XXIII Convegno SISP

Roma, Facoltà di Scienze Politiche LUISS Guido Carli
17 - 19 settembre 2009 Law Campus - Via Parenzo, 11

Sezioni e Panels

8. Relazioni Internazionali
Filippo Andreatta e Vittorio Emanuele Parsi

8.1 Forme e dinamiche della violenza nel sistema internazionale contemporaneo

Chairs: Stefano Costalli e Andrea Ruggeri

Discussants: Giampero Giacomello e Luciano Bozzo

Abstract: Il panel si concentrerà sulle forme di violenza differenti dalla guerra interstatale classicamente intesa, che hanno assunto un ruolo di grande rilevanza nel sistema internazionale post-bipolare. Per favorire lo studio di fenomeni quali le guerre civili od il terrorismo internazionale da più angolature, il panel accoglierà contributi sia teorici che empirici concernenti temi quali le cause di tali manifestazioni violente; le loro conseguenze; gli eventuali collegamenti fra attori locali, esterni e transnazionali; le dinamiche ed i percorsi seguiti dalla violenza nel quadro di tali fenomeni; l’intensità della violenza stessa; le scelte degli attori coinvolti. L’ideale sarebbe accogliere all’interno del panel contributi che applicano strategie di ricerca diverse fra loro e che trattano l’argomento situandosi su livelli di analisi differenti. Sarebbero pertanto ugualmente benvenuti studi sul rapporto fra l’evoluzione del sistema internazionale ed il proliferare di conflitti etnico-religiosi, così come saggi centrati sul livello “micro”, riguardanti ad esempio l’uso strategico della violenza da parte di un determinato gruppo armato attivo in un particolare contesto.

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8.1.1. Il lungo sentiero sul lago di ghiaccio: l’evoluzione della politica di difesa italiana tra ‘nuove guerre’ e Peace Support Operations.

Fabrizio Coticchia

Abstract: Il crescente impiego delle Forze Armate in operazioni militari al di fuori dai confini nazionali rappresenta uno degli strumenti principali con i quali l’Italia afferma la propria immagine ed il proprio ruolo nello scenario internazionale. Il complesso processo di evoluzione della politica di difesa italiana permette di evidenziare la natura dei contesti operativi nei quali i contingenti si trovano ad operare. Dalla fine della Guerra Fredda le caratteristiche stesse del fenomeno bellico appaiono profondamente mutate. Il declino della guerra industriale interstatale è empiricamente evidente negli ultimi due decenni. La gran parte dei conflitti avviene poi all’interno delle frontiere statali e vede coinvolta con sempre maggiore frequenza la popolazione civile. Attraverso lo studio di alcuni tra i più controversi e dibattuti interventi militari condotti dall’Italia nell’epoca post-bipolare, il paper cerca di mettere in risalto la realtà operativa che contraddistingue le situazioni conflittuali (o posti conflittuali), gli attori principali, i metodi di combattimento impiegati dalle parti, gli strumenti
utilizzati per conquistare “cuori e menti”, le minacce più rilevanti e le cause di successo o fallimento nella risoluzione della crisi. Con la lente delle Peace Support Operations (PSO) italiane osserveremo, quindi, la modalità con la quale gli interventi armati occidentali hanno cercato, spesso invano, di promuovere e garantire stabilità e sicurezza attraverso la loro presenza militare, evidenziandone le maggiori lessons learnt.
Il presente studio è parte di un progetto di ricerca più ampio, appena portato a termine come dissertazione di dottorato. L’analisi si sofferma sui tre casi di studio (Somalia, Iraq ed Afghanistan) che permettono di indagare a fondo la natura dei contesti maggiormente conflittuali nei quali le truppe italiane siano mai state impiegate in PSO, contribuendo a delineare un quadro diacronicamente ampio, ma al tempo stesso dettagliato, delle principali caratteristiche degli interventi militari effettuati nel periodo post bipolare.

8.1.2. Ethnic violence and changing forms of international intervention

Antonio Zotti

Abstract: The purpose of this paper is to investigate whether the changes the concept of peacekeeping has been undergoing in the last decades can provide any compelling arguments for the redefinition process that seems to be affecting the crucial distinction between respectively police- and military action. The underlying idea is that the move of the parameters that set the characteristics and the legitimate use of force (violence) in the international sphere responds to some extent to a shift in the form of violence (force) mostly active in it.
In the paper I firstly examine the inference drawn by some scholars of politics of ethnicity, according to which violence may be an inherent feature of group differentiation based on ethnic factor – assumed to be one of the most characterizing sources of international violence in the postcold war era. Secondly, I look at the narratives of the agents involved in, and at the analyses of expert observers of, the evolution of the notion of peacekeeping. Most notably, the relationships between the latter and the peculiarities of ethnic conflicts are explored beyond the largely widespread interpretation pattern envisaging a triangular relationship between ethnic group, host country and kin-country, in order not to focus exclusively on the interstate aspect. The results are finally related to the theoretical discussion on the mutual distinction and the alleged overlapping of the spheres of police- and military action, with the purpose of assessing the relative weight of ethnic-related elements of violence in this dynamics and approximating the overall actual magnitude of the phenomenon.

8.1.3. L’ascia e il serpente. Il ruolo della violenza nel movimento indipendentista basco

Adriano Cirulli

Abstract: Con la progressiva, seppur instabile, affermazione del processo di pace in Irlanda del nord, quello basco rappresenta il principale caso di conflitto etnonazionale armato ancora irrisolto nel cuore dell’Europa occidentale.
Nel 2009 si celebrano i 50 anni dalla creazione, e 40 di azioni armate, dell’organizzazione indipendentista basca ETA (Euskadi ta Askatasuna/Paesi baschi e Libertà). L’uso della violenza per fini politici è stato un elemento costante e caratterizzante dell’izquierda abertzale (sinistra patriottica), il complesso e variegato movimento indipendentista basco che si è agglutinato attorno all’ETA dagli anni del regime franchista. Ciò nonostante, il ruolo e il significato attribuito all’uso della violenza sono cambiati nel corso degli anni, come risultato dell’adattamento del discorso politico e della strategia abertzale ai diversi mutamenti sociali, politici e culturali che hanno interessato i contesti basco, spagnolo e internazionale.
Seguendo un approccio interdisciplinare, basato sulla letteratura sui movimenti sociali e sugli ethnonationalist studies, il paper intende ricostruire le diverse fasi, dalle origini alla complessa fase attuale successiva al fallimento dei colloqui di pace del biennio 2006-2007, dell’evoluzione e trasformazione del ruolo e del significato dell’uso della violenza nell’izquierda abertzale.

8.1.4. Scarica il paper in pdfLa logica politica del terrorismo suicida: uno schema interpretativo a tre livelli

Francesco Marone

Abstract: Il fenomeno degli attacchi suicidi, affermatosi negli anni '80 nel contesto della guerra civile libanese, ha conosciuto una crescita molto consistente dopo gli attentati dell'11 settembre 2001, assumendo un'innegabile importanza politica. Gli studiosi hanno ormai riconosciuto che l'impiego di questa forma di violenza politica estrema richiede solitamente la partecipazione attiva di tre soggetti: un attentatore suicida che decide in
modo premeditato di offrire la propria vita alla luce di differenti motivazioni (non necessariamente politiche), un'organizzazione che si serve di questo sacrificio estremo per perseguire scopi politici definiti e una comunità di sostegno che riconosce e legittima tale pratica, di solito nella forma del
«martirio». Nondimeno la maggior parte degli studi finora ha concentrato l'attenzione soltanto su uno di questi soggetti, giungendo ad interpretazioni non solo parziali, ma non di rado anche fuorvianti. Infatti
alcuni dei quesiti più interessanti e rilevanti circa la natura e la logica degli attacchi suicidi - come il tema controverso della loro razionalità - non possono trovare risposta se non in un quadro di ampio respiro che prenda in considerazione tutti e tre i soggetti coinvolti, rendendo così conto della
complessità di questo fenomeno.
Questo paper intende delineare un framework originale della pratica degli attacchi suicidi analizzando il ruolo dei tre soggetti sopra menzionati e le rispettive interrelazioni (solitamente sotto forma di scambi reciproci), con l'ausilio di numerosi esempi illustrativi.
Dall'analisi emerge la presenza di due modelli distinti di “terrorismo suicida”: da una parte, un modello tradizionale di carattere locale, in cui le organizzazioni si prefiggono lo scopo di liberare un territorio circoscritto da un'occupante straniero, esemplificato principalmente dai casi libanese, tamil, palestinese, curdo, ceceno; dall'altro, un nuovo modello transnazionale, rappresentato dai movimenti jihadisti, che mira ad un triplice obiettivo finale, non privo di aspirazioni messianiche: il rovesciamento dei regimi secolari «apostati» da sostituire con stati islamici fondati sulla sharï'a, la liberazione dei paesi musulmani dall’influenza degli Stati Uniti e dei loro alleati occidentali ed infine l'espansione imperialistica del dominio islamico con l'ambizione di ricostituire l’antico Califfato.
Il paper mostra come i ruoli e le relazioni tra la figura dell'attentatore suicida, l'organizzazione e la comunità di sostegno mutino profondamente nel passaggio dal primo al secondo modello.

8.1.5. Scarica il paper in pdfA local-level quantitative analysis of violence in Bosnia’s civil war, 1992-1995

Stefano Costalli e Francesco N. Moro

Abstract: Recent political science literature has made an exhaustive study of civil war violence. Often, two different approaches prevail: the first focuses on macro variables and cross-country (and cross-time) analyses (Fearon and Laitin 2003), the second on thorough within-case analysis and attention to various mechanisms and processes (Kalyvas 2006, Petersen 2002). This study, part of a wider research project on religion and violent mass mobilization is an attempt to blend insights from both approaches. We look at epistemological and methodological issues to offer an initial sketch of possible results. By building a dataset of major violence-related variables (based in part on new data) collected at the local level during the 1992-1995 war in Bosnia-Herzegovina, we sought to assess the validity of some of the most widespread hypotheses on the origins of civil war violence.
The intention is threefold: first, to shift from a cross-country to within-country analysis. While this
has limits in terms of inference, it also makes it possible to reduce many of the theoretical and methodological shortcomings of macro-analysis. Second, a shift of this kind makes it possible to establish a connection between macro-variables and other processes/mechanisms, as it becomes easier to observe what the indicators selected for various variables stand for and what they actually measure. Third, the analysis should provide a comprehensive overview of an ethno-religious conflict par excellence (i.e. Bosnia) as well as an analytical map of the conflict itself.

8.2 A scuola da Waltz. Prospettive della teoria politica internazionale waltziana nell’anniversario di “Man, the State, and War

Chairs: Francesco Moro e Michele Testoni

Discussants: Marco Cesa

Abstract: Quest'anno la comunità di studiosi di Relazioni Internazionali celebra un duplice anniversario editoriale: i 50 anni di "Man, the State, and War" e i 30 anni di "Theory of International Politics", i due volumi più importanti dell’opera di Kenneth Waltz, e due volumi fondamentali nell'evoluzione teorica, metodologica e accademica della disciplina. Che meritano, dunque, una riflessione profonda e adeguata alla loro importanza. Questo panel ha l’obiettivo di raccogliere interventi di diverso tipo (teorico, metodologico ed empirico) che, a partire da uno entrambi di tali volumi, nonché sugli effetti dell'intero contributo waltziano per lo sviluppo della teoria della politica internazionale. In particolare, sono benvenuti i contributi che guardano alle possibilità di ulteriore sviluppo dell’analisi di Waltz, sia attraverso una rivisitazione del contributo teorico dell’autore che getti luce sulle prospettive attuali del neorealismo di svolgere il ruolo di punto di riferimento avuto finora, sia attraverso studi che affrontino alcuni dei temi sollevati da Waltz dal punto di vista empirico. La teoria delle alleanze, delle origini della strategia e delle dottrine militari, l’analisi dell’interazione fra fattori sistemici, dinamiche di contesto, e natura degli attori, e dunque più in generale il tentativo di comprendere l’interazione fra le “tre immagini” di Waltz costituiscono ancora oggi un fertile terreno di ricerca e di confronto da cui è difficile prescindere.

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8.2.1. Stati, sistema internazionale e civiltà: una prospettiva weberiana

Antonio Cerella

Abstract: Il presente paper analizza il mutamento nel warfare che si è verificato nell'ultimo ventennio alla luce del cambiamento nel sistema internazionale. La prima parte del lavoro è dedicata all'inquadramento storico ed empirico dei fenomeni belligeni asimmetrici: l'emergere del terrorismo internazionale, del fondamentalismo religioso e della guerra civile come paradigmi violenti della contemporaneità. Fenomeni di questo tipo, su di una tale scala di diffusione globale, risulteranno analizzati soltanto a condizione di essere intesi nel proprio modo di essere ed evolversi. Proprio in riferimento a questa impostazione, il nostro tentativo sarà quello di elaborare un framework teorico che possa combinare i vari livelli analitici (macro, meso e micro) al fine di proporre una euristica della trasformazione nella sfera politica internazionale e dei suoi effetti su quella domestica in riferimento a legittimità, legalità e religione. Il problema del fondamentalismo e del terrorismo (soprattutto di matrice religiosa), infatti, si apre su di un “territorio concettuale” vastissimo. Nel secolo della “razionalizzazione compiuta”, il “reincantamento religioso” del mondo cui stiamo assistendo si scontra con molti dei concetti classici sviluppati dalla politologia, dalla sociologia e dalle scienze giuridiche. Secolarizzazione, sovranità e legittimità sono soltanto alcuni dei key concepts dalla cui lettura il reale non appare più facilmente decifrabile. A ciò si aggiungono i problemi di riconcettualizzazione e di “stiramento concettuale” cui, naturalmente, si espongono fenomeni di questo tipo (terrorismo, fondamentalismo, violenza religiosa, ecc.) data l'ampiezza geografica e culturale nella quale tali termini dovrebbero “viaggiare”. E, sopratutto, le teorie della secolarizzazione che, sotto l'influenza esercitata dal capolavoro weberiano Die protestantische Ethik und der Geist des Kapitalismus (1904), relegavano questo processo nel solo ambito occidentale sono state messe in discussione da una duplice inversione: il ritorno religioso proprio in quell'ethos dal quale era partito il processo di svuotamento religioso, ovvero in Occidente; e il crollo del muro di Berlino che ha prodotto, per la prima volta, un'integrazione politico-economica e cultural-religiosa, veramente globale. Riteniamo, infatti, che nella interazione fra il cambiamento nel sistema internazionale e il processo di integrazione tecnico-economica mondiale cui stiamo assistendo, si possa individuare il punto nodale attraverso il quale queste due macro dimensioni politiche mutando, mutino le sfere di legittimità e legalità sia domestica che internazionale.

In questo nostro lavoro ci è sembrato d'obbligo partire da uno dei padri fondatori dello studio sui rapporti fra religione, società e politica come Max Weber. La seconda parte del presente scritto è, pertanto, dedicata alla rivisitazione del sistema weberiano, soprattutto in riferimento ai problemi di razionalizzazione, secolarizzazione e, per esprimerci con Weber, di “disincantamento del mondo”. Scopo di questa rivisitazione è riscoprirne la validità euristica proprio in riferimento a quest'ultima religious resurgence. La parte conclusiva è dedicata alla rielaborazione del modello neorealista di Waltz e di quello a “civiltà” proposto da Huntington per sottoporli al vaglio critico. Armati di questo inquadramento teorico si cercherà, in conclusione, di mettere in relazione il nostro framework con lo sviluppo e la diffusione dei fenomeni violenti asimmetrici.

8.2.2. Structure and Process in International Politics

Davide Fiammenghi

Abstract: This article undertakes to provide an examination of one of the most puzzling issues in international relation scholarship: the link between power and security. By providing a theoretical framework for the discussion of this complicated matter the article shows that the power-security dichotomy is related with the balancing-bandwagoning dichotomy familiar in the study of alliances. The article suggests that the relation between the relative power of a state and the security it experiences may be non-linear. This should explain the discordant hypotheses of defensive and offensive realist about the best way to obtain security. In the second section the structural analysis is completed with a recognition of the process variables. The main thesis here is that the subsidy that the hegemon should pay to its rivals must be sufficient to solve a repeated prisoner's dilemma. By providing subsidies, the hegemon can at times bypass structural constraints and prevent its rivals from pooling their efforts.

8.2.3. Scarica il paper in pdfTaking Waltz beyond Waltz: Socialization as an Intervening Variable in Structural Realism

Andrea Locatelli e Pier Domenico Tortola

Abstract: Rationalism, pessimism and indeterminacy are three central characteristics of Waltz's structural realism. Not surprisingly, they are also the aspects that most often come under attack by scholars aiming to either criticize or improve on Waltz's ideas. Standing out in the former group, constructivists, inspired by Alexander Wendt, advocate a minimal reading of anarchy, where the latter can engender conflict and cooperation alike, depending of what states 'make of it.' Attempts to improve on Waltz's theory, on the other hand, usually concentrate on solving the indeterminacy problem by formulating theories that should explain political outcomes more accurately while retaining most of structural realism's parsimony. Neoclassical realism is probably the most significant among these developments.

Combining acknowledgement of the limits of neorealism with the recognition of the value and richness of this paradigm, this paper aims to reconcile the above theoretical positions (structural realism, constructivism, neoclassical realism) building on the work of Waltz himself. To do so we isolate Waltz's idea of 'socialization'--one of the 'transmission belts' between structure and political outcomes--and turn this concept from a constant factor into an intervening and relational variable which moves along a quantitative (high/low) as well as a qualitative (conflictual/cooperative) dimension. We then place this variable at the center of an enriched version of structural realism, where patterns of foreign policy behavior change according to the degree and type of socialization between groups of states: in the presence of high and cooperative socialization, positive perceptions and friendly behavior prevail; high and conflictual socialization, on the other hand, encourages enmity and mutually aggressive behavior; low socialization, finally, leads to higher systemic uncertainty and to cautious and defensive foreign policies.

To assess the empirical validity of our theoretical claims, we conduct a brief analysis of some recent international politics situations in the light of the three behavioral categories described above.

8.2.4. Il concetto di equilibrio di potenza. Sistema e politica d’equilibrio nell’Italia del Quattrocento

Salvatore Sberna

Abstract: L'equilibrio di potenza ricorre sovente come idea nella letteratura e nel pensiero politico moderno e contemporaneo. Nella teoria delle relazioni internazionali questo può essere considerato un concetto cardine nello studio delle relazioni interstatali, oggetto di numerose definizioni e tentativi di operazionalizzazione a seconda degli approcci, e di non pochi 'stiramenti'. Quest'analisi vuole quindi restituire un'autonomia analitica al concetto, a partire dalla distinzione tra 'balance of power' e 'balancing', tra l'esito sistemico (output) e il comportamento dell'attore (input). Caso studio è il sistema degli stati regionali italiani del Quattrocento, con un approfondimento sulla genesi, i meccanismi di conservazione e di crisi di tale sistema. Una spiegazione sistemica della bilancia italiana confuta così il mito personalistico dell'equilibrio - vizio da 'prima immagine' (Waltz, 1959) - perché opera del genio di un principe illuminato, e insieme quello internazionalista della pace di Lodi, trattato stipulato dalle maggiori potenze regionali nel 1454 e da alcuni considerato il prototipo dei sistemi di sicurezza collettiva.

8.2.5. Developing Waltzean alliance theory: immediate and permissive causes in the evolution of post-bipolar NATO

Michele Testoni

Abstract: Kenneth Waltz is by far the most influential IR scholar of the last 30 years. Waltz’s ideas have broadened and deepened the capacity of the discipline to discern world affairs as well as the methodological awareness to construct a proper theory of international politics. Even the critics recognize Neo-realism as the leading approach in IR theory, and the need to confront with it. This is the very case of international alliances, particularly in regard to NATO’s unexpected persistence after the end of the Cold War and its subsequent changes: as the vanishing of bipolarity did not bring about a traditional multipolar system, Neo-realism has been blamed for determinism and ineffectiveness in the study of international events.
The paper aims to offer a richer analysis of the evolution of post-bipolar NATO by recovering some of Waltz’s insights about the implications of the “third image” upon State action. Since Neo-realism’s main focus is not behavior (i.e. foreign policy), but repetitive systemic outcomes determined by a given distribution of power resources (i.e. international politics), it will be argued that the post-1989 international environment did not alter the essence of NATO, which remains an imbalanced alliance. That is, the structure of transatlantic relations has not changed since the onset of the Cold War: a rigid alignment (even during unipolarity) allowing flexible strategies and, due to such an asymmetry, generating a wide bargaining space in which member States struggle to advance their foreign policy interests. A situation that has often turned to provoke dangerous contradictions for the coherence of NATO itself, like in the 2003 Iraqi war. To say it in proper Waltzean terms, if (uni)polarity represents the “permissive cause” for NATO resilience in today’s international system, intra-alliance competition constitutes the “immediate cause” to explain the Alliance’s political and strategic developments. Especially, in our case, during the last 20 years.
Therefore, the paper argues that the Waltzean approach maintains intact all its power as a theory of international politics concerned in the analysis of repetitive and non-intentional results produced at the systemic level by structural dynamics. Besides, the paper aspires to a further development in designing the mutual and conflictual relationship between “third” and “second image” factors in alliance theory, particularly in the case of NATO’s recent evolution.

8.3 Prospettive sulla democrazia globale

Chairs: Filippo Andreatta

Discussants: Filippo Andreatta

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8.3.1. Scarica il paper in pdfCan there be a global demos? An agency-based approach

Mathias Koenig-Archibugi e Christian List

Abstract: The possibility and desirability of a global demos is one of the main bones of contention in debates about alternative visions of global governance in the twenty-first century. In this paper we argue that common approaches to the problem of determining the demos, which focus on the criteria of membership, tend to neglect a crucial dimension of the demos, i.e., whether it would be able to perform its guiding role in policy making. To capture this dimension, we develop a performative notion of the demos, which is based on external coherence and internal cohesion, and present conceptual tools for operationalizing and measuring it. The primary aim of these tools is not simply to provide a snapshot of the situation, but to help us understand how the development of the global demos is influenced by a variety of factors, and specifically by transnational deliberation. Our hypothesis – in line with existing works on the effects of deliberation – is that the external coherence and internal cohesion of a collection of individuals, and hence their capacity to function as a demos, are increased by their involvement in deliberative processes. In relation to the development of a global demos, the effect of transnational deliberation is especially interesting. Existing studies about deliberative politics beyond state boundaries tend to examine interaction among political elites or transnationally mobile activists, while little is known about the potential effect of transnational citizen deliberation. To fill this gap in the literature, we outline the basic parameters of a quasi-experiment that would be able to shed light on this question.

8.3.2. From Global Politics to Global Democracy

Raffaele Marchetti

Abstract: Il paper esamina i nuovi modelli di politica globale che stanno emergendo nell’arena politica inter/trans-nazionale. Adottando una prospettiva costruttivista, il paper identifica nella prima parte quattro modelli alternativi di politica globale che fanno riferimento ai nuovi attori ancora esclusi dai processi decisionali a livello internazionale. I quattro modelli sono: neo-liberalismo, cosmopolitismo, alter-globalismo, e civilizzazionismo. Nella seconda parte del paper, il cosmopolitismo è studiato con maggiore attenzione e tre sotto-modelli sono esaminati nel dettaglio: stato-centrico, non-governativo, ed integrato.Nelle conclusioni si sottolinea infine come questi modelli costituiscano la cornice di riferimento ideale del progetto politico oggi avanzato dagli attori non-statuali nell’arena globale. Oltre a traslare nella sfera globale una nutrita serie di caratteristiche della politica interna, tali modelli propongono una concettualizzazione innovativa del discorso politico. E, varcando le soglie della tradizionale politica statuale ancorata ai partiti e alle rappresentanze nazionali, prospettano un nuovo sistema da cui possano emergere nuovi attori e nuove rivendicazioni sociali. È probabilmente da qui che emergerà il futuro della politica globale. I tradizionali approcci stato-centrici alle relazioni internazionali dovranno inevitabilmente misurarsi con queste nuove forme di soggettività politica nell’era della globalizzazione. È impossibile prevedere con previsione quale sarà il risultato finale. Ma è ragionevole aspettarsi la parziale inclusione di un buon numero di punti cardine di questi nuovi modelli nella più vasta cornice istituzionale internazionale. Tenuto conto del crescente potere economico e sociale di questa tipologia di attori, non si potrà negare sine die la voce che essi rivendicano nella politica globale, se non al costo di esporre il sistema a un elevato grado di instabilità.

8.3.3. Dimensione interna e dimensione esterna della democrazia: Nazioni Unite o Lega delle democrazie?

Daniele Archibugi

Abstract: The Republican presidential candidate, John McCain, has espoused a proposal put forward by specialists in international relations close to the Democratic Party, such as John Ikenberry and Anne-Marie Slaughter. The proposal is to set up a new international organization that can accept as members only countries with a democratic government, a kind of League of Democracies (sometimes called also a Concert of Democracies). Senator McCain did not go into detail concerning the characteristics this institution would have to have. He merely stated that “it could act where the U.N. fails to act”. This idea is rather similar to that of Ikenberry and Slaughter, who suggested merging rather than replacing the United Nations with this new institution.
Is any need felt for a new intergovernmental organization? Those who propose it are thinking of cases in which the democratic countries feel the need to use force and the Security Council is not in a position to approve a resolution owing to the opposition of China or Russia. In such a situation it might prove useful to ensure legitimacy through the establishment of an institution comprising only democratic countries. While there is no lack of intergovernmental institutions, none of the existing ones seem to be sufficiently effective: NATO is restricted to the countries on both shores of the Atlantic and does not include important countries like Japan and Australia, while the G7 comprises only a small number of governments. And yet the proposal arouses some concern, even among the most enthusiastic champions of democracy.

8.3.4. Scarica il paper in pdfIl futuro della Governance globale: verso un “Global Consensus Group”?

Pasquale Ferrara

Abstract: La crisi finanziaria globale ha provocato anche una crisi di modelli globali. Il moltiplicarsi affannoso di vertici, riunioni d’emergenza, tavoli tecnici, ha messo in evidenza la necessita’ di nuovi «luoghi» di incontro, di dibattito, di negoziato, che siano in grado di coniugare rappresentativita’ ed efficacia in uno scenario internazionale in movimento. Sulle ipotesi di riforma della global governance e sulle relative architetture si confrontano, in sostanza, due linee di pensiero. Da una parte, vi è l’impostazione che punta ad un «adattamento» del G8 ai cambiamenti avvenuti nella struttura del potere (specie economico) mondiale; dall’altra, un approccio che prende le mosse dall’universalismo inclusivo delle istituzioni internazionali, a partire dalle Nazioni Unite.
E’ percio’ probabilmente giunto il momento di riconsiderare la stessa formulazione concettuale del gruppo, che potrebbe essere ricondotta a quella di un «Global Consensus Group» («GCG»), un gruppo per il consenso globale. Il «GCG», come possibile evoluzione non solo semantica, ma anche operativa del «G8+O5», potrebbe essere esplicitato come un modo di articolare in maniera creativa a livello internazionale il rapporto tra strutture, funzioni ed obiettivi. Sono anzitutto gli obiettivi di policy che suggeriscono i formati (le strutture), partendo in ogni caso da un «gruppo fondativo», che agirebbe come il convening group, un gruppo convocatore o organizzatore, almeno per l’avvio del «GCG». La denominazione e la struttura del «GCG» consentirebbe, più in generale, di uscire dalla logica dell’appartenenza ad un gruppo elitario, che inevitabilmente ingenera una spirale di aspettative di status e richieste di «posti al tavolo». In altri termini, il «GCG» rappresenterebbe un luogo di esercizio della «democrazia deliberativa» a livello globale, consentendo cioè, in quanto pre-negotiating body, il confronto di opinioni, l’esame delle proposte, la discussione sulle priorità dell’agenda mondiale, in vista del loro formale esame ed eventuale adozione nei fori istituzionali multilaterali o regionali.

8.3.5. Cleavage Lines in Global Politics: Left and Right, East and West, Earth and Heaven

Roberto Farneti

Abstract: This paper addresses themes raised in W.D. Rubinstein’s The Left, the Right and the Jews and develops them in light of questions and challenges that are prompting political scientists to revisit the "heuristic value of the left-right dichotomy" for understanding global politics. The paper makes three related claims. It argues that the “empty receptacles” of left and right are being filled with different meanings in Europe and in the United States; that in Europe left and right are seeking to re-define their polar identities by orienting themselves with regard to the much older distinction between East and West; and that this restructuring of the left-right continuum along the East-West axis is the result of the emergence of a new polarizer at the global level. The widening of the left/right cleavage is the upshot of tensions that spring from the Israeli-Palestinian conflict, and that reverberate in the ideological struggles over the status of Israel currently fought in Europe and in the US. It is in fact the perception and standing of Israel in western public discourse that places strain on the cleavage between left and right and structures the global agenda and goals of each.

8.4 International Contexts and the EU's Performance: Assessing Effectiveness

Chairs: Elena Baracani, Eugenia Baroncelli e Manuela Moschella

Discussants: Vittorio Emanuele Parsi e Eugenia Baroncelli; Fulvio Attinà e Stefania Panebianco; Sergio Fabbrini e Roberto Belloni

Abstract: This panel encourages scholars to focus on the performance of the European Union in its external action, in various political and economic fields. The poor results of the export of democracy at gunpoints, or the controversial effects of rescue packages and structural adjustment plans that both states and international/supranational actors have recently taken in international politics to contain the negative effects of international terrorism, state failure, poverty and macroeconomic instability, call for an investigation on the nature and the determinants of foreign policy performance of major actors on the international scene. The EU is one among them, surely in the areas of trade, FDI, money, development, and, increasingly, in defense and security affairs. This panel welcomes proposals from different approaches (IR, IPE, policy analysis, comparative politics, EU studies, economics) that tackle the issue of the effectiveness of the EU’s external action across a plurality of policy fields and geographical areas.

Papers

8.4.1. Scarica il paper in pdfL’Unione Europea: come promotore di stabilità?

Rosa Rossi

Abstract: L’Unione europea (UE), consapevole del proprio successo nel garantire pace e sicurezza tra i suoi membri, ha da tempo dichiarato la volontà di difendere la propria stabilità interna promuovendo pace, sicurezza, prosperità, stato di diritto attraverso le proprie relazioni esterne; ovvero proiettando all’esterno la propria stabilità. Ma cosa intende l’UE per stabilità? Molte politiche di cooperazione con i paesi terzi fanno riferimento al concetto di stabilità. Basti ricordare il Patto di Stabilità nei confronti dei paesi dell’Europa centro-orientale dei primi anni Novanta, la successiva iniziativa del Patto di stabilità per i paesi dell’Europa sud-orientale, il Processo di stabilizzazione e associazione con i Balcani. Altre iniziative quali il Partenariato Euro -Mediterraneo (PEM) e la Politica di Vicinato (PEV) hanno come obiettivo principale “la creazione di una zona di pace e stabilità”. Il termine stabilità è usato anche per pratiche diverse e che si indirizzano anche ad aree più lontane dai confini europei, come per esempio lo “Strumento per la Stabilità”, adottato nel 2006. La stabilità è il fine dei progetti di cooperazione regionale dell’UE nelle aree vicine: Europa centro-orientale, Mediterraneo, Balcani. Allo stesso tempo l’UE si impegna a diffondere il proprio modello di stabilità strutturale, anche ad aree lontane come strumento per la prevenzione dei conflitti. Nei discorsi dei policy-makers europei si menziona la stabilità interna, regionale, internazionale, strutturale ma anche sociale e politica. Il termine stabilità nei documenti europei viene spesso affiancato dai termini sicurezza, prosperità, rule of law, democrazia e diritti umani. Quale raggio di azione è più congeniale all’attore europeo? Obiettivo del presente contributo è proporre un framework analitico per analizzare le azioni di promozione della stabilità dell’UE. L’articolo è costituito da due parti: nella prima si definisce il concetto di stabilità utilizzando le prospettive della Scienza Politica interna e internazionale, nella seconda si esaminano i documenti dell’Unione Europea dedicati a tale tema e si analizzano le modalità di promozione della stabilità da parte dell’UE alla luce delle interpretazioni concettuali presenti in letteratura.

The European Union currently has 27 Member States. The Western Balkan countries and Turkey may also join once they meet the conditions for membership. The aim of enlargement is simple: to extend the area of peace, stability, democracy and the rule of law, and prosperity and well-being throughout Europe. (Olli Rehn, Commissario per l’Allargamento)

L’Unione europea (UE), consapevole del proprio successo nel garantire pace e sicurezza tra i suoi membri, ha da tempo dichiarato la volontà di difendere la propria stabilità interna promuovendo pace, sicurezza, prosperità, stato di diritto attraverso le proprie relazioni esterne; ovvero proiettando all’esterno la propria stabilità. Ma cosa intende l’UE per stabilità?
Molte politiche di cooperazione con i paesi terzi fanno riferimento al concetto di stabilità. Basti ricordare il Patto di Stabilità nei confronti dei paesi dell’Europa centro-orientale dei primi anni Novanta, la successiva iniziativa del Patto di stabilità per i paesi dell’Europa sud-orientale, il Processo di stabilizzazione e associazione con i Balcani. Altre iniziative quali il Partenariato Euro -Mediterraneo (PEM) e la Politica di Vicinato (PEV) hanno come obiettivo principale “la creazione di una zona di pace e stabilità”. Il termine stabilità è usato anche per pratiche diverse e che si indirizzano anche ad aree più lontane dai confini europei, come per esempio lo “Strumento per la Stabilità”, adottato nel 2006. La stabilità è il fine dei progetti di cooperazione regionale dell’UE nelle aree vicine: Europa centro-orientale, Mediterraneo, Balcani. Allo stesso tempo l’UE si impegna a diffondere il proprio modello di stabilità strutturale, anche ad aree lontane come strumento per la prevenzione dei conflitti. Nei discorsi dei policy-makers europei si menziona la stabilità interna, regionale, internazionale, strutturale ma anche sociale e politica. Il termine stabilità nei documenti europei viene spesso affiancato dai termini sicurezza, prosperità, rule of law, democrazia e diritti umani. Quale raggio di azione è più congeniale all’attore europeo?
Obiettivo del presente contributo è proporre un framework analitico per analizzare le azioni di promozione della stabilità dell’UE. L’articolo è costituito da due parti: nella prima si definisce il concetto di stabilità utilizzando le prospettive della Scienza Politica interna e internazionale, nella seconda si esaminano i documenti dell’Unione Europea dedicati a tale tema e si analizzano le modalità di promozione della stabilità da parte dell’UE alla luce delle interpretazioni concettuali presenti in letteratura.

8.4.2. EU Mediterranean External Action

Stefania Panebianco

Abstract: This paper aims to explore the performance of the European Union in its external action by focusing upon the Mediterranean area. It combines two levels of analysis. First of all, the Putnam’s model of the two-level game will be applied to understand the elaboration of the EU Mediterranean policy. It seeks to identify the major determinants of EU Mediterranean action in terms of: a) key actors (EU institutions versus EU member states); b) EU goals and objectives in the Mediterranean (pursuit of member states’ interests versus defence of EU values). Secondly, a theoretical interpretation of EU Mediterranean action will be provided in order to better understand EU performance in the area. Is the EU pursuing a regionalist project in the area? What kind of regionalist patterns can be found in the Med? The launching of the Union for the Mediterranean in July 2008 seems to have frozen the broad regional cooperation plans identified with the EuroMediterranean Partnership and initiated a narrower neo-functionalist technical project. According to a list of technical priority areas indicated in the Paris Declaration, specific cooperation projects have to be elaborated and implemented also with the involvement of private actors and non-regional actors. The paper seeks to demonstrate that if the EU action in the Mediterranean is currently following a neo-functionalist approach, EU’s role as regional-integrator in the Mediterranean conceived in the mid-1990s has been currently weakened.

8.4.3. Scarica il paper in pdfCooperating in the shadow of the law: judicialization and the expansion of WTO reach

Arlo Poletti

Abstract: It is widely acknowledged that the ‘legalization’ or ‘judicialization’ of the world trade regime brought by the creation of the WTO in 1995 has had a profound impact on the trade-related interests of domestic actors in WTO members. Little attention, however, has been devoted to investigating how legal vulnerability and the prospect of litigation affects these actors’ propensity to deepen and widen cooperative agreements already undertaken in the WTO framework. This paper seeks to shed light on these dynamics by analyzing the politics of preference formation of the EU in two areas of negotiations in the Doha Round: agriculture and trade-and-environment.

8.4.4. Scarica il paper in pdfPeripheral Democracy International Pressures, Internal Dynamics and Democratisation in European Former Soviet Countries

Roberto Di Quirico

Abstract: In the early 1990s, a widespread belief appeared regarding the diffusion of democracy all around the world and, in particular, in former communist countries. This belief proved sound for former communist countries in Central and Central- Eastern Europe that were now members of the European Union. However, in European post-Soviet republics that have not yet been admitted into the EU, faith in democratisation remains uncertain. Today, some of these countries (in particular Russia, Moldova, Ukraine and Georgia) are considered to be hybrid regimes at best. Others, such as Belarus, are clearly authoritarian countries. There is a multiplicity of reasons for the different results in political transformation in the two areas. However, the influence of European Union and the effects of conditionality (democratisation as a must for admission in EU) are very important. On the other hand, the lack of membership perspectives may only partly explain the failure of EU pressures for democratisation in certain former Soviet countries. Some of them suffer the influence of a Russian political trend towards authoritarianism. This is the reason why these countries are sometimes called ‘double periphery’. In spite of the relevance of external influences, internal elements also matter. Transition from communism in these countries has meant the contemporary creation of market economies and democratic political regimes. The interaction of the two processes has led to the rise of hybrid regimes. As a consequence, the future of these regimes and the possibility of democratisation in European post-Soviet republics remain uncertain. Based on the results of research funded by the European Union in 2006–2008, this paper analyses in a comparative perspective the internal dynamics and the key elements that have led to the establishment of hybrid or authoritarian regimes in Belarus, Moldova, Ukraine and Georgia. It also discusses the perspectives of democratisation or authoritarian regression in these countries and the elements that may help or hinder transition to democracy.

8.4.5. Scarica il paper in pdfEU and Russia in the post-Soviet space: performance and foreign policy goals

Laura Petrone

Abstract: It is a matter of fact that EU-Russia relations represent an urgent question to be properly addressed in order to guarantee stability and security in the post-soviet space; particularly, the Russian-Georgian war of summer 2008 and the Russian-Ukrainian gas crisis of early 2009 have shown the necessity to rebuild these relations on a new basis through a mutual recognition of roles: while misunderstanding and mutual distrust sometimes override between the two actors, a clear and unitary strategy which regulates any agreement on contractual basis still lacks, reflecting the uncertainty of intentions from both sides. The paper is firstly aimed at inserting EU-Russia partnership in a temporal perspective, in order to account for the main factors which have shaped the relation during the last years: from one side, it is suggested, the change in elite patterns, which become strikingly apparent when comparing Eltsin and Putin administrations, has significantly influenced Russian priorities in its external behavior, reflecting the claim to act as a global player in the international arena together with the dismissal of democratic model as a priority for modernization. From the other side, the EU strategy, aimed at guarantee stability in its periphery, has gradually overlapped with the post-soviet space, thus confronting more and more with Russian interests in the same area. Considering these premises, the paper also wants to evaluate the performance of EU external action towards Russian Federation, in the light of both actors’ different priorities and interests at stake: by using some analytical tools borrowed from the recent literature on the role of external factors in domestic democratization processes, such as political conditionality and socialization, it intends to emphasize the limits and potentialities of EU approach to Russia and the need to go beyond the methodology used towards other neighboring countries.

8.4.6. Scarica il paper in pdfSicurezza e democrazia in Medio Oriente: un’analisi delle politiche dell’Unione Europea

Diego Giannone

Abstract: Nel 2004 l’Unione Europea ha sviluppato una “politica europea di vicinato” (PEV), concepita come “the EU’s newest foreign policy instrument” (Ferrero-Waldner, 2006). Attraverso una serie di documenti strategici e piani di azione bilaterali, l’Ue si propone di rafforzare la stabilità, la sicurezza e la prosperità dell’area, offrendo ai paesi vicini relazioni privilegiate sul piano politico ed economico, a patto di un reciproco impegno al rispetto di alcuni valori: democrazia, good governance, rule of law, economia di mercato, sviluppo sostenibile, rispetto dei diritti umani, inclusi i diritti delle minoranze, promozione di buoni rapporti di vicinato (European Commission, 2007, Attinà e Rossi, 2004). L’Unione, inoltre, specifica che “il livello di ambizione della relazione dipenderà dal grado di effettiva condivisione di questi valori” (http://ec.europa.eu/external_relations/enp/index_en.htm).
Il paper intende focalizzare l’attenzione su due specifici paesi coinvolti nell’attuazione della PEV: Israele e i Territori Palestinesi Occupati. Qui, infatti, non solo le dinamiche interne all’Unione, ma soprattutto fattori legati al contesto internazionale rendono problematica la coerente attuazione delle politiche europee, mettendo in dubbio la stessa definizione dell’Ue come “attore normativo di politica estera” (Manners, 2002), capace di realizzare obiettivi normativi dichiarati attraverso mezzi normativi (Tocci, 2007).
L’obiettivo del paper è indagare in chiave comparata la PEV verso Israele e Palestina focalizzando l’attenzione sui temi della sicurezza e della democrazia. Dopo aver ricostruito le posizioni ufficiali assunte dall’Ue nei confronti del conflitto mediorientale, si proverà a definire l’idea di sicurezza che l’Ue intende perseguire nell’area, individuando gli strumenti e gli obiettivi di fondo e verificando se esistano o meno delle differenze sostanziali nell’approccio verso i due Paesi che emerge negli Action Plans. In stretta relazione con la sicurezza, la democratizzazione dell’area viene concepita come un prerequisito per una maggiore stabilità: su questo aspetto vi sono almeno due elementi problematici che vanno affrontati, dal momento che l’Ue li assume come premesse della sua azione. Il primo è che Israele sia uno Stato pienamente democratico (Mchenry e Mady, 2006), il secondo è che la democratizzazione della Palestina possa avvenire in assenza di uno Stato palestinese. Entrambe queste asserzioni verranno discusse in maniera critica.

8.4.7. A litmus test for Europe? The European Union and the crisis in the Democratic Republic of the Congo (1996 – 2006)

Giulia Piccolino

Abstract: “Common activities in Africa can represent another very valuable litmus test for the cohesion and political responsibility of the many countries involved in Western European Union (WEU) in undertaking peacekeeping missions in a geographic area where their solidarity cannot be misinterpreted“.
These words come from a pioneering paper published in 1996 by the Institute for Security Studies (ISS) of the WEU (now ISS of the European Union (EU)). In spite of the assumption, widespread during the 90s, that Euro-African relations were losing relevance and being “normalised”, they have assumed a renewed significance in recent years. In parallel with the development of the Common Foreign and Security Policy (CFSP) and the birth of the European Security and Defence Policy (ESDP), Euro-African relations have expanded to encompass the fields of security, conflict management and peace-building. One of the most significant steps has been the decision in 2003 to choose the Democratic Republic of the Congo (DRC) as the destination for Artemis, the first peacekeeping mission of the EU carried out beyond the geographical boundaries of Europe.
Initiatives such as Artemis stem not only from a concern for peace and human security in Africa but they also serve the ambitions of the EU to affirm itself as a global actor. Indeed, CFSP and ESDP activities in Africa have often been judged more in terms of their relevance for “testing” the EU’s new instruments for external action than for their effective contribution to conflict management in Africa.
My aim is to assess the impact of such activities by drawing on the experience of the EU’s intervention in the crisis in the DRC between 1996 and 2006. I also consider other forms of intervention, such as development and humanitarian aid, with the aim of evaluating the capacity of the EU to integrate these various tools within a coherent policy framework.

8.4.8. Scarica il paper in pdfEnergy Policy Convergence in the Euro-Mediterranean Area: A Case Study of Turkey and Morocco

Luigi Carafa

Abstract: This paper aims at assessing the dynamics of policy convergence in the framework of the Euro-Mediterranean energy cooperation. It aims at giving a response to the following research questions: what are the factors and mechanisms at play in processes of energy policy convergence across the Mediterranean? How does the EU perform when pushing for convergent policy changes across countries? To what extent do Southern and Eastern Mediterranean Countries (SEMCs) shape the different degrees and levels of convergence? Drawing on the new institutionalist literature, the study firstly concentrates on the causal factors for energy policy convergence. Within a rational choice institutionalist model, ‘opportunity structures’ (such as incentives, differentiation paths based on the progress done, tailor-made policy) are conceived as the key explaining factors; while sociological institutionalist approaches emphasise the role of ‘cognitive factors’ (such as socialisation, persuasion, lesson-drawing). Secondly, the analysis focuses on the relationships between the EU’s energy interdependence with SEMCs and the processes of policy transfer at play. Against the background of the EU being the rule maker and the SEMCs being the passive importer of rules, this paper looks at the different patterns of “interaction” as to explain how the EU performs and when the SEMCs are able to influence the processes of energy policy convergence. One the one hand, strategic interaction may explain outcomes as the results of congruent interests and bargains; on the other hand, normative interaction may account for indirect dynamics of policy convergence such as imitation. I present a comparative case-study of Turkey and Morocco: both are key energy transit countries towards Europe, which are involved in different cooperation schemes with the EU and achieved different results so far. Concretely, the inquiry will examine the convergence/divergence in the policy objectives and instruments concerning the current energy policies of each country.

8.4.9. Scarica il paper in pdfCivil society and NGOs in EU’s crisis management and humanitarian interventions

Daniela Irrera

Abstract: This paper analyzes the growing participation of European non-governmental organizations (NGOs) in ESDP operations. By engaging themselves in the European Union actions of crisis and conflict management, the civil society organisations contribute to the European Union efforts to respond to composite humanitarian emergencies. Therefore, the analysis of European NGOs’ participation in peace operations is an important contribution to the objective of assessing the impact of EU’s presence and intervention in areas like the Balkans and Africa. In addition, this analysis contributes to the study of the general phenomenon of the specific role of civil society organisations in peace missions. In first section, the change of the role played by the main civil society organisations in peacekeeping is analyzed, and this change is compared to the evolutionary phases of the European political and economic integration process. Section two examines the state and form of the relations existing between humanitarian NGOs and the EU institutions that are competent in the fields of security and foreign policy as well as humanitarian intervention. In third section, the Artemis mission in the Democratic Republic of Congo is shortly presented as a test case. Lastly, brief remarks are made on the NGOs potentialities in reducing violence and managing humanitarian emergencies in conjunction with the role played by the EU as a global actor.

8.4.10. Scarica il paper in pdfEuropean Union Election Observation Mission: how to assess effectiveness?

Marta Regalia

Abstract: Since the end of the Cold War, a universal consensus has appeared on the desirability of pluralist democracy and this implied a heavy emphasis on multi-party elections to promote democratization. International actors now play a prominent role in democratization processes also through the engagement in electoral process throughout the developing word. While scholars and policy makers admit how complex and multi-faceted the problem of democratization is, in practice, policy measures were strongly focused on elections. Implicit in this emphasis on multi-party elections is the assumption that elections are pivotal for democracy and democratization. Western countries and international organizations as the European Union pressure governments to hold democratic elections by the mechanism of political conditionality, by providing founds and technical assistance and by sending thousands of international electoral observers. The European Union, in its external action, uses election observation as one of the instruments of EU external policy to promote democracy, the rule of law and human rights. Actually, international observation of elections is one of the more diffused forms of democracy promotion. Surprisingly, very little attention has been paid to the effectiveness of electoral observation missions in detecting fraud and, to the best of my knowledge, few empirical works have tried to discover whether electoral observation missions can bring more “free and fair” elections, as proponents of this democracy-promotion instrument claim. Following the valuable work of Susan Hyde, one of the few scholars dealing with electoral observation, I will propose a framework to evaluate the effectiveness of the work of European Union electoral observation missions in Africa relying on a subnational level of analysis, since any cross-national study trying to address this issue will be inundated by endogeneity problems.

8.4.11. Measuring success of international sanctions: The EU in Moldova

Francesco Giumelli

Abstract: This paper focuses on the effectiveness of the restrictive measures that the European Union (EU) has imposed on the leadership of Transnistria and presents the results of an empirical investigation that will be carried out in the summer of 2009. The doubts cast on the utility of international sanctions by many studies are not aligned with the growing role of this foreign policy tool in the larger framework of EU conflict resolutions strategies. The paper is divided in three parts. The first part focuses on the international role played by the EU to solve conflicts. The second part describes the role of international sanctions within larger strategies and lay down the conditions for determining success/failure of international sanctions. Finally, the case of Transnistria is investigated in details since the first imposition of sanctions in 2002. The objective of the paper is twofold: first, the paper contributes to the debate on assessing the effectiveness of an unexplored aspect of the common foreign and security policy, namely the sanctioning policy of the EU. Secondly, the paper analyzes the role of international sanctions in the twenty-first century and reaches an unconventional assessment of their utility in foreign policy both as a foreign policy and a conflict management tool.

8.4.12. The Consequences of Enlargement. The Impact of UE on the Institutional and Administrative Capacity.

Luca Tomini

Abstract: Some years after the conclusion of eastern enlargement, it is necessary to address the problem of the evaluation of EU’s impact, in the short term and especially in the post-accession phase, on the countries of Central and Eastern Europe. This paper therefore addresses the question of the evaluation of the impact of enlargement on institutional and administrative capacity of the candidate countries. In the first part I will try to expose the relevance of the theme, with a reference to the relevant literature: the enlargement’s studies and the studies of democratisation processes. In the second part instead I will deal the methodological aspects of this type of research, with some proposals on the methods to use, the research strategies to follow and the assumption to check.

8.5 Cooperazione internazionale: utopia e realtà

Chairs: Michele Chiaruzzi

Discussants: Alessandro Colombo

Abstract: Sin dalla pubblicazione nel 1939 del libro di Edward H. Carr, Utopia e realtá, la cooperazione internazionale ha costituito una delle questioni centrali nello studio delle relazioni internazionali. La visione del rapporto guerra-commercio diffusa nel XIX secolo, ispirata dalla ragion di Stato e articolata nel concetto dello Stato sovrano, è sempre stata arricchita anche da una dimensione di cooperazione e assistenza. Almeno a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, quest’ultima dimensione è progressivamente mutata in uno strumento per la costruzione di nuove obbligazioni politiche nelle relazioni internazionali.
Questo periodo sembra aver mostrato il consolidarsi di una tendenza storica. Le relazioni internazionali sono state caratterizzate da un notevole aumento del ruolo delle politiche di cooperazione e sviluppo nei rapporti bilaterali e multilaterali. Essere in una posizione avanzata nell’organizzazione di aiuti ed assistenza, specialmente in aree d’importante rilievo geopolitico, è uno dei principali interessi politici per ogni attore internazionale di rilievo; talché l’estensione e la gamma degli interessi degli Stati donatori ha superato spesso quello degli Stati beneficiari.
Vi è da tempo un rinnovato interesse attorno a queste questioni e anche una fioritura di corsi universitari e studi dedicati all’ascesa della “cooperazione internazionale e sviluppo” – una definizione di per sè discutibile, tuttavia consolidata; ma una notevole parte di questo interesse è stato rivolto ai principi che ispirano l’azione cooperativa e d’aiuto piuttosto che agli aspetti legati alle sue implicazioni poliche e istituzionali.
In occasione della prima traduzione italiana del volume di Carr (2009), s’intende proporre ai partecipanti una riconsiderazione della cooperazione internazionale quale tema centrale nello studio delle relazioni internazionali, concentrando l’attenzione sugli aspetti politici, organizzativi e istituzionali, affrontati sia in chiave storica che teorica.

Since the publication of Edward Carr’s book The Twenty Years’ Crisis (1939), international cooperation has been one of the central issues in the study of international politics. The war-trade approach which has been common during the nineteenth century, inspired by the ragion di Stato and crafted by the concept of statehood, has always been also enriched by an assistance and cooperation dimension. However, at least since the end of the Second World War, the latter has become progressively an instrument for setting up new political obligations in international relations.
This period witnessed the development of what seems a consolidated historical trend. International relations have been characterised by a remarkable growth of the role of cooperation and development policies in bilateral and multilateral state relationships. Being at the forefront of organising aid and assistance in areas which play an important geopolitical role is, for any relevant international actor, one of the primary political interests. That to the extent that donors’ States have put together sets of aggregated interests which are often way wider than those of the beneficiaries’ States of the same assistance.
There has been a renovated interest on these topics and a mushrooming of plenty of studies and a multiplication of university courses dedicated to the raise of the “international cooperation and development” – a very questionable definition, yet rather consolidated in the daily use; but they have been mainly focusing on the principles and values that inspire the action of cooperation and aid, rather than on the aspects such as the political and institutional implications.
On the occasion of the first Italian translation of Carr’s book (Utopia e realtà, Rubbettino, 2009), this panel would like to propose a reassessment of international cooperation as a central issue in the study of international politics, proposing to focus on its political, organizational and institutional aspects from the historical and theoretical viewpoints.

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8.5.1. Scarica il paper in pdfSicurezza e cooperazione nel sistema internazionale. Il
 multilateralismo si rafforza ma anche il minilateralismo cresce

Fulvio Attinà

Abstract: La sicurezza multilaterale è un’esperienza nuova delle relazioni internazionali. La sua formazione appartiene a un processo di lunga durata delle istituzioni internazionali che, dopo la seconda guerra mondiale, ha assunto la forma delle operazioni di pace. Il paper, dopo aver analizzato il multilateralismo come pratica delle relazioni economico-commerciali e delle relazioni di sicurezza nel sistema mondiale contemporaneo, analizza i dati delle trasformazioni delle operazioni di pace degli ultimi venti anni e arriva alla conclusione che, come avviene nelle relazioni commerciali, anche nel campo della sicurezza il multilateralismo è sempre più affiancato dal minilateralismo.

8.5.2. “Alla ricerca del Beneficiario”. Per una Storia della Cooperazione Internazionale negli ultimi due decenni

Igor Pellicciari

Abstract: Dalla fine della seconda guerra mondiale - e quindi per un periodo piuttosto lungo da potere oramai essere considerato un trend storico consolidato – le relazioni internazionali hanno visto aumentare esponenzialmente il ruolo delle politiche degli aiuti e di assistenza nel definire i rapporti bilaterali e multi-laterali tra Stati. Rispetto allo schema tradizionale ottocentesco “guerra-commercio” ispirato largamente alla dottrina della Ragion di Stato che ha ispirato le relazioni tra soggetti statuali e le conseguenti idee di sovranità , si e’ aggiunta una dimensione dell’ ”aiuto ” – che e’ diventato nuovo strumento di obbligazione politica a livello internazionale.
Le spese pubbliche rivolte a attivare e gestire gli aiuti e le assistenze, nonché le strutture amministrative attivate per gestirle sono cresciute esponenzialmente in questi sessant’anni, senza mai subire reali flessioni. Gli attori si sono istituzionalizzati, le politiche si sono consolidate, le dinamiche relazionali incanalate su binari che possono oramai essere riconducibili a modelli descrittivi . In sostanza, essere in prima linea degli aiuti nelle zone di interesse geopolitico – si tratti di scenari post-comunisti o post-bellici – e’ diventato per un soggetto internazionale uno degli interessi politici primari, a tal punto che i Donatori hanno set di interessi complessivi quasi superiori ai Beneficiari. Se questa crescita di importanza, cioè di risorse, attori e di interessi mobilitati - e’ oramai un dato assodato tra gli addetti al settore – pur tuttavia questo aspetto ha faticato a farsi strada ad essere analizzato nel contesto della ricerca scientifica – in particolare europea ed italiana. Non che siano mancati gli studi sulla cooperazione internazionale (definizione molto dubbia e piuttosto vaga – ma oramai assodatasi- per fare riferimento alle politiche internazionali di aiuto ed assistenza) ; ma essi sono stati il piu’ delle volte orientati a concentrarsi sulla dimensione dei valori che ispirano l’azione di aiuto; piuttosto che sulle implicazioni politiche ed organizzative , sulla efficienza ed efficacia, dell’aiuto stesso.
Eppure, in particolare dopo il conflitto in Bosnia ed Erzegovina della prima metà degli anni ‘90 e lo scenario unico nel suo genere che ne e’ seguito – che ha segnato per molti versi un punto di svolta nelle relazioni tra Donatori e Beneficiari cosi come delle molteplicità di azioni lanciate - vi e’ stato una nuova spinta a sdoganare questi argomenti come oggetto di studio legittimo per le varie scienze sociali. La storiografia non e’ stata oggettivamente in prima fila di questa nuova apertura di interesse.
Relegata ad alcuni approfondimenti episodici, nascosti tra i vicoli della storia delle relazioni internazionali, la Cooperazione Internazionale non e’ mai stata oggetto centrale di un studio storico self-standing.
Il paper prende spunto dall’analisi del caso del conflitto bosniaco fino agli accordi di Dayton (1992-1995) e dell’articolato scenario post-bellico che ne è seguito (1995-2000) nonché dalla molteplicità di modelli e politiche di aiuto ed assistenza che ivi si sono riversati, per rilanciare una serie di considerazioni di metodo sulla legittimità e finanche necessità del trattare la Cooperazione Internazionale come oggetto centrale di studio storiografico.

8.5.3. I dilemmi dell'accountability nella cooperazione nord-sud

Lorenzo Fioramonti

Abstract: Il paper analizza la cooperazione allo sviluppo tra paesi industrializzati e paesi poveri, con un focus particolare sul tema dell'accountability degli operatori del settore, dalle agenzie di sviluppo bilaterali a quelle multilaterali, fino ad arrivare alle organizzazioni non governative. Il tema dell'accountability è piuttosto rilevante perché pone l'accento sulle asimmetrie di potere, i conflitti di interesse e la compatibilità o meno degli obiettivi di lungo termine con le azioni realizzate nell’immediato. Suffragando la trattazione teorica con dati empirici relativi alle politiche e alle riforme che hanno interessato la cooperazione nord-sud nell'ultimo decennio, il paper mette in luce alcuni nodi cruciali non sufficientemente esaminati dalla letteratura ed offre degli spunti per avviare nuove ricerche nel settore.

8.5.4. Scarica il paper in pdfCina e India: dinamiche di (non) cooperazione

Claudia Astarita

Abstract: L’obiettivo di questo testo consiste nel dimostrare quanto e perchè la progressiva convergenza tra gli interessi politici ed economici di Cina e India non abbia favorito l’approfondimento di dinamiche di cooperazione bilaterale. Partendo dall’equivoco di Bandung (1955), la prima conferenza del Movimento dei Paesi Non Allineati, a seguito della quale le relazioni tra Cina e India furono riassunte nel motto “Indi-Chini Bhai Bhai” (India e Cina sono fratelli), il testo ricostruisce l’evoluzione storica dei rapporti tra i due Paesi mettendo in luce le ragioni per cui, ancora oggi, Pechino e Nuova Delhi continuino a considerarsi dei nemici anzichè dei potenziali alleati. Dopo aver spiegato i motivi per cui gli spettri del passato che da sempre minano la cooperazione tra i due giganti asiatici non solo non sono stati superati ma addirittura sono stati ingigantiti da vicende contemporanee, il testo si sofferma sull’analisi del più recente e progressivo aumento del commercio bilaterale tra le due nazioni per giustificare quanto anche da un punto di vista economico non sia stata creata una base solida su cui costruire un rapporto di collaborazione serio e duraturo. Come la politica, anche l’economia si riduce a uno strumento con cui entrambi i Paesi si limitano a perseguire il rispettivo interesse nazionale. In conclusione, schematizzando nuovamente le ragioni politiche ed economiche che impediscono a Cina e India di modificare in maniera costruttiva il proprio legame esposte nei paragrafi iniziali, il testo riprende alcuni temi già affrontati da Edward H. Carr in Utopia e Realtà come la dinamica del potere nei rapporti tra Stati e la teoria delle “critical junctures” di Kent Calder dimostrandone l’attualità nello spiegare la mancata cooperazione nel caso sino-indiano.

8.5.5. Scarica il paper in pdfUnity and diversity in Latin American visions of regional integration

Gian Luca Gardini

Abstract: Outside Europe, Latin American is the region of the world where integration has the longest tradition and the most sophisticated, although not necessarily successful, record of implementation. However there is a huge gap between the rhetoric of integration and its actual effectiveness and even existence. This is the result of another tension: between unity and diversity within Latin America. The paper concentrates on four schemes: ALCA, ALBA, MERCOSUR and UNASUR. Latin American regionalism today reflects the diversity existing within the continent more than it expresses its unity.

8.5.6. Scarica il paper in pdfLo strano caso del Brasile di Lula: la cooperazione come reciprocità differita

Emidio Diodato

Abstract: Il Brasile è un attore complesso. La complessità della sua azione internazionale rispecchia la frammentazione interna di un paese che, nonostante stia emergendo come potenza regionale mediante una politica di aiuti finanziari, continua a cercare sostegno all’estero per consolidare le istituzioni democratiche e rafforzare la crescita, contraddistinta com’è da un’iniqua distribuzione della ricchezza a causa di un’alta concentrazione della proprietà e della povertà. Pur se il sistema produttivo è forte e stabile nel settore agricolo e negli agglomerati industriali, il Brasile deve affrontare il problema della sperequazione sociale che è causa di violenza e insicurezza. In questo quadro, la tradizionale cooperazione allo sviluppo, basata sugli aiuti e i grandi obiettivi internazionali di lotta alla povertà, appare superata in Brasile. La maggior parte dei paesi donatori ha dirottato le risorse su altri territori, in particolare su quelli africani. Lo stesso Brasile è impegnato come donatore in Africa. Tuttavia, negli ultimi anni le politiche di cooperazione allo sviluppo verso il Brasile non sono cessate, ma si sono adeguate ai mutamenti in corso, passando da un modello verticale d’aiuti ad un modello più orizzontale di co-sviluppo e reciprocità.
Un caso di studio rilevante per capire questa complessa dinamica a-simmetrica è offerto dalla cooperazione italiana degli ultimi cinque/sei anni, sia per la natura e i legami politici degli attori coinvolti, sia per le arene attivate ai diversi livelli di governo. Inquadrando il ragionamento nella cornice teorica proposta da Edward H. Carr nel libro Utopia e realtà (curato da A. Campi), riletto alla luce del dibattito contemporaneo tra razionalismo e costruttivismo, il paper analizza nel dettaglio questo caso di studio. La conclusione è che l’azione cooperativa di cui si tratta possa essere interpretata come un «vantaggio reciproco differito nel tempo», una sorta di do ut des che si perfezionerà in futuro.

8.6 Risorse naturali, conflitto e stabilità internazionale

Chairs: Andrea Locatelli

Discussants: Serena Giusti

Abstract: Il panel mira a investigare il rapporto che intercorre tra lo sfruttamento delle risorse naturali (quali acqua, petrolio e diamanti) e il grado di cooperazione/conflitto tra gruppi politici, siano essi Stati o gruppi etnici. Da una parte, infatti, è opinione comune che la competizione per le risorse giochi un ruolo non secondario nelle guerre civili e perfino nei conflitti inter-statali. Dall’altra, la gestione di tali risorse può costituire un incentivo alla cooperazione o, come testimoniato nel caso della CECA, all’integrazione sopranazionale. Da ultimo, la dipendenza da particolari risorse naturali (soprattutto il petrolio) è spesso correlata con l’incapacità di alcuni Stati di consolidare la propria capacità istituzionale, con effetti destabilizzanti sul contesto internazionale. Alla luce di queste considerazioni saranno presi in considerazione paper che indagano sui seguenti temi: a) conflitti per le risorse naturali; b) potenzialità per la cooperazione nella gestione delle risorse naturali; c) risorse naturali e fallimento dello Stato; d) politica energetica delle grandi potenze.

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8.6.1. Scarica il paper in pdfStrategic Consequences of European Energy Dependence on the Transatlantic Relationship and NATO

Ida Garibaldi

Abstract: This paper will analyse the status of European energy dependence and its impact on the relationship between the United States and its European allies, both within and outside NATO. The paper will demonstrate that European energy dependence is a high risk factor for the stability of the transatlantic relationship, and could fatally affect NATO’s functionality.
The first part of the paper will define the theoretical dimensions of energy dependence and apply them to the European case; it will show how energy dependence has historically affected governments’ behaviour in the international arena; and it will demonstrate that energy independence is critical to national security.
The second part of the paper will analyse the European Union’s energy policy; it will outline its limits and weaknesses in shaping the energy choices of national governments; and it will show how European energy dependence has so far impacted the relationship with the United States. Finally, it will outline the strategic challenges that lie ahead, with specific reference to the stability of the transatlantic alliance and the future of NATO.

8.6.1. Scarica il paper in pdfThe Russian Gas and European Energy Security: Interdependence after Georgia and Ukraine's Crises

Domenico Gullo e Jorge Tunon

Abstract: Nowadays gas represents one of the main energetic sources used for electricity production and many other private uses. The double political conflict between Ukraine and the Russian Federation (winter 2005 and Christmas 2008/2009) has proved the EU´s weak structural position concerning both, this commodity procurement and the own Russia as energy supplier. The most damaged (by the Russian-Ukraine’s tensions) European countries have been the ones with a higher dependence on the Russian gas. This “crisis scenario” drove the different governments to promote a Common European energetic policy, with the aim to reach in the future a stronger position (than the current one) to deal with Russia and the other energy suppliers. This paper will develop and analyse the facts since 2005, between both crises (with particular explanations about the recent August 2008 conflict between Georgia and Russia, as well). First of all, looking for the essential interdependence theoretical framework designed. Furthermore, facts will be analysed, while identifying and marking out the actors attitudes, to understand the current situation and its predictable consequences. Finally, we will discuss the different theoretical frames designed at the very beginning of the research, to confront them with the happened facts.

8.6.1. Scarica il paper in pdfResource Curse e politica estera in Sudamerica

Ignacio F. Lara

Abstract: Esiste una ricca letteratura sull'argomento del resource curse e di come i paesi con abbondanti risorse naturali – prevalentemente idrocarburi, ma anche altri minerali – non riescano a svilupparsi economicamente e politicamente rispetto ai paesi con una scarsa quantità di queste risorse. L’analisi di questi casi si è concentrata sull’impatto dell’industria in questione all’interno di uno Stato, principalmente sul mancato sviluppo economico e la debolezza istituzionale del paese.
In questo lavoro invece si proverà ad analizzare l’impatto del peso di queste risorse nell'articolazione della politica estera di un gruppo di paesi sudamericani: il Venezuela, la Bolivia, l’Ecuador e il Cile. La politica estera verrà analizzata su tre fronti: le posizioni sostenute da parte di questi paesi all’interno, e nei confronti, di organizzazioni regionali (Organizzazione degli Stati Americani, Banca Inter-Americana di Sviluppo, ecc), il rapporto con gli altri Stati della regione e il rapporto con gli Stati Uniti.
L’ipotesi di questo lavoro è che in alcuni di questi paesi, dove l’industria del petrolio (Venezuela ed Ecuador) e l’industria del gas naturale (Bolivia) hanno un peso determinante, la politica estera è caratterizzata da una tendenza verso gli estremi, da una mancanza di flessibilità e dal prevalere di una visione manichea "con noi o contro di noi". Tuttavia, si argomenterà che l’abbondanza di risorse naturali è una causa necessaria ma non sufficiente: come mostra il caso cileno, anche in presenza di tale abbondanza di risorse è possibile sviluppare una politica estera di impronta diversa.