XXIII Convegno SISP
Roma, Facoltà di Scienze Politiche LUISS Guido Carli
17 - 19 settembre 2009 Law Campus - Via Parenzo, 11
Sezioni e Panels
1. Democrazie e Democratizzazione
Luigi Bobbio e Liborio Mattina
1.1 Gruppi di interesse e democrazia
Chairs: Liborio Mattina e Luca Germano
Discussants: Liborio Mattina
Abstract:
Questo panel vuole incoraggiare la presentazione di contributi sui gruppi di interesse attivi in Italia – a livello locale, regionale e nazionale, e nell’ambito dell’Unione Europea. Ma sono benvenuti anche i contributi relativi ad altri sistemi politici.
Il tema dei gruppi di interesse può essere affrontato con riferimento al tema della rappresentanza, del policy-making, della democrazia.
Per il primo aspetto si può partire dalla ricca articolazione che presenta la famiglia dei gruppi di interesse - gruppi economici, per una causa, di interesse pubblico, istituzionali – ed esaminare la diversa collocazione che ciascuno di essi occupa nel sistema di rappresentanza. Per esempio, i gruppi economici ed istituzionali sono sempre degli insiders mentre i gruppi di interesse pubblico sono esclusivamente degli outsiders? Oppure l’evidenza empirica offre altre indicazioni?
E che dire delle relazioni che esistono tra i gruppi, i partiti e i movimenti collettivi? In particolare, si può riflettere sul rapporto tra gruppi e partiti con riferimento alla accresciuta autonomia dei primi nei confronti dei secondi che ha portato al deperimento delle relazioni simbiotiche ed aperto la strada a rapporti di collaborazione, competizione o conflitto, già esistenti in passato ma divenuti più chiaramente percepibili negli ultimi due decenni.
Ancora sul versante della rappresentanza si può affrontare il tema delle condizioni della mobilitazione dei diversi tipi di gruppi di interesse. L’analisi olsoniana stipula una maggiore facilità di mobilitazione dei gruppi economici rispetto ai gruppi promozionali. Ma molte ricerche in parte la correggono mostrando la vitalità dei gruppi di interesse pubblico. Il tema della mobilitazione è collegato al dibattito sullo squilibrio nel sistema dei gruppi: i grandi interessi economici organizzati sono sempre meglio rappresentati nelle sedi decisionali rispetto ai consumatori, agli ambientalisti, alle associazioni non-profit? Oppure la rappresentanza non è uniformemente sbilanciata ma risulta differenziata a seconda delle arene decisionali considerate?
Una risposta a tali quesiti può essere data anche tenendo conto dell’assetto istituzionale del sistema politico che, quando presenta molteplici punti di accesso, può aumentare le possibilità di rappresentanza anche dei gruppi più deboli. Per esempio, un sistema federale dovrebbe essere più aperto di un sistema unitario che, a sua volta, favorisce maggiormente l’acceso quando non c’è fusione tra parlamento e governo. In un sistema multi-livello come quello dell’Unione europea, privo peraltro di un governo centrale, dovrebbero esistere opportunità ancora maggiori di accesso . Ma l’Ue può anche presentare la controindicazione di obbligare i gruppi ad impegnare notevoli risorse materiali per farsi ascoltare a Bruxelles e per acquistare familiarità con il funzionamento del sistema istituzionale dell’Unione.
Il ruolo dei gruppi nel policy-making può essere affrontato nell’ambito delle ricerche sui policy-networks e sulle politiche pubbliche, superando la sterile contrapposizione tra approccio pluralista e neo-corporatista. In uno stesso sistema politico esistono contemporaneamente diverse arene di policy che funzionano secondo differenti modalità: policy communities, issue networks, sistemi di meso-corporatismo, clientelari, parenterali, ecc. In ciascuno dei differenti policy network i gruppi usano presumibilmente tattiche e strategie di lobbying congruenti con l’arena politica nella quale sono attivi e il loro ruolo nel processo politico cambia sensibilmente a seconda del policy network considerato.
Infine, i gruppi possono essere esaminati per il contributo che danno alla democrazia controllando se favoriscono o scoraggiano la partecipazione all’interno delle diverse organizzazioni, contribuiscono o meno ad attenuare il sistema delle diseguaglianze esistente nella società civile, controllano l’operato dei governanti e denunciano l’abuso di potere o se ne fanno complici.
I possibili contributi allo studio dei gruppi sono dunque numerosi. Perciò i promotori di questo panel incoraggiano i giovani studiosi a farsi avanti, per contribuire a colmare il ritardo nello studio dei gruppi che la scienza politica italiana ha accumulato negli ultimi anni.
Papers
1.1.1. Professione lobbista. Una riflessione dall'interno
Fabio Bistoncini
Abstract: Nel corso degli ultimi quindici anni si è assistito alla modificazione sostanziale della figura del lobbista nel nostro Paese. Se ancora oggi i media trattano l’argomento utilizzando spesso stereotipi consolidati che distorcono la funzione e l’attività di relazione con le Istituzioni, al contrario le organizzazioni complesse (di qualsiasi natura: dalle aziende alle ONG alle associazioni imprenditoriali) hanno sviluppato la consapevolezza che il lobbying rappresenta una leva strategica necessaria per raggiungere i propri obiettivi.
Da qui la nascita di un vero e proprio mercato competitivo e la definizione di figure professionali in grado di svolgere diverse funzioni. Una professione che è ancora in profonda evoluzione. La secolarizzazione della società, la disintermediazione della partecipazione, la moltiplicazione dei centri decisionali, la complessità delle decisioni pubbliche, il proliferare dei gruppi di interesse che intendono influenzare il decisore, sono solo alcune delle tante dinamiche evolutive che stanno modificando lo scenario di riferimento e che costringono il lobbista ad affrontare continue nuove sfide professionali.
1.1.2. Advocay Groups in Health Care. A Case Study in the Multilevel System of the EU
Nadia Carboni
Abstract: Health policy is basically member states’ competence. However, the European Union has recently raised a number of key questions facing both (pharmaceutical) industries and public health interests. By a public policy approach the paper analyses the problems, the actors and resources involved, the patterns of interaction in EU health policy, trying to figure out the ground for an European or a National battle. The main research questions are: how does decision and policy making on health issue take place? Who are the key actors in the process? What is the role of interest groups in health care-related policies? How do national governments and EU institutions interact in the health policy making process and governance? The analysis is based on a case-study strategy. Two different processes, both part of the pharmaceutical policy, are analysed. The “Pharma Forum” and the “Pharma Package”. The Pharma Forum for the first time in Europe gathered all healthcare stakeholders, Commission, Members States and representatives of the Parliament to discuss key issues about health care. The Pharma Package is the popular name for a series of measures recently proposed by the European Commission impacting the pharmaceutical industry.
1.1.3.
Declino e rilancio dei campioni nazionali? I cambiamenti nelle politiche governative di aiuto all’industria automobilistica.
Luca Germano
Abstract: Come ha rilevato Charles Lindblom, le grandi imprese, per via delle specifiche funzioni ricoperte nell’economia di mercato, assumono il ruolo di interessi privilegiati con accesso facilitato alle arene decisionali. Ciò non implica una risposta automatica dei governi a ogni richiesta delle grandi imprese. Piuttosto, favorisce un negoziato dal quale derivano scelte politiche condizionate sia dalle richieste delle grandi imprese che dalle convenienze dell’attore governativo.
Un settore che rappresenta bene il modello di grande impresa quale interesse politicamente privilegiato è quello automobilistico che, nella tradizione europea, ha dato vita a diversi “campioni nazionali” continuamente sostenuti dai governi nazionali fino a quando non sono intervenute le normative restrittive agli aiuti di stato imposte dall’Unione Europea nel 1989 che sembravano preparare la fine irrimediabile dei campioni automobilistici. Tuttavia, le politiche recenti di neo-interventismo statale varate da diversi paesi europei, sulla scia dell’iniziativa statunitense volta a salvare la sua industria automobilistica, sembrerebbero – di primo acchito – indicare il rilancio della politica di sostegno ai campioni nazionali.
In questo contributo prenderemo in esame i casi dei campioni automobilistici di Francia e Italia con l’obiettivo di mostrare come la nuova normativa europea degli aiuti di stato al settore abbia modificato lo speciale rapporto esistente tra la grande impresa automobilistica e i rispettivi governi. Vedremo poi, alla luce dei più recenti piani di sostegno attuati in Francia e Italia (ma facendo riferimento anche ai piani messi in atto in Germania, Regno Unito e Spagna) se, e in che misura, vi sia stato un ritorno alla politica dei campioni nazionali.
1.1.4. Research note su: Gruppi d’interesse nella scienza politica e nelle politiche pubbliche: problemi di ricerca e di metodo.
Renata Lizzi, Francesco Marangoni e Marina Rago
Abstract: Il tema dei gruppi d’interesse nella scienza politica italiana è in ombra da tempo, nonostante l’interesse suscitato da alcuni seminali lavori dei primi anni ‘90. I motivi sono più d’uno e si collegano alla “particolare” crisi del sistema politico italiano di quel periodo, nonché alla “normale” evoluzione della società italiana, post-industriale e secolarizzata, ma localmente ancorata. Gli studi sulle politiche pubbliche hanno fornito analisi accurate, ma pur sempre settoriali sugli interessi in azione, su ruolo, risorse e influenza dei gruppi nel policy making. Al fine di riattivare questo filone di ricerca - con particolare attenzione all’Italia contemporanea, dove i referenti empirici paiono del tutto mutati rispetto al passato - è nato un progetto il cui primo obiettivo è quello della “mappatura” dei gruppi di interesse sistematicamente attivi nell’arena nazionale (in quella europea, in quelle locali). L’approccio è quello degli studi di policy che dispongono di categorie e concetti adeguati all’analisi; ma la prima fase della ricerca empirica ha implicato scelte metodologiche accurate e non semplici. per questo il progetto è stato strutturato in fasi successive, l’oggetto di ricerca è stato “spacchettato” e – sulla base di un o schema analitico di partenza – è stato costruito un code-book fatto di indicatori quali-quantitativi attraverso i quali procedere alla rilevazione empirica dei gruppi, delle caratteristiche organizzative, ideazionali, ecc.
Si intende presentare una riflessione metodologica concernente i) sia il disegno di ricerca, lo schema analitico e gli indicatori selezionati ii) sia il risultato non definitivo di tale lavoro, rappresentato appunto dal code-book che ora è in sperimentazione/validazione.
1.1.5. Le imprese di consulenza in public affairs in Italia: quadro teorico e primi dati di una ricerca empirica
Maximiliano Lorenzi
Abstract: Dagli anni ’90 si è sviluppato in Italia, analogamente ma in ritardo rispetto ad altri sistemi politici (USA, Gran Bretagna, Unione Europea), il settore della consulenza per le attività di lobbying e public affairs. Appare evidente in termini numerici la crescita di questo tipo di imprese che offrono una vasta serie di servizi (analisi di scenario; analisi e monitoraggio del contesto politico-istituzionale; rappresentanza diretta dell’interesse; accreditamento presso i decisori pubblici; creazione di reti e coalizioni; piano di comunicazione) a clienti di natura diversa (imprese, associazioni di categoria, organizzazioni no-profit). L’impresa oggetto di studio ha caratteri peculiari in quanto si occupa di politica, ottiene un profitto da queste attività e partecipa al processo decisionale non in quanto portatrice di un suo interesse ma come rappresentante di un cliente.
Questo paper si pone l’obiettivo di indagare le risorse politiche dei consulenti e il loro ruolo nel sistema politico italiano. Nella prima parte, si presenta un quadro teorico sul ruolo dei consulenti in public affairs. Il tema è affrontato con riferimento ai temi della rappresentanza, del policy-making e della democrazia, così come suggerito dai promotori del panel. L’insieme di fattori di tipo sistemico (mutamento dei partiti), politico-culturale (professionalizzazione del lobbying), organizzativo (incapacità delle organizzazioni di categoria di rappresentare gli interessi degli iscritti) ed economico (la ricerca di canali non di mercato per aumentare i profitti e avvantaggiarsi rispetto ai concorrenti) sono analizzati per comprendere l’accresciuto ruolo dei consulenti.
Nella seconda parte sono presentati i primi risultati di una ricerca empirica in corso che ha l’obiettivo di studiare questo settore composto da almeno 33 imprese, la maggior parte di piccole dimensioni.
1.1.6. Gruppi di interesse e federalismo in Italia. La regolamentazione delle lobbies a livello regionale
Andrea Mignone
Abstract: L’azione dei gruppi di interesse nei processi decisionali pubblici è un fenomeno ricorrente nel tempo ed in tutti i sistemi politici. E’ noto che la loro attività assume diverse forme ed utilizza diverse tecniche a seconda non solo delle politiche e degli attori coinvolti, ma anche dei bersagli prescelti. Sotto tale profilo, è interessante valutare i possibili legami tra forme di stato (e/o di governo) e regolamentazione dell’attività dei gruppi di interesse. Come è noto, in Italia, con una sorta di “ipocrisia istituzionale” si finge che l’attività di lobbying non esista, salvo per l’aspetto delle hearings consultive.
In questo ambito, il paper si propone di esaminare l’influenza del processo di regionalizzazione in Italia nell’ultimo ventennio sull’azione dei gruppi di interesse. I gruppi di interesse reagiscono alle sfide ambientali adattando organizzazione ed attività ai nuovi assetti istituzionali e dando luogo ad una sorta di isomorfismo organizzativo. Obiettivo del paper è quello di affrontare la questione della democrazia degli interessi a livello regionale, sia analizzando i cambiamenti organizzativi dei gruppi di interesse sia le opportunità di partecipazione offerte dalle Regioni, secondo le previsioni dei nuovi Statuti, entrati in vigore a seguito della riforma del Titolo V della Costituzione. In questa prospettiva, sarà sviluppata una analisi comparativa delle prime esperienze di regolamentazione a livello regionale delle attività di lobbying, anche allo scopo di valutare quanto le istituzioni (strutture e regole) condizionano l’azione dei gruppi stessi e se ne sollecitano la nascita e lo sviluppo. Si cercherà infine di verificare quanto aperto o chiuso sia il sistema “ a nicchie” delle pressioni, e se si venga concretizzando, anche in un sistema multilivello, la dicotomia gruppi insider/gruppi outsider.
1.1.7. La rappresentanza compensativa: i gruppi di interesse pubblico nell'Unione Europea
Carlo Ruzza
Abstract: I gruppi di interesse pubblico svolgono varie funzioni che vengono tematizzate ed enfatizzate nella loro comunicazione. Oltre alle funzioni più tematizzate nella letteratura, quali provvedere informazione tecnica e sociale al processo politico e monitorare l'implementazione di norme, essi
aspirano spesso a rappresentare gruppi di popolazione in un processo parallelo a quello elettorale. Anche questa funzione rappresentativa viene spesso riconosciuta ed enfatizzata dai gruppi, ma varia in differenti aree di politiche pubbliche. La presentazione esamina in che misura ciò accade in un campione di gruppi di interesse pubblico a livello UE. Sulla base della recente letteratura sull'argomento della rappresentanza intesa in questo contesto più allargato, analizza poi le implicazioni teoriche per le teoria dei gruppi di interesse pubblico. Si enfatizza in particolare una funzione di rappresentanza compensativa per i gruppi che rappresentano “constituencies” che si autodefiniscono come marginalizzate dal processo politico. La presentazione esamina i contesti e gli argomenti che giustificano l'impiego di questa forma di rappresentanza.
1.1.8. Il neo-corporativismo come l’araba fenice. Dalla concertazione centralizzata al “concertare decentrando” nell’era della globalizzazione
Ferdinando Tupone
Abstract: L’inaspettata stagione concertativa che ha investito l’Unione Europea a partire dagli anni ’90, dopo il declino degli assetti neo-corporativi sotto la scure del neo-liberismo, presenta tratti nuovi che rimettono in discussione gli assunti di base della corporatist theory.
Infatti, la più recente prassi concertativa coinvolge paesi, come l’Italia e l’Irlanda, tradizionalmente estranei alle strutture di rappresentanza tipiche del neo-corporativismo. In particolare, molte organizzazioni di tipo “encompassing” hanno ridimensionato il coordinamento gerarchico a vantaggio di un coordinamento democratico-deliberativo. Inoltre, le sfide poste dalle esigenze di competitività intrinseche all’internazionalizzazione dei mercati hanno provocato, anche nei paesi corporativi secondo tradizione (caso austriaco in primis), una ri-definizione delle strutture tripartite, manifestatasi con la decentralizzazione coordinata/organizzata del collective bargaining a livello territoriale e/o di settore. Altre novità concernono la promozione della concertazione a livello locale, di pari passo con i processi di decentramento politico-amministrativo (paradigmatico il caso italiano) e l’ingresso, anche con poteri di veto, di nuovi attori nel policy process consensuale (come le ONG del caso Irlandese) mentre non appare sempre indispensabile la presenza di governi pro-labour per l’avvio e la conclusione dei negoziati con le parti sociali (emblematico al riguardo il caso spagnolo).
Il paper si propone, alla luce dell’evidenza empirica su scala europea, di confrontare le analogie e le differenze esistenti tra i tradizionali corporatist patterns, essenzialmente redistributivi in una fase di espansione del welfare, e gli attuali assetti concertativi in fieri, intenti a coniugare flessibilità e competitività con le esigenze della sicurezza sociale. Centrale, nel confronto comparato diventa la questione se la concertazione decentrata costituisca effettivamente un “equivalente funzionale” di quella centralizzata.
1.2 Fra partiti e associazioni: le trasformazioni della partecipazione politica
Chairs: Marco Almagisti e Giovanni Moro
Discussants: Liborio Mattina
Abstract:
In questo panel intendiamo accogliere contributi di riflessione teorica e di analisi empirica finalizzati a esplorare le trasformazioni della partecipazione politica, essenzialmente in questi tre ambiti:
1. le trasformazioni dei partiti politici e dei sistemi partitici nelle democrazie europee;
2. il ruolo delle associazioni, del capitale sociale di più recente formazione, nel contesto delle iniziative di attivazione della cittadinanza e dei processi di rendicontazione avviati da alcune amministrazioni locali;
3. il rapporto fra i movimenti sociali di recente formazione e le istituzioni politiche.
Papers
1.2.1.
Partecipare a cosa? Per una riconsiderazione del nesso fra democrazia partecipativa e attivismo organizzato dei cittadini
Giovanni Moro
Abstract: Il paper propone una lettura critica del tema della democrazia partecipativa, ossia del principale paradigma con cui le pubbliche istituzioni, dal livello europeo a quello locale, tematizzano e impostano le politiche di interazione con la cittadinanza. Di questo paradigma si cercano di identificare i limiti, connessi sia al tipo di partecipazione che esso implica, sia alla sua coerenza con la realtà effettiva dell’attivismo dei cittadini organizzati nelle politiche pubbliche. I problemi connessi all’uso del paradigma della democrazia partecipativa vengono valutati alla luce di altri approcci come quello della democrazia deliberativa e e quello del principio di sussidiarietà “circolare”, introdotto nel 2001 nella Costituzione italiana (art. 118.4).
1.2.2. La partecipazione sociale come risorsa per la democrazia. E se cede il nesso fra partecipazione politica e partecipazione associativa?
Tommaso Vitale e Enrico Claps
Abstract: Il rapporto fra partecipazione sociale e partecipazione politica è segnato in Italia dal dibattito sull’emergere della partecipazione associativa come sostituiva di forme di mobilitazione e di impegno a carattere esplicitamente politico e sindacale. Due processi, (a) la fine del ciclo di protesta operaia e l’incapacità del sistema politico di assorbire molte delle domande di modernizzazione e (b) la crisi del partito di massa e l’emergere di partiti cartellizzati e di partiti populisti su base regionale, avrebbero allontanato dalla partecipazione politica in senso stretto e aperto una finestra di opportunità per altre forme di azione collettiva, per la loro diffusione e elaborazione culturale. In questo quadro, molti analisti hanno ipotizzato che le forme associate della società civile, ed in particolare le componenti più attive nel servizio alle persone e alle comunità locali, fossero un’importante risorsa per la vita democratica, non solo per i contenuti concreti di aiuto, animazione culturale e solidarietà, ma anche perché capaci di promuovere una certa vigilanza democratica e un’attenzione alla cosa pubblica.
Diversi studiosi si sono misurati con il tentativo di comprovare empiricamente questa tesi, e di mostrare la capacità di sostegno dell’associazionismo al buon funzionamento dei processi democratici. Come ricorda Millefiorini [2002, 179], la ricerca comparativa ha mostrato, tuttavia, che partecipazione politica e partecipazione sociale sono ben correlate, ma che non è possibile dire se la partecipazione sociale sia un volano capace di indurre direttamente la partecipazione politica. Questo non inficia il ruolo positivo per la democrazia giocato dalle forme di partecipazione sociale, ma complessifica il rapporto che queste hanno con la sfera politica. Se queste forme di azione collettiva giocano un ruolo importante ciò sembrerebbe avvenire su dei piani molteplici, che attengono all’interesse, all’attenzione e alla fiducia nelle istituzioni e non tanto e direttamente nello spingere verso una partecipazione attiva alla politica. O, come si sono chiesti di recente Van Der Meer e Van Ingen (2009), l’associazionismo è una scuola di democrazia o coinvolge una popolazione auto selezionata, già socializzata all’attenzione verso la sfera pubblica e alla cura del legame civico?
Sono proprio questi diversi nessi che intendiamo esplorare in questo paper, a partire dalla comparazione fra diverse indagini condotte dal Laboratorio Polis Lombardia dell’Università degli Studi di Milano Bicocca. In particolare una survey condotta tramite interviste a più di 1000 militanti nel corso di riunioni serali e da una survey telefonica su un campione rappresentativo della popolazione lombarda. I dati da noi raccolti sono ampiamente comparabili con quelli raccolti da Biorcio e Diani in una loro ricerca del 1993, che non a caso aveva colto alcune dimensioni cruciali della partecipazione associativa in un momento in cui il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica [Biorcio, 2003] aveva accelerato la ridefinizione del confine fra le due sfere del sociale e del politico nonché i significati stessi attribuiti alla propria azione volontaria.
1.2.3.
L’accountability tra comunicazione politica e capitale sociale: esperienze di partecipazione
Marco Almagisti e Giorgia Iazzetta
Abstract: L’accountability è una fondamentale dimensione della qualità della democrazia. Essa riguarda la responsabilità dei governanti nei confronti dei governati e, se funzionante, può realmente consentire un effettivo controllo dei secondi nei confronti dei primi (Morlino 2003; Diamond, Morlino 2005; Almagisti 2009). Essa costituisce la chiave di volta per tendere a livelli maggiori di qualità democratica e, al contempo, richiama ad una concezione esigente sia del sistema politico, sia del contesto sociale di riferimento. Nel nostro elaborato ricostruiremo le sue diverse articolazioni (accountability elettorale; interistituzionale e sociale), concentrandoci in particolare sull’accountability sociale a livello di governo locale, riprendendo alcune iniziative promosse da amministrazioni locali.
1.2.4.
Governare con i cittadini. Pianificazione strategica: la democrazia deliberativa nella governance urbana
Sonia Bussu
Abstract: Negli ultimi anni si è registrato un crescente interesse in ambiti politici e accademici verso nuove forme di governance territoriale, che spesso includono momenti di democrazia deliberativa. Le nuove dinamiche economiche post-fordiste e il processo di rescaling politico e amministrativo hanno creato nuove opportunità e responsabilità, in un contesto di ridotti finanziamenti dal centro, per i governi locali di molti paesi europei, tra cui l’Italia. Gli amministratori locali si trovano oggi a svolgere un ruolo prioritario nel coordinare interessi al fine di elaborare e perseguire strategie di sviluppo che contribuiscano a produrre beni collettivi locali.
In tale contesto economico e politico si inseriscono nuove dinamiche di governance urbana quali la pianificazione strategica di terza generazione, il cui studio, se se ne analizzano le due dimensioni di process (il processo deliberativo che caratterizza i forum in cui si elaborano i progetti) e outcome (il contenuto delle politiche e i processi decisionali e di implementazione che si propongono di incentivare una maggiore cooperazione inter-istituzionale e modelli di pianificazione integrata), offre la possibilità di coniugare due diversi paradigmi teorici: la letteratura sulla governance urbana e quella sulla democrazia deliberativa. La prima può aiutare a contestualizzare l’esigenza di nuove forme di governance e il loro sviluppo in un contesto di governance multi-livello, ed esamina gli esiti dei nuovi strumenti istituzionali a livello urbano e regionale, in termini di politiche di sviluppo. I teorici della democrazia deliberativa invece, avendo concettualizzato i modelli normativi di una deliberazione inclusiva, ne studiano le approssimazioni empiriche proposte nell’ambito degli stessi meccanismi di governance. Entrambi gli approcci spesso studiano i medesimi fenomeni empirici, eppure, ad eccezione di pochi studi isolati, tendono a non considerare i rispettivi dibattiti.
Questo contributo vuole proporre alcune prime riflessioni su un progetto di ricerca comparata sui piani strategici di tre città italiane di medie dimensioni (Lecce, Sassari e Trento), che, attraverso lo studio della pianificazione strategica nelle due dimensioni di process e outcome, intende colmare la distanza teorica tra i due paradigmi sopra citati. I tre casi di studio, caratterizzati da un diverso contesto socio-politico e culturale, sono stati selezionati secondo il metodo diverse case, per determinare l’impatto dei piani strategici su diverse polity locali e stabilire se e come l’elaborazione e l’implementazione del piano siano condizionate da variabili quali il grado di autorevolezza (rispetto alla struttura partitica locale) e autonomia (da interessi locali) della leadership, la densità associativa e l’influenza di livelli istituzionali superiori. La presenza di associazioni non facilita necessariamente la formazione di nuovo capitale sociale nell’ambito di meccanismi partecipativi, dato che le nuove arene politiche potrebbero favorire interessi corporativi dei gruppi meglio organizzati. Un esecutivo forte e autonomo potrebbe invece essere determinante nell’assicurare un processo inclusivo e incentivare quella cooperazione inter-settoriale che può favorire una programmazione integrata. La pianificazione strategica va comunque intesa in una logica di governance multi-livello, e non solo locale, dato che la mancanza di coordinazione tra livelli istituzionali condanna queste esperienze a produrre una serie di iniziative frammentarie e di impatto limitato.
1.2.5.
Partiti e partecipazione politica: modelli alternativi di “democrazia interna”, fra ricerca empirica e riflessione normativa
Antonio Floridia
Abstract: Il paper intende ripercorrere la più recente letteratura teorica e ricerca empirica sui partiti e le loro trasformazioni, assumendo un particolare punto di osservazione: la riflessione sui modelli di "democrazia interna” e di partecipazione politica.
Accanto ad un’antica tradizione di pensiero che, a partire da Michels, nega, costitutivamente, una “questione democratica” per i partiti, assumendo come un dato la natura oligarchica e/o carismatica della leadership, si è sviluppata in tempi più recenti una riflessione che tende a costruire e a rilevare una connessione sistematica tra modelli di democrazia, tout court, e modelli di partito, ossia un rapporto tra le trasformazioni in senso plebiscitario-leaderistico delle democrazie contemporanee e una tendenza a strutturare in termini analoghi la vita interna e l’organizzazione dei partiti.
Dopo aver richiamato alcuni casi di studio e offerto alcuni primi elementi di analisi, il paper si conclude con una domanda: lasciata alle spalle l’epoca dei tradizionali partiti di massa, quali possono essere, sul piano normativo, i possibili modelli alternativi di “democrazia interna”? o, davvero, non ci sono alternative ad un modello di partito, che oggi sembra prevalente, e che è possibile definire “elitistico-plebiscitario”?
1.3 Contentious Dynamics in Local Contexts
Chairs: Noemi Podestà e Tommaso Vitale
Abstract:
Scholarly literature tends to show how the urban conflicts that surface in European cities are more and more defined by strong segmentation and fragmentation. The conflicts are no longer structured and miss well defined social groups as references, like in the instance of the protest cycle of blue-collars that spread in Europe from 1965 to 1977. Urban mobilizations underwent deep change since the end of the seventies due to the weakening of Keynesian welfare policies and the extensive spreading of neo-liberal policies. Some claims of the urban movements were accepted pushing many organizations to evolve into agencies involved in projects of urban renovation and fighting against social exclusion. While this general dynamic led to a shrinking of contentious spaces, conflicts have not vanished from European cities: they rather fragmented and ground around new issues, sometimes with a certain continuity. In particular, there has been the emergence of protests against investments supporting the transformation of inner cities in gentrified areas with a specialization in services, and against the dropping of those neighbourhoods that did not fall within these programs. Community activism - not necessarily occurring in poor suburbs - has opened multiple and often contradictory lines of conflict: for the defence of green areas; against the growth of traffic; in opposition to polluting facilities; on immigration and urban security; for and against social mix and spatial segregation; for the acknowledgement and the preservation of common goods and public services. Besides, during the ‘90s urban conflicts spin-off from the cities, and re-opens a urban/rural cleavage, and leads scholars to use the more inclusive terms of local conflict. So, while lot of research has been cumulated on this theme, lots of theoretical and methodological issue remains mostly unexplored.
Studies including ethnographic methods are particularly encouraged, above all comparative qualitative researches. Also comparative – historical approaches are very welcomed, and researches mixing different data collection techniques mainly able to combine archive data and fieldwork to catch urban contentious dynamics.
The workshop will be articulated on these questions:
1) How the study of local conflicts allow to explore not only contentious dynamics but broadly the contexts where the conflicts take place? The convenors welcomes papers that not only explain contentious dynamics in a “contextual political analysis approach” (Goodin, Tilly 2006) but use the analysis of local conflict to interpret and explain local societies changes.
2) What are the relationships between case study methods and research on local conflicts? Why there is not a lot of comparative research on local contentious dynamics? How to study local conflicts and their linked mediation in a comparative approach? What could be the contribution of a systematic comparative case approach to research which stresses the use of a configurational logic and the existence of multiple causality?
3) Local conflict analysis seems so polarised between politics and policy, between studies on the impact of conflict on electoral behaviour and studies which analyse conflict in relation to policy implementation. Is it possible to design researches that permit to articulate the policy-politics nexus?
Papers
1.3.1. Les agitations du squat a l’horizon de valurs generales. Les echelles de retentissement du conflict localise
Marc Breviglieri e Luca Pattaroni
Abstract: Notre communication rendra compte de l’évolution récente d’une enquête que nous avons conduite, entre 2000 et 2004 dans le mouvement squat genevois. Elle tiendra compte du durcissement récent de la politique municipale genevoise à l’encontre des mouvements squats pourtant installés de longue date et répondant à des aspirations fortes de la jeunesse, en termes de logement, de mode de vie et d’engagement militant.
Le mouvement squat genevois s’est ancré localement : les squatters investissant immeubles après immeubles, d’une manière faiblement coordonnée, chaque immeuble occupé représentant une initiative particulière, menée par des entités collectives de petite taille. Il n’en demeure pas moins que le phénomène s’est répété et que les squats ont perduré au fil du temps, faisant tache d’huile à la fin des années quatre-vingt jusqu’à obtenir, par leur ampleur, une réputation internationale. Mais ce qui a permis cette pérennisation et cette amplitude tient au fait que toutes ces initiatives avaient, malgré leur faible taille et leur manque de coordination, une ambition tenace dont l’horizon politique général débordait de toute part la localisation limitée au seul immeuble. Autrement dit, dans chaque microsociété formée dans le squat a émergé des formes de biens communs de très large ampleur (touchant à la solidarité, à l’écologie, à la consommation) portés par des projets alternatifs, de vie commune et de réforme sociétale, fort ambitieux. Ce sont ces projets qui ont bien vite commencé à fédérer les différents groupuscules de squatters et qui ont obtenus des formes de visibilités publiques, se déployant sur différentes échelles de retentissement, et finissant, par là, aux oreilles des pouvoirs politiques genevois, bien obligés d’en tenir compte d’une manière ou d’une autre. A travers notre texte, nous chercherons donc à montrer comment les conflits urbains résonnent et se forment de manière variable sur un plan local au travers d’une multiplication des échelles et des arènes de publicité et la formation de différents compromis politiques et institutionnels.
Le mouvement squat rend manifeste au moins deux composantes majeures d’une tendance lourde affectant le devenir de l’habitat et certaines aspirations récurrente de la jeunesse militante et non militante dans nos sociétés modernes. Le mouvement squat déploie en effet d’une part l’idée de pourvoir des logements à ceux qui en sont privés par le dynamisme du marché ou par l’inefficacité des politiques sociales et d’autre part l’idée d’une certaine « vie communautaire » censée représenter une alternative à un ensemble de pathologies socio-économiques propres à la modernité urbaine. La politique de la tolérance aux squats appliquée à Genève jusqu’au début des années 2000 s’est inscrite dans une tentative de laisser au mouvement squat une certaine liberté d’expression et une certaine possibilité de protestation et d’exposition publique de modes de vie alternatifs. Elle a conduit à un déplacement non négligeable des catégories de l’action publique en matière de logement social, se traduisant sous formes de différentes innovations institutionnelles – contrat de confiance, bail associatif, police de proximité - entérinant des compromis entre les exigences de modes de vie alternatifs et le maintien d’une politique sociale à l’échelle de la ville.
Le durcissement politique récent que connaît Genève à l’égard de ses squats, réaffirmant avec force l’illégalité des occupations de logements vacants et la nécessité de leur évacuation, manifeste une rupture nette du socle de confiance et du terrain d’entente qui avaient prévalu jusqu’à présent. La dimension de tolérance qu’appellent les mouvements squats ne s’inscrit alors plus sur le domaine incertain et progressiste du conflit négocié mais sur le domaine clôturé de l’intervention pénale sanctionnant l’action délictueuse. En exerçant de cette manière son pouvoir physique de contraindre, les pouvoirs publics recherchent le maintien d’une paix sociale dont la condition repose alors sur l’établissement d’un certain conformisme culturel au plan des manières de vivre en commun, sur la conservation d’un certain bien être acquis et sur la réaffirmation des lignes politiques dominantes. Derrière ce tournant, c’est l’ensemble des politiques urbaines qui se modifient réduisant les espaces de compromis et, par là, le pluralisme des manières de vivre ensemble qu’elles tolèrent.
1.3.2.
"Per fare la guerra ci rubano la terra":la costruzione del conflitto oltre la protesta No Dal Molin.
Donatella Della Porta e Maria Fabbri
Abstract: Le campagne di protesta contro le grandi infrastrutture sono state spesso definite come localistiche, ostacoli alle politiche pubbliche caratterizzati da attenzione su territorio e interessi limitati, ma la scientificità dell’analisi del fenomeno Nimby è stata contestata sia dagli attivisti che dall’interno stesso delle scienze sociali. Le mobilitazioni locali sono state infatti anche considerate come pratica di cittadinanza attiva, spazio e momento di esercizio di sovranità da parte delle popolazioni ed espressione di resistenza a progetti di intervento sul territorio che spesso mascherano da “bene comune” interessi particolari. Nel caso specifico della mobilitazione No Dal Molin, il conflitto localizzato si è proposto come una critica a un uso del territorio localmente non voluto (LULU), in una prospettiva in cui la mobilitazione appare superare l’epiteto di Nimby, in primo luogo sviluppando retoriche globali. Il tema della militarizzazione del territorio propone specifici nessi al riguardo, rappresentando una forma antica di globalizzazione e anche nel caso considerato la base si pone come nodo di una rete strategica globale, che si consideri il progetto in termini di ampliamento, raddoppio o nuovo insediamento, facendo così emergere molteplici ordini del dissenso. Inoltre, in una fase di latenza e di “sgretolamento” della mobilitazione per la pace e contro la guerra a livello nazionale, le vertenze locali, forti dei successi di partecipazione e di consenso di esperienze legate alle mobilitazioni contro altri generi di infrastrutture e consolidate dalla capacità di connettersi, risultano non solo istanze periferiche del livello nazionale ma rivelano capacità di connessione, elaborazione, talvolta trasformazione delle cornici interpretative del conflitto.
Il nostro paper presenta i risultati di un’analisi della protesta No Dal Molin e dei suoi cambiamenti “in action”, focalizzandosi sul processo di costruzione simbolica del conflitto, concepito come non solo strumento strategico per la mobilitazione, ma anche come fondamentale meccanismo di formazione della identità di chi protesta. Alla ricostruzione introduttiva del quadro specifico degli attori coinvolti con l’esame del dibattito mediatico locale e nazionale e delle varie ragioni dell’opposizione e delle diagnosi di partenza, segue l’analisi delle tensioni presenti attorno a tre importanti livelli di definizione dell’attore e dell’azione: l’elaborazione di un’identità positiva di comunità, la ricerca di valori universali e la definizione globale del conflitto. Per quanto infatti molti interrogativi si pongano rispetto alla presenza di un’identità collettiva condivisa, la campagna No Dal Molin, anche in ragione di alcune sue caratteristiche, evidenzia come le mobilitazioni con origine dalle comunità locali e forte radicamento nel territorio possano avere un esito diverso rispetto ai presupposti di partenza. In una prospettiva di comparazione con altri casi nazionali di mobilitazione glocale, alcune categorie dello studio dei movimenti sociali come costruzioni simboliche verranno riprese nell’analisi delle interviste agli attori della mobilitazione e delle osservazioni sul campo. L’ipotesi è quella di un’evoluzione locale-globale, in cui l’elaborazione di immagini di un futuro alternativo e di una nuova concezione dell’interesse generale, così come la presentazione della propria azione come laboratorio di una diversa concezione di politica e di una democrazia di qualità, avvengano nel corso della campagna di protesta ed emergano attraverso l’adesione alla rete di diversi attori attorno ad un comune discorso generale.
1.3.3. The politics of facts: environmental conflicts and expertise
Luigi Pellizzoni
Abstract: Conflicts over the environment and technology have been characterising for many years the political arena. The role played by science and expertise has been widely recognised, as a powerful tool for developing and legitimizing in the public sphere arguments for and against land uses and technology applications. Yet this has seldom represented a specific focus of inquiry. Moreover, the picture is today more entangled than it used to be. Rather than a way to overcome it, expert knowledge and advice are increasingly becoming a site of contention. The social distribution and recognition of expertise is changing, and traditional appeals to ‘sound science’ are challenged by more controversial, nuanced understandings of the relationship between science and politics.
A study under completion carried out in Italy and based on in depth case studies sought to address this issue. Some results will be presented and some attempts at interpreting them will be endeavoured. I will focus especially on the interplay of technical and political legitimacy and on the different forms and roles expertise may take in the public discursive arena. To build suitable analytical tools I will draw on three main sources: studies on expertise and the science-policy interface, literature on the public sphere and transformation of politics, and social movement scholarship.
1.3.4. Local and global contention: conflicts around religious issues. A comparison of two middle-size cities in Italy, Parma and Verona.
Donatella Della Porta e Lorenzo Bosi
Abstract: Muslim communities, the public authorities, residents’ committees, Christian organizations, social movement organizations of different traditions tend to participate in local contentions that often take place over the construction of new mosques or the opening of Muslim centres, cultural institutions and associations. By reconstructing the polarization of these conflicts, with the help of process tracing, I want to investigate to which extent during the (public and political) controversies on the use of Islamic symbols in public and the recognition of Muslim community differences in the Western way of life, young Muslims (and other actors) tend to fell a sense of social, cultural, and economic subordinate position in their own community and of distrust of local institutions, especially as they interact with the wider perception of national and international policies and events that create feeling of injustice. Analytically, this research project intends therefore to explore how the complex interactions between the religious, political, and social dimensions contribute to the emergence of local conflicts around religious issues.
I will base my analysis on a longitudinal qualitative research strategy, which will involve semi-structured interviews as well as documentary analysis. The primary source of this study are fifty interviews, with the main actors involved in the local conflicts, with a particular emphasis on actors with local expertise (e.g. imams and social workers), and young Muslims (between 18 and 40 years old). Questions are anchored around the existing local conflicts, but expand then the analysis to how conflicts at other territorial levels might contribute discursive and political opportunities for polarization.
1.3.5.
Effects of local contexts on the dynamics of urban conflicts. Quebec City (Canada), 1989 to 2000.
Mathieu Pelletier, Florent Joerin, Catherine Trudelle, Paul-Y. Villeneuve
Abstract: L’espace urbain est au quotidien le lieu de multiples décisions autour de projets d’aménagement, mais aussi de projets touchant plus largement l’approvisionnement, l’accès ou l’administration des ressources urbaines. Les unes plus visibles que d’autres, les répercussions et conséquences liées à ces décisions sont extrêmement variables dans le temps et dans l’espace. Néanmoins, elles participent toutes, à des degrés divers, aux processus de production de la macro forme urbaine (Villeneuve, 2002). Qu’ils soient le fruit de l’action individuelle ou collective, ces processus décisionnels mettent en lumière les rapports qu’entretiennent les différents acteurs (agences étatiques, acteurs socioéconomiques, entreprises, organisations non gouvernementales, mouvements sociaux, citoyens). À l’occasion, en raison de l’incompatibilité des positions respectives des acteurs au sujet d’enjeux mettant en cause des intérêts divergents, des conflits surgissent.
Les facteurs susceptibles d’expliquer cette conflictualité du quotidien au sein des processus décisionnels sont nombreux. Parmi ceux-ci, les acteurs occupent une place centrale au sein des processus décisionnels tout comme la forme du processus dans son déroulement (Rowe and Frewer, 2005; Vodoz, 2006). Certes, il est illusoire et sûrement contreproductif de vouloir enrayer le conflit au sein du processus décisionnel. Néanmoins, à dessein de faciliter le «décider ensemble», la mise en place de mécanismes, d’outils et d’approches - incluant les processus participatifs – tend à se généraliser. Au-delà de ces adaptations du processus décisionnel dont la nécessité n’est pas à remettre en question, la multiplication et la complexification des conflits appellent d’autres approches à la fois différentes et complémentaires. C’est ainsi que l’on voit se développer des démarches destinées à détecter localement les facteurs susceptibles de générer une controverse (Janelle and Millward, 1976; Ley and Mercer, 1980; Joerin et al., 2005). Dans ces conditions, mieux comprendre la dynamique de l’activité conflictuelle en relation avec les caractéristiques propres à ces lieux, c’est peut-être aussi développer une certaine capacité d’anticipation. Une telle approche permettrait par exemple de mieux cibler les contextes locaux où la mise en place de mécanismes participatifs adaptés devrait être encouragée (Rowe and Frewer, 2005). Cette communication s’inscrit dans ce cadre théorique.
L’objectif de la recherche vise à mieux comprendre les rapports unissant les spécificités territoriales à trois dimensions de la dynamique de l'activité conflictuelle: la fréquence spatiale, la durée et l'intensité (FDI) des conflits urbains. Nos travaux se concentrent sur une démarche quantitative, et ce, à travers une approche spatiale visant à jauger l’influence d’éventuels effets de contextes locaux, en l’occurrence les milieux urbains, sur les propriétés de l’activité conflictuelle (FDI) à l’échelle de la ville de Québec (Canada) pour la période de 1989 à 2000. Notre recherche s’appuie sur un inventaire systématique des processus de décisions de nature conflictuelle pour un territoire et une période donnée. Le corpus empirique relatant la conflictualité urbaine de la ville de Québec (1989 à 2000) a été relevé dans le quotidien régional Le Soleil . Les 142 conflits ont été recensés selon un protocole d’abord proposé par Janelle et Millward (1976). Seuls les articles de presse s’inscrivant dans les périodes conflictuelles des processus décisionnels ont été utilisé pour décrire les conflits à l’aide de plusieurs variables (p.ex. protagonistes, enjeux, actions, importance de la couverture médiatique).
Dans sa forme, la présentation se construit en 2 temps. La première partie vise à proposer un cadre conceptuel lequel aborde, entre autres, le conflit, l’activité conflictuelle - et ses propriétés (FDI) - mais aussi le quartier et plus particulièrement les (4) dimensions que nous lui associons à savoir la composition sociale, le cadre bâti, la propension au regroupement et à la prise de parole et l’accès aux ressources urbaines. Cette réflexion aura permis de modéliser spatialement (a) l’activité conflictuelle en termes de fréquence spatiale, de durée et d’intensité mais aussi (b) les contextes locaux urbains québécois.
Nous présenterons ensuite l’étude détaillée des effets de contextes locaux sur la dynamique spatiale de l’activité conflictuelle. Les résultats suggèrent que les conflits sont de plus longue durée bien qu’ils ne soient pas nécessairement plus intenses ou plus fréquents dans le secteur où (1) la capacité des individus à se regrouper et à prendre la parole est modérée et où (2) la population est à la fois la plus mobilisable et la mieux nantie à l’échelle régionale. Nous pensons qu’il s’agit là des conditions menant à une activité conflictuelle durable dans le temps, à savoir des individus disposant de temps et de ressources, mais peu outillés sur le plan des stratégies d’actions en moment de conflits.
1.3.6. Local Environmental Protests and Campaigns in England in the Era of Climate Change
Christopher Rootes
Abstract: This paper takes as its starting point the challenge that climate change presents to the environmental movement, and especially to local campaigners mobilising against a variety of threats to their environmental amenity. Climate change is a complex and, for most people, rather abstract issue, but it is one whose seriousness governments and large corporations have at least rhetorically acknowledged. As a result, environmental campaigners find it difficult to mobilise the public as they might were the issue still an ‘outsider’ to mainstream politics. As it is, national environmental NGOs are constrained to adopt largely conventional tactics such as lobbying of politicians and policymakers, and to confine protest to highlighting those areas in which practice is inconsistent with policy. For local campaigners, the advent of climate change as the dominant environmental issue has diverse consequences; depending upon the issue, some find their opportunities enhanced, whereas others find the obstacles against them increased. These impacts are superimposed upon patterns of opportunity shaped by political institutional structures and temporal variation in the shape and salience of public policy on various environmental issues. This paper will develop these arguments in relation to protests in England against roads, airports, waste incineration and against climate change itself.
1.3.7. Conflictos de urbanidad y ciudadanía urbana: el caso de Nanterre – La Défense
Pedro José García Sánchez
Abstract: Situados en la periferia próxima de París, el municipio de Nanterre y el “quartier d’affaire” de La Défense, desde los inicios de este ultimo en los años 1960, han coexistido sobre la base de una historia difícil y conflictiva forjada por delimitaciones territoriales contradictorias, intereses concurrentes y por predominancias y proyectos políticos opuestos: Nanterre representa un bastion local importante de la izquierda comunista mientras que La Défense es una “bussiness area” creada “de toutes pièces” por el Estado francés arraigado en la derecha gaullista, hoy día sarkosysta y con la anuencia del rico municipio de Neully y del departamento de Hauts de Seine (que hasta su elección presidencial, fueron dirigidos por Nicolas Sarkosy). El ultimo y reciente episodio de esta confrontación histórica ha sido la designación, por mandato presidencial, de un mismo director para los “Establecimientos de Obras Públicas” (máximas autoridades institucionales para el diseño y gestión del desarrollo urbano) que rigen ambas circunscripciones: l’Etablissement Public d’Aménagement Seine-Arche (EPASA) de Nanterre y l’Etablissement Public d’Aménagement de La Défense (EPAD). Frente a esta decisión estatal que va a contracorriente de lo que habían sido los avances de los últimos 15 años en términos de legitimidad diferenciada de las escalas locales y estatales del desarrollo urbano, de reconocimiento político de dicha legitimidad, de coexistencia institucional y de cooperación interinstitucional, la municipalidad de Nanterre y el poderoso tejido asociativo que existe y se moviliza en esta ciudad, han multiplicado las iniciativas de ciudadanía urbana: consejos de barrio, talleres de proyectos, dependencias municipales destinadas a orientar y a capacitar en términos de saber urbanístico circunscrito a los habitantes.
Esta ponencia (1) interroga dicho fenómeno en la perspectiva abierta por los análisis en términos de conflictos de urbanidad , (2) rinde cuenta de la manera como algunos de estos dispositivos de ciudadanía urbana se constituyen (siendo provocados por estos conflictos y, a la vez, apareciendo como respuestas a ellos) y (3) examina la manera como la gobernabilidad urbana local se nutre de ello y se transforma. Mediante entradas etnográfica, genealógica y ecológica, los trabajos de campo que nutren esta reflexión han sido producidos en el marco de tres proyectos de investigación inter-dependientes: uno que dirijo en la Universidad de Nanterre (“Les compétences d’interaction dans les projets de rénovation urbaine: conflits d’urbanité et cognition distribuée à « Nanterre - Seine – Arche ») y dos otros, pluridisciplinarios, en los que estoy implicado : “Renouveller les compétences d’écoute et de coopération entre les acteurs du projet urbain” (patrocinado por el Partenariat Recherche – Innovation de la Region Ile de France -PICRI) y “La rénovation urbaine : des enjeux citadins aux engagements citoyens” (patrocinado por el Plan Urbanisme, Construction, Architecture PUCA del Ministerio del equipamiento de Francia).
1.3.8.
Conflits urbains et inclusion socioterritoriale : le cas du quartier Saint-Michel à Montréal
Catherine Trudelle, Juan-Luis Klein, Jean-Marc Fontan, Diane-Gabrielle Tremblay
Abstract: Dans un contexte de mondialisation, d’essor de sociétés pluralistes et de profondes mutations des espaces urbains, les rapports à l’État des acteurs de la société civile ne cessent d’évoluer, ce dont témoignent les expériences d’adaptation des collectivités locales à la mondialisation, voire de reconversion territoriale (Fontan, Klein et Lévesque, 2003). Partout, ces dynamiques ébranlent la démocratie locale en élargissant l’espace social de référence des citoyennes et citoyens qui ont à faire face à des enjeux plus complexes (Brenner 2004). Les inégalités sociales, les options de développement local et les dynamiques territoriales se diversifiant sans cesse, les situations de tension et de conflits se multiplient. Dans les quartiers les plus sensibles des villes, les acteurs sociaux se mobilisent en revendiquant le droit des citoyennes et de citoyens de conserver leur milieu de vie et de travail ainsi que leur qualité de vie, se confrontant ainsi tantôt aux élites locales, tantôt aux acteurs publics (Fontan, Klein et Tremblay, 2004; Trudelle et al., 2006). Dans les aires métropolitaines, les conflits urbains sont en recrudescence en raison de la divergence des intérêts et des valeurs portées par la multitude d’acteurs en présence. Ceux-ci s’opposent au sujet des projets à mettre en œuvre en réaction à des problèmes sociaux ou économiques, sur les affectations à donner à des espaces concrets, sur les impacts de divers types de projets, sur des services à créer ou à conserver ou sur des orientations à privilégier en regard du territoire. Cependant, si les interventions sur le territoire urbain occasionnent très souvent des tensions et de l’activité conflictuelle, il en est de même dans le cas de non intervention dans un secteur en déréliction. Les conflits matérialisent le « droit au respect » et le « droit à la ville », évoqué d’une manière ou d’une autre dans les diverses chartes des villes, dont celle de Montréal, que revendiquent les citoyens de tous horizons socioéconomiques et territoriaux. Ils portent la lutte pour le droit de tous à exercer leurs droits de citoyen, au sens social du terme (Castel, 2009).
En même temps qu’ils donnent à voir l’intensification des tensions sociales, dans certaines circonstances et à certaines conditions, les conflits urbains participent à la mise en œuvre de modalités localisées de résolution de conflits, d’établissement de compromis et de gouvernance locale. Ceci se matérialise par plusieurs dispositifs de participation citoyenne, par exemple, et par la mise sur pied de nombreux projets de revitalisation urbaine dans des « quartiers orphelins » (Fontan, Klein et Lévesque, 2003), c’est-à-dire des quartiers laissés à eux-mêmes en période de profondes mutations économiques et sociales qui ont conduit à une grave dévitalisation de ces territoires. Nos travaux mettent en lumière l’effet structurant des initiatives qui mobilisent des ressources de l’économie sociale et de l’action communautaire en vue d’assurer une reconversion des espaces locaux et de mettre en place des dynamiques de développement local et d’inclusion socioterritoriale. Notre hypothèse de travail est qu’au sein de la sphère de l’économie sociale et l’action communautaire sont incubées des actions collectives au niveau local qui assument un rôle leader et qui parviennent à rallier les acteurs, créant les conditions pour une gouvernance locale inclusive.
À l’aide d’une étude de cas approfondie, soit le cas du quartier Saint-Michel à Montréal (PQ, Canada) et pour laquelle étude nous avons mené une enquête par entrevues et constitué une base de données socioéconomiques et démographiques, nous montrerons comment les conflits urbains permettent la construction d’une telle gouvernance locale, et ce sans que les causes de ces conflits ne soient disparues pour autant, dans un quartier qui concentre un haut pourcentage de population pauvre, en grande partie immigrante et confrontée à de hauts niveaux de pauvreté et d’exclusion. De fait, le quartier Saint-Michel est l’un des quartiers les plus fragiles de l’agglomération montréalaise. Pourtant, il présente un bel exemple de réussite d’un processus abouti de gouvernance locale, comme résultat de la participation conflictuelle mais ciblée sur le développement local des différents acteurs sociaux, économiques et culturels du quartier. Parmi les facteurs de ralliement des acteurs dans le quartier, on peut citer la Cité des arts du cirque ainsi que le projet d’un vaste complexe environnemental, ce qui montre que la culture et l’écologie peuvent agir comme des voies de construction de la concertation sociale à l’échelle locale.
1.3.9.
Is there any continuum between policies and politics? The contribution of a pragmatic stance to the analysis of local conflicts
Michela Semprebon
Abstract: The literature on urban policies tend to elude conflictual dynamics (Swyngedouw, 2005). This seems to be even more so as far as urban safety is concerned. Arguably, scholars stress on policies and seem to assume the passivity of actors, exception made for the institutions that put forward policies themselves. In other words, they seem to disregard politics, on the basis of a supposed progressive depoliticitization of the public sphere. In turn, this paper proposes to reflect on the nexus between policies and politcs. In particular, it will try and answer this research question: is an evacuation of politics observable in conflicts on urban safety? It will do so through the appropriation of a pragmatic stance (Thévenot and Boltanski, 1991; Thévenot and Boltanski, 2006; Thévenot, 2006; Cefai, 2002), in the attemp to show how such an approach can help overcome the polarisation between the two in the analysis of local conflicts. The paper builds on ethnographical and qualitative data collected through a phd research project on local conflicts and immigrants´ civic participation in Italy, which started in March 2008 and will be completed in December 2009.
Starting from the analysis of a 'problematic situation' (Dewey, 1993), a pragmatic stance allows to reflect on the 'micro-politics of troubles' (Cefai and Joseph, 2002), by digging out how every actor contributes to the categorisation and hence constitution of alternative versions and descriptions of the situation itself and how this leads to the emergence of a public problem. The paper will show that actors' identity is not necessarily pre-constituted but develops and evolves during and through actors' interactions, in the form of different 'forms of engagements' (Thévenot and Boltanski, 1991; Thévenot and Boltanski, 2006; Thévenot, 2006) in face of a public problem. This suggests that the 'chose publique' (Cefai and Pasquier, 2003) is by no means the monopoly of the State. It derives that scholars should not resign to reading every phenomenon according to a logic of domination, nor reconduct them to a mere system of power. It calls for an articulation of the dynamics of conflicts, which is capable of putting actors and their agency back on agenda, by observing them in a whole variety of 'scènes publiques', thus allowing for the multiple and often contradictory lines of conflicts to emerge. Infact, engagements do not only become manifest on the barricades: actors can be interested and motivated to participate in civic and political life without 'taking up arms' (Cefai and Pasquier, 2003). It should be specified that a pragmatic stance does not call for a microsociological analysis as an end in itself. It rather suggests it helps reaching out for 'scènes publiques' exceeding institutional ones.
The paper evolves around the analysis of a conflict that has been at the centre of a hot debate in Italy: the regulation of phone centers. It compares the cases of Verona and Modena, two northern Italian cities with very different political subcultures as well as very different approaches to immigration and urban safety. It is in these cities, that the conflict first emerged, exception made for other cases reported in the Lombardy Region, which will however not be dealt with here.
After an introduction on the theoretical framework from which the paper draws, the first part will present the case studies chosen for the analysis. The second part will show how the conflict has emerged through forms of familiar engagements (Thévenot and Boltanski, 1991; Thévenot and Boltanski, 2006; Thévenot, 2006) which reach beyond the instruments and tools typical of deliberative democracy. An analysis of the narratives of various actors will be carried out to demonstrate that much can be gained from a pragmatic stance which focuses on actors's engagements, while accepting that trading off and negotiations are only the ultimate step in dynamics among them. The third part will further discuss, in a comparative light, on some of the main issues raised throughout the paper, in the effort to show the continuum between policies and politics, by stressing that there is more to policy than political and discoursive opportunity structures.
The comparison will also provide with a contribution to the academic literature on safety policies. According to Braccesi (2004), while right wing coalitions tend to focus on either a more visible involvement of mayors themselves with respect to urban safety demands, or on their delegation to the national government, left wing coalitions mostly activate social interventions and mediation types of activities. This is well exemplified by looking at the case studies presented here. However, a more nunaced analysis of the conflicts' dynamics, particularly those between municipalities and phone centers' owners, will suggest similarities and highlight common themes: predictability and safety have become non-negotiable principles of social life and crime now surpasses healthcare and the economy as public anxiety number one. The result is that in both cities residents’ fears and demands for urban safety have been increasingly legitimised, with mayors having acted accordingly, by promoting a whole new series of local safety policies, which phone centers' owners, on their side, have met with resistance.
Chairs: Rosita Di Peri e Luca Ozzano
Abstract:
Tra la fine del Novecento e l’inizio del nuovo secolo il cessare della contrapposizione fra i due grandi blocchi ideologici e le contaminazioni scaturite dai processi di globalizzazione (compresi quelli relativi ai flussi migratori), sembrano avere dato l’impulso ad un ritorno del fattore identitario come uno degli elementi decisivi del confronto politico. Questo non solo all’interno di scenari non democratici e conflittuali (come si è sperimentato per esempio nei Balcani e nell’ex URSS), ma nelle stesse democrazie rappresentative occidentali e non, dove il dibattito politico è sempre più orientato in termini identitari. Queste identità – di volta in volta di tipo religioso, nazionalista, linguistico o comunitario – possono fare riferimento a realtà sociali e culturali preesistenti, oppure richiamarsi a quelle che Eric Hobsbawm ha definito “tradizioni inventate”. Le identità sono spesso diventate una minaccia per le democrazie e, al contempo, uno stimolo per la ricerca e la costruzione di diversi approcci alla loro analisi.
Questo panel intende esplorare i molti ruoli che l’identità (o le identità) svolgono nelle democrazie rappresentative contemporanee, attraverso l’azione di partiti politici, movimenti, gruppi di interesse o di altri, innovativi, fenomeni organizzativi.
Papers
1.4.1. Aspirazioni democratiche e retaggi identitari: la diaspora marocchina a Torino
Rosita Di Peri
Abstract: La diffusione globale dei valori democratici nell’ultimo trentennio, le aperture e le liberalizzazioni che ne sono conseguiti hanno offerto nuove prospettive di analisi, specialmente tra i politologi. Due filoni appaiono particolarmente interessanti: da un lato lo studio delle caratteristiche delle nuove democrazie o pseudo democrazie, dall’altro le trasformazioni in atto all’interno delle “democrazie occidentali”.
Il presente contributo, frutto di un progetto biennale di ricerca, affronta un risvolto particolare delle tendenze sopra accennate. Non si concentra, cioè, sui paesi in via di democratizzazione o sui paesi in cui la democrazia è consolidata ma, più specificatamente, cerca di fornire un quadro su quale sia la percezione del concetto e della pratica della democrazia presso un gruppo di cittadini provenienti dal Marocco e residenti a Torino. Cerca, cioè, di legare i vissuti identitari propri dei cittadini della diaspora con la percezione della/e democrazia (del paese di origine e di quello di accoglienza). Come, un gruppo di immigrati provenienti da un paese in cammino verso la democrazia, percepisce e valuta nel suo complesso il “modello democratico occidentale”? In che modo il fatto di avere esperienza, anche in maniera indiretta, di un vissuto autoritario, impatta sulla percezione ma, più nel concreto, anche sui canali della partecipazione politica di tali persone alla vita nel paese di accoglienza? E’ possibile parlare di una globalizzazione di concetti, metodi e modalità d’azione?
Nel tentativo di rispondere a tali quesiti il paper avvia una riflessione sull’intreccio profondo esistente tra la percezione del concetto di democrazia e il vissuto culturale/religioso e identitario di un gruppo di marocchini della diaspora.
1.4.2.
Il fondamentalismo religioso in scienza politica
Luca Ozzano
Abstract: Il fondamentalismo religioso è diventato, a partire dall’ultimo quarto del Ventesimo secolo, una delle più eclatanti manifestazioni di identità in politica, a livello mondiale. E anche la letteratura comparata sul fenomeno ha ormai una storia ventennale (considerando convenzionalmente come il suo inizio la pubblicazione di Defenders of God di Bruce Lawrence). Al suo interno si possono annoverare numerosi filoni interpretativi (dall’economia religiosa, al fondamentalismo come totalitarismo, al fondamentalismo come effetto della globalizzazione, etc.) spesso molto diversi tra loro per prospettiva disciplinare e per livello di analisi. Purtroppo, la scienza politica spicca come grande assente dal dibattito, fatta eccezione per pochi contributi (fra cui il più rilevante è quello di Gabriel Almond) spesso estemporanei, e in alcuni casi (come quello di Mark Juergensmeyer) rifiuta esplicitamente l’uso del concetto. La lacuna è particolarmente grave per quanto riguarda le manifestazioni del fondamentalismo nei regimi democratici, ed il suo influsso su di loro. Questo paper, dopo avere passato in rassegna le principali prospettive interpretative nella letteratura sul fondamentalismo, cercherà di fissare alcuni punti che possano essere utili per un’analisi politologica del fenomeno in un regime democratico. Dal punto di vista metodologico, prendendo come punto di riferimento il livello di analisi delle identità collettive (in contrapposizione al punto di vista individuale di molta letteratura sociologica) e dal punto di vista della prospettiva teorica prendendo in considerazione alcuni filoni della teoria dei movimenti e quello della contentious politics.
1.4.3. L’identità nella politica estera turca
Chiara Steindler
Abstract: Nel 1954, George McGee annunciava sulla già prestigiosa Foreign Affairs, che la Turchia si era unita all’occidente. Nell’articolo l’autore spiegava che il permanere dell’antica contesa fra Russia e Turchia e le clausole territoriali incluse nel Patto Ribbentrop-Molotov del 1940, avevano definitivamente spinto il paese a legare la propria sicurezza nazionale alla politica estera americana. La minaccia sovietica spingeva la Turchia verso l’occidente americano, mentre l’altro occidente, quello europeo, aveva ancora una volta tradito il paese. En passant, fra le cause della distanza dall’Europa, era menzionato il passato coloniale di questa. L’accenno si riferiva all’aggressione che la Repubblica aveva subito da parte delle potenze europee dopo la prima guerra mondiale e al senso di superiorità verso gli stati assoggettati insito nella cultura coloniale. Eppure la rivoluzione repubblicana e secolare in Turchia era stata fatta da uomini educati in Europa; il laiklik alla base del nuovo stato turco era una trasposizione della laicité francese; i codici giuridici erano stati modellati su quelli italiani e svizzeri; le università, il sistema dei trasporti, la struttura dell’esercito e lo stato sociale avevano preso a modello la Germania.
La triangolazione con gli Stati Uniti si dimostrò in seguito cruciale per favorire il riavvicinamento fra Turchia e occidente Europeo. È tuttavia solo dal 2002, con la comparsa nella scena politica del partito islamico moderato AKP che in Turchia si assiste ad uno slittamento delle tradizionali alleanze del paese; e, contemporaneamente, ad un tentativo di composizione fra identità laica occidentale e identità religiosa tradizionale. In questo paper, ci proponiamo di analizzare le ragioni, tanto di natura strategica, quanto di natura identitaria, che hanno determinato a partire dal 2002 questi mutamenti; l’ipotesi è che sia possibile verificare un cambiamento in entrambe le sfere (quella strategia e quella culturale) che, per questo, si rafforzano a vicenda.
1.4.4. Identità, patrimonialismo e politica di opposizione nel mondo arabo: per una nuova agenda di ricerca
Daniela Pioppi
Abstract: Il paper propone una riflessione su alcuni aspetti della politica su base identitaria nel mondo arabo.
Nessun paese arabo oggi può essere definito a pieno titolo una democrazia rappresentativa. Come dimostrato da recenti studi di area, la globalizzazione neo-liberale degli ultimi decenni non ha favorito reali processi di democratizzazione nella regione, ma ha piuttosto contribuito ad una ristrutturazione dei regimi politici verso nuove forme di autoritarismo. Tuttavia, alcune tendenze in atto nel mondo arabo sono osservabili anche in altre aree del mondo. In particolare, in relazione ai fenomeni di mobilitazione e partecipazione politica, il neo-autoritarismo arabo condivide alcune caratteristiche non solo con i regimi (neo)autoritari altrove nel mondo, ma anche con le cosiddette democrazie post-moderne occidentali e non. Queste caratteristiche comuni sono legate alla crisi globale delle ideologie e delle organizzazioni per la partecipazione di massa e alla diffusione a livello mondiale di un modello di stato apparentemente più leggero e sicuramente più elitario, privo di ambizioni ideologiche o di velleità di ridistribuzione e mobilitazione.
In questo contesto che - come si è detto - non è appannaggio esclusivo del mondo arabo, divengono sempre più essenziali per la gestione e strutturazione del potere e delle relazioni stato-società non tanto le istituzioni formali (che pure sono state oggetto di riforme negli ultimi decenni), quanto i modi di governo informali ed indiretti, ossia basati su rapporti (neo-)patrimoniali trasversali al pubblico e al privato e sulla delega di alcune funzioni chiave dello stato, ad esempio di ridistribuzione, rappresentanza e controllo, ad attori privati (uomini d’affari, latifondisti, notabili, ma anche capi clan, tribù o di comunità confessionali) legati al regime da un rapporto di mutuo vantaggio.
L’apparente recente riscoperta o rafforzamento della politica su base identitaria nel mondo arabo (come altrove) è funzionale a questo contesto politico e in stretto rapporto con le politiche (neo-)patrimoniali: non si tratta dunque del prevalere di istituzioni o solidarietà tradizionali sulla modernità in crisi, ma dell’attualità di un efficace e sempre nuovo strumento politico a disposizione dei diversi attori sociali nella continua competizione per la distribuzione di risorse materiali e immateriali.
Questi presupposti offrono nuovi ed interessanti spunti per la ricerca sulla politica di opposizione nel mondo arabo che si è fino ad oggi concentrata soprattutto sulle istituzioni formali. Il modo in cui i diversi attori all’opposizione interagiscono con le reti patrimoniali che contraddistinguono il rapporto stato-società può infatti aiutarci a comprendere meglio il loro grado di integrazione con le strutture di potere nei rispettivi paesi e quindi la loro natura sistemica o anti-sistemica, il motivo e le potenzialità di alcune scelte di mobilitazione su base identitaria (tribale, etnica o confessionale) e, più in generale, le probabilità che emergano strutture di potere parallele o alternative a quelle vigenti.
Attraverso l’analisi di diversi casi studio scelti fra partiti o movimenti islamisti in diversi paesi arabi, il paper non presenta una nuova ricerca empirica, ma mira a fare il punto della letteratura esistente e a suggerire nuove linee di indagine sul mondo arabo, proponendo anche possibili comparazioni fuori area.
1.5 Democratizzazione e Welfare
Chairs: Giovanni Carbone e Davide Grassi
Discussants: Stefano Sacchi
Abstract:
Negli ultimi decenni del XX secolo e all'inizio del XXI secolo, un gran numero di paesi nelle diverse regioni del mondo ha introdotto riforme di tipo democratico. La proliferazione delle democrazie rende oggi cruciale chiedersi quali effetti abbiano prodotto i nuovi regimi, al di là dell'affermazione di libertà ed uguaglianza politica. Il panel si propone dunque di presentare e discutere paper che contribuiscono ad un filone emergente - quello che si concentra sulle "conseguenze della democratizzazione" - nell'ambito più ampio degli studi su democrazia e democratizzazione. In particolare, si vogliono affrontare due insiemi di questioni.
- il primo riguarda le conseguenze stesse dei processi di democratizzazione, investigate attraverso quesiti quali: la democrazia ha in genere rafforzato le istituzioni statali? si è dimostrata in grado di promuove la crescita economica? quali effetti ha avuto sulla distribuzione della ricchezza e sullo sviluppo di politiche di welfare? i regimi riformati hanno facilitato la pacificazione interna in paesi storicamente afflitti da conflitti violenti?
- il secondo insieme di questioni concerne gli aspetti teorico-metodologici nello studio delle conseguenze della democratizzazione: quali sono gli spunti teorici più innovativi prodotti nell'ambito di questo filone, e quali i problemi, le sfide e le strategie metodologiche che esso sta mettendo in luce?
Papers
1.5.1.
Democratization and social policies: political reforms and health policy in Ghana and Cameroon
Giovanni Carbone
Abstract: Democratic reform processes are often supplemented by expectations of tangible improvements in social welfare. While the connection between the emergence of democracy and the development of welfare states in the West has been the object of several studies, however, there is a scant empirical literature on the effects of recent democratisation processes on social welfare in developing countries. This is particularly true for Africa. Many sub-Saharan states undertook multiparty reforms during the early 1990s, some of them achieving truly democratic progress. In a dramatically poor environment, Africans often anticipated that democratic reforms would deliver a number of additional benefits. Social welfare was among them. This paper investigates whether and how the advent of democracy affects social welfare policies – and, in particular, health policy – by examining one of Africa’s most successful cases of recent democratization (Ghana) and comparing it with developments in a country of enduring authoritarian rule (Cameroon).
1.5.2.
The dynamics of welfare policy-making in South Korea: social movements as policy entrepreneurs
Antonio Fiori e Sunhyuk Kim
Abstract: The development of the South Korean welfare state is roughly divided into two main periods: before and after democratization. Under the authoritarian regimes – formally inaugurated by the military coup led by General Park Chung-hee and until the fall of General Chun Doo-hwan’s rule in 1987 – the South Korean state was close to what Chalmers Johnson called an “authoritarian developmental state.” The South Korean government put its policy priority on economic concerns like growth and stabilization, and subordinated social policy to those economic considerations. Although some welfare programs were introduced during this period, they were intended to supplement, support, and promote economic growth. The authoritarian political elites prohibited participation of social groups in the policy-making process. In the social policy sphere, a small group of decision-makers were allowed to introduce measures to enhance military regime’s legitimacy and strengthen its relationship with pro-regime sectors of the population. In this setting, bureaucrats played a crucial role, enjoying the power to put the “economy first” principle into practice. The absolute lack of external pressures from the society or “political insulation” enabled elites and bureaucrats to act undisturbed in making welfare and other policies. The democratization process since the mid-1980s marked a watershed in the political order as well as in the social sphere of South Korea. The restoration of a parliamentary democracy in 1987 was welcomed by the population, tired of decades of authoritarian regimes. Above all, the process of democratization spelled the end of the paradigm in which the government was virtually the only actor in the social policy arena. This state-centered paradigm underwent a significant change thanks to the emergence and proliferation of new actors that had not been able to express themselves freely during the authoritarian period: social movements. As democratization advances, the autonomy and authority of the state have been increasingly constrained by social movement actors, such as citizens’ movement organizations, labor unions, and environmental groups. These new actors have been particularly important in introducing and institutionalizing new welfare measures and contributing to the paradigmatic policy shift from “growth” to “redistribution,” from “efficiency” to “collaboration.” In other words, social movements since 1987 have embodied the role of policy entrepreneurs, filling the vacuum left by the central government and elite bureaucrats in the field of social welfare policy-making. The role of social movements was extremely critical in the midst and in the wake of the economic crisis that hit the country in late 1990s. The economic crisis, in fact, coincided with the election of Kim Dae Jung at the presidency of the country. As it is well known, Kim Dae Jung was a fervent democrat, supported in particular by the middle and working classes. Ironically, the construction of a comprehensive welfare state in South Korea began precisely during the economic crisis, owing to the effort of President Kim as well as the upsurge of social movements that could finally make their voice heard by the government. In this respect, the establishment of the Tripartite Commission of Labor, Business, and Government constitutes an excellent example of the paradigmatic change away from the developmental state approach, since labor was involved to break the existing exclusive and collusive relationship between the state and business. This paper aims at showing, utilizing a historical-institutionalist approach, the role of social movements in the creation and evolution of a comprehensive welfare state in South Korea. In doing so, we will first provide an overall picture of social movements in South Korea; then we will identify the main junctures in the development of welfare policies in South Korea in the pre- and post- democratization phases, in reference to the growing role of social movements; finally, we will analyze the behavior of civil society organizations during and after the economic crisis, their growing importance in the South Korean public sphere and their involvement in structuring social policy measures and programs.
1.5.3.
The effects of democracy on the quality of governance
Alessandro Pellegata
Abstract: In the last decades democracy spread in many parts of the world, and this generates several questions about its performance. The object of this work is the relationship between democracy and the “quality of governance”. The main purpose is to analyse empirically the consequences of democratization on several indicators of governance. Starting from the procedural definitions of democracy the theoretical arguments that guides my work claims that the transition to a democratic system introduces more competition in the political arena through the concrete possibility of government alternation. This credible threat strenghtens the relation of accountability between voters and government members inducing the latters to maintain an accountable behaviour. This should produce a general increase in the quality of governance of political systems. This argument generates three main hypotheses. First, the presence of democratic structures increases the quality of governance; second, the level of democracy of a political system affects the quality of its governance in a non-linear way. This means that higher levels of democracy increases the performance of a country but only after a specific threshold. Third, older democratic regimes present a better quality of governance. To test these hypotheses I use a cross-national dataset containing data on democracy and performance for 191 countries. To operationalize my dependent variable I use the “Worldwide Governance Indicators” developed by the World Bank Institute, whereas as independent variables I use different measures of the level of democracy (Freedom House, PolityIV, Vanhanen) as well as indicators of the longevity of democracy. To obtain more generalizable results I test the validity of the hypothesised relations for the effects of several control variables. The results obtained seem to confirm my research hypotheses.
1.5.4.
La democrazia riduce l’ineguaglianza economica? Il caso del welfare nel Sudafrica post-apartheid
Rocco Ronza
Abstract: Le istituzioni della democrazia liberale portano “naturalmente” con sé la riduzione dell’ingiustizia economica? L’analisi storico-comparata delle democrazie della “Prima ondata” ha suggerito che lo sviluppo delle politiche di welfare possa essere spiegato dalla mobilitazione elettorale della classi lavoratrici. L’ipotesi di una relazione positiva è presente anche nella letteratura sulla transizione e sul consolidamento democratico e sulle “conseguenze della democratizzazione”. Tale ipotesi è tuttavia in contraddizione con l’evidenza del nesso tra la recente “ondata” di democratizzazione e il processo di globalizzazione economica, che in Occidente appare associato alla crisi del welfare state e alla conseguente crescita della ineguaglianza.
Il paper ripercorre alla luce di queste tematiche il dibattito sull’evoluzione delle politiche di welfare nel Sudafrica democratico, sviluppatosi dopo il 1994 nel confronto con la letteratura comparata sul welfare capitalism e in continuità con il dibattito sui rapporti tra capitalismo e apartheid. Da un lato, la ‘derazzializzazione’ del mercato del lavoro e del sistema di welfare ha fatto sì che l’accesso ai livelli di reddito più elevati sia stato reso in larga misura indipendente da status ascrittivi, aprendo la strada alla formazione di una ampia borghesia nera. Dall’altro, il consolidamento della democrazia liberale si è dimostrato compatibile con livelli inalterati di ineguaglianza economica complessiva, legati alla crescita del gap tra insiders e outsiders marginalizzati dal mercato del lavoro all’interno della maggioranza nera.
Nel caso sudafricano, la riduzione dell’ineguaglianza economica sembra dipendere da fattori aggiuntivi rispetto al (anche se non indipendenti dal) le istituzioni della democrazia procedurale, in particolare dalla formazione di political class-coalitions favorevoli all’introduzione di regimi distributivi volti alla riduzione dell’ineguaglianza e alla presenza/assenza di “vincoli esterni” relativi alla scelta di politiche macroeconomiche in grado di condizionare la formazione di tali coalizioni.





