XXIII Convegno SISP

Roma, Facoltà di Scienze Politiche LUISS Guido Carli
17 - 19 settembre 2009 Law Campus - Via Parenzo, 11

Paper Room

3. Politica Comparata

3.4. Leader e leadership nell’Europa degli anni Ottanta
Chairs: Giovanni Orsina
Discussants: Maurizio Cotta

3.4.1. La Germania e la costruzione europea, 1982-1992. Un’interpretazione sul ruolo del leader

Gabriele D’Ottavio

Abstract

Sul piano storiografico, è certamente ancora troppo presto per esprimere giudizi definitivi sul rendimento di un uomo politico che ha operato negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso. I documenti pubblicati e la letteratura oggi disponibili sulla politica europea tedesca negli anni Ottanta appaiono comunque sufficienti per abbozzare un tentativo di risposta al quesito sollevato qualche anno fa dallo storico tedesco Hanns Jürgen Küsters, se il sesto cancelliere della Repubblica federale tedesca debba o meno essere inserito tra i «costruttori dell’Europa unita». In particolare, movendo dalla tesi prevalente nel dibattito pubblico, ma anche in una certa letteratura politologica, che attribuisce a Helmut Kohl un ruolo di protagonista dell’unificazione europea, si cercherà di discutere la sua validità esplicativa, ponendosi all’interno del paradigma interpretativo che la sostiene, tentando cioè di capire se e come, ed eventualmente entro quali limiti, i concetti di leader e/o di leadership siano effettivamente in grado di dispiegare un’efficacia cognitiva rispetto al tema della Germania e della costruzione europea negli anni 1982-1992. Un’impostazione di questo tipo, che non rifiuta dunque aprioristicamente l’utilità di categorie interpretative, per così dire, «neo-rankiane» per lo studio dell’Europa, implica, d’altra parte, nel contesto di una policy così complessa come quella rappresentata dalla politica europea un approccio altamente selettivo nell’identificazione dei temi da affrontare. In particolare, in questo paper la tesi della centralità del contributo europeo di Helmut Kohl viene discussa all’interno di quattro dimensioni di analisi, che consentono anche di cogliere gli elementi distintivi della leadership europea espressa dal leader cristiano-democratico in una prospettiva storica di lungo periodo: 1) il confronto con l’eredità adenaueriana; 2) il rapporto con altri attori tedeschi coinvolti nel policy-making sui temi europei; 3) il rapporto con i principali interlocutori europei; 4) il rapporto tra l’unificazione tedesca e l’unificazione europea.

3.4.2. Il referendum sul trattato di Maastricht e la leadership mitterrandiana

Christine Vodovar

Abstract

Prendendo in considerazione due dimensioni della leadership quali una dimensione “collettiva” che vede nella leadership non soltanto l’azione di un leader ma una relazione tra un leader e i suoi seguaci, e una dimensione “contenutistica” e cioè il fatto che all’interno di questa relazione, il leader non si accontenta di governare o esercitare il proprio dominio ma è il protagonista del passaggio da una tradizione ideologico-culturale ad un’altra, si cercherà di capire in quale modo il referendum sul trattato di Maastricht rappresenta una svolta nella leadership mitterrandiana. La politica europea fu a partire dal 1983 un campo privilegiato di affermazione e di sviluppo della leadership mitterrandiana. Se da una parte rappresentò un classico spostamento dell’azione di un leader dagli affari interni – dove ha esaurito il proprio consenso - verso un campo più alettante e meno rischioso – quello delle relazioni esterne -, è anche vero che una volta “convertito” – non tanto all’Europa di per sé ma a quel tipo di Europa -, Mitterrand avrebbe saputo trasformare delle costrizioni esterne in opportunità politiche. Soprattutto, avrebbe saputo suscitare attorno a quel tema, nella seconda metà degli anni ’80, un ampio consenso non solo presso l’opinione pubblica nazionale, ma anche all’interno del partito socialista. Il primo elemento di questo studio sarà quello di cercare di capire in quale modo il referendum sul trattato di Maastricht – l’ultima grande battaglia politica di Mitterrand - rappresentò un momento di distacco, di crisi di questa relazione tra Mitterrand e l’opinione pubblica da una parte, e il partito socialista dall’altra. In altri termini, si analizzeranno da una parte le ragioni che spingeranno Mitterrand a fare ricorso a uno strumento istituzionale che avrebbe consentito ai suoi avversari un relativo ampio margine di manovra e aperto un dibattito pubblico su un tema fino ad allora riservato alle élites. Dall’altra, si cercherà di capire le ragioni degli elettori, avversari e non: tra fede europeista o timore dell’integrazione/sostegno del Presidente o condanna e lotta per la successione, dov’è l’equilibrio? In un secondo tempo, si tratterà di capire la natura e l’ampiezza del distacco creatosi in quell’occasione. Ci si soffermerà in particolare sui processi di trasformazione della cultura europeista “nazionale” e socialista francese. Se è vero che il leader è il protagonista di una transizione, del passaggio da una tradizione ideologica - culturale a un’altra, si tratta di interrogarsi sulla realtà di tale transizione e sul ruolo di Mitterrand in essa, reinserendo Maastricht in un lungo periodo che va dall’inizio degli anni ’80 al referendum indetto durante la presidenza Chirac sul trattato costituzionale europeo. Svelando e accelerando una svolta “euroscettica”, il referendum del 92 evidenzia i limiti di tale trasformazione, consentendo di parlare di Mitterrand come di un “consensus builder imperfetto”.

3.4.3. La guerra delle Falkland e la leadership di Margaret Thatcher

Domenico Maria Bruni

Abstract

La vittoria nella guerra delle Falkland rappresenta una cesura importante nella carriera politica di Margaret Thatcher. Prima della guerra, la posizione della Thatcher alla guida del partito conservatore e del governo non poteva certamente definirsi tetragona; né il thatcherismo come insieme di principi, di analisi e di soluzioni proposte godeva di migliore fortuna. Molti tories erano terrorizzati dalla radicalità del thatcherismo. La stessa conquista della guida del partito nel 1975 era avvenuta più per mancanza di alternative che per convinzione sulla sua persona. Ciò ebbe come conseguenza la grande difficoltà a mantenere compattamente schierati in sostegno del governo i parlamentari conservatori e un’elevata conflittualità all’interno dello stesso governo fra il 1979 e il 1982. Margaret Thatcher cercò di fare fronte a tale situazione utilizzando gli strumenti che la sua posizione di potere in qualità di capo del governo le concedeva (potestas), senza però che questo corrispondesse un riconoscimento sufficientemente diffuso (nella dirigenza del partito come nella base e fra i simpatizzanti) dell’effettiva capacità del primo ministro di guidare il paese (auctoritas). La vittoria nella guerra delle Falkland è il momento di svolta, nel quale Margaret Thatcher conquista una leadership indiscussa nel partito, cosa che le consente di mutare a proprio vantaggio anche gli equilibri all’interno della compagine governativa. La capacità di quello che è stato definito “fattore Falkland” di incidere sulla storia politica di Margaret Thatcher va al di là della vittoria militare. La sua forza e la sua durata nel tempo affondano le radici nell’abilità del primo ministro, da un lato, di inserire la guerra anglo-argentina all’interno della tradizione di politica estera britannica caratterizzata dalla difesa di valori quale il principio di sovranità, il diritto all’autodeterminazione dei popoli e la difesa del diritto internazionale; dall’altro, di presentare all’opinione pubblica interna il successo bellico come dimostrazione della possibilità di invertire la parabola di decadenza che la Gran Bretagna stava vivendo. Il successo bellico, supportato da questa cornice interpretativa, consente alla Thatcher di presentarsi come la guida politica che ha arrestato il declino della nazione facendo ricorso a valori tradizionalmente britannici. Ciò permette al primo ministro di presentarsi come guida autenticamente nazionale e rafforzare così il legame fra leader e followers.

3.4.4. Leadership e socialismo nella penisola iberica

Maria Elena Cavallaro

Abstract

Sin dalla morte del Generale Franco tutti i principali partiti politici, lentamente riorganizzatisi all’interno della Spagna, assunsero un peso centrale nel processo relativo alla loro stessa legalizzazione. In tale contesto il Partito socialista (PSOE) non solo ebbe un peso maggiore del Partito comunista(PCE), ma occupò una posizione preminente anche rispetto alle altre forze che sotto il regime avevano costellato la vasta galassia dell’antifranchismo. I singoli partiti manifestarono una elevata capacità negoziale per un dignitoso ritorno sulla scena pubblica e si impegnarono in vari incontri con il governo a favore dell’immediato ripristino delle garanzie democratiche alla vigilia delle prime elezioni libere. Tale protagonismo consentì loro di esercitare un importante peso nel corso della transizione e un particolare riflettore fu rivolto al ruolo svolto dalle rispettive leadership al loro interno. In questo paper ci concentreremo sull’ascesa della leadership di Felipe Gonzalez in seno al PSOE con l’obiettivo di far emergere i momenti chiave nei quali l’accettazione della sua linea politica nella ristrutturazione del modello del partito, così come nell’evoluzione ideologica dello stesso- sebbene partendo da una posizione minoritaria- riuscì a imporsi e, rivelandosi positiva in termini di consenso interno e esterno, servì a consolidare una leadership forte che ancora oggi non sembra essere riuscita a trovare un termine di paragone all’interno del paese. In particolare l’ascesa di Felipe Gonzalez sarà indagata alla luce del ruolo svolto dal leader nella realizzazione dei tre principali obiettivi messi a segno dal PSOE dalla sua nomina a segretario generale fino alla vittoria delle prime elezioni democratiche ( 1974-1982): 1)la conquista della sinistra dello schieramento politico, 2) il ricompattamento delle varie formazioni socialiste all’interno dell’identità storica del Psoe, 3) l’intercettazione del voto della componente socialdemocratica del Union de Centro Democratico (partito ormai in fase di sfaldamento) nelle elezioni politiche del 1982.

3.4.5. La leadership craxiana in Italia

Andrea Spiri

Abstract

Nell’ambito dell’evoluzione e delle trasformazioni del sistema politico italiano nel corso degli anni Ottanta, un posto di grande rilievo è occupato dal Partito Socialista e dalla figura del suo leader, Bettino Craxi. Il Psi, nel corso del decennio della lunga transizione, costituisce infatti un esempio assai significativo per le trasformazioni interne subite quanto a gruppo dirigente, strutture direzionali, qualità e stile di leadership. Il mio lavoro intende ricostruire le tappe fondamentali del processo di affermazione e consolidamento della leadership di Bettino Craxi valutandone al contempo l’impatto sul Partito Socialista, giacché è proprio il rafforzamento o meno di esso che alla lunga condizionerà il destino di Craxi come leader nazionale. Accanto all’analisi delle profonde modificazioni del tessuto ideale e della prosopografia del vertice socialista, il mio lavoro intende altresì ricostruire le trasformazioni del sistema politico all’interno del quale il Segretario socialista muove le sue pedine: dalla parentesi dei governi di solidarietà nazionale della VII legislatura al reingresso dei socialisti negli Esecutivi, dalla svolta democristiana del “preambolo” alla presidenza del “laico” Spadolini, fino alla diretta assunzione della responsabilità di guidare il Paese. Senza tralasciare, sempre sul piano dei rapporti politici, il costante impegno del leader socialista, intento a smarcarsi dalla doppia subalternità nei confronti della Democrazia Cristiana e del Partito Comunista. Il fine ultimo del mio lavoro è quello di rispondere ad un quesito fondamentale: l’inusitata compattezza del PSI alla fine del processo di affermazione della leadership craxiana è, in definitiva, il risultato di una linea politica condivisa o piuttosto quello indotto dal carisma personale di Bettino Craxi? In sostanza, aver risolto il problema della leadership significa per i socialisti degli anni Ottanta aver risolto anche i problemi inerenti al partito ? E’ emersa cioè una forza politica in grado di rinnovare ed accrescere il suo rapporto con l’ambiente sociale esterno ?