XXIII Convegno SISP

Roma, Facoltà di Scienze Politiche LUISS Guido Carli
17 - 19 settembre 2009 Law Campus - Via Parenzo, 11

Paper Room

1. Democrazie e Democratizzazione

1.4. Democrazie e identità
Chairs: Rosita Di Peri e Luca Ozzano

1.4.1. Aspirazioni democratiche e retaggi identitari: la diaspora marocchina a Torino

Rosita Di Peri

Abstract

La diffusione globale dei valori democratici nell’ultimo trentennio, le aperture e le liberalizzazioni che ne sono conseguiti hanno offerto nuove prospettive di analisi, specialmente tra i politologi. Due filoni appaiono particolarmente interessanti: da un lato lo studio delle caratteristiche delle nuove democrazie o pseudo democrazie, dall’altro le trasformazioni in atto all’interno delle “democrazie occidentali”. Il presente contributo, frutto di un progetto biennale di ricerca, affronta un risvolto particolare delle tendenze sopra accennate. Non si concentra, cioè, sui paesi in via di democratizzazione o sui paesi in cui la democrazia è consolidata ma, più specificatamente, cerca di fornire un quadro su quale sia la percezione del concetto e della pratica della democrazia presso un gruppo di cittadini provenienti dal Marocco e residenti a Torino. Cerca, cioè, di legare i vissuti identitari propri dei cittadini della diaspora con la percezione della/e democrazia (del paese di origine e di quello di accoglienza). Come, un gruppo di immigrati provenienti da un paese in cammino verso la democrazia, percepisce e valuta nel suo complesso il “modello democratico occidentale”? In che modo il fatto di avere esperienza, anche in maniera indiretta, di un vissuto autoritario, impatta sulla percezione ma, più nel concreto, anche sui canali della partecipazione politica di tali persone alla vita nel paese di accoglienza? E’ possibile parlare di una globalizzazione di concetti, metodi e modalità d’azione? Nel tentativo di rispondere a tali quesiti il paper avvia una riflessione sull’intreccio profondo esistente tra la percezione del concetto di democrazia e il vissuto culturale/religioso e identitario di un gruppo di marocchini della diaspora.

1.4.2. Scarica il paper in pdf Il fondamentalismo religioso in scienza politica

Luca Ozzano

Abstract

Il fondamentalismo religioso è diventato, a partire dall’ultimo quarto del Ventesimo secolo, una delle più eclatanti manifestazioni di identità in politica, a livello mondiale. E anche la letteratura comparata sul fenomeno ha ormai una storia ventennale (considerando convenzionalmente come il suo inizio la pubblicazione di Defenders of God di Bruce Lawrence). Al suo interno si possono annoverare numerosi filoni interpretativi (dall’economia religiosa, al fondamentalismo come totalitarismo, al fondamentalismo come effetto della globalizzazione, etc.) spesso molto diversi tra loro per prospettiva disciplinare e per livello di analisi. Purtroppo, la scienza politica spicca come grande assente dal dibattito, fatta eccezione per pochi contributi (fra cui il più rilevante è quello di Gabriel Almond) spesso estemporanei, e in alcuni casi (come quello di Mark Juergensmeyer) rifiuta esplicitamente l’uso del concetto. La lacuna è particolarmente grave per quanto riguarda le manifestazioni del fondamentalismo nei regimi democratici, ed il suo influsso su di loro. Questo paper, dopo avere passato in rassegna le principali prospettive interpretative nella letteratura sul fondamentalismo, cercherà di fissare alcuni punti che possano essere utili per un’analisi politologica del fenomeno in un regime democratico. Dal punto di vista metodologico, prendendo come punto di riferimento il livello di analisi delle identità collettive (in contrapposizione al punto di vista individuale di molta letteratura sociologica) e dal punto di vista della prospettiva teorica prendendo in considerazione alcuni filoni della teoria dei movimenti e quello della contentious politics.

1.4.3. L’identità nella politica estera turca

Chiara Steindler

Abstract

Nel 1954, George McGee annunciava sulla già prestigiosa Foreign Affairs, che la Turchia si era unita all’occidente. Nell’articolo l’autore spiegava che il permanere dell’antica contesa fra Russia e Turchia e le clausole territoriali incluse nel Patto Ribbentrop-Molotov del 1940, avevano definitivamente spinto il paese a legare la propria sicurezza nazionale alla politica estera americana. La minaccia sovietica spingeva la Turchia verso l’occidente americano, mentre l’altro occidente, quello europeo, aveva ancora una volta tradito il paese. En passant, fra le cause della distanza dall’Europa, era menzionato il passato coloniale di questa. L’accenno si riferiva all’aggressione che la Repubblica aveva subito da parte delle potenze europee dopo la prima guerra mondiale e al senso di superiorità verso gli stati assoggettati insito nella cultura coloniale. Eppure la rivoluzione repubblicana e secolare in Turchia era stata fatta da uomini educati in Europa; il laiklik alla base del nuovo stato turco era una trasposizione della laicité francese; i codici giuridici erano stati modellati su quelli italiani e svizzeri; le università, il sistema dei trasporti, la struttura dell’esercito e lo stato sociale avevano preso a modello la Germania. La triangolazione con gli Stati Uniti si dimostrò in seguito cruciale per favorire il riavvicinamento fra Turchia e occidente Europeo. È tuttavia solo dal 2002, con la comparsa nella scena politica del partito islamico moderato AKP che in Turchia si assiste ad uno slittamento delle tradizionali alleanze del paese; e, contemporaneamente, ad un tentativo di composizione fra identità laica occidentale e identità religiosa tradizionale. In questo paper, ci proponiamo di analizzare le ragioni, tanto di natura strategica, quanto di natura identitaria, che hanno determinato a partire dal 2002 questi mutamenti; l’ipotesi è che sia possibile verificare un cambiamento in entrambe le sfere (quella strategia e quella culturale) che, per questo, si rafforzano a vicenda.

1.4.4. Identità, patrimonialismo e politica di opposizione nel mondo arabo: per una nuova agenda di ricerca

Daniela Pioppi

Abstract

Il paper propone una riflessione su alcuni aspetti della politica su base identitaria nel mondo arabo. Nessun paese arabo oggi può essere definito a pieno titolo una democrazia rappresentativa. Come dimostrato da recenti studi di area, la globalizzazione neo-liberale degli ultimi decenni non ha favorito reali processi di democratizzazione nella regione, ma ha piuttosto contribuito ad una ristrutturazione dei regimi politici verso nuove forme di autoritarismo. Tuttavia, alcune tendenze in atto nel mondo arabo sono osservabili anche in altre aree del mondo. In particolare, in relazione ai fenomeni di mobilitazione e partecipazione politica, il neo-autoritarismo arabo condivide alcune caratteristiche non solo con i regimi (neo)autoritari altrove nel mondo, ma anche con le cosiddette democrazie post-moderne occidentali e non. Queste caratteristiche comuni sono legate alla crisi globale delle ideologie e delle organizzazioni per la partecipazione di massa e alla diffusione a livello mondiale di un modello di stato apparentemente più leggero e sicuramente più elitario, privo di ambizioni ideologiche o di velleità di ridistribuzione e mobilitazione. In questo contesto che - come si è detto - non è appannaggio esclusivo del mondo arabo, divengono sempre più essenziali per la gestione e strutturazione del potere e delle relazioni stato-società non tanto le istituzioni formali (che pure sono state oggetto di riforme negli ultimi decenni), quanto i modi di governo informali ed indiretti, ossia basati su rapporti (neo-)patrimoniali trasversali al pubblico e al privato e sulla delega di alcune funzioni chiave dello stato, ad esempio di ridistribuzione, rappresentanza e controllo, ad attori privati (uomini d’affari, latifondisti, notabili, ma anche capi clan, tribù o di comunità confessionali) legati al regime da un rapporto di mutuo vantaggio. L’apparente recente riscoperta o rafforzamento della politica su base identitaria nel mondo arabo (come altrove) è funzionale a questo contesto politico e in stretto rapporto con le politiche (neo-)patrimoniali: non si tratta dunque del prevalere di istituzioni o solidarietà tradizionali sulla modernità in crisi, ma dell’attualità di un efficace e sempre nuovo strumento politico a disposizione dei diversi attori sociali nella continua competizione per la distribuzione di risorse materiali e immateriali. Questi presupposti offrono nuovi ed interessanti spunti per la ricerca sulla politica di opposizione nel mondo arabo che si è fino ad oggi concentrata soprattutto sulle istituzioni formali. Il modo in cui i diversi attori all’opposizione interagiscono con le reti patrimoniali che contraddistinguono il rapporto stato-società può infatti aiutarci a comprendere meglio il loro grado di integrazione con le strutture di potere nei rispettivi paesi e quindi la loro natura sistemica o anti-sistemica, il motivo e le potenzialità di alcune scelte di mobilitazione su base identitaria (tribale, etnica o confessionale) e, più in generale, le probabilità che emergano strutture di potere parallele o alternative a quelle vigenti. Attraverso l’analisi di diversi casi studio scelti fra partiti o movimenti islamisti in diversi paesi arabi, il paper non presenta una nuova ricerca empirica, ma mira a fare il punto della letteratura esistente e a suggerire nuove linee di indagine sul mondo arabo, proponendo anche possibili comparazioni fuori area.