente significativi, sulla competenza dei soggetti con cui ci si confronta e sulla presenza di relazioni che siano caratterizzate prevalentemente da legami “forti” (diretti e profondi, riconducibili prioritariamente al contesto familiare) o anche da legami “deboli”.
9.2.3.
Le radici familiari del voto: trasformazioni negli ultimi trent'anni
Piergiorgio Corbetta
Abstract: Lo studio della relazione fra l’orientamento politico dell’individuo e quello della sua famiglia d’origine ha subito alterne vicende nella sociologia politica. Fino a quando si è pensato che l’identificazione politica, cioè a dire una preferenza politica stabile e costante verso un partito, fosse un orientamento di tipo affettivo, formatosi nei primi anni dell’età adulta e venutosi poi a radicare nella profondità della sfera emotiva, si è anche pensato che fosse importante nella sua costruzione l’orientamento politico della famiglia d’origine, e molte furono le ricerche condotte sulla trasmissione familiare della cultura politica (fra gli altri, Hyman 1959, Jennings e Niemi 1974). Successivamente, da quando si è invece cominciato a pensare che l’identificazione politica sia un qualche cosa di meno stabile e più mutevole, esposto agli eventi della contemporaneità e reattivo agli atteggiamenti degli individui su specifiche tematiche politiche, è venuto anche meno, da parte degli studiosi, ogni interesse verso la socializzazione politica familiare. Approfittando del fatto che la domanda la domanda sul voto del padre è stata posta nelle inchieste campionarie del 1968, 1972, 1996, 2001 e 2006 (inchieste Itanes e precedenti), in questo paper cercherò di analizzare il cambiamento nella relazione fra gli orientamenti politici dei padri e dei figli intervenuta negli ultimi quarant’anni. Nell’ipotesi generale dell’individualizzazione del voto e dell’indebolimento della sua relazione con tutte le variabili ascritte, ci aspettiamo un calo generalizzato nel tempo della relazione fra voto del padre e voto del figlio. Si tratta di una tendenza attesa dovunque nelle democrazie occidentali. Nella situazione italiana si aggiunge la trasformazione nel tempo dell’«offerta» politica: la discontinuità che si è venuta a creare fra partiti della «prima» e della «seconda» Repubblica, non può non avere spezzato anche legami affettivi che univano gli elettori a sigle, formazioni, simboli poi scomparsi. In questo quadro – che è tuttavia da dimostrare – mi chiederò anche se il cambiamento della relazione fra orientamento politico dei padri e dei figli ha investito in egual misura tutte le aree partitiche (sinistra, centro e destra), oppure ha colpito alcune parti politiche in misura maggiore di altre.
9.3 “Election days” 2009: concordanze e differenze nelle arene elettorali
Chairs: Raffaele De Mucci
Discussants: Antonio Agosta
Abstract: Le prossime consultazioni elettorali si svolgeranno negli election days del 6-7 giugno e 20-21 giugno che assoceranno, rispettivamente, le elezioni europee alle elezioni amministrative (primo turno) e le elezioni amministrative (secondo turno) alla consultazione referendaria. Obiettivo del panel è quello di indagare e valutare gli elementi di continuità così come le differenze rintracciabili nelle arene competitive attivate in occasione delle prossime consultazioni. L’analisi intende comprendere tanto i comportamenti di voto degli elettori che parteciperanno ai due appuntamenti quanto l’offerta politica (candidature e programmi) e le strategie perseguite dai partiti politici, anche con riferimento ai processi di selezione della classe politica.
Papers
9.3.1. Effetti politici dell'abbinamento tra elezioni europee ed elezioni amministrative
Marzia Basili
9.3.2. Il parlamento europeo come luxury parking
Raffaele De Mucci
9.3.3. L'europeizzazione dei programmi elettorali
Domenico Fracchiolla
9.3.4. La lega in Umbria. Le ragioni del 'successo' in alcune aree della regione
Giovanni Barbieri
9.3.5.
Voto diviso e comportamenti elettorali nell'election days 2009
Roberto De Luca
Abstract: Nella lunga fase di transizione del sistema politico italiano, uno dei principali cambiamenti che si sono verificati è certamente la maggiore mobilità elettorale.
Rispetto ai primi quarant’anni della nostra Repubblica nei quali le percentuali di voto dei partiti subivano movimenti da un’elezione all’altra quasi impercettibili, registriamo ora in ogni elezione spostamenti cospicui da una parte all’altra degli schieramenti. Ovviamente le cause di una siffatta mobilità elettorale possono essere diverse e, a volte, concorrenti. Le riforme elettorali e le trasformazioni del sistema dei partiti possono determinare da un’elezione all’altra strategie diverse sia nell’offerta elettorale così come nei singoli comportamenti dei votanti. Da ultimo, è stato messo in rilievo il peso degli elettori astensionisti “intermittenti” negli spostamenti di voto.
La “fedeltà leggera” degli elettori, che dovrebbe incidere sull’allargamento della tipologia del voto di opinione, è ancora più tenue se confrontiamo elezioni di diverso tipo, anche quando si svolgono a distanza di poco tempo o addirittura nello stesso giorno.
L’election day ci dà l’opportunità di verificare, oltre alla comparazione fra risultati dei partiti e schieramenti, molti aspetti dell’offerta politica e dei comportamenti elettorali. Lo scorso anno, in occasione dello svolgimento contemporaneo di elezioni politiche e delle provinciali in nove province, avevamo registrato le differenze, in alcuni casi notevolissime, fra i risultati di queste due elezioni. Per un numero consistente di elettori si era trattato di un vero e proprio voto “diviso” per via della netta distinzione operata fra voto locale e voto nazionale.
L’occasione fornitaci dall’election day 2009 è ancora più interessante sotto il profilo della possibilità di analisi. Si è votato, infatti, in 62 province in contemporanea per il rinnovo dei consigli provinciali e del Parlamento Europeo. Abbiamo, perciò, la possibilità di venire in possesso di molte informazioni sulle diversità dell’offerta su tutto il territorio nazionale per le elezioni provinciali e, soprattutto, sui comportamenti dei singolo elettori, in fatto di partecipazione e di scelta. La tesi, abbastanza consolidata, della maggiore propensione dell’elettore meridionale a votare il candidato prima ancora che il partito potrà essere verificata attraverso il funzionamento di due sistemi elettorali, differenti fra loro ma che hanno come fattore comune la possibilità di scegliere dei candidati in competizione con caratteristiche però completamente distinte: nelle provinciali buona parte dei candidati sono conosciuti perché attivi nel rispettivo territorio, nelle europee i candidati, proprio per la vastità delle circoscrizioni, risultano molto lontani dai propri elettori.
Proprio partendo dalla modalità di voto utilizzata dai cittadini delle regioni meridionali, potremo svolgere delle considerazioni sulla diversità del comportamento elettorale in altre parti d’Italia.






