XXIII Convegno SISP
Roma, Facoltà di Scienze Politiche LUISS Guido Carli
17 - 19 settembre 2009 Law Campus - Via Parenzo, 11
Paper Room
8. Relazioni Internazionali
8.1. Forme e dinamiche della violenza nel sistema internazionale contemporaneo
Chairs: Stefano Costalli e Andrea Ruggeri
Discussants: Giampero Giacomello e Luciano Bozzo
8.1.1. Il lungo sentiero sul lago di ghiaccio: l’evoluzione della politica di difesa italiana tra ‘nuove guerre’ e Peace Support Operations.
Fabrizio Coticchia
Il crescente impiego delle Forze Armate in operazioni militari al di fuori dai confini nazionali rappresenta uno degli strumenti principali con i quali l’Italia afferma la propria immagine ed il proprio ruolo nello scenario internazionale. Il complesso processo di evoluzione della politica di difesa italiana permette di evidenziare la natura dei contesti operativi nei quali i contingenti si trovano ad operare. Dalla fine della Guerra Fredda le caratteristiche stesse del fenomeno bellico appaiono profondamente mutate. Il declino della guerra industriale interstatale è empiricamente evidente negli ultimi due decenni. La gran parte dei conflitti avviene poi all’interno delle frontiere statali e vede coinvolta con sempre maggiore frequenza la popolazione civile. Attraverso lo studio di alcuni tra i più controversi e dibattuti interventi militari condotti dall’Italia nell’epoca post-bipolare, il paper cerca di mettere in risalto la realtà operativa che contraddistingue le situazioni conflittuali (o posti conflittuali), gli attori principali, i metodi di combattimento impiegati dalle parti, gli strumenti utilizzati per conquistare “cuori e menti”, le minacce più rilevanti e le cause di successo o fallimento nella risoluzione della crisi. Con la lente delle Peace Support Operations (PSO) italiane osserveremo, quindi, la modalità con la quale gli interventi armati occidentali hanno cercato, spesso invano, di promuovere e garantire stabilità e sicurezza attraverso la loro presenza militare, evidenziandone le maggiori lessons learnt. Il presente studio è parte di un progetto di ricerca più ampio, appena portato a termine come dissertazione di dottorato. L’analisi si sofferma sui tre casi di studio (Somalia, Iraq ed Afghanistan) che permettono di indagare a fondo la natura dei contesti maggiormente conflittuali nei quali le truppe italiane siano mai state impiegate in PSO, contribuendo a delineare un quadro diacronicamente ampio, ma al tempo stesso dettagliato, delle principali caratteristiche degli interventi militari effettuati nel periodo post bipolare.
8.1.2. Ethnic violence and changing forms of international intervention
Antonio Zotti
The purpose of this paper is to investigate whether the changes the concept of peacekeeping has been undergoing in the last decades can provide any compelling arguments for the redefinition process that seems to be affecting the crucial distinction between respectively police- and military action. The underlying idea is that the move of the parameters that set the characteristics and the legitimate use of force (violence) in the international sphere responds to some extent to a shift in the form of violence (force) mostly active in it. In the paper I firstly examine the inference drawn by some scholars of politics of ethnicity, according to which violence may be an inherent feature of group differentiation based on ethnic factor – assumed to be one of the most characterizing sources of international violence in the postcold war era. Secondly, I look at the narratives of the agents involved in, and at the analyses of expert observers of, the evolution of the notion of peacekeeping. Most notably, the relationships between the latter and the peculiarities of ethnic conflicts are explored beyond the largely widespread interpretation pattern envisaging a triangular relationship between ethnic group, host country and kin-country, in order not to focus exclusively on the interstate aspect. The results are finally related to the theoretical discussion on the mutual distinction and the alleged overlapping of the spheres of police- and military action, with the purpose of assessing the relative weight of ethnic-related elements of violence in this dynamics and approximating the overall actual magnitude of the phenomenon.
8.1.3. L’ascia e il serpente. Il ruolo della violenza nel movimento indipendentista basco
Adriano Cirulli
Con la progressiva, seppur instabile, affermazione del processo di pace in Irlanda del nord, quello basco rappresenta il principale caso di conflitto etnonazionale armato ancora irrisolto nel cuore dell’Europa occidentale. Nel 2009 si celebrano i 50 anni dalla creazione, e 40 di azioni armate, dell’organizzazione indipendentista basca ETA (Euskadi ta Askatasuna/Paesi baschi e Libertà). L’uso della violenza per fini politici è stato un elemento costante e caratterizzante dell’izquierda abertzale (sinistra patriottica), il complesso e variegato movimento indipendentista basco che si è agglutinato attorno all’ETA dagli anni del regime franchista. Ciò nonostante, il ruolo e il significato attribuito all’uso della violenza sono cambiati nel corso degli anni, come risultato dell’adattamento del discorso politico e della strategia abertzale ai diversi mutamenti sociali, politici e culturali che hanno interessato i contesti basco, spagnolo e internazionale. Seguendo un approccio interdisciplinare, basato sulla letteratura sui movimenti sociali e sugli ethnonationalist studies, il paper intende ricostruire le diverse fasi, dalle origini alla complessa fase attuale successiva al fallimento dei colloqui di pace del biennio 2006-2007, dell’evoluzione e trasformazione del ruolo e del significato dell’uso della violenza nell’izquierda abertzale.
8.1.4.
La logica politica del terrorismo suicida: uno schema interpretativo a tre livelli
Francesco Marone
Il fenomeno degli attacchi suicidi, affermatosi negli anni '80 nel contesto della guerra civile libanese, ha conosciuto una crescita molto consistente dopo gli attentati dell'11 settembre 2001, assumendo un'innegabile importanza politica. Gli studiosi hanno ormai riconosciuto che l'impiego di questa forma di violenza politica estrema richiede solitamente la partecipazione attiva di tre soggetti: un attentatore suicida che decide in modo premeditato di offrire la propria vita alla luce di differenti motivazioni (non necessariamente politiche), un'organizzazione che si serve di questo sacrificio estremo per perseguire scopi politici definiti e una comunità di sostegno che riconosce e legittima tale pratica, di solito nella forma del «martirio». Nondimeno la maggior parte degli studi finora ha concentrato l'attenzione soltanto su uno di questi soggetti, giungendo ad interpretazioni non solo parziali, ma non di rado anche fuorvianti. Infatti alcuni dei quesiti più interessanti e rilevanti circa la natura e la logica degli attacchi suicidi - come il tema controverso della loro razionalità - non possono trovare risposta se non in un quadro di ampio respiro che prenda in considerazione tutti e tre i soggetti coinvolti, rendendo così conto della complessità di questo fenomeno. Questo paper intende delineare un framework originale della pratica degli attacchi suicidi analizzando il ruolo dei tre soggetti sopra menzionati e le rispettive interrelazioni (solitamente sotto forma di scambi reciproci), con l'ausilio di numerosi esempi illustrativi. Dall'analisi emerge la presenza di due modelli distinti di “terrorismo suicida”: da una parte, un modello tradizionale di carattere locale, in cui le organizzazioni si prefiggono lo scopo di liberare un territorio circoscritto da un'occupante straniero, esemplificato principalmente dai casi libanese, tamil, palestinese, curdo, ceceno; dall'altro, un nuovo modello transnazionale, rappresentato dai movimenti jihadisti, che mira ad un triplice obiettivo finale, non privo di aspirazioni messianiche: il rovesciamento dei regimi secolari «apostati» da sostituire con stati islamici fondati sulla sharï'a, la liberazione dei paesi musulmani dall’influenza degli Stati Uniti e dei loro alleati occidentali ed infine l'espansione imperialistica del dominio islamico con l'ambizione di ricostituire l’antico Califfato. Il paper mostra come i ruoli e le relazioni tra la figura dell'attentatore suicida, l'organizzazione e la comunità di sostegno mutino profondamente nel passaggio dal primo al secondo modello.
8.1.5.
A local-level quantitative analysis of violence in Bosnia’s civil war, 1992-1995
Stefano Costalli e Francesco N. Moro
Recent political science literature has made an exhaustive study of civil war violence. Often, two different approaches prevail: the first focuses on macro variables and cross-country (and cross-time) analyses (Fearon and Laitin 2003), the second on thorough within-case analysis and attention to various mechanisms and processes (Kalyvas 2006, Petersen 2002). This study, part of a wider research project on religion and violent mass mobilization is an attempt to blend insights from both approaches. We look at epistemological and methodological issues to offer an initial sketch of possible results. By building a dataset of major violence-related variables (based in part on new data) collected at the local level during the 1992-1995 war in Bosnia-Herzegovina, we sought to assess the validity of some of the most widespread hypotheses on the origins of civil war violence. The intention is threefold: first, to shift from a cross-country to within-country analysis. While this has limits in terms of inference, it also makes it possible to reduce many of the theoretical and methodological shortcomings of macro-analysis. Second, a shift of this kind makes it possible to establish a connection between macro-variables and other processes/mechanisms, as it becomes easier to observe what the indicators selected for various variables stand for and what they actually measure. Third, the analysis should provide a comprehensive overview of an ethno-religious conflict par excellence (i.e. Bosnia) as well as an analytical map of the conflict itself.





