XXIII Convegno SISP

Roma, Facoltà di Scienze Politiche LUISS Guido Carli
17 - 19 settembre 2009 Law Campus - Via Parenzo, 11

Sezioni e Panels

7. Amministrazione e Politiche Pubbliche
Giliberto Capano e Andrea Lippi

7.1 Innovare in tempi di crisi: le politiche di contrasto ai nuovi rischi sociali

Chairs: Elisabetta Gualmini

Discussants: Chiara Sebastiani, Giliberto Capano e Patrik Vesan

Abstract: A seguito delle profonde trasformazioni sociali ed economiche che hanno caratterizzato le democrazie industrializzate a partire dagli anni Novanta (crescita della popolazione anziana, aumento della partecipazione femminile al mercato del lavoro, cambiamenti nell’organizzazione della produzione e maggiore flessibilizzazione dei rapporti di impiego), i governi nazionali sono stati chiamati a ristrutturare i “vecchi” programmi del welfare state per far fronte al rischio sempre più tangibile di esclusione delle categorie più vulnerabili di cittadini (donne con bambini; anziani non autosufficienti, lavoratori con redditi bassi e scarsa qualificazione, inoccupati alla ricerca di primo impiego, disoccupati di lungo periodo, immigrati). La sfida risulta particolarmente insidiosa in un contesto come quello italiano ed europeo caratterizzato da risorse scarse e da diseguaglianze crescenti.
Le politiche pubbliche di contrasto all’esclusione appaiono in Italia ancora poco formalizzate. Questo per almeno due ordini di ragioni: a) da un lato il peso e l’eredità delle più tradizionali politiche di welfare (pensioni, sanità, politiche passive del lavoro) che hanno caratterizzato il nostro sistema di protezione sociale incidendo significativamente sulla ripartizione interna della spesa sociale; b) dall’altro le deboli capacità di innovazione delle nostre amministrazioni, ai diversi livelli territoriali, nella messa a punto dei nuovi servizi di cura che si basano su strumenti, logiche di azione e paradigmi culturali differenti rispetto a quelli prevalentemente burocratici del passato.
Il panel ha dunque l’obiettivo di raccogliere contributi focalizzati sulla vasta gamma delle politiche per l’inclusione introdotte o in corso di sperimentazione in Italia (politiche per la conciliazione tra famiglia e lavoro, politiche per la non autosufficienza e il long-term care, politiche per i working poor, politiche socio-assistenziali, politiche per l’integrazione degli immigrati, etc.). Verranno privilegiate le proposte che mettono a fuoco i nuovi strumenti e le nuove formule organizzative su cui si basano i servizi e le politiche a favore degli “esclusi”: partenariato tra pubblico e privato; pratiche concertative e negoziali all’interno dei policy network preposti all’implementazione delle politiche; messa a punto di parametri e procedure standardizzate per l’accreditamento degli operatori e delle strutture private; creazione di organismi di coordinamento multi-territoriale; partecipazione dei policy-takers. Sono inoltre benvenuti i paper che intendono esaminare il caso italiano in confronto con altri casi nazionali e i paper di natura teorica che si propongono di avanzare riflessioni e ipotesi innovative su come interpretare il cambiamento in atto dei sistemi di welfare tra vecchi e nuovi rischi sociali.

Papers

7.1.1. I nuovi rischi per le famiglie con figli. E' possibile conciliare famiglia e lavoro in Italia?

Alessia Donà

Abstract: I cosiddetti “nuovi rischi sociali” propri di un contesto post-industirale sollecitano i governi nazionali ad un ripensamento dei consolidati programmi di politica sociale. Nel paper proposto si vuole indagare la situazione delle donne che lavorano, le quali risultano esposte al rischio dell’esclusione dopo la nascita dei figli. Infatti le donne con bambini sono una delle categorie più vulnerabili, vieppiù in un contesto come quello del nostro paese, caratterizzato da una debolmente sviluppata politica per la famiglia e da una cultura di impresa poco o punto favorevole alla valorizzazione delle donne sul posto di lavoro. Tali fattori spiegano la scarsa presenza di donne sul mercato del lavoro italiano, alla luce di un confronto con gli altri paesi europei. Cosa si sta facendo per fornire una adeguata protezione alle donne madri che lavorano? Quali sono gli strumenti che possono aiutare le donne a conciliare la famiglia e il lavoro? E quali sono gli attori e le istituzioni che possono intervenire in materia? Il paper affronta tali interrogativi e si propone di valutare l’efficacia degli strumenti ad oggi adottati nel settore della conciliazione per comprendere fino a che punto il nostro welfare state si stia attrezzando per rispondere alla sfida dei nuovi rischi sociali.

7.1.2. Come cambiano le politiche pubbliche

Rosa Mulé

Abstract: Per comprendere perché, come e quando i governi democratici riescano a rispondere alle sfide create dall’emergere di nuovi rischi sociali è necessario affrontare il tema del policy change, il mutamento delle politiche pubbliche nei sistemi di welfare state.
La letteratura recente ha offerto importanti contributi all’analisi della stabilità delle politiche pubbliche, soprattutto grazie alla diffusione della scuola neoistituzionalista. Tale prospettiva enfatizza il ruolo della path-dependence, peraltro tipica di tutte le organizzazioni, che ostacola il policy change a causa di ‘forze inamovibili’ all’interno delle istituzioni (Pierson).
Questo paper presenta una prospettiva diametralmente opposta. Le ‘forze inamovibili’, pur presenti, non sono sufficienti a spiegare perché a volte le politiche pubbliche effettivamente cambino, quali siano gli attori coinvolti e le variabili più significative del cambiamento. Occorre andare oltre i fattori che mantengono-difendono la stabilità delle politiche per individuare le strategie e le alleanze tra attori che conducono al mutamento. A questo proposito sembrano utili le analisi di Sabel e Scharpf volte a individuare le microfondamenta del policy change. Le domande chiave che orientano il contributo gettano luce su due punti:
1) i vincoli organizzativi e i veto points, entro i quali si articolano i giochi incrociati e strategici degli attori organizzativi;
2) la natura dello scambio politico che contribuisce al mutamento di policy.

7.1.3. New Social Risks and Labour Market Reforms in Italy and the UK: Convergence for Different Reasons?

Elisabetta Gualmini

Abstract: It is well known that Italy and the UK belong to two very different welfare regime ‘families’: the former a classically ‘Bismarckian’ system of social protection, the latter with ‘Beveridgean' social security arrangements. Moreover, the policymaking context is also very different in the two cases: Italy has a degree of corporatist policy-making and unstable and divided governments, whereas in the UK trade unions are largely excluded from policy processes, and governments are strong and cohesive.
In spite of these differences, labour market policies in the two countries have tended to converge over the last decade and a half. Italy has embarked on the privatization and decentralization of its job centres, incorporated a ‘workfare’ logic into the allocation of unemployment support, and introduced a range of flexible employment contracts. In the UK, recent reforms have introduced a statutory minimum wage, enhanced trade union participation in the workplace, and improved the rights of temporary workers. In sum, from very different starting points the two countries have been moving closet together in labour market and welfare policy.
A plausible hypothesis to explain this puzzle is that the initiatives at the European level – notably the European Employment Strategy – have provided a push for all EU countries to converge on a ‘flexicurity’ model. However, the UK’s Euroskeptic traditions and focus on experiences in the Anglo-Saxon world mean that EU initiatives have had limited impact there. So the puzzle in part remains: why the convergence? In this paper we examine comparatively the recent experience of the two countries and seek explanations for this convergence. We expect to find that European initiatives have been perhaps less important than the nationally generated impetus for change, and a less than systematic ‘borrowing’ of policy ideas from other countries in line with the political convenience of governing majorities.

7.2 Strategie e strumenti di politica pubblica: i rapporti multilivello

Chairs: Giliberto Capano

Discussants: Andrea Lippi

Abstract: Nel corso degli ultimi quindici anni all'interno delle democrazie liberali si è assistito ad una profonda trasformazione delle logiche di policy making che ha visto la fine del monopolio delle burocrazie pubbliche, in prevalenza quelle statali, quali strumenti di intervento pressoché esclusivi a favore di strategie di governo che vedevano la moltiplicazione e la diversificazione delle sedi di decisione e di implementazione, talvolta in obbedienza ad una logica di sussidiarietà verticale, in altre semplicemente come semplice effetto a catena. Alcuni di settori di policy sono stati coinvolti in maniera più diretta e più incisiva, ma generalizzando si può dire che nel complesso la produzione delle politiche pubbliche è andata sviluppandosi sempre più secondo schemi organizzativi articolati su più livelli. Ciò ha comportato anche l’adozione di strumenti di policy alternativi: dall’approccio “tradizionale” fondato sull’internalizzazione della gestione di prestazioni nel campo di organizzazioni pubbliche o direttamente riferibili all’ente pubblico, la diversificazione multilivello ha anche comportato l’adozione di strumenti di policy di altro tipo, cosicché accanto agli strumenti squisitamente coercitivi, si sono affiancati anche strumenti misti e volontari.
Questa evoluzione ha raggiunto una fase storica di maturità. Oggigiorno si registra ormai una quantità di esempi sufficienti a spingersi verso analisi e riflessioni sulla natura, le matrici culturali e politiche e sulla scelte che hanno condotto in questa direzione, con particolare riferimento: a) alle cause, b) alle poste in gioco ed c) agli effetti generati, d) al tipo di policy mix messo in campo ed e) al ruolo che gli orientamenti di schieramento hanno avuto in questa dinamica. A ciò si aggiunge il fatto che la moltiplicazione dei livelli di governo non è stata omogenea e che i l’adozione di strumenti coercitivi, misti o volontari non è stata uguale o coerente all’interno di ciascuno di essi. In buona sostanza, il quadro è andato complessificandosi manifestando nuove incertezze e criticità, ad esempio: i) nelle relazioni tra livelli e arene di governo, ii) tra strategie di governo poste in essere da ciascun livello di governo; iii) nella mappa delle responsabilità.
Il panel è interamente finalizzato all’approfondimento del problema sotto il profilo dei rapporti multilivello, ponendosi in modo complementare con l’omologo panel che sviluppa invece i rapporti tra pubblico, privato e terzo settore.
Il panel ha l’obiettivo di raccogliere contributi inerenti la problematizzazione sopra descritta ed alle componenti elencate, specialmente facenti riferimento ad esempi di governance italiana e/o euro comunitaria, con particolare attenzione a papers centrati su evidenze empiriche, surveys o case studies, ma anche a studi che privilegino la riflessione di sintesi su più esperienze o ancor meglio, la comparazione, sia italiana, sia internazionale.
Su queste basi si auspicano contributi che mettano a fuoco principalmente:
a. l'approfondimento teorico del concetto di strategia di politica pubblica prestando attenzione ai possibili policy mix che possono caratterizzarle;
b. l'analisi empirica dell'evoluzione delle strategie di politica pubblica in specifici settori;
c. l'analisi empirica dell'uso di specifici strumenti di politica pubblica, prestando particolare attenzione al contesto "locale"/micro di riferimento.

Papers

7.2.1. I livelli di governance nella tertiary education: strumenti e strategie nel caso neozelandese

Damiano De Rosa

Abstract: Nel paper proposto verranno presi in considerazione i cambiamenti a livello di governance e di politiche che hanno portato a una differenziazione e moltiplicazione degli attori e stakeholders coinvolti nella tertiary education neozelandese. Una specifica attenzione verrà posta sulla peculiare informalità e sul basso tasso di coercitività che hanno caratterizzato un processo di cambiamento, quello neozelandese appunto, che ha portato a risultati radicali in un lasso di tempo relativamente breve.
La metodologia che verrà utilizzata sarà quella dell'analisi densa dei processi di riforma del sistema di tertiary education e dell'uso di interviste in profondità realizzate recentemente in Nuova Zelanda, nonché di content analysis relativa a riviste specialistiche del settore. Lo scopo del paper è quello di far luce su un caso tanto negletto, per la sua collocazione periferica in termini sociopolitici, quanto decisivo e centrale per affrontare al meglio la tematica del policy change e del cambiamento della governance in un settore molto importante quale quello della tertiary/higher education. Un caso che ha costitutito un laboratorio, in termini di pratiche e di strumenti di policy e che ha anticipato molti degli scenari poi divenuti di strettissima attualità particolarmente nel mondo anglosassone. Un laboratorio che ha mostrato come in dieci anni un sistema di governance centralizzato e statalista, tale da far parlare della Nuova Zelanda come della Scandinavia del Pacifico, sia divenuto la culla di un esperimento di pluralismo estremamente avanzato, che si è espresso sia nella nuova e moderna declinazione delle idee afferenti al mercato,
sia in un marcato decentramento e organizzazione su più livelli di tutto il sistema di governance. Tutto questo ha portato ad uno dei cambiamenti più profondi tra tutti quelli conosciuti nell'occidente in diversi campi delle politiche pubbliche. La volontà con cui nasce questo paper è quella di indagare in particolare il settore della tertiary education, sia perchè la Nuova Zelanda è studiata molto per le riforme inerenti al neomanagerialismo aziendale e poco per l'impatto delle stesse idee sulla tertiary education; sia per la sua importanza dovuta ai cambiamenti strutturali sperimentati dalla governance degli istituti che si è trovata a confrontarsi con una realtà sempre più ricca, policentrica e, soprattutto, multilivello.

7.2.2. Scarica il paper in pdfIl governo delle acque in Italia: dalla pianificazione territoriale al water management

Federica Rainaldi

Abstract: Le trasformazioni che negli ultimi vent’anni hanno interessato le strategie di governo e di policy making in Italia non hanno risparmiato il settore del governo delle acque. Dalla lungimirante “legge 183” sulla difesa del suolo, che nel 1989 ha introdotto per la prima volta la logica della gestione integrata attraverso i bacini idrografici, queste trasformazioni hanno raggiunto l’apice sotto la spinta della nuova Direttiva Quadro sulle Acque. Nell’ambito del panel sui rapporti multilivello e sulle strategie e gli strumenti di policy, ci concentreremo su due particolari sfide che la Direttiva pone per l’Italia. Da un lato, il rafforzamento della gestione integrata basata sui distretti idrografici e sul superamento, dunque, dei tradizionali confini amministrativi; dall’altro, la necessità di ripensare gli strumenti di pianificazione attraverso la logica del management e della vision strategica.
Il paper, concentrandosi sul caso del bacino del Po, intende sviluppare una riflessione su questi due temi. Attraverso l’evoluzione della strategia italiana nel governo delle acque, dalla legge del 1989 al decreto ambientale del 2006, intendiamo approfondire il rapporto esistente in Italia tra pianificazione, gestione e governo delle acque. In particolare ci proponiamo di affrontare la questione della trasformazione degli strumenti di policy (dalla pianificazione tradizionale agli accordi volontari, al River Basin Management Plan), mostrando come il policy style nazionale influenzi l’utilizzo e l’efficacia dei nuovi strumenti. Il secondo tema affrontato sarà poi quello del
carattere integrato della gestione delle acque a livello territoriale. Il decreto ambientale che attua la Direttiva sembra infatti andare, secondo molti, in controtendenza, in direzione di una nuova centralizzazione e frammentazione delle competenze. Il paper analizzerà quindi questa dinamica e le sue cause e cercherà di delineare una mappa dei rapporti multilivello nella nuova politica di governo delle acque.

7.2.3. Scarica il paper in pdfLe politiche urbane. Aspetti del policy-making contemporaneo e tradizioni di analisi

Francesca Gelli

Abstract: Il campo di studio delle politiche urbane tiene assieme almeno due filoni o tradizioni di analisi, entrambi fonte di contributi piuttosto rilevanti per la scienza politica, sul piano teorico ed empirico, con alcuni intrecci evidenti. Uno ha per oggetto lo studio delle politiche per le città, ovvero dei programmi di intervento pubblico (ad esempio, di iniziativa nazionale o comunitaria, in Europa, di iniziativa federale negli USA) messi a punto per il trattamento di importanti problemi urbani. L’altro assume come oggetto privilegiato di analisi le politiche delle città, assumendo la città come “ambiente politico e di politiche”, ovvero luogo di produzione di beni collettivi attraverso processi di interazione sociale.
Le analisi orientate alle politiche per le città discutono tipicamente di strumenti, logiche, strategie, attori dell’azione pubblica e di efficacia dell’intervento dello Stato, con attenzione all’implementazione locale e ad una prospettiva spiccatamente multilivello e multiattoriale. Complessivamente si dispone di una massa critica di ricerche empiriche e riflessioni teoriche sull’evoluzione delle strategie di politica pubblica per l’intervento sulle/nelle città, con la delineazione di un settore specifico e specializzato nell’ambito dei policy studies, a fronte dei quali è possibile interrogarsi più in generale sul possibile apporto originale alla definizione e sviluppo dell’analisi delle politiche pubbliche.
Lo studio delle politiche delle città interessa in questa nostra riflessione soprattutto per una parte, e cioè nei termini in cui ha condotto, in particolare nella scienza politica, ad analisi del “processo politico urbano”, privilegiando uno sguardo “micro” al contesto “locale”, attento più che agli obiettivi ed intenzionalità di intervento, agli effetti che si generano e alle interdipendenze che si producono tra attori in ambito urbano. In questo senso infatti la città è stata assunta come ambiente analitico ideale per osservare l’intreccio di politica e politiche, dando luogo ad importanti contributi di teoria politica (e, nella misura in cui il focus è stato sulla produzione interattiva delle politiche, anche come apporto alla definizione dell’approccio di politiche). In definitiva, le politiche urbane offrono un punto di vista al locale come costruzione di interazioni di attori da un lato alimentando, dall’altro mettendo in crisi la logica dei “rapporti multilivello”, per come circolante in alcune declinazioni in voga della governance multilivello.
A partire da testi instauratori, più o meno noti, che si inscrivono nella tradizione, di matrice americana, di analisi delle politiche urbane, si proporrà una chiarificazione dei due filoni interpretativi proposti, aprendo una panoramica alle esperienze europee (di policy design e di policy analysis, nel campo delle politiche urbane).

7.2.4. Scarica il paper in pdfRiforme del decentramento e ordini politici locali: Napoli e Marsiglia a confronto

Vittorio Martone

Abstract: Con riferimento al tema del decentramento amministrativo nelle grandi città europee, l’oggetto del paper è il confronto tra le riforme del decentramento urbano di Napoli e Marsiglia. Approfondendo le dinamiche di implementazione si intende dimostrare come l’impatto delle riforme sia dipeso dalle circostanze della loro elaborazione (decision making), dalla loro articolazione – più o meno riuscita – con i contesti locali (ordini politici), dalle modalità attraverso le quali gli attori interessati si rapportano e mettono in pratica la nuova cornice istituzionale.
Il frame teorico principale afferisce alla sociologia politica dell’azione pubblica (Lascoumes e Le Galès 2007), che si pone all’incrocio tra i due chiavi analitiche (Musselin 2005): quella politologica della policy analysis classica e quello sociologica della sociologia dell’azione organizzata. In primo luogo, formulare politiche vuol dire realizzare la “strumentazione dell’azione pubblica” (Lascoumes e Le Galès 2004), ovvero la costruzione del significato sociale dei problemi collettivi; in secondo luogo, l’implementazione delle politiche consiste nell’adattamento dei programmi in specifici “ordini politici locali” (Crozier e Thoenig 1975), composti dagli attori che vi intervengono, dai meccanismi ricorrenti nelle loro interazioni e dalle regole indigene che possono orientarne il comportamento (Reynaud 1993).
Le riflessioni partono da un’analisi empirica condotta in entrambe le città, adottando come riferimento metodologico un approccio definizionale e diacronico (Vlassopoulou 2000); il confronto è operato attraverso una griglia di lettura a tre livelli: il quadro normativo; i tratti sistemici degli ordini politici locali; le pratiche di implementazione.
Quanto emerge, è che, sia a Napoli che a Marsiglia, la formulazione e la messa in opera delle politiche si situa in complesse strategie di attori che interpretano le norme e tendono ad appropriarsene; eppure, se da un lato l’introduzione delle riforme non comporta un adeguamento ai mutamenti normativi, dall’altro essa ingenera un mutamento nella politica (politics), come rielaborazione delle fonti e delle forme di potere.

7.3 Strategie e strumenti di politica pubblica: pubblico, privato e terzo settore

Chairs: Andrea Lippi

Discussants: Giliberto Capano

Abstract: Un tratto emergente accomuna il policy making europeo e italiano ormai da oltre quindici anni: il progressivo emergere di strategie di governo che fuoriescono dall’intervento monopolistico centrato sullo Stato, e quindi sulle organizzazioni pubbliche di varia natura, per fare affidamento a strategie di governo fondate sull’esternalizzazione verso il privato e verso il terzo settore. Anche se nelle forme, questo fenomeno è stato assolutamente differenziato, secondo gli specifici contesti nazionali o locali, in realtà la produzione delle politiche pubbliche si è sempre più fondata sul coinvolgimento diretto o indiretto di altri tipi di attori dalla natura giuridica diversificata. In termini di strumenti di policy ciò ha comportato in alcuni casi, l’apertura al mercato mediante alienazione o liberalizzazione di interi settori, ma anche l’affidamento di servizi o la realizzazione di opere a società dalla natura mista, o addirittura la costituzione di importanti esperienze di partenariato pubblico - privato, o infine, semplicemente mediante l’innesto di finanziamenti dall’esterno (ad esempio, il project financing). Questo cambiamento di paradigma all’atto pratico ha comportato una proliferazione di strumenti e soluzioni di governo assolutamente diversificate, spesso in obbedienza ad un principio di sussidiarietà orizzontale, in altri casi a logiche più squisitamente dettate dalle poste in gioco.
Oggigiorno è possibile osservare questo panorama con più distacco rispetto ad alcuni anni fa, sia per via del consolidamento di questo andamento, sia perché la proliferazione di queste strategie mediante il ricordo al mercato, all’esternalizzaaione, al partenariato o altro, ha raggiunto livelli di espansione tali da poter iniziare a sviluppare una riflessione sulla natura, sulle matrici culturali e politiche che le hanno originate (ad esempio, esiste ancora una relazione tra orientamenti di schieramento e ricorso a queste soluzioni?), sui fattori causali di carattere più generale e, infine, sugli impatti generati da queste scelte. Tutto ciò ha particolare rilievo se si pone l’attenzione in particolare: a) alle cause non contingenti, cioè di natura aspecifica, che hanno condotto a queste tendenze b) alle poste in gioco ed c) agli effetti generati, d) al tipo di policy mix messo in campo ed e) al ruolo che gli orientamenti di schieramento hanno avuto in questa dinamica. I paper dovranno cercare di descrivere e spiegare se il nuovo quadro abbia in realtà generato nuove incertezze e nuovi tipi di criticità con particolare riferimento a questi tre ambiti di problematicità: i) nei rapporti tra pubblico e privato, o tra pubblico e terzo settore, ii) nella redistribuzione del potere all’interno delle arene decisionali e alla capacità di influenza di ciascuno di questi tre poli; iii) nella mappa delle responsabilità.
Il panel è interamente finalizzato all’approfondimento del problema sotto il profilo dei rapporti tra pubblico, privato e terzo settore, ponendosi in modo complementare con l’omologo panel che sviluppa invece i rapporti multilivello, con l’obiettivo di raccogliere contributi inerenti questi temi e facenti riferimento ad esempi di governance italiana e/o euro comunitaria, con particolare attenzione a papers centrati su evidenze empiriche, surveys o case studies, ma anche a studi che privilegino la riflessione di sintesi su più esperienze o ancor meglio, la comparazione, sia italiana, sia internazionale.
Su queste basi si auspicano contributi che mettano a fuoco principalmente:
a. l'approfondimento teorico del concetto di strategia di politica pubblica prestando attenzione ai possibili policy mix che possono caratterizzarle;
b. l'analisi empirica dell'evoluzione delle strategie di politica pubblica in specifici settori;
c. l'analisi empirica dell'uso di specifici strumenti di politica pubblica, prestando particolare attenzione al contesto "locale"/micro di riferimento.

Papers

7.3.1. Scarica il paper in pdfStrumenti per la programmazione negoziale: lo spazio della politica

Lavinia Bifulco

Abstract: In molti paesi europei, la negoziazione è diventata parte integrante delle strategie e degli strumenti di policy. In Italia le politiche per lo sviluppo locale costituiscono il campo più maturo e riconoscibile di una “nuova stagione” delle politiche pubbliche basata sulla mobilizzazione e sul coordinamento di una molteplicità di attori, pubblici e privati. Ma si tratta di un fenomeno trasversale che, incrociandosi con i processi di (ri)localizzazione, interessa soprattutto i contesti municipali e regionali. Altri casi significativi sono le politiche di riqualificazione urbana e le politiche socio-assistenziali. Un elemento comune è l’adozione di strumenti di programmazione o progettazione negoziale che prevedono la stipula di accordi formalizzati e la creazione di arene decisionali aperte alle società locali e alle sue forme organizzate. In molti casi, è la stessa gestione di interventi e servizi ad assumere la forma di compagini miste pubblico-private. Il paper si concentra su due strumenti di programmazione negoziale in Italia: i piani sociali di zona e i contratti di quartiere. La base empirica di riferimento è costituita da alcuni casi studio realizzati in diversi contesti regionali e municipali. L’obiettivo è analizzare le dinamiche collegate all’uso di questi strumenti nell’ambito della governance locale con riferimento particolare allo spazio e al ruolo della politica. L’ipotesi è che sia implicato un cambiamento della politica (locale) in direzione di un’accentuazione dei suoi aspetti consensualistici.

7.3.2. Scarica il paper in pdfNé pubblico, né privato: la depublicizzazione dei servizi di pubblica utilità in Italia

Nicola Giannelli

Abstract: I servizi di interesse pubblico riguardano settori vitali della vita pubblica di un paese. Durante il secolo scorso abbiamo assistito a imponenti processi di creazione di questi servizi e di mutamento della natura pubblica o privata della loro gestione. Si fronteggiano diverse visioni politiche, economiche e sociali del rapporto tra poteri pubblici e privati. Nell’ultimo ventennio la crisi finanziaria del welfare state ha accentuato le ragioni del dibattito pubblico. I valori a confronto riguardano l’adesione ai fini collettivi di questi servizi e la loro efficienza gestionale. Problemi di programmazione e di controllo si intrecciano con le esigenze della classe politica di mantenere o estendere i propri spazi di influenza. Nel contempo le dinamiche delle imprese portano a processi di concentrazione industriale. Questi processi di trasformazione amministrativa e gestionale investono i meccanismi della governance del territorio allargando gli ambiti nei quali il contratto si sostituisce al comando nel rapporto tra stato e cittadini. Questo paper tenta un’analisi delle caratteristiche e delle conseguenze di questo processo di depublicizzazione e contrattualizzazione del controllo dei servizi nel rapporto tra poteri pubblici e territorio in Italia.

7.3.3. Scarica il paper in pdfQuestioni di governance

Alessia Damonte

Abstract: Il paper definisce la governance come la distribuzione di entitlement decisionali necessari a dare corpo alle varie fasi del ciclo di policy, dall'agenda setting alla messa in opera, e perciò come la prospettiva analitica che consente di cogliere i caratteri del sistema politico in azione e le possibili debolezze istituzionali del policymaking.
Su questa falsariga, il paper si propone di ricostruire l'infrastruttura istituzionale generata dalla legge obiettivo e dalla successiva regulation per le cosiddette infrastrutture strategiche; di identificarne le fragilità; e di proporre alcune riflessioni sugli assetti del sistema politico italiano.

7.3.4. Scarica il paper in pdf“Chi è il politico?” Attori privati e processi di policy-making

Chiara Carrozza

Abstract: Mentre è ormai assodato – fin dal lavoro pionieristico di Pressman and Wildavsky del 1973 – che le istituzioni si trovano di norma nella condizione di non poter realizzare i progetti pubblici senza qualche forma di collaborazione o assistenza che proviene dall’esterno dell’arena politica, un tema che resta sostanzialmente meno esplorato nel panorama degli studi di policy è il ruolo che tali contributi assumono nella costruzione, piuttosto che nella mera realizzazione, delle stesse politiche.
Come hanno spesso evidenziato le analisi empiriche infatti, i processi di policy-making sono densamente popolati da un certo range di attori non convenzionalmente etichettati come politici (fra questi imprese, organizzazioni non profit o religiose, associazioni, gruppi di cittadini, esperti, società di consulenza, sindacati…). Questi attori appaiono talvolta acquisire ed esercitare funzioni astrattamente attribuibili ai decisori pubblici, ed impiegare repertori di azione a tutti gli effetti politici.
Il riconoscimento che le scelte pubbliche si svolgono in uno scenario che appare difficile limitare all’arena delle istituzioni politiche apre ad alcune criticità, dal punto di vista teorico ed empirico. Dal punto di vista teorico, lo spostamento dell’attenzione verso le interazioni multiple esistenti fra diverse tipologie di attori coinvolte nella definizione e messa in opera di programmi pubblici spinge infatti a relativizzare le analisi centrate sulla decisione, o, più precisamente, a re-interpretarle in un quadro dinamico: il policy-making, lungi dal configurarsi come un processo orientato alla ricerca di soluzioni, appare piuttosto come uno spazio politico (policy domain cfr. Hajer 2003) permeabile in cui attori di diverso tipo discutono e formalizzano percorsi di azione. Dal punto di vista empirico, invece, il contributo riconducibile a tale coinvolgimento non appare semplice da definire o da schematizzare a priori, né nei contenuti (che tipo di risorse apporta nel policy-making: conoscenze tecnico-specialistiche, consenso, risorse finanziarie…?) né nella natura (che tipo di interazione si realizza con gli attori istituzionali: competitiva, collaborativa, strategica, subordinata…?) e ciò chiama in causa la necessità di quadri interpretativi che superino visioni modellistiche dell’interazione sociale. Il paper presenta una rassegna della letteratura internazionale orientata a costruire un quadro di sintesi su pratiche ed effetti connessi al coinvolgimento degli attori privati nei processi di policy-making, provando ad articolare la categoria, spesso ambigua, di attori privati.
La proposta è orientata a contribuire al dibattito teorico sulla privatizzazione delle funzioni di governo e, in un’ottica più generale, alla sperimentazione di nuovi modi di concettualizzare l’azione pubblica contemporanea. Sotto il primo profilo, si tratta di riconnettere tale direzione di ricerca alla costruzione di quadri interpretativi che superino l’immagine delle privatizzazioni delle funzioni di governo nei termini della contrapposizione fra stato e mercato (e, nello specifico, del primato di una sfera sull’altra) e analizzino le privatizzazioni come processi di ridefinizione di funzioni, ruoli ed identità degli attori, dalle caratteristiche e dinamiche estremamente variabili. Sotto il secondo profilo si tratta di valutare in che misura schemi di analisi di tipo sequenziale (o a fasi) siano adeguati a interpretare le politiche pubbliche contemporanee, nel momento in cui diviene difficile tracciare confini netti fra chi propone, definisce ed attua attività rilevanti per la vita collettiva.

7.4 Reti di governance e politiche locali

Chairs: Luciano Brancaccio

Discussants: Roberto Salerno e Giulio Citroni

Abstract: A partire dagli anni novanta le riforme istituzionali degli enti locali hanno accompagnato (non solo in Italia) profondi cambiamenti sia sul piano della rappresentanza politica e della leadership, sia su quello dei modi di regolazione e degli esiti delle politiche pubbliche. Tali cambiamenti configurano spazi politici radicalmente nuovi, in cui le strategie delle élites e i nuovi dispositivi di governance si intrecciano secondo esiti non prevedibili. La complessità dei cambiamenti in atto può essere ben ricostruita facendo ricorso agli strumenti di network analysis, purché questi ultimi vengano declinati in modo non rigidamente quantitativo e formalistico, ma piuttosto arricchiti con l’analisi qualitativa delle relazioni e dei contesti in cui si collocano gli oggetti di studio. Il panel, uscendo dallo schema classico di spiegazione unidirezionale politics determine policies o viceversa, intende focalizzare l’attenzione sul nesso tra reti di governance – intese in senso ampio: policy network, reti di scambio politico, strutture di influenza delle élites – e esiti delle politiche pubbliche a livello locale.

Papers

7.4.1. Scarica il paper in pdfRegional territorial politics and intermunicipal cooperation: an equilibrium between government and governance?

Silvia Bolgherini

Abstract: In recent decades western local governments faced several challenges (from NPM to Europeanization, from decentralization trends to globalization) which tested their adaptation capacity to the new social-economic and institutional contexts and often led to deep transformations in competencies, functions and relations among territorial levels.
In this effervescent context, intermunicipal cooperation (IMC) has become, in the last decade, an important feature at the local level. Nevertheless these IMC experiences have been often analyzed by emphasizing the bottom-up features and by focusing on the governance processes. This can be overall a limit because the still relevant role of institutional actors and of hierarchical positions risk to be excessively underestimated. In the IMC phenomenon, in fact, government actors and hierarchical elements come back through the regional (where present) institutions. The role of the regions in the regulation, coordination and steering of the cooperation forms can be decisive and represent a back in of the government features in a governance context.
Thus the hypothesis in this paper is that in IMC processes a complementarity, more than opposition, is at stack between governance and government. An attempt will be made to show that the success of local and regional territorial policies and reforms, such as the IMC experiences, greatly depend on an efficacious balance between deliberative bodies, participatory modalities and “free choices” of the local actors, on one side, and representative institutions, hierarchic decisions and centralistic guidelines, on the other side.
The paper will compare IMC and territorial politics in two European regions: the Italian region Emilia-Romagna and the German Land Brandenburg.
On the basis of an empirical research based on primary sources as well as on interviews, an assessment on which kind of equilibrium, if any, has been reached between governance processes and government hierarchies in both regions will be attempted.

7.4.2. Il governo dei rifiuti: soluzioni ibride attraverso livelli e settori di policy. Il caso del termodistruttore Fenice a San Nicola di Melfi

Dario Minervini

Abstract: Le politiche di gestione e smaltimento dei rifiuti hanno acquisito una posizione di primo piano nelle agende istituzionali e sono sempre più spesso al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica. Le analisi condotte sui processi decisionali che si sviluppano all’interno di queste politiche hanno evidenziato alcune questioni specifiche. Si sono studiati i ricorrenti conflitti fra decisori istituzionali e comunità locali; altre ricerche si sono concentrate sul ruolo dell’expertise tecnico-scientifica nei processi di definizione delle misure d’intervento pubblico; altre ancora sulle relazioni fra attori pubblici e privati nello sviluppo di nuove imprese e professionalità operanti in campo ambientale.
Le politiche dei rifiuti, e più in generale quelle ambientali, mostrano anche un'altra specificità: le decisioni seguono processi estremamente complessi, attraversano i vari livelli gerarchici del sistema politico-amministrativo e i differenti settori di politica pubblica, coinvolgono competenze, logiche d’azione e tipologie di attori estremamente eterogenei. L’aspetto ibrido della policy di gestione e smaltimento dei rifiuti è stato indagato in questo studio condotto attraverso i concetti analitici dell’Actor-Network Theory (ANT). La ricerca realizzata riguarda il processo decisionale che ha determinato la costruzione e l’entrata in funzione dell’impianto di termodistruzione Fenice nell’area industriale di San Nicola di Melfi in Basilicata. Questo processo si è sviluppato lungo un iter che ha coinvolto ministeri e istituzioni locali, ha attraversato differenti competenze di settore passando dalle politiche dello sviluppo economico a quelle ambientali. La ricostruzione della vicenda decisionale ha consentito di rilevare i processi di associazione e di traduzione che hanno determinato la soluzione socio-tecnica della termodistruzione dei rifiuti. In particolare l’analisi realizzata ha consentito di tracciare un modello di governance multilivello e multisettoriale all’interno del quale tecnologie, attori, interessi locali e nazionali si associano in coalizioni socio-tecniche contrapposte che esprimono soluzioni alternative per la gestione e lo smaltimento dei rifiuti.

7.4.3. La governance nei Piani di Zona: modelli e relazioni emergenti

Emanuele Polizzi

Abstract: La legge 328/2000 costituisce, nella storia delle politiche pubbliche italiane, uno dei tentativi più ampi e impegnativi di riforma complessiva del sistema di organizzazione dei servizi sociali. L’introduzione dei Piani di Zona, come forma sistematica di programmazione partecipata degli interventi e del sistema locale di risposte ai bisogni, pone le amministrazioni locali di fronte ad una sfida di innovazione non solo delle politiche ma anche del tipo di relazioni esistenti tra attori pubblici e attori privati che operano nel campo sociale. In gioco, vi è la declinazione a livello locale del concetto costituzionale di sussidiarietà e più in generale la possibilità di far diventare la governance locale un’occasione di ampliamento o di impoverimento della qualità democratica delle politiche.
Attraverso la presentazione di alcuni esiti di una ricerca empirica svolte sui Piani di Zona della Provincia di Milano, il paper segnalerà alcuni modelli emergenti di governance delle politiche sociali a livello locale e alcune tracce di esiti, sia in termini di innovazione delle politiche attivate, sia in termini di trasformazione dei rapporto tra istituzioni pubbliche e terzo settore. L’indagine empirica verte su una ricognizione sui 21 documenti di Piano prodotti dalle amministrazioni di distretto e su un’analisi qualitativa svolta sul processo programmatorio di alcuni casi studio.

7.4.4. Reti di politiche pubbliche e "corpi intermediari" a Napoli

Alain Faure

Abstract: Con un approccio comparativo in Francia e in Italia e partendo da una recente ricerca sulle élite politiche a Napoli, l'autore vuole mettere in discussione il ruolo dei "corpi intermediari" nella strutturazione delle reti di politiche pubbliche in entrambi i paesi, dagli anni 90 in poi. L'analisi parte da tre conclusioni convergenti sul rapporto tra politics e policies al livello locale: una presidenzializzazione dei sistemi territoriali, una crisi della mediazione al cuore delle arene categoriali e una professionalizzazione dei mandati politici locali. In questo contesto, il caso di Napoli sembra essere esemplare, nel senso che condensa le contraddizioni di questi tre sviluppi. Esso consente a sua volta di identificare le opportunità di cambiamento dell’"ordine locale" (gli “anni d'oro” del bassolinismo e l’impulso delle nuove politiche pubbliche regionali) e le situazioni di stallo politico e di disincanto (la crisi dei rifiuti, l’affare Romeo). La comunicazione punterà in particolare su due tensioni rivelatrici che le reti di governance integrano con difficoltà: da un lato l’articolazione crescente tra i livelli del processo decisionale pubblico (municipalità, comune, provincia, regione), e dall’altro la crisi di fiducia degli elettori nella conduzione politica (qualunque sia il profilo degli eletti o degli assessori e il livello della decisione in questione). L’analisi di queste tensioni può gettare una nuova luce sui classici interrogativi delle scienze politiche sulle teorie dello stato e della rappresentanza.

7.4.5. La struttura dell'élite civica torinese

Silvano Belligni, Stefania Ravazzi, Roberto Salerno

Abstract: La coalizione di governance che si è consolidata a Torino tra gli anni novanta e il primo decennio del secolo è espressione di un insieme di interessi volti alla crescita economica in un quadro di competizione interurbana. Questa coalizione, in cui convergono il mondo degli affari, il settore non-profit e il potere pubblico, ha espresso un «gruppo di governo» pubblico-privato relativamente ristretto e stabile, eterogeneo nella composizione ed equilibrato nelle sue componenti fondamentali: una élite di poco più di un centinaio di persone, con un limitato ricambio interno, di varia estrazione ideologica (liberale, cattolica e marxista) ma omologata da frequentazioni e giochi ripetuti. Questo gruppo ha centralizzato il potere nella comunità e modellato il policy-making elaborando e (parzialmente) implementando un dinamico progetto di sviluppo urbano. Per caratteristiche socio-anagrafiche, culturali e strutturali questo gruppo non si approssima né ai modelli elitisti dell’inner circle e della power elite, né a quello pluralista dell’hollow core. Non è né un “cerchio interno” di persone che, cumulando incarichi direttivi in comitati di rilevanza strategica, sono in grado di centralizzare i flussi di informazione e di monopolizzare l’influenza politica; né una “élite del potere” in cui i notabili dell’economia hanno un ruolo preminente rispetto alla political agency; né, infine, un “nucleo vuoto” ai margini del quale si dispone una molteplicità di organizzazioni di interesse, unicamente interessate al proprio settore di policy, i cui interessi convergono sullo status quo e che danno luogo a accordi contingenti in presenza di un ruolo debole della politica. Più verosimile appare l’ipotesi del “cerchio centrale” (central circle) risultante dal parziale concorso interattivo di sottogruppi funzionalmente differenziati, di cui fanno parte stabilmente i rappresentanti di un’ampia gamma di organizzazioni sia pubbliche che private, i quali usano la loro influenza e le loro risorse per promuovere compromessi e accordi distributivi. Più probabilmente, il caso dell’élite torinese costituisce una fattispecie (“élite distribuita”) che non trova riscontri pertinenti nella letteratura.

7.4.6. Configurazioni di potere e politiche pubbliche: un confronto tra Napoli e Perugia

Luciano Brancaccio e Marco Damiani

Abstract: Il paper mira a mettere in luce i nessi tra configurazioni di potere locale ed esiti delle politiche pubbliche, in due contesti urbani di differenti dimensioni e caratteristiche: Napoli e Perugia. Attraverso l’analisi di network abbiamo messo in rilievo, nei due casi, i circuiti di aggregazione della classe politica e le relazioni con gli ambienti economici, sociali, culturali. Abbiamo poi analizzato gli stili di governo delle amministrazioni locali, attraverso la ricostruzione di alcuni processi decisionali.
La letteratura comparata sulla urban governance fa ampio ricorso ai modelli formali per cercare di fissare le caratteristiche regolative dei sistemi locali. E tuttavia spesso questi idealtipi appaiono troppo astratti e generali (il modello dello stato, del mercato, corporativo, dirigista, pluralista, partecipativo etc.), facendo perdere all’analisi realismo e precisione. In questo senso la network analysis, se utilizzata in modo non eccessivamente formalistico, può conferire una maggiore capacità descrittiva e interpretativa. Il paper si propone, dunque, anche di mostrare la produttività analitica dell’approccio di rete negli studi comparati di governance urbana.

7.4.7. Il network nell’analisi del processo decisionale

Fortunata Piselli

Abstract: Il paper si propone di mettere in luce il contributo e la produttività analitica della network analysis nello studio dei processi decisionali. Si propone, inoltre, di dimostrare che i metodi di formalizzazione grafica, per una più esatta e completa interpretazione, devono essere integrati dall’analisi qualitativa.
Nel quadro di una più vasta ricerca condotta sulle politiche locali in sei capoluoghi di regione, in questa sede prenderò in esame i processi decisionali relativi alla produzione di beni collettivi locali (BCL) in due comuni: Torino e Bari.
Le consigliature di riferimento sono le seconde dopo l’introduzione del nuovo sistema elettorale con l’elezione diretta del sindaco: rispettivamente quelle del 1999-2004 per Bari e del 2001-2006 per Torino. Consigliature in cui, dopo la prima “stagione dei sindaci”, si è ridimensionato il forte protagonismo dei governi municipali e della società civile, e si è assistito a una nuova centralizzazione del potere politico e a una ripresa di influenza del sistema dei partiti a livello decentrato.
Analizzerò i network degli attori che hanno partecipato al processo decisionale per avere informazioni su tre punti chiave: la leadership, cioè gli attori che hanno promosso e condotto a termine le varie policies; il numero e il tipo di attori coinvolti e quindi il grado di apertura e affollamento del processo decisionale; le modalità in cui quest’ultimo si è svolto, ovvero il suo carattere cooperativo o conflittuale. L’obiettivo, attraverso una analisi comparativa, è quello di ricostruire la “visione di governo” complessiva e il policy style dell’esecutivo nei due comuni in esame.