XXIII Convegno SISP

Roma, Facoltà di Scienze Politiche LUISS Guido Carli
17 - 19 settembre 2009 Law Campus - Via Parenzo, 11

Paper Room

1. Democrazie e Democratizzazione

1.2. Fra partiti e associazioni: le trasformazioni della partecipazione politica
Chairs: Marco Almagisti e Giovanni Moro
Discussants: Liborio Mattina

1.2.1. Scarica il paper in pdf Partecipare a cosa? Per una riconsiderazione del nesso fra democrazia partecipativa e attivismo organizzato dei cittadini

Giovanni Moro

Abstract

Il paper propone una lettura critica del tema della democrazia partecipativa, ossia del principale paradigma con cui le pubbliche istituzioni, dal livello europeo a quello locale, tematizzano e impostano le politiche di interazione con la cittadinanza. Di questo paradigma si cercano di identificare i limiti, connessi sia al tipo di partecipazione che esso implica, sia alla sua coerenza con la realtà effettiva dell’attivismo dei cittadini organizzati nelle politiche pubbliche. I problemi connessi all’uso del paradigma della democrazia partecipativa vengono valutati alla luce di altri approcci come quello della democrazia deliberativa e e quello del principio di sussidiarietà “circolare”, introdotto nel 2001 nella Costituzione italiana (art. 118.4).

1.2.2. La partecipazione sociale come risorsa per la democrazia. E se cede il nesso fra partecipazione politica e partecipazione associativa?

Tommaso Vitale e Enrico Claps

Abstract

Il rapporto fra partecipazione sociale e partecipazione politica è segnato in Italia dal dibattito sull’emergere della partecipazione associativa come sostituiva di forme di mobilitazione e di impegno a carattere esplicitamente politico e sindacale. Due processi, (a) la fine del ciclo di protesta operaia e l’incapacità del sistema politico di assorbire molte delle domande di modernizzazione e (b) la crisi del partito di massa e l’emergere di partiti cartellizzati e di partiti populisti su base regionale, avrebbero allontanato dalla partecipazione politica in senso stretto e aperto una finestra di opportunità per altre forme di azione collettiva, per la loro diffusione e elaborazione culturale. In questo quadro, molti analisti hanno ipotizzato che le forme associate della società civile, ed in particolare le componenti più attive nel servizio alle persone e alle comunità locali, fossero un’importante risorsa per la vita democratica, non solo per i contenuti concreti di aiuto, animazione culturale e solidarietà, ma anche perché capaci di promuovere una certa vigilanza democratica e un’attenzione alla cosa pubblica. Diversi studiosi si sono misurati con il tentativo di comprovare empiricamente questa tesi, e di mostrare la capacità di sostegno dell’associazionismo al buon funzionamento dei processi democratici. Come ricorda Millefiorini [2002, 179], la ricerca comparativa ha mostrato, tuttavia, che partecipazione politica e partecipazione sociale sono ben correlate, ma che non è possibile dire se la partecipazione sociale sia un volano capace di indurre direttamente la partecipazione politica. Questo non inficia il ruolo positivo per la democrazia giocato dalle forme di partecipazione sociale, ma complessifica il rapporto che queste hanno con la sfera politica. Se queste forme di azione collettiva giocano un ruolo importante ciò sembrerebbe avvenire su dei piani molteplici, che attengono all’interesse, all’attenzione e alla fiducia nelle istituzioni e non tanto e direttamente nello spingere verso una partecipazione attiva alla politica. O, come si sono chiesti di recente Van Der Meer e Van Ingen (2009), l’associazionismo è una scuola di democrazia o coinvolge una popolazione auto selezionata, già socializzata all’attenzione verso la sfera pubblica e alla cura del legame civico? Sono proprio questi diversi nessi che intendiamo esplorare in questo paper, a partire dalla comparazione fra diverse indagini condotte dal Laboratorio Polis Lombardia dell’Università degli Studi di Milano Bicocca. In particolare una survey condotta tramite interviste a più di 1000 militanti nel corso di riunioni serali e da una survey telefonica su un campione rappresentativo della popolazione lombarda. I dati da noi raccolti sono ampiamente comparabili con quelli raccolti da Biorcio e Diani in una loro ricerca del 1993, che non a caso aveva colto alcune dimensioni cruciali della partecipazione associativa in un momento in cui il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica [Biorcio, 2003] aveva accelerato la ridefinizione del confine fra le due sfere del sociale e del politico nonché i significati stessi attribuiti alla propria azione volontaria.

1.2.3. Scarica il paper in pdf L’accountability tra comunicazione politica e capitale sociale: esperienze di partecipazione

Marco Almagisti e Giorgia Iazzetta

Abstract

L’accountability è una fondamentale dimensione della qualità della democrazia. Essa riguarda la responsabilità dei governanti nei confronti dei governati e, se funzionante, può realmente consentire un effettivo controllo dei secondi nei confronti dei primi (Morlino 2003; Diamond, Morlino 2005; Almagisti 2009). Essa costituisce la chiave di volta per tendere a livelli maggiori di qualità democratica e, al contempo, richiama ad una concezione esigente sia del sistema politico, sia del contesto sociale di riferimento. Nel nostro elaborato ricostruiremo le sue diverse articolazioni (accountability elettorale; interistituzionale e sociale), concentrandoci in particolare sull’accountability sociale a livello di governo locale, riprendendo alcune iniziative promosse da amministrazioni locali.

1.2.4. Scarica il paper in pdf Governare con i cittadini. Pianificazione strategica: la democrazia deliberativa nella governance urbana

Sonia Bussu

Abstract

Negli ultimi anni si è registrato un crescente interesse in ambiti politici e accademici verso nuove forme di governance territoriale, che spesso includono momenti di democrazia deliberativa. Le nuove dinamiche economiche post-fordiste e il processo di rescaling politico e amministrativo hanno creato nuove opportunità e responsabilità, in un contesto di ridotti finanziamenti dal centro, per i governi locali di molti paesi europei, tra cui l’Italia. Gli amministratori locali si trovano oggi a svolgere un ruolo prioritario nel coordinare interessi al fine di elaborare e perseguire strategie di sviluppo che contribuiscano a produrre beni collettivi locali. In tale contesto economico e politico si inseriscono nuove dinamiche di governance urbana quali la pianificazione strategica di terza generazione, il cui studio, se se ne analizzano le due dimensioni di process (il processo deliberativo che caratterizza i forum in cui si elaborano i progetti) e outcome (il contenuto delle politiche e i processi decisionali e di implementazione che si propongono di incentivare una maggiore cooperazione inter-istituzionale e modelli di pianificazione integrata), offre la possibilità di coniugare due diversi paradigmi teorici: la letteratura sulla governance urbana e quella sulla democrazia deliberativa. La prima può aiutare a contestualizzare l’esigenza di nuove forme di governance e il loro sviluppo in un contesto di governance multi-livello, ed esamina gli esiti dei nuovi strumenti istituzionali a livello urbano e regionale, in termini di politiche di sviluppo. I teorici della democrazia deliberativa invece, avendo concettualizzato i modelli normativi di una deliberazione inclusiva, ne studiano le approssimazioni empiriche proposte nell’ambito degli stessi meccanismi di governance. Entrambi gli approcci spesso studiano i medesimi fenomeni empirici, eppure, ad eccezione di pochi studi isolati, tendono a non considerare i rispettivi dibattiti. Questo contributo vuole proporre alcune prime riflessioni su un progetto di ricerca comparata sui piani strategici di tre città italiane di medie dimensioni (Lecce, Sassari e Trento), che, attraverso lo studio della pianificazione strategica nelle due dimensioni di process e outcome, intende colmare la distanza teorica tra i due paradigmi sopra citati. I tre casi di studio, caratterizzati da un diverso contesto socio-politico e culturale, sono stati selezionati secondo il metodo diverse case, per determinare l’impatto dei piani strategici su diverse polity locali e stabilire se e come l’elaborazione e l’implementazione del piano siano condizionate da variabili quali il grado di autorevolezza (rispetto alla struttura partitica locale) e autonomia (da interessi locali) della leadership, la densità associativa e l’influenza di livelli istituzionali superiori. La presenza di associazioni non facilita necessariamente la formazione di nuovo capitale sociale nell’ambito di meccanismi partecipativi, dato che le nuove arene politiche potrebbero favorire interessi corporativi dei gruppi meglio organizzati. Un esecutivo forte e autonomo potrebbe invece essere determinante nell’assicurare un processo inclusivo e incentivare quella cooperazione inter-settoriale che può favorire una programmazione integrata. La pianificazione strategica va comunque intesa in una logica di governance multi-livello, e non solo locale, dato che la mancanza di coordinazione tra livelli istituzionali condanna queste esperienze a produrre una serie di iniziative frammentarie e di impatto limitato.

1.2.5. Scarica il paper in pdf Partiti e partecipazione politica: modelli alternativi di “democrazia interna”, fra ricerca empirica e riflessione normativa

Antonio Floridia

Abstract

Il paper intende ripercorrere la più recente letteratura teorica e ricerca empirica sui partiti e le loro trasformazioni, assumendo un particolare punto di osservazione: la riflessione sui modelli di "democrazia interna” e di partecipazione politica. Accanto ad un’antica tradizione di pensiero che, a partire da Michels, nega, costitutivamente, una “questione democratica” per i partiti, assumendo come un dato la natura oligarchica e/o carismatica della leadership, si è sviluppata in tempi più recenti una riflessione che tende a costruire e a rilevare una connessione sistematica tra modelli di democrazia, tout court, e modelli di partito, ossia un rapporto tra le trasformazioni in senso plebiscitario-leaderistico delle democrazie contemporanee e una tendenza a strutturare in termini analoghi la vita interna e l’organizzazione dei partiti. Dopo aver richiamato alcuni casi di studio e offerto alcuni primi elementi di analisi, il paper si conclude con una domanda: lasciata alle spalle l’epoca dei tradizionali partiti di massa, quali possono essere, sul piano normativo, i possibili modelli alternativi di “democrazia interna”? o, davvero, non ci sono alternative ad un modello di partito, che oggi sembra prevalente, e che è possibile definire “elitistico-plebiscitario”?